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Euro e Unione Europea hanno favorito solo la Germania, distruggendo le economie del sud Europa. L’unica soluzione è nel riprendere la moneta nazionale e sottrarsi alle assurde regole di Maastricht, che stanno condannando l’Italia a un’ eterna schiavitù. L’economista e docente universitario Alberto Bagnai ci parla delle sue ricerche, riassunte nel libro “Il tramonto dell’Euro”

bandiera-germania-europa(Articolo pubblicato sui numeri 7  e 8 di Barricate – L’informazione in movimento)

Da diversi numeri ormai Barricate si occupa delle questioni Euro ed Unione Europea, e non senza un preciso motivo. Il totale asservimento della maggior parte dei media, per ovvie ragioni politiche ed economiche, ai dogmi dell’irreversibilità dell’Euro e della inattaccabilità delle regole europee, rendeva sempre più urgente dare voce alle motivazioni di chi, da tempo, ha rilevato che in tutto questo sistema le cose che non quadrano sono tante. L’insistenza su debito pubblico e deficit in rapporto al Pil, con un accanimento che ha dell’insensato, le politiche di austerità imposte come un male necessario, il trionfo delle dottrine neoliberiste a danno del bene della popolazione, ignorato anche di fronte ai casi più gravi di impoverimento e suicidi con una indifferenza che sfocia nella psicopatia: in tutto ciò i grandi media hanno avuto un ruolo fondamentale, e un giorno dovranno seriamente risponderne. Così come dovranno risponderne i politici che hanno avallato misure distruttive e accordi scellerati, andati a tutto vantaggio di un ristretto gruppo di banchieri, corporations e colleghi di casta. Il peggior crimine di questo connubio media-politica-industria-banche è stato l’aver costretto la gente a pensare che doveva subire in silenzio ogni tipo di privazione, che “non ci fosse altra scelta”. Ora sappiamo che si è sempre e solo trattato di un gioco truccato, per arricchire i pochi distruggendo e sottomettendo i molti.

Negli scorsi numeri Barricate ha sentito Paolo Barnard, Nino Galloni, Roberto Errico, Antonio Miclavez, Daniel Estulin: tutte voci lontane dal circuito mainstream e tutte concordi nel ritenere il sistema politico-economico vigente, in Italia e in Europa, un “gioco per pochi”, in cui i comuni cittadini possono (e devono) solo obbedire a quanto viene deciso dalle elite. Elite che – com’è ovvio – si distinguono nient’altro che per censo, e per la comune protezione che accordano ai propri privilegi. In questo numero abbiamo intervistato un altro economista profondamente critico verso l’Unione Europea e l’Euro, Alberto Bagnai, docente all’Università “D’Annunzio” di Chieti-Pescara e autore del libro “Il tramonto dell’Euro”.

Prof. Bagnai, nel suo libro lei afferma che, visti i vantaggi che ne trae la Germania, più che di Unione Europea bisognerebbe parlare di annessione. Ci può spiegare i motivi di questo giudizio?

Il giudizio è largamente condiviso oramai da un’ampia parte della letteratura scientifica internazionale, e si basa su un’evidenza facile da afferrare: se un Paese a valuta forte si unisce a un Paese a valuta debole, la loro valuta comune avrà un valore medio rispetto a quelle originarie. Ciò significa che ora la Germania ha un Euro che per lei è come una Lira mascherata, l’Italia ha lo stesso Euro, che per lei è un Marco mascherato. Quindi entrando nell’Euro la Germania è come se avesse fatto una svalutazione competitiva, la Lira è come se avesse apprezzato il suo cambio, danneggiando le sue esportazioni. È un gioco che non può durare a lungo, perché se di fatto la Germania svaluta entrando nell’Euro per aumentare le sue esportazioni (che infatti sono esplose), va in surplus che corrisponde al deficit di altri Paesi, i quali si indebitano per acquistare i prodotti del Paese forte. Alla lunga il sistema diventa insostenibile e crolla per tutti. Ora infatti anche la Germania non è in ottima salute economica e il suo atteggiamento sta innervosendo partner importanti come gli Stati Uniti e il Giappone.

Fin dall’unificazione le elite tedesche erano pienamente consapevoli che, imponendo un cambio troppo forte a un Paese vicino col quale si vuole creare un’unione economica, lo si distrugge economicamente e lo si “mette in vendita”. Nel caso della Germania Est l’unione monetaria venne fatta con il Marco uno a uno, quando prima ci volevano 4 marchi dell’Est per comprarne uno dell’Ovest. Così i prezzi dell’Est quadruplicarono, l’impatto sulla competitività fu devastante e i tedeschi dell’Ovest si presero le persone più qualificate e le risorse naturali più interessanti dell’Est. Con l’Euro è successa una cosa analoga: la mancanza di flessibilità del cambio ha consentito agli squilibri di accumularsi e ora l’Italia è in svendita dopo 10 anni un po’ come la Germania Est fu in svendita a 10 mesi dall’introduzione del Marco uno a uno. Un euro italiano per un euro tedesco è un’operazione altrettanto assurda di un marco dell’Est per un marco dell’Ovest di allora.

Il professor Alberto Bagnai, economista e autore del libro "Il tramonto dell'Euro"

Il professor Alberto Bagnai, economista e autore del libro “Il tramonto dell’Euro”

L’Italia oggi è priva di sovranità monetaria. Il problema, lei spiega, risale non solo all’adozione dell’Euro, ma anche al divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia del ‘81. Ci parla delle conseguenze negative di questi due passaggi?

L’Euro si inserisce nel processo storico della globalizzazione, che significa soprattutto libertà dei movimenti di capitale. Se questi sono liberi gli investitori possono portare i loro denari laddove i rendimenti sono maggiori.  Quando i Paesi si uniscono con un cambio più o meno fisso, i capitali affluiscono verso il Paese che offre il tasso di interesse più alto. All’inizio degli anni ’80, con l’entrata nel Sistema monetario europeo (Sme) dell’Italia e di altri Paesi, nacque l’esigenza per diversi Paesi europei di adattarsi alle condizioni del mercato monetario dettate dalla Germania, che era quello più importante. Infatti quando questa alzava il tasso di interesse, se non lo avessero fatto anche loro, i capitali sarebbero tutti fuggiti verso di lei. I Paesi europei dall’entrata nello Sme e dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale degli anni ‘90, non potevano più determinare in modo autonomo il tasso di interesse. Il divorzio si situa in questo contesto: il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi decisero che il governo per finanziarsi si doveva rivolgere ai mercati, perché la Banca d’Italia non avrebbe provveduto alle necessità finanziarie del governo emettendo moneta.
Così il divorzio, assieme alla necessità di seguire i tassi di interesse tedeschi rialzati dopo l’unificazione, contribuì a mettere in grave crisi l’Italia.

Con l’Euro non siamo più in grado di sganciarci senza gravi traumi, come avvenne alla fine del ’92. Allora dopo la crisi ci sganciammo, la svalutazione permise alla nostra economia di ripartire e di alleviare il peso dei debiti esteri, accumulati in un contesto di cambio quasi fisso.

Nel libro lei insiste proprio sulla necessità di svalutare la moneta, che permetterebbe all’Italia di superare le sue difficoltà ma che non si può fare rimanendo nell’Euro. Perché svalutare ci aiuterebbe?

L’Euro è praticamente fatto per impedire alla Germania di rivalutare. Se ci fosse il Marco, per acquistare automobili tedesche dovremmo comprare marchi, e il loro prezzo salirebbe. Il Marco si rivaluta, la Lira si svaluta. Svalutare non vuol dire che siamo più cattivi, ma che ci piacciono di più i beni di quel Paese. Se il mercato valutario funziona, la valuta del Paese che fa un bene molto desiderato si apprezza: questo rende quel bene meno conveniente. Così chi vive lì gode dei benefici di una moneta più forte e dopo un po’ la situazione si riequilibra.

Il problema dell’Unione Europea è che vuole essere un’economia di mercato,  ma che impedisce con una ferocia da regime sovietico al più importante dei mercati, quello valutario, di funzionare. Se non c’è l’aggiustamento dato dalla compravendita delle valute nazionali e dall’allineamento del cambio, gli squilibri così creati si scaricano sul mercato del lavoro. Come? Con le austerità. Tagli la spesa pubblica, crei un po’ di disoccupazione, i lavoratori accettano di essere pagati di meno e il Paese diventa più competitivo. Che è quello che ha fatto il presidente Monti. Questo tipo di aggiustamento però è molto più doloroso per le popolazioni. Un sistema di cambi fissi come l’Euro è incompatibile con una democrazia a suffragio universale, perché determina costi sociali incompatibili con l’esercizio del diritto di voto dei cittadini, che dopo un po’ ne avranno le tasche piene. Non è un caso che l’Unione Europea sia retta da due organismi che non sono eletti democraticamente, la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea.

La copertina del numero 7 di Barricate

La copertina del numero 7 di Barricate

L’Europa sembra preda di ricette economiche che non fanno che peggiorare le cose. Lei critica sia i parametri di Maastricht che le politiche di austerità. Perché queste ricette non funzionano, e tuttavia vengono imposte come un male necessario?

La critica ai parametri di Maastricht è vecchia come i parametri di Maastricht. Già nel 1993, subito dopo che il trattato fu firmato, economisti autorevolissimi come Nouriel Rubini, Giancarlo Corsetti e Willem Buiter parlavano del non senso di questi parametri, sottolineandone le incongruenze. Se le politiche sbagliate continuano ad essere riproposte è perché queste sono sbagliate rispetto agli obiettivi dichiarati, ma sono giuste rispetto a quelli non dichiarati. Se non puoi rivalutare il cambio, la flessibilità si recupera attraverso la flessibilità del salario: per diventare competitivo devi pagare meno i lavoratori. Questo puoi farlo solo se c’è una disoccupazione importante, perché solo così il lavoratore accetterà dei contratti più precari, retribuzioni meno elevate, ecc. L’austerità, quindi, serve a questo: a creare disoccupazione in modo che i salari si abbassino e il Paese ridiventi competitivo, e a ridurre i redditi in modo che le famiglie consumino di meno e il Paese importi di meno. Così si riequilibrano i rapporti con l’estero e l’austerità viene presentata dicendo che abbiamo una crisi di finanza pubblica. Ma nel maggio scorso il vicepresidente della Bce Vitor Constancio ha detto quel che gli economisti sanno da tempo, cioè che la crisi non è di finanza pubblica. I Paesi che sono andati gambe all’aria per primi (Spagna, Irlanda…) avevano i conti pubblici a posto, surplus di bilancio e debito pubblico sotto il 40% del Pil. Sono saltati perché famiglie e imprese – quindi il settore privato – avevano forti debiti con le banche private del Nord, che avevano prestato loro soldi per comprare beni del Nord. Queste politiche vengono giustificate con una narrazione della crisi falsa, e perseguono benissimo il riequilibrio dei conti esteri ma non l’obiettivo dichiarato, cioè l’equilibrio dei conti pubblici, perché questi si riaggiustano con la crescita e non con i tagli.

Qualcuno quindi trae vantaggio dal mantenere alta la disoccupazione, tenere bassi i salari e mettere in ginocchio i Paesi più deboli. Chi è il “regista” di questa Unione Europea?

L’Euro facilita meccanismi tipici del capitalismo globalizzato, che si basa sul contenimento dei salari. Ma se il potere di acquisto delle famiglie diminuisce, si crea il problema di come far acquistare i beni che vengono prodotti. Quando – agli inizi degli anni ’80 – i salari reali negli Usa e in Europa rallentano la loro crescita, assistiamo a un aumento del debito, prima pubblico e poi privato. Se la gente non ha soldi, per comprare deve indebitarsi.

A chi conviene questo gioco? Inizialmente ai capitalisti di qualsiasi forma e dimensione, specie a quelli che operano nei mercati finanziari, che guadagnano dall’erogazione del credito.
Alla fine ci perdono tutti, perché quando il gioco diventa insostenibile saltano anche le banche, con la differenza che se salta una famiglia nessuno si preoccupa, se salta una banca lo Stato mette le mani nelle tasche dei contribuenti e le ripiana i conti. Questo è successo ovunque nel mondo, ma più nell’Eurozona perché l’Euro favorisce l’integrazione finanziaria e permette allo spagnolo di indebitarsi più facilmente col tedesco di quando c’erano monete diverse, eliminando il rischio del cambio per il tedesco.
Il capitale nasce internazionale mentre il lavoro nasce locale. Se il lavoratore non accetta diminuzioni di stipendio, l’imprenditore delocalizza: a questo serve la libertà di movimento dei capitali. Da quando è cominciata, a partire dagli anni ‘80 in Inghilterra, il debito ha cominciato a salire.

Quest’Europa è un regime estremamente totalitario, che ha imposto una moneta che è un assurdo economico e che finirà, e regole altrettante assurde. Il modello italiano ha funzionato benissimo finché non è stato schiacciato da queste regole, e potrebbe continuare a funzionare se avesse maggiore autonomia decisionale in tanti settori. Da questi regolamenti qualcuno ci guadagna, evidentemente.

Il tramonto dell'Euro

Il libro di Alberto Bagnai, “Il tramonto dell’Euro”

Sicuramente uscire dall’Euro per l’Italia sarebbe un bene, da quanto ci dice. Se questo accadesse, dopo quali misure economiche bisognerebbe prendere per evitare problemi di altro tipo?

Per la diagnosi, tutti gli economisti sono d’accordo, a parte una sparuta minoranza che deve venire a compromessi con la propria coscienza per motivi politici e mentire su ciò che la letteratura internazionale dice da 60 anni, cioè che l’Europa è fatta di Paesi troppo diversi per potersi permettere una moneta unica.

Per la terapia, l’uscita dall’Euro non sarebbe così catastrofica come i media ce la propongono. Sicuramente nel medio termine sarebbe un bene, ma nel breve termine non sarebbe una passeggiata, perché l’uscita dell’Italia causerebbe la fine dell’Eurozona aprendo ad esiti imprevedibili, ma comunque gestibili.

Questo scenario non è politicamente proponibile; più proponibile è che si arrivi ad una segmentazione dell’Eurozona che parta da un’iniziativa dei Paesi più competitivi. I Paesi del sud sono come limoni cui è stato spremuto tutto il succo, quindi la Germania ora ha davanti a sé due strade: o tenta una vera e propria annessione, camuffando da Stati Uniti d’Europa un giochetto come quello che ha fatto con la Germania Est; oppure cerca di sganciarsi, perché se non dà un reale respiro ai mercati del sud che sono stati fino a un anno fa i suoi mercati più importanti, la sua economia rischia di andare in sofferenza.

Perché si arrivi ad una soluzione pacifica e condivisa occorre una consapevolezza dei problemi: questa in Italia non c’è perché i partiti evitano accuratamente il dibattito su questi temi. Lo ha fatto soprattutto il Pd, ma anche il Pdl.

Potendo decidere, dovremmo tornare alla Lira o lei propone un Euro di serie A per i Paesi più forti e uno di serie B per quelli più deboli?

Io penso ciò che pensano i migliori economisti mondiali, e cioè che l’Italia trarrebbe vantaggio dall’avere una propria valuta; in questo momento non ce l’ha e bisogna trovare un percorso razionale per tornarci.

Per me e altri economisti, come ad esempio Stiglitz, la Germania dovrebbe tornare al Marco. Questo darebbe un enorme respiro all’economia europea. Il secondo passaggio sarebbe quello di far uscire l’Italia, che ne trarrebbe sicuramente un beneficio. Potremmo però trovarci presto di fronte ad un evento traumatico, come una crisi del sistema bancario, per cui dovremmo decidere se ricapitalizzare le banche in euro rivolgendoci alla Troika, o in lire sganciandoci dall’Eurozona e riprendendoci la sovranità.

La sinistra italiana è stata complice del più distruttivo progetto della finanza liberista che la storia dell’umanità abbia sperimentato. Una sinistra così massicciamente dalla parte del capitale ora non può tollerare che qualcuno le dica che dovrebbe schierarsi dalla parte del lavoro.

Cosa bisognerebbe fare? Per prima cosa riprendere gli strumenti di politica economica, in particolare quella valutaria sganciandosi dall’Euro; poi quella monetaria riportando la Banca Centrale sotto il controllo politico. In terzo luogo recuperare lo strumento della politica fiscale, stracciando le regole assurde di Maastricht, che peraltro sono state stracciate dalla Germania e dalla Francia quando potevano farlo senza che gli altri Paesi membri potessero dire nulla. Ciò permetterebbe un riequilibrio della crescita dei Paesi, basandola non sulla ricerca affannosa della competitività e sul taglio dei salari per inseguire la domanda estera, ma sulla domanda interna da alimentare attraverso investimenti non in grandi ma in piccole opere, nell’istruzione, nel capitale umano italiano che rimane di eccellente qualità, nella ricerca. Questi investimenti vanno fatti dallo Stato, spendendo e abbandonando la retorica dell’austerità. Bisogna tornare a pensare in termini di sistema Paese, di interesse nazionale e di domanda interna, basta a questa falsa internazionalizzazione. Perciò il recupero dell’autonomia valutaria, monetaria e fiscale è assolutamente essenziale. In questo momento la vocazione deflazionistica della Germania si pone di traverso a qualsiasi tentativo degli altri Paesi di rilanciare la propria crescita.

Ceccon

Vignetta di Davide Ceccon

In Italia, chi ha avuto (in termini politici) le maggiori responsabilità della consegna del Paese a questi potentati, e quindi della sua perdita di sovranità?

In Italia, come in Germania, i politici sono gli stessi da 20-30 anni: i vari Monti e Draghi giravano per il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia già agli inizi degli anni ’80, quando questa storia è iniziata. Un sistema nel quale gli aggiustamenti a shock esterni si scaricano sui lavoratori non è un sistema sano, quindi per me la principale responsabilità è dei partiti di sinistra, in particolare di quello che oggi chiamiamo Partito Democratico, perché attraverso un percorso tortuoso e assolutamente non democratico ha imposto a questo Paese un regime dove gli shock si scaricano sulle classi subalterne. Anche Berlusconi e il Pdl sono stati sempre acquiescenti alle imposizioni dell’Europa, ma un conto è se un progetto di globalizzazione finanziaria lo difende un capitalista, più o meno immorale e corrotto, un conto è se lo difende un partito che dovrebbe difendere i lavoratori. La maggiore responsabilità rimane quindi del Pd, anche perché, in questa fase storica in cui i nodi stanno venendo al pettine, continua compattamente a negare il problema e a soffocare il dibattito su questi temi. E lo fa prendendosi un’enorme responsabilità storica, perché quando dovremo affrontare l’esito finale della crisi, cioè lo sganciamento, saremo un Paese acefalo, privo di una testa che possa capire e comandare, specie per colpa della negazione del dibattito che tuttora il Pd persegue con una ostinazione che ha veramente dell’incredibile. Da tre anni faccio attività di ricerca e divulgazione rivolgendomi soprattutto alla sinistra, ma ho ottenuto solo l’interessamento della destra, che – se non altro opportunisticamente – ha capito che è arrivata l’ora di parlare di queste cose.

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Un continente di Euroschiavi

Antonio Miclavez, tra i primi in Italia a denunciare il fenomeno del signoraggio bancario, ci spiega il problema e le possibili soluzioni 

Palazzi_Euroschiavi3-300x200(Articolo pubblicato sul numero 5 – settembre/ottobre di Barricate – L’informazione in movimento)

Il signoraggio è uno di quegli argomenti tabù sui giornali e nei luoghi della politica. Tant’è che chi ne parla, viene di solito tacciato come ‘complottista’.
Antonio Miclavez, autore nel 2005 del libro “Euroschiavi” assieme all’avvocato Marco Della Luna, è stato uno dei primi nel nostro Paese a occuparsi del tema della creazione della moneta e dei profitti che ne derivano per gli istituti di credito, a fronte di un crescente indebitamento per i cittadini. E a notare come l’Euro e l’Unione Europea abbiano rapidamente peggiorato la situazione.

Dott. Miclavez, ci spiega in che consistono i fenomeni del signoraggio primario e di quello cosiddetto secondario?

Partiamo dal fatto che uno Stato sovrano dovrebbe creare il proprio denaro. E di solito crea il denaro coniando monete, stampando banconote, o aprendo conti bancari. Il signoraggio è la differenza tra il valore scritto sopra la moneta e quanto costa produrla, quindi l’utile che se ne ricava.

Il signoraggio primario è il vantaggio che ottiene in questo modo una banca centrale. Questa dovrebbe essere una banca nazionale, cioè del popolo; invece le banche centrali, come la Banca d’Italia, non lo sono più.E se la banca centrale non è del popolo, ma privata, esige dallo Stato in cambio della moneta emessa, dei titoli di Stato che equivalgono a dei ‘pagherò’ di quella somma più un interesse. È uno specchietto per le allodole per nascondere il fatto che le banche centrali prestano soldi creati dal nulla agli Stati, facendo profitto su di loro.

Quindi il denaro liquido, circolante, derivante dal signoraggio primario equivale a 2mila miliardi, che vanno a formare il debito pubblico. Altri 5mila miliardi derivano dal signoraggio secondario, cioè dal fatto che le banche moltiplicano il denaro esistente. Queste infatti arrivano a prestare fino a 50 volte tanto quello di cui sono realmente in possesso, essendo tenute per legge a mantenere una riserva di appena il 2% del denaro che fanno circolare. E questo è il signoraggio secondario.

Ci sono anche altri trucchi: ma, in ogni caso, il vero riciclaggio avviene quando si crea denaro, perché questo viene immesso già sporco di un crimine, il peggiore dei crimini. Si tratta di una appropriazione indebita della sovranità monetaria, che va a vantaggio solo delle banche.

Perché la situazione con l’Euro è peggiorata, rispetto alla Lira?

La Banca d’Italia era privata già con la Lira, quindi la Lira subiva già il furto della sovranità monetaria.

L’Euro per prima cosa ci ha inflazionato del 50%. Secondo, l’Euro viene creato dalla Banca Centrale Europea, che è un collage di banche sedicenti nazionali, in realtà private. Banchieri e assicuratori hanno creato questo grande gruppo, una vera associazione a delinquere. Hanno creato una valuta che si scambia a tassi di cambio fissi, che ha consegnato i vari Stati alla mercé delle agenzie di rating e dei loro giudizi, con le conseguenze che abbiamo visto, ad esempio, in Grecia. È una valuta di cui si avvantaggia solo la Germania, che guadagna su di noi, col signoraggio primario, il 5% all’anno.

Antonio Miclavez, autore del best seller "Euroschiavi"

Antonio Miclavez, autore del best seller “Euroschiavi”

In che modo l’Unione Europea si sta rivelando un macigno sulla vita politica ed economica italiana? 

La Comunità Europea è nata per distruggerci. Le sue politiche non sono andate a vantaggio dei cittadini. Qualche anno fa ad esempio pagava milioni agli allevatori per ammazzare i bovini, favorendo la fine dei piccoli allevamenti. Inoltre costa tantissimo e i suoi burocrati fanno girare il denaro come vogliono loro.

È stata creata apposta per toglierci le identità nazionali e farci a pezzi con le liberalizzazioni, a favore dei soliti che detengono le chiavi del potere. L’Euro ne è stato l’atto finale, speriamo che salti presto.

Lei in passato ha denunciato una forte difficoltà nel trattare questi temi con la stampa ‘mainstream’. Ora la situazione sta cambiando?

Alcuni giornalisti di testate famose, quando gliene ho parlato, hanno trovato scuse improbabili per evitare il tema.  Ci sono alcuni giornali meno conosciuti che trattano l’argomento, ultimamente poi ne hanno parlato anche le Iene e un deputato del Movimento 5 stelle. Quando uscì “Euroschiavi” fummo tra i primi a parlarne, ora mi fa piacere vedere che l’argomento si sta diffondendo.

Spesso finora quando si parlava di signoraggio il tema veniva relegato nell’ambito delle bufale o giù di lì…

Quando ne ho parlato con Beppe Grillo e con Milena Gabanelli mi hanno detto: “Queste cose sono enormi, la gente poi non ci crede”. La Gabanelli aggiunse: “Noi ci occupiamo di cose più piccole”. Il debito pubblico è una truffa che fanno le banche e che paghiamo con le tasse, ma anche persone di cultura sembrano non voler approfondire la cosa.

Quali soluzioni adduce per risolvere il problema e creare un’economia veramente al servizio dei cittadini?

Se si va sul sito www.monetacomplementarecomunale.com  si può trovare la mia visione della moneta complementare. Ce ne sono tante, e le ho studiate a lungo. Come insegnava Giacinto Auriti, che è stato un po’ il nostro maestro,  la moneta può essere creata anche dal Comune, che la può emettere e distribuire per aiutare i cittadini. Una moneta fatta dal territorio per il territorio. Altrimenti, possiamo solo sperare che sia lo Stato a tornare a crearla.

Roberto Errico, membro del Forum per una nuova finanza pubblica e sociale, ci spiega come il settore potrebbe essere riavvicinato ai bisogni dei cittadini

Palazzi_Errico-300x200(Articolo pubblicato sul numero 5 – settembre/ottobre 2013 di Barricate – L’informazione in movimento)

Dopo lo scoppio della crisi del debito, la finanza è stata oggetto delle contestazioni  di ampie fasce della popolazione, in Italia e nel mondo. Da qui la necessità di trovare idee per riformarla, almeno nei punti nei quali più si concentrano assurdità e privilegi, per riportarla alla sua corretta funzione sociale.
Ne abbiamo parlato con Roberto Errico, bancario, che assieme a numerose associazioni italiane ha avviato un Forum per cercare di rendere virtuoso un settore ormai nel centro del mirino.

Dott. Errico, ci può dire quali associazioni fanno parte del vostro Forum?

Il Forum nasce da un appello all’azione sulle questioni del debito pubblico e del credito, proveniente da associazioni come Attac, Rivolta il debito, ReCommon, Smonta il debito e Centro nuovo modello di sviluppo.

Dopo due incontri molto partecipati a Roma al Teatro Valle e alla Ri-Maflow, una fabbrica occupata alle porte di Milano, siamo sfociati nella forma di Forum formato da diversi movimenti e gruppi che vogliono lavorare su questi temi. Hanno aderito numerose realtà, tra cui posso citare i Cobas delle poste, il Forum italiano dell’acqua, alcuni pezzi di varie organizzazioni sindacali e l’Arci.

Quali sono le vostre idee per riformare la finanza, e da cosa scaturiscono?

Possiamo partire da un dato che per alcuni è falso mentre per noi è oggettivo, che è la questione dei soldi.
Il luogo comune della crisi è che non ci sono i soldi, che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e quindi dobbiamo tirare la cinghia. Noi sosteniamo al contrario che i soldi ci sono, perché innanzitutto ci sono quelli dell’evasione fiscale, che sono la punta dell’iceberg. C’è un fisco che è diventato sempre più amico dei ricchi e ha colpito con sempre maggiore violenza i ceti meno abbienti, basti pensare a come si è tirato fuori il denaro negli ultimi anni. Si è aumentata l’Iva ma non si è andato a incidere sulle rendite. Se si punta a rilanciare l’economia aumentando l’Iva, evidentemente l’obiettivo è quello di continuare a colpire i ceti sociali più bassi: disoccupati, pensionati, piccoli lavoratori autonomi.

I soldi quindi ci sono, sono nei forzieri nascosti dei paradisi fiscali, nel risparmio degli italiani, specie quello postale. Da qui la nostra campagna per una Cassa depositi e prestiti, un ente di diritto privato di proprietà del Ministero delle finanze per l’81% (al 19% delle fondazioni bancarie), che dovrebbe tirare fuori i soldi per pagare gli interessi stratosferici sul debito. Questo per noi è un tema centrale. Noi non vogliamo solo ripubblicizzare la Cdp, ma risocializzarla, il che significa riportarla a finanziare a tassi calmierati gli enti locali, rompendo il cappio del Patto di stabilità. Inoltre la Cdp e altri enti pubblici dovrebbero sostituirsi alle banche, che non fanno più credito, e fare prestiti a tasso molto agevolato alla piccola impresa che sta morendo, ai negozianti che vengono devastati dall’arrivo di outlet e megastore, e a chi vuole aprire un’attività, magari di tipo ‘ecosostenibile’. C’è da cambiare una mentalità, e in questo solco siamo criticati dai residui della sinistra radicale e del comparto riformista, secondo cui “pretendiamo troppo”.

Riguardo la sovranità monetaria e l’Euro, come vi posizionate?

Trappola Euro

Qui devo fare dei distinguo, perché nel Forum ci sono diverse sensibilità. La mia posizione è che sia un falso problema, perché uscire dall’Euro non sarebbe né una tragedia né la liberazione dal cappio dell’Europa. Semplicemente, porterebbe problemi iniziali abbastanza gravi e una stabilizzazione successiva durante la quale non cambierebbe praticamente niente. Si tornerebbe al sistema di prima con un’altra moneta e probabilmente parecchia inflazione in più. In ogni caso nel Forum si discute anche su questo.

L’Europa potrebbe anche essere una prospettiva interessante, ma è necessario rifarla da zero perché questa è l’Europa della tecnocrazia che si fa mercato. Il problema centrale è quando il settore pubblico si mette a fare il privato; bisognerebbe riorientare il pubblico a fare il pubblico. La sanità, ad esempio, o è pubblica o non è sanità, così come la scuola.

All’Europa si può anche mettere mano, ma bisogna ragionare in modo completamente opposto a come si fa adesso. È chiaro che, dal punto di vista di Paesi come la Grecia, l’Europa ha dato il peggio di sé, ed è normale che i greci vogliano uscirne, dopo essere stati ridotti in stato comatoso e non potendo certamente riuscire a restituire i prestiti. L’Europa attuale, insomma, è ‘una robaccia’, ma non è detto che si debba buttarla completamente a mare.

Nel dibattito fra neoliberisti e neokeynesiani, voi avete delle preferenze o rifiutate entrambi i modelli?

Senza dubbio siamo antiliberisti. Riguardo le politiche keynesiane, trovo che funzionino bene in un’economia chiusa. Il moltiplicatore keynesiano funziona quando le frontiere sono tendenzialmente chiuse e quando il consumo che aumenta grazie all’investimento pubblico si orienta verso prodotti interni, verso aziende interne. Fare keynesismo oggi in un Paese come l’Italia, che importa molto più di quanto esporta (pensiamo a petrolio e prodotti informatici), vorrebbe dire finanziare la crescita della Cina.

Penso che se Keynes fosse tra noi, si chiederebbe come affrontare il tema della globalizzazione, se essere chiusi o aperti. Anche su questo si discute molto. Se politiche macroeconomiche espansive potrebbero aiutare la ripresa, dobbiamo anche capire che tipo di ripresa. Negli Usa si è stampata moneta in quantità industriale, con tre round di Quantitative Easing della Federal Reserve,  i soldi sono stati dati alle banche, che invece di usarli per aiutare la popolazione hanno investito in borsa perché è più remunerativo che seguire un’impresa che cresce in 15-20 anni. Si sta creando così un’altra bolla. Anche in Giappone si sono fatte operazioni simili. Quindi alle banche conviene più investire in titoli azionari a breve termine che ragionare su come far ripartire l’economia. A riprova di questo, il 6,7% dei cittadini americani nel 2012 sono risultati sotto la soglia di povertà assoluta, e il 20% al di sotto della soglia di povertà relativa.
I dati più alti dal 1950.

Quindi stampare moneta non è tanto utile se va solo ad alimentare l’economia finanziaria. Meglio ragionare sul riprendere le leve del credito, ed ecco ritornare la campagna sulla Cassa depositi e prestiti, e ragionare su come gestire la questione del debito.

La copertina del numero 5 di "Barricate"

La copertina del numero 5 di “Barricate”

Lei ha parlato della Banca centrale americana. Visto che questa, come quella italiana, è privata, non sarebbe il caso che fossero nazionalizzate per diminuire gli oneri dello Stato verso di loro?

Si, la Banca d’Italia è di proprietà delle banche italiane. Il problema però non è nazionalizzare la Banca d’Italia, per trasformarla nell’ennesimo carrozzone del pubblico che fa gli affari suoi, dando finanziamenti in base alla provenienza territoriale del Ministro dell’Industria. Il problema è andare oltre le forme del pubblico e privato. Occorre iniziare a ragionare sul fatto che, più che banche pubbliche e basta, servono banche che siano socializzate, un pubblico che sia permeato dalle esigenze delle comunità locali. In modo che intorno a questa banca, pubblica o privata che sia, non si crei un grumo di potere che orienta il credito in un senso o nell’altro. È su questo che bisogna aprire un ragionamento. È storia che gran parte delle banche che si sono formate sul territorio erano governate da entità locali, magari potentati, ma la forma in sé già c’era, erano attività collaterali allo sviluppo del territorio. Bisognerebbe aggiornare questo modello, sostituendo al potentato dell’800 la cittadinanza.   

La banca vive dei depositi dei clienti, quindi l’interesse dei risparmiatori dovrebbe essere preponderante, accanto a quello dei lavoratori della banca e al peso della comunità locale nel suo complesso.
Va ridefinito il concetto di come si fa banca e chi ne sia proprietario.

A livello politico, come vi rapportate nei confronti dei progetti di democrazia diretta o di più democrazia diretta?

Siamo sicuramente d’accordo con i progetti di democrazia diretta, ma bisogna intendersi sul concetto di quest’ultima. Il dibattito in merito è ancora vago, e a volte si ripetono le stesse dinamiche della democrazia rappresentativa. Quello che si potrà fare in questo ambito lo vedremo strada facendo.

Direi che questa è una fase in cui non bisogna stare né con le istituzioni né contro, ma attraversarle. I conflitti vanno costruiti a partire da una relazione istituzionale, ad esempio ,con i piccoli comuni, che stanno morendo. I sindaci sono diventati dei vigili urbani del Patto di stabilità.

Altre idee per una migliore economia scaturite dal vostro Forum?

Stiamo cercando di stabilire buone relazioni con le Mag, che sono mutue autogestite, gruppi di persone che mettono assieme parte dei loro risparmi per piccoli progetti simili al microcredito, ma più imperniati sull’eticità. Poi l’altro punto riguarda le banche: le proposte dei legislatori dei vari Paesi partono dal presupposto che non si deve negare la banca universale, che è quella che gestisce i depositi dei propri clienti ma fa anche operazioni strumentali e così via. Il vero tema su cui confrontarsi è come separare il risparmio dalla speculazione.
Per fare questo ragionamento occorre capire come è possibile risocializzare alcuni istituti. È necessaria una banca pubblica che sia permeata dalle necessità locali che emergono dal basso, che faccia quello che non fa più nessuno in nessuna parte del mondo, cioè prestiti a tasso agevolato per le cose di pubblica utilità o per aiutare le persone che sono state più colpite dalla crisi. Non penso che stiamo parlando di assaltare il Palazzo d’Inverno. Eppure potremmo essere accusati di radicalismo, perché in questo momento chiunque non segua i diktat che vengono espressi dall’alto è un radicale, uno che vive fuori dal mondo, uno che vuole vivere al di fuori delle proprie possibilità. Noi rigettiamo tutte queste accuse, che non hanno niente di concreto ma che spesso vengono rilanciate dai media.

L’Italia, come gli altri Stati dell’Eurozona, ha abdicato alla propria sovranità monetaria aderendo all’Euro. Il risultato è la dipendenza da ogni forma di potere esterno, dai mercati e la Bce fino agli Stati più forti. Ne abbiamo parlato con un economista critico verso l’attuale sistema monetario. Per cercare le possibili vie d’uscita.

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(Articolo pubblicato sul numero 4 – luglio/agosto 2013 di Barricate – L’informazione in movimento)

È possibile essere sovrani su un territorio e nel contempo essere schiavi pressoché di ogni potere esterno? È il paradosso nel quale si trova ogni giorno il popolo italiano, titolare ex Costituzione della sovranità e in realtà ‘confinato a bordo campo’, citando una canzone di qualche anno fa.

Tralasciamo per un momento la lieve invadenza sulla vita del nostro popolo di Chiesa, Massoneria, Stati Uniti, mafie, lobby industriali, lobby sindacali e chi più ne ha, più ne metta.

Concentriamoci invece su un aspetto che negli ultimi anni è diventato di importanza sempre crescente: il controllo della moneta.

Ora, della moneta e del suo funzionamento si sono occupate finora solo due categorie di persone.
E cioè: 1) Chi con la moneta ci lavora professionalmente (banchieri, economisti, grandi aziende, politici ecc.); 2) I cosiddetti ‘complottisti’, che su Internet denunciano da tempo quella che considerano una truffa ai danni dell’umanità, chiamata “signoraggio”. Che consiste nella differenza tra il valore nominale della moneta in termini di beni e servizi (es. tutto ciò che può essere acquistato con 100 euro) e il valore intrinseco della moneta all’atto dell’emissione dalla banca centrale (es. il costo di carta, inchiostro, lavorazione). Le banche centrali, spesso private, sono accusate di accumulare profitti ai danni degli Stati e dei cittadini, che si indebitano (impegnando beni reali) per farsi prestare, fondamentalmente, carta straccia.

Questo prima della crisi. Adesso, con l’avvento dell’Euro e la crescente influenza dell’Unione Europea, sommati alla scarsità di lavoro e ammortizzatori sociali, la questione monetaria è diventata un argomento di primo piano. Giornalisti, professori, membri delle istituzioni sempre più si interrogano se l’adesione alla moneta unica sia stata, o no, un bene per il nostro Paese.

Illustrazione di Elibee (www.elibee.net)

Illustrazione di Eli Bee (www.elibee.net)

Le leve della ricchezza di una nazione

Per sovranità monetaria si intende la capacità dello Stato di stampare una propria moneta, attraverso una Banca centrale nazionale o il ministero del Tesoro. In questo caso, è lo Stato a decidere quanta moneta immettere in circolo e quanta ritirarne, manipolando leve come l’inflazione e la spesa pubblica. Viceversa, quando non si ha moneta propria ma la si prende a prestito (come nel caso dell’Euro, che viene immesso dalla Banca centrale europea nei mercati di capitali privati), gli Stati sono costretti a procurarsela da chi la detiene, cioè investitori, banche, altri Stati e così via. Ne consegue che la capacità dello Stato in questione di essere ‘affidabile’ per restituire i prestiti e la sua ‘competitività’ sui mercati internazionali diventano questione di vita e di morte.

Nel senso letterale del termine perché, nel caso in cui il Paese rimanga a secco di prestiti, il risultato è non avere più i mezzi per pagare le spese necessarie alla cittadinanza, come stipendi di dipendenti pubblici e pensioni. Aggiungeteci le richieste di austerity che ci vengono dall’Europa anche grazie al Fiscal Compact, e si spiega perché lo Stato non può a norma di legge intervenire per salvare tutti quei poveracci che non riescono più a tirare avanti. E che crescono di giorno in giorno.

Per capire l’importanza della questione, potremmo citare l’aforisma attribuito al banchiere tedesco Mayer Amschel Rothschild (1744-1812), che osservò: “Datemi il controllo della moneta di una nazione e me ne infischierò di chi ne scriverà le leggi”.

Cercare soluzioni

Restando in tema di citazioni, due anni fa il premio Nobel per l’economia, Paul Krugman, affermava: “Adottando l’Euro l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo, che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica”.

Nel numero precedente, Barricate ha intervistato il giornalista Paolo Barnard, che riteneva che il problema della sovranità monetaria fosse da risolvere uscendo dalla moneta unica, tornando a stampare valuta nazionale e impostando politiche di stampo neokeynesiano per sostenere famiglie e imprese.
Sul sito del giornalista è possibile consultare il “Programma di salvezza economica per l’Italia”, stilato con gli economisti della scuola Memmt (Mosley Economic Modern Money Theory).

A livello politico, negli ultimi tempi si è interessato alla questione anche il Movimento 5 Stelle, che con un intervento alla Camera del deputato Carlo Sibilia, ha denunciato il fenomeno del signoraggio, chiedendo al presidente Letta, “uomo Bilderberg, come il suo predecessore Mario Monti e come il presidente della Bce, Mario Draghi” per quale motivo “se la moneta è di proprietà dei cittadini, dello Stato, banche private ce la prestano”.

Tra le realtà che si interessano del problema c’è l’Unione dei Movimenti, un progetto nato nel maggio 2012. I suoi promotori in alcuni comunicati denunciano “una deriva oligarchico-finanziaria del sistema, gestita da poteri e forze che hanno deviato la nostra democrazia e lo spirito della Costituzione”, tra cui “massonerie infiltratesi nei gangli delle istituzioni, delle professioni e dei poteri tramite ricatti e minacce”. Nel loro progetto per una nuova politica, prevedono “la sovranità monetaria e la nazionalizzazione della Banca d’Italia”.

Per questo numero, Barricate ha sentito uno dei suoi promotori, l’economista Nino Galloni, in passato direttore del Ministero del Lavoro e funzionario del Ministero del Bilancio.

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L’economista Nino Galloni, in passato direttore del Ministero del Lavoro

Intervista a Nino Galloni.

Dott. Galloni, sul tema della sovranità monetaria lei è molto critico verso la cessione che ne è stata fatta. Ci spiega il motivo?

La sovranità monetaria viene di solito esercitata dallo Stato o da un’istituzione che ne ha il potere e consiste nell’attribuire valore legale alla moneta. Ciò vuol dire che nessuno può rifiutarla per estinguere i propri crediti, nemmeno lo Stato. I cittadini potrebbero, in teoria, esercitare direttamente questa sovranità, in modo complementare o esclusivo.

Il problema è che oggi merci e servizi abbondano, mentre la moneta scarseggia anche per gli investimenti socialmente necessari.

Ciò significa che la sovranità monetaria è male amministrata. Gli Stati nazionali, come l’Italia, se ne sono privati, invece avevano solo il potere di delegarla a un’autorità sovraordinata come la Bce.
Quest’ultima ha garantito liquidità per migliaia di miliardi di euro alle banche (che li perdono in attività speculative assurde e poi fanno scarseggiare il credito all’economia reale), però nulla arriva alle imprese e alle famiglie.

Quindi, o la Bce riporta la moneta alla sua funzione, oppure non c’è stata delega di sovranità, ma la sua cancellazione, e questo gli Stati non potevano farlo. Se la Bce non esercita la sovranità monetaria per conto dei popoli e degli Stati, questi ultimi se la devono riprendere.

La questione della sovranità monetaria si lega a quella dell’economia italiana. Lei ha affermato che, a un certo punto, qualcuno ha voluto frenare l’espansione industriale del Paese. Chi è stato e perché?

Alla fine degli anni ’70 l’Italia stava avvicinando la Francia e preoccupava la stessa Germania, dopo aver superato l’Inghilterra. Questo grazie ad agevolazioni alle industrie private, sviluppo delle partecipazioni statali e valorizzazione delle capacità del nostro popolo. Eravamo competitivi, ma anche molto macchiati da corruzione, clientelismi e sprechi.

Così nel 1981 si decise di porre fine a tale situazione, senza preoccuparsi di travolgere anche il buono che c’era nella nostra economia, costringendo lo Stato a finanziare il proprio fabbisogno monetario ricorrendo direttamente al mercato (in realtà le grandi banche che ne approfittarono) senza la collaborazione della Banca d’Italia.

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Illustrazione di Eli Bee

Dopo una decina d’anni maturarono le condizioni che avrebbero portato all’Euro. Ma questo non sarebbe stato possibile se, dopo la caduta del muro di Berlino, la Germania non avesse rinunciato al marco e la Francia non avesse accettato la riunificazione tedesca in cambio di un indebolimento industriale e produttivo dell’Italia.

Nel corso del 1989 Mitterand e Kohl si erano messi d’accordo, in Italia, con gli stessi che avevano voluto interrompere gli investimenti pubblici e l’uso della leva del cambio (Carli, Ciampi, Confindustria, ecc.), ma l’ago della bilancia era Giulio Andreotti, passato da una posizione poco europeista a consentire il fatidico passaggio. Molti approfittarono, nel decennio successivo, della svendita del patrimonio pubblico a scandalosi prezzi di magazzino e l’Italia perse gran parte dei suoi strumenti industriali.

Lei è piuttosto critico anche verso questa Unione Europea. Cosa le contesta?

La evidente insensatezza e insostenibilità delle varie misure di austerity, che (vedi il MES e il Fiscal Compact) sono costosissime in termini produttivi, sociali e finanziari. Anche i vincoli di Maastricht erano arbitrari e assurdamente uguali per tutti: invece di tendere alla convergenza, mettevano sullo stesso piano chi aveva molte risorse da valorizzare (disoccupazione) e chi no.
La solita storia: il debole che diventa ancora più debole e il forte che diventa ancora più forte.

Se l’Italia decidesse di tornare alla moneta nazionale, cosa occorrerebbe fare poi?

Se l’Euro non riesce a finanziare quegli investimenti  che ci porteranno all’equilibrio economico sociale, allora è meglio tornare alle valute nazionali. Quindi, o i leader tornano ad aiutare i deboli, oppure ognuno per sé.

La difficoltà per l’Italia non sta nell’abbandonare l’Euro, gestire i debiti o predisporsi a una crescita dei prezzi delle importazioni necessarie (che sarebbero compensate da maggiori esportazioni e minori importazioni non necessarie), ma nel capire come questo esercito di disoccupati e precari non qualificati possa impegnarsi in modo produttivo.

Ovviamente dovremmo tornare alla situazione pre-81 e non a quella pre-Euro.

Lei ha ipotizzato anche soluzioni come il ricorso alla moneta complementare. L’Euro potrebbe convivere con una o più monete nazionali?

Sì, nel passato abbiamo avuto doppie e triple circolazioni monetarie: moneta internazionale, moneta nazionale, moneta dei piccoli acquisti.