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(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 4 maggio 2017)

Tra qualche giorno i francesi dovranno scegliere il loro presidente, e sebbene Macron sia dato da tutti per vincente, bisogna insistere nel ricordare quanto una sua vittoria sarebbe disastrosa non solo per la Francia, ma anche per l’Italia e l’Europa tutta.
I motivi sono nel programma del candidato “centrista” e nella sua stretta connessione con i peggiori poteri finanziari, oligarchici e mondialisti. Vale la pena rinfrescarci la memoria:

  • Macron è un banchiere, cresciuto nella scuderia dei Rothschild (quelli che Giulietto Chiesa chiama “i padroni universali”) ed è stato il ministro dell’Economia sotto Hollande. Dunque è un becero prodotto della finanza mondialista e non certo il “nuovo che avanza” come viene venduto dai media compiacenti;
  • Macron è il pupillo di Jacques Attali, uno dei tecnocrati dietro il progetto europeo, che lo ha introdotto ai meeting del Bilderberg nel 2014, poco prima della sua (casuale) nomina a ministro dell’Economia. Attali è tristemente noto per la frase: “Cosa credeva la plebaglia europea, che l’Euro fosse stato fatto per la loro felicità”?
  • Da ministro, Macron è stato l’autore della famigerata Loi Travail, l’equivalente francese del Jobs Act renziano. E’ quindi perfettamente in linea con l’idea di “riforme” all’insegna di austerità e flessibilità del lavoro tipiche della Troika e del neoliberismo;
  • Macron è un fervente europeista, che chiede più Europa e non toccherebbe l’Euro nemmeno sotto tortura. Ogni sua promessa di riformare l’Ue per i popoli è credibile quanto quelle di Renzi;
  • In linea con i dettami di Soros, Macron non ha il minimo senso della nazione o del popolo francese; nello “spazio francese” può entrare chiunque e le tradizioni e culture locali non hanno alcun peso. Così via all’immigrazione selvaggia, alla globalizzazione senza regole, alla distruzione delle identità nazionali, all’islamizzazione progressiva dell’Europa: tutto ciò che andrebbe combattuto e regolato verrebbe invece rafforzato all’ennesima potenza;
  • Macron si è espresso più volte contro Putin e per l’intervento francese in Siria, per la felicità della Nato e dei guerrafondai del financial-military-industrial complex;
  • Macron è – come Hillary Clinton – appoggiato da tutti i principali partiti francesi, dai “mercati” (leggasi speculatori finanziari), da Obama, da Juncker, dalla Merkel, dai media “politicamente corretti”: in poche parole, dall’establishment.

Per questi motivi Macron rappresenta tutto ciò contro cui i sovranisti, populisti, anticapitalisti, antiliberisti e antimperialisti dovrebbero scagliarsi. Invece questo clamoroso pupazzo delle oligarchie è dato per vincente. Perché?
Perché dall’altra parte c’è Marine Le Pen. La “fascista”, “razzista”, “populista” Le Pen.
E tanto basta a molti moderati e “populisti di sinistra” (che magari condividono l’80% del suo programma, come testimonia l’exploit di Mèlenchon) per votare Macron o – al limite – astenersi.

Se si guarda al programma della Le Pen si noterà infatti come molte misure sono volte proprio a contrastare la desovranizzazione degli Stati nazionali messi in opera dal capitale finanziario da anni.
La Le Pen vuole un referendum sull’uscita dalla Ue; il ritorno al franco mantenendo una moneta per gli scambi internazionali tipo l’Ecu; dare priorità ai francesi sulle prestazioni sociali, instaurare un tetto massimo per gli immigrati ed espellere gli stranieri vicini alle organizzazioni radicali (e Dio sa quanto la Francia ne avrebbe bisogno); è per il dialogo con Putin e l’uscita dalla Nato; è per il rifiuto dei trattati neoliberisti quali Ttip e Ceta, per l’abolizione della Loi Travail e per l’adozione di misure protezioniste in economia; è – in definitiva – per il recupero delle sovranità nazionali e per la lotta ai desiderata dei grandi gruppi finanziari e industriali mondialisti. Esattamente ciò di cui si ha bisogno in questo momento, e su cui anche la sinistra “populista” potrebbe essere d’accordo se si esclude il divisivo tema dell’immigrazione di massa (come se pure questo non fosse un fenomeno sospinto dai globalisti come Soros, e in questi giorni particolarmente caldo per l’emergere di crescenti sospetti e prove della collusione tra scafisti libici e Ong “umanitarie”).

Insomma, le chiacchiere stanno a zero: chi vuole contrastare lo strapotere finanziario neoliberista, in Francia deve votare (o tifare) Le Pen. Non farlo significa consegnare l’Europa al dominio dei banchieri, della Troika, delle oligarchie psicopatiche e guerrafondaie, e dell’austerità perenne.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 26 aprile 2017)

Come previsto si è concretizzato in Francia il più scontato dei ballottaggi, nonché il più desiderato dai mercati finanziari. Come si può far passare un candidato impresentabile come Macron (banchiere, ex collaboratore dei Rothschild, partecipante nel 2014 a un meeting Bilderberg, ultraeuropeista, pro globalizzazione e immigrazione selvaggia, pro Nato, anti Russia e per l’intervento in Siria) se non opponendogli un avversario “ancora più impresentabile” come Marine Le Pen? E’ lo stesso gioco portato avanti negli Usa con Trump e Hillary, e che sarà replicato in Italia con Pd e M5S da una parte (entrambi europeisti, ed euroscettici solo di facciata) e Salvini/Meloni dall’altra.

Il sistema neoliberista, finanziario, globalista ed europeista sa di essere impopolare e alla canna del gas, quindi la sua unica possibilità di sopravvivenza risiede nell’individuare degli avversari che, per quanto portatori di istanze corrette e condivisibili, risultino sgraditi, antipatici, repellenti all’elettore medio e moderato.
Così, sebbene Marine Le Pen e Matteo Salvini pongano questioni molto serie cui cercano di dare risposte (come la volontà di rottura con le istituzioni europee e il ritorno alle sovranità nazionali, o il rifiuto di una immigrazione sempre più fuori controllo e con ogni probabilità pilotata dall’alto), in molti non li voteranno per il loro retaggio di estrema destra (Le Pen) e per le ataviche contrapposizioni Nord-Sud (Salvini). Il che fa esattamente il gioco del vero fascismo dei nostri tempi, che è quello neoliberista, finanziario, globalista ed europeista.

Nell’articolo precedente si era detto come il ballottaggio perfetto sarebbe stato quello tra Le Pen e Melènchon, i due candidati più vicini alla gente comune e anti-sistema. Macron è invece in modo grossolano e spudorato il candidato delle oligarchie, e solo dei gonzi possono pensare che “l’uno o l’altro, non fa differenza”.
La vittoria della Le Pen aprirebbe perlomeno alla possibilità che la Francia abbandoni l’Euro e l’Unione Europea, causando una reazione a catena che porterebbe alla fine dell’incubo europeista, della dittatura della Troika e al ritorno delle sovranità nazionali, da quella monetaria a quella sui confini, fino al rifiuto dei trattati neoliberisti (come il Ceta) e delle politiche di globalizzazione economica, con il ripristino di misure protezioniste e di welfare state a favore di disoccupati, lavoratori e piccole e medie imprese, tutti elementi impossibili in costanza di trattati europei e permanenza nella moneta unica. Con Macron invece si ha la CERTEZZA che nulla cambierà, se non in peggio, e non solo per la Francia, ma per l’Europa tutta. Noi inclusi.

Per cui, tutti coloro che non sono tra i (pochi) ricchi beneficiari della globalizzazione e delle assurde regole europee, oggi devono tifare Le Pen, in primis per buttare giù il mostro europeista e neoliberista. In un secondo tempo si penserà a individuare governi nazionali più graditi all’elettore “moderato” (quello che magari, per l’Italia, si informa sfogliando Repubblica e guardando i tiggì… capirai).

Un’ultima nota per le “anime belle di sinistra” che, per orrore della Le Pen invitano all’astensione: è proprio per questo tipo di imbecillità che il sistema di oppressione neoliberista rischia di campare cent’anni, perché quando finalmente si affaccia un candidato che potrebbe porre fine all’incubo europeista, il sinistrato medio si ritrae e lascia campo libero ai candidati dell’establishment, già sostenuti da tutti i media a reti unificate, proprio quando servirebbe una grande mobilitazione popolare per il candidato che può far saltare il banco. In questo modo i “duri e puri di sinistra” diventano gli “utili idioti del Capitale” come li ha ribattezzati Fusaro.
E a chi contesta che la Le Pen sarebbe “razzista con i migranti” bisogna dire di svegliarsi: l’immigrazione di massa è un altro strumento dei grandi capitalisti per distruggere le identità nazionali, favorire gli Stati Uniti d’Europa e fare a pezzi i diritti dei lavoratori, creando un esercito di schiavi in perenne precarietà e competizione tra loro. Per non parlare dei ricchi profitti dei trafficanti di uomini, sempre più in combutta con Ong sponsorizzate da miliardari tipo Soros, e del business dell’ “accoglienza” di cui sappiamo fin da Mafia Capitale.
E’ ora di finirla con slogan e baggianate da libro Cuore e proporre soluzioni serie.

Panama Pap(Articolo pubblicato sul sito web “Oltre le Barricate” il 7/4/2016) 

Mentre in Italia il Governo dei Lobbisti Non Eletti è al centro della bufera per il caso Guidi e il Totalgate (sebbene media filogovernativi e partiti di maggioranza cerchino in tutti i modi di minimizzare, fingendo di credere che nessuno al governo sapesse del conflitto di interessi del ministro e del suo compagno, ragion per cui ci sarebbe materiale per il seguito di Spaceballs – Balle spaziali), ecco che arriva un documento di sicuro interesse, i Panama Papers.

Si tratta per la precisione di una “fuga di documenti” (ben 11,5 milioni) messa in atto da un “informatore anonimo”, provenienti dallo studio di consulenza finanziaria Mossack Fonseca (fondato e con quartier generale a Panama), specializzato nella creazione di società off-shore.
Tramite questi documenti è stato possibile rintracciare più di 214mila società create, per eludere il fisco, da importanti personaggi di tutto il mondo: politici, uomini d’affari, celebrità di sport e spettacolo, oltre che da banche (550 quelle citate finora, tra cui Unicredit e Ubi).

Tra i leader politici coinvolti, ci sono i primi ministri di Islanda e Pakistan, i presidenti di Ucraina e Argentina, il re del Marocco e dell’Arabia Saudita, uomini vicini al presidente russo Putin, almeno otto tra membri, attuali e passati, dei vertici del Partito comunista cinese, il padre (deceduto) del premier del Regno Unito Cameron, i leader di ultradestra francesi Jean Marie e Marine Le Pen.

Negli ultimi giorni i media si sono affannati a sottolineare, come al solito, quanto siano compromessi da queste rivelazioni personaggi vicini a Putin, che ovviamente è sempre il primo imputato per tutti i mali del pianeta, peste bubbonica inclusa. Del resto lo diceva il noto giornalista tedesco Udo Ulfkotte che le principali testate occidentali sono al servizio della Cia, quindi non c’è molto da stupirsi.

La prima testa a cadere dopo la pubblicazione dei files è stata quella del premier islandese Sigmundur Gunnlaugsson, costretto alle dimissioni da una folla inferocita (a proposito, in Italia quando?). Lo stesso Gunnlaugsson che, nel 2015, comunicò il ritiro della domanda di adesione all’Ue. A rischio ora anche altri leader “euroscettici”, come i Le Pen e David Cameron, che ha di recente proposto un referendum per decidere se la Gran Bretagna deve restare o no nell’Ue. Strani i casi della vita.

Quello che viene fuori adesso, secondo Wikileaks, è che la fuga di notizie è stata organizzata dall’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP) e finanziata dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) e il fondo del multimilionario George Soros, noto promotore di iniziative antisovietiche . Rivelazioni confermate dal governo Usa, che ha ammesso il finanziamento al OCCRP tramite l’agenzia Usaid.

Già Fulvio Scaglione, il vicedirettore di Famiglia Cristiana, aveva definito i Panama Papers come esempio di “pessimo giornalismo” e pilotati da una “direttiva politica“, proprio per la carenza di importanti nomi statunitensi e britannici nei documenti resi pubblici.

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Il multimilionario George Soros

Inoltre è molto interessante ciò che scrive Pino Cabras: “La manina, che rimane segreta e non chiede un dollaro in cambio, affida tutto alla redazione di Süddeutsche Zeitung, quotidiano di Monaco di Baviera edito da una casa editrice legata alle principali conglomerate editoriali tedesche. Il materiale, tuttavia, è troppo voluminoso anche per un grande giornale.
I redattori ricorrono perciò all’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), una rete che mette insieme 190 giornalisti di oltre 65 Paesi, ed è l’emanazione internazionale di un’organizzazione basata negli Stati Uniti d’America, il Center for Public Integrity, che vanta tra i suoi finanziatori le principali fondazioni delle grandi famiglie capitalistiche americane, compresi i Rockefeller, i Rothschild, la Open Society di Soros, e altri super-filantropi di peso paragonabile. Il consorzio dei giornalisti investigativi è insomma alimentato dal cupolone dei padroni universali, gli stessi che i Papers non nominano, i medesimi che guidano affari opachi e speculazioni su una scala enormemente maggiore rispetto a quanto emerso dalle carte panamensi. 
Come mai un cenacolo di straricchi capaci di muovere vagonate di miliardi con un solo clic, senza battere ciglio si mette a finanziare proprio i giornalisti che quasi ogni anno tirano fuori grosse inchieste contro i paradisi fiscali? Anche qui: si tratta di un’anomalia, ma è improbabile che si tratti di un caso.

Insomma, ecco spiegato perché, dalla massa dei documenti, non saltano fuori importanti nomi della finanza e dell’economia Usa. E come tutto alla fine si risolva nel solito attacco a Putin e ad altri obiettivi politici dell’Impero e dei suoi manovratori.

L’Italia, come gli altri Stati dell’Eurozona, ha abdicato alla propria sovranità monetaria aderendo all’Euro. Il risultato è la dipendenza da ogni forma di potere esterno, dai mercati e la Bce fino agli Stati più forti. Ne abbiamo parlato con un economista critico verso l’attuale sistema monetario. Per cercare le possibili vie d’uscita.

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(Articolo pubblicato sul numero 4 – luglio/agosto 2013 di Barricate – L’informazione in movimento)

È possibile essere sovrani su un territorio e nel contempo essere schiavi pressoché di ogni potere esterno? È il paradosso nel quale si trova ogni giorno il popolo italiano, titolare ex Costituzione della sovranità e in realtà ‘confinato a bordo campo’, citando una canzone di qualche anno fa.

Tralasciamo per un momento la lieve invadenza sulla vita del nostro popolo di Chiesa, Massoneria, Stati Uniti, mafie, lobby industriali, lobby sindacali e chi più ne ha, più ne metta.

Concentriamoci invece su un aspetto che negli ultimi anni è diventato di importanza sempre crescente: il controllo della moneta.

Ora, della moneta e del suo funzionamento si sono occupate finora solo due categorie di persone.
E cioè: 1) Chi con la moneta ci lavora professionalmente (banchieri, economisti, grandi aziende, politici ecc.); 2) I cosiddetti ‘complottisti’, che su Internet denunciano da tempo quella che considerano una truffa ai danni dell’umanità, chiamata “signoraggio”. Che consiste nella differenza tra il valore nominale della moneta in termini di beni e servizi (es. tutto ciò che può essere acquistato con 100 euro) e il valore intrinseco della moneta all’atto dell’emissione dalla banca centrale (es. il costo di carta, inchiostro, lavorazione). Le banche centrali, spesso private, sono accusate di accumulare profitti ai danni degli Stati e dei cittadini, che si indebitano (impegnando beni reali) per farsi prestare, fondamentalmente, carta straccia.

Questo prima della crisi. Adesso, con l’avvento dell’Euro e la crescente influenza dell’Unione Europea, sommati alla scarsità di lavoro e ammortizzatori sociali, la questione monetaria è diventata un argomento di primo piano. Giornalisti, professori, membri delle istituzioni sempre più si interrogano se l’adesione alla moneta unica sia stata, o no, un bene per il nostro Paese.

Illustrazione di Elibee (www.elibee.net)

Illustrazione di Eli Bee (www.elibee.net)

Le leve della ricchezza di una nazione

Per sovranità monetaria si intende la capacità dello Stato di stampare una propria moneta, attraverso una Banca centrale nazionale o il ministero del Tesoro. In questo caso, è lo Stato a decidere quanta moneta immettere in circolo e quanta ritirarne, manipolando leve come l’inflazione e la spesa pubblica. Viceversa, quando non si ha moneta propria ma la si prende a prestito (come nel caso dell’Euro, che viene immesso dalla Banca centrale europea nei mercati di capitali privati), gli Stati sono costretti a procurarsela da chi la detiene, cioè investitori, banche, altri Stati e così via. Ne consegue che la capacità dello Stato in questione di essere ‘affidabile’ per restituire i prestiti e la sua ‘competitività’ sui mercati internazionali diventano questione di vita e di morte.

Nel senso letterale del termine perché, nel caso in cui il Paese rimanga a secco di prestiti, il risultato è non avere più i mezzi per pagare le spese necessarie alla cittadinanza, come stipendi di dipendenti pubblici e pensioni. Aggiungeteci le richieste di austerity che ci vengono dall’Europa anche grazie al Fiscal Compact, e si spiega perché lo Stato non può a norma di legge intervenire per salvare tutti quei poveracci che non riescono più a tirare avanti. E che crescono di giorno in giorno.

Per capire l’importanza della questione, potremmo citare l’aforisma attribuito al banchiere tedesco Mayer Amschel Rothschild (1744-1812), che osservò: “Datemi il controllo della moneta di una nazione e me ne infischierò di chi ne scriverà le leggi”.

Cercare soluzioni

Restando in tema di citazioni, due anni fa il premio Nobel per l’economia, Paul Krugman, affermava: “Adottando l’Euro l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo, che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica”.

Nel numero precedente, Barricate ha intervistato il giornalista Paolo Barnard, che riteneva che il problema della sovranità monetaria fosse da risolvere uscendo dalla moneta unica, tornando a stampare valuta nazionale e impostando politiche di stampo neokeynesiano per sostenere famiglie e imprese.
Sul sito del giornalista è possibile consultare il “Programma di salvezza economica per l’Italia”, stilato con gli economisti della scuola Memmt (Mosley Economic Modern Money Theory).

A livello politico, negli ultimi tempi si è interessato alla questione anche il Movimento 5 Stelle, che con un intervento alla Camera del deputato Carlo Sibilia, ha denunciato il fenomeno del signoraggio, chiedendo al presidente Letta, “uomo Bilderberg, come il suo predecessore Mario Monti e come il presidente della Bce, Mario Draghi” per quale motivo “se la moneta è di proprietà dei cittadini, dello Stato, banche private ce la prestano”.

Tra le realtà che si interessano del problema c’è l’Unione dei Movimenti, un progetto nato nel maggio 2012. I suoi promotori in alcuni comunicati denunciano “una deriva oligarchico-finanziaria del sistema, gestita da poteri e forze che hanno deviato la nostra democrazia e lo spirito della Costituzione”, tra cui “massonerie infiltratesi nei gangli delle istituzioni, delle professioni e dei poteri tramite ricatti e minacce”. Nel loro progetto per una nuova politica, prevedono “la sovranità monetaria e la nazionalizzazione della Banca d’Italia”.

Per questo numero, Barricate ha sentito uno dei suoi promotori, l’economista Nino Galloni, in passato direttore del Ministero del Lavoro e funzionario del Ministero del Bilancio.

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L’economista Nino Galloni, in passato direttore del Ministero del Lavoro

Intervista a Nino Galloni.

Dott. Galloni, sul tema della sovranità monetaria lei è molto critico verso la cessione che ne è stata fatta. Ci spiega il motivo?

La sovranità monetaria viene di solito esercitata dallo Stato o da un’istituzione che ne ha il potere e consiste nell’attribuire valore legale alla moneta. Ciò vuol dire che nessuno può rifiutarla per estinguere i propri crediti, nemmeno lo Stato. I cittadini potrebbero, in teoria, esercitare direttamente questa sovranità, in modo complementare o esclusivo.

Il problema è che oggi merci e servizi abbondano, mentre la moneta scarseggia anche per gli investimenti socialmente necessari.

Ciò significa che la sovranità monetaria è male amministrata. Gli Stati nazionali, come l’Italia, se ne sono privati, invece avevano solo il potere di delegarla a un’autorità sovraordinata come la Bce.
Quest’ultima ha garantito liquidità per migliaia di miliardi di euro alle banche (che li perdono in attività speculative assurde e poi fanno scarseggiare il credito all’economia reale), però nulla arriva alle imprese e alle famiglie.

Quindi, o la Bce riporta la moneta alla sua funzione, oppure non c’è stata delega di sovranità, ma la sua cancellazione, e questo gli Stati non potevano farlo. Se la Bce non esercita la sovranità monetaria per conto dei popoli e degli Stati, questi ultimi se la devono riprendere.

La questione della sovranità monetaria si lega a quella dell’economia italiana. Lei ha affermato che, a un certo punto, qualcuno ha voluto frenare l’espansione industriale del Paese. Chi è stato e perché?

Alla fine degli anni ’70 l’Italia stava avvicinando la Francia e preoccupava la stessa Germania, dopo aver superato l’Inghilterra. Questo grazie ad agevolazioni alle industrie private, sviluppo delle partecipazioni statali e valorizzazione delle capacità del nostro popolo. Eravamo competitivi, ma anche molto macchiati da corruzione, clientelismi e sprechi.

Così nel 1981 si decise di porre fine a tale situazione, senza preoccuparsi di travolgere anche il buono che c’era nella nostra economia, costringendo lo Stato a finanziare il proprio fabbisogno monetario ricorrendo direttamente al mercato (in realtà le grandi banche che ne approfittarono) senza la collaborazione della Banca d’Italia.

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Illustrazione di Eli Bee

Dopo una decina d’anni maturarono le condizioni che avrebbero portato all’Euro. Ma questo non sarebbe stato possibile se, dopo la caduta del muro di Berlino, la Germania non avesse rinunciato al marco e la Francia non avesse accettato la riunificazione tedesca in cambio di un indebolimento industriale e produttivo dell’Italia.

Nel corso del 1989 Mitterand e Kohl si erano messi d’accordo, in Italia, con gli stessi che avevano voluto interrompere gli investimenti pubblici e l’uso della leva del cambio (Carli, Ciampi, Confindustria, ecc.), ma l’ago della bilancia era Giulio Andreotti, passato da una posizione poco europeista a consentire il fatidico passaggio. Molti approfittarono, nel decennio successivo, della svendita del patrimonio pubblico a scandalosi prezzi di magazzino e l’Italia perse gran parte dei suoi strumenti industriali.

Lei è piuttosto critico anche verso questa Unione Europea. Cosa le contesta?

La evidente insensatezza e insostenibilità delle varie misure di austerity, che (vedi il MES e il Fiscal Compact) sono costosissime in termini produttivi, sociali e finanziari. Anche i vincoli di Maastricht erano arbitrari e assurdamente uguali per tutti: invece di tendere alla convergenza, mettevano sullo stesso piano chi aveva molte risorse da valorizzare (disoccupazione) e chi no.
La solita storia: il debole che diventa ancora più debole e il forte che diventa ancora più forte.

Se l’Italia decidesse di tornare alla moneta nazionale, cosa occorrerebbe fare poi?

Se l’Euro non riesce a finanziare quegli investimenti  che ci porteranno all’equilibrio economico sociale, allora è meglio tornare alle valute nazionali. Quindi, o i leader tornano ad aiutare i deboli, oppure ognuno per sé.

La difficoltà per l’Italia non sta nell’abbandonare l’Euro, gestire i debiti o predisporsi a una crescita dei prezzi delle importazioni necessarie (che sarebbero compensate da maggiori esportazioni e minori importazioni non necessarie), ma nel capire come questo esercito di disoccupati e precari non qualificati possa impegnarsi in modo produttivo.

Ovviamente dovremmo tornare alla situazione pre-81 e non a quella pre-Euro.

Lei ha ipotizzato anche soluzioni come il ricorso alla moneta complementare. L’Euro potrebbe convivere con una o più monete nazionali?

Sì, nel passato abbiamo avuto doppie e triple circolazioni monetarie: moneta internazionale, moneta nazionale, moneta dei piccoli acquisti.