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(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 22 luglio 2018)

Antonio Rinaldi è un economista e docente universitario, anima del sito Scenari Economici e coautore del recente libro “La sovranità appartiene al popolo o allo spread?”.
In questa intervista abbiamo parlato con lui delle politiche del nuovo governo, del Piano B per l’uscita dall’Euro di Scenari Economici, di pareggio di bilancio e Fiscal Compact, del tema immigrazione di massa e dei trattati di libero scambio quali il Ceta e il Jefta.
Intervista a cura di Domenico Alessandro Mascialino.

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(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 27 marzo 2018)

Mentre in Italia, dopo l’elezione dei presidenti delle Camere  grazie all’accordo tra M5S e Centrodestra, si guarda con sempre maggiore attesa verso una possibile alleanza “populista” di governo tra Di Maio e Salvini, all’estero i poteri forti sovranazionali hanno già iniziato le manovre per azzoppare o ridurre all’obbedienza il nuovo esecutivo.

Prima è stato il Commissario europeo per gli affari economici Moscovici a dire – con un rispetto istituzionale degno di Riina – che “Se l’Italia dovesse aumentare il debito per creare aiuti sociali, lo spread salirà di nuovo” (9 marzo).
Poi è sceso in campo il Fmi, intimando agli italiani di tornare a tagliare le pensioni(contro la volontà di Lega e M5S di abolire la Fornero), di cancellare la quattordicesima e ridurre la tredicesima, nonché abolire i sussidi alla maternità. (16 marzo)
Infine si è fatta sentire pure BlackRock, la più grande società d’investimento al mondo, annunciando una posizione di “underweight” (significa sottopesare) dei Btp italiani, che potrebbe preludere a una serie di vendite, con conseguente aumento dello spread. (20 marzo)
A ciò vanno sommate le problematiche legate al Def (Documento di Economia e Finanze), da presentare a Bruxelles entro il 10 aprile, ben spiegate qui da Alberto Micalizzi.

Tutto questo dà la misura di quanta pressione si stia addensando sul nuovo esecutivo in Italia, specie se dovesse esprimere una linea di rottura con l’establishment finanziario  ed europeista pro-austerità.
Se tutti conosciamo la Troika, qui ben rappresentata da Moscovici e il Fmi, ben pochi conoscono il fondo BlackRock e il suo peso sulla finanza globale.
BlackRock è – come detto – la più grande società d’investimento al mondo, guidata da Larry Fink, con un patrimonio di oltre quattro mila miliardi di dollari.
E’ il principale investitore Usa di lungo periodo in Italia e detiene ingenti quote di Atlantia (la nuova Autostrade), Telecom, Enel, Banco Popolare, Fiat, Eni, Generali, Finmeccanica, Mediaset, Banca Popolare di Milano, Fonsai,  Mediobanca, Ubi; è entrata anche nella gestione del risparmio della privatizzata Poste.
BlackRock ha per advisor l’onnipresente George Soros.
BlackRock controlla le agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s (e quindi eventuali declassamenti annunciate da queste sarebbero sempre farina del suo sacco).
BlackRock detiene quote essenziali (attorno al 5%) di tutte le principali banche italiane, tra cui Unicredit e Intesa San Paolo, che a loro volta detengono la maggioranza delle quote della Banca d’Italia.
BlackRock  è l’azionista principale di Deutsche Bank e lo era anche nel 2011, quando fu avviata la massiccia vendita di titoli di Stato che portò all’innalzamento dello spread e conseguente caduta del governo Berlusconi.

Adesso BlackRock riscende in campo quando si sta delineando la possibilità di un governo populista, euroscettico, antisistema e sostanzialmente sovranista, quale sarebbe quello composto da M5S, Lega e Fratelli d’Italia.
La guerra dei poteri forti ai cittadini italiani e al voto del 4 marzo è cominciata, e si arricchisce di un dettaglio fondamentale: con l’attacco frontale del Fmi ai sussidi di maternità, si palesa ancora una volta la volontà dei poteri forti di distruggere la natalità in Italia, dopo le misure di austerità, il pareggio di bilancio e il Fiscal Compact imposti in piena crisi, e dopo il folle decreto Lorenzin che – su ordine di Obama – ha costretto i piccoli italiani a dieci vaccinazioni ingiustificate, rendendoli esposti come non mai agli effetti collaterali che ne possono conseguire.
I poteri forti dell’oligarchia finanziaria/massonica euroatlantica non vogliono solo impoverire gli italiani e saccheggiare le ricchezze che hanno accumulato in decenni di lavoro e sacrifici, ma anche ESTINGUERE la popolazione italiana autoctona, sostituendola con carrettate di immigrati generosamente portate dalle Ong gestite dagli stessi esponenti dell’oligarchia finanziaria.
L’obiettivo è chiaro: distruggere l’identità nazionale, l’orgoglio per la propria storia e le proprie radici, per rendere ciò che rimarrà degli italiani dei “bravi cittadini europei”, proni ai diktat di Bruxelles, Berlino e della finanza sovranazionale, in modo che il saccheggio del Belpaese continui senza che nessuno abbia la forza o la volontà di ribellarsi.

Il tempo di ribellarsi è ora: il voto del 4 marzo e il referendum del 4 dicembre 2016 hanno espresso con chiarezza qual’è la volontà della maggioranza degli italiani: quella di riprendersi le chiavi di casa e rispedire al mittente ogni ingerenza esterna, che sia delle banche d’affari, dell’Ue, del Fmi, di Stati esteri come gli Usa, la Germania o la Francia, delle Ong portamigranti, di Soros o di chiunque altro.
Perciò diciamo a Salvini e Di Maio: fate rapidamente un governo che faccia l’interesse nazionale e mandiamoli al diavolo,  come ordinato dalla maggioranza degli italiani.

L’Unione Europea ha un deficit democratico, questa e’ una affermazione condivisa in piu’ sedi.
La sua istituzione e i trattati che l’hanno resa cio’ che e’ sono sempre stati opera piu’ dei governi che della volonta’ dei popoli europei.
A dir la verita’, quelle poche volte che la decisione e’ spettata ai cittadini degli Stati membri (come nel caso della Costituzione Europea e del Trattato di Lisbona) la risposta non e’ mai stata particolarmente entusiasta, con la bocciatura nel 2005 della Costituzione da parte di Francia e Olanda e il rifiuto degli irlandesi di ratificare il Trattato di Lisbona nel 2008 (poi riproposto e accettato dopo insistenti pressioni sullo Stato irlandese).
Adesso questo deficit rischia di ingrandirsi ulteriormente.
Con il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, l’Europa si sta muovendo progressivamente verso una piu’ stretta unione bancaria, economica e fiscale, con un ruolo sempre piu’ attivo della Banca Centrale Europea e dei fondi salva stati (Efsf e Esm), per non parlare delle voci sempre piu’ insistenti sulla creazione di dei veri e propri “Stati Uniti d’Europa”. Queste decisioni, assieme ad altre come gli eurobond, vanno nella direzione di “proteggere” gli Stati piu’ deboli dalla speculazione internazionale e dall’assalto dei mercati.
L’emergenza spread, dicono i leader europei, impone decisioni rapide nel senso di una maggiore integrazione tra gli Stati. In questo non ci sarebbe nulla di male, se non fosse per il fatto che misure che hanno implicazioni enormi sulla vita degli stati europei (e dei loro cittadini) stanno per essere prese senza che nessuno si prenda la briga di chiedere ai cittadini di Italia, Spagna e via dicendo se sono d’accordo. La presenza di governi tecnici poi, non favorisce certo il dialogo, non essendo espressione della volonta’ popolare, ma spesso delle stesse istituzioni bancarie che hanno favorito coi loro comportamenti la crisi in cui siamo invischiati dal 2008 .
La parola “emergenza”, come ormai sappiamo, e’ una specie di lasciapassare che permette a governi e potentati economici di attuare tutta una serie di misure scavalcando la legittimazione democratica.
C’e’ solo da sperare che la nuova Europa che nascera’ dalla crisi del debito non sia solo un eurogoverno di tecnocrati di Bruxelles e Francoforte, eletti su pressioni lobbistiche e che sindachera’ su tutto cio’ che riguardera’ l’economia degli Stati membri, ma un organismo che effettivamente badera’ agli interessi delle popolazioni coinvolte. I dubbi in merito, al momento, sono molti.

The EU has a “democratic deficit”, it is often said. Its institution and the treaties which made it that way have been decisions of the governments and not of the people of Europe. Effectively, those times in which EU citizens have been called to decide (e.g. for the European Constitution and the Treaty of Lisbon) the answer has never been so positive,  with France and Netherlands saying no to the Constitution in 2005 and the refusal of Irish people to accept the Treaty of Lisbon.
Now this deficit seems doomed to increase.
After the European Council held on 28th-29th of June, Europe is moving constantly towards a more cohesive bank and economic union, with a more active role played by ECB and the funds EFSF and ESM, and the growing voices around the creation of the “United States of Europe“.
These decisions, joined with Eurobonds, go in the direction to “protect” the weakest states by markets and international speculators.
The “spread emergency” – as European leaders say – asks for quick decisions towards a tighter union between the states.
This is not necessarily a bad move, except for the fact that measures of enormous importance for the member states are taken without consulting the European people.
Technical governments do not help too, due to their close relationship with the same institutions that caused the crisis affecting the continent since 2008.
The term “emergency” has become a magic word which allows governments and economic institutions to take a series of measures overcoming democratic legitimacy.
We can only hope that the new Europe, re-born from the ashes of the debt crisis,  will not only be dominated by a few technocrats in Bruxelles and Frankfurt, elected after some lobby’s pressures, who will be making decisions on every economic subject concerning the member states, but will care for the very necessities of the EU population. For now, there is much uncertainty about it.