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(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 12 luglio 2017)

Quando si riflette sul futuro della razza umana e del pianeta, tanti sono i motivi di potenziale preoccupazione. Il surriscaldamento globale, l’inquinamento in tutte le sue forme, la distruzione delle specie animali e vegetali, la radioattività rilasciata da Fukushima nell’Oceano Pacifico (che non accenna a fermarsi dopo 6 lunghi anni) sono tutte questioni che dovrebbero indurci a chiederci se sia sostenibile la direzione nella quale l’umanità si sta dirigendo.
A tutti questi elementi ne va aggiunto un altro, spesso considerato tabù: la crescente sovrappopolazione. Se associazioni paramassoniche come la Commissione Trilaterale hanno avuto la colpa di aver favorito costantemente l’interesse di pochi super-ricchi contro l’interesse generale della popolazione, d’altra parte hanno centrato un problema che sarà sempre più pressante in futuro: con il miglioramento delle condizioni igieniche, dell’alimentazione e delle cure mediche, la popolazione umana ha avuto negli ultimi due secoli un boom demografico mai visto nei millenni precedenti.
E il trend non sembra arrestabile, specie per il contributo dei Paesi africani.

E’ chiaro che questo pone problemi di rapporto tra popolazione e risorse naturali non di poco conto.
Se è vero, infatti, che la moneta è virtuale e convenzionale per sua natura, e quindi potenzialmente illimitata, le risorse naturali sono invece, per quanto abbondanti, limitate. Pertanto non è possibile, pur con tutta la buona volontà, garantire benessere e risorse in abbondanza ad un numero sempre crescente di individui.
Prendiamo l’Overshoot Day. Ogni anno, il consumo delle risorse prodotte dalla Natura nel corso dell’anno avviene sempre prima, per la voracità e il numero degli esseri umani. Già oggi per soddisfare la domanda globale e annuale di risorse servirebbero 1,6 pianeti Terra.
Si intende che i consumi occidentali, quelli della fascia opulenta del mondo, sono di gran lunga più ampi di quelli della fascia più povera. La ricchezza e le risorse si distribuiscono sempre più in poche mani, per cui ormai gli 8 uomini più ricchi del pianeta posseggono la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale, ben 3,6 miliardi di persone. Contro queste ingiustizie enormi bisogna reagire, ponendo dei limiti alla ricchezza individuale.
Allo stesso modo si deve intervenire sugli sprechi, per i quali ogni giorno vengono gettati 1.3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile, la quantità necessaria a sfamare 3,2 miliardi di persone malnutrite in tutto il mondo. Di fronte a queste assurdità, sembra veramente retorico parlare di sovrappopolazione.

Eppure un problema non esclude l’altro. Quand’anche si riuscisse a porre dei limiti alla concentrazione privata dei capitali e delle risorse, e si limitassero al massimo gli sprechi redistribuendo le risorse nel modo più efficiente (il che è certamente auspicabile, e dovrebbe essere il vero obiettivo della scienza economica), tuttavia si dovrebbe comunque fronteggiare una popolazione in continua crescita e desiderosa ovunque di consumare secondo lo stile occidentale.
La soluzione, come già individuata da Aldous Huxley ne “Ritorno al Mondo Nuovo” (1953) è in forme di controllo delle nascite, associate ad un miglioramento ovunque degli standard igienici, alimentari, di educazione sessuale e della disponibilità dei contraccettivi. In pratica bisognerebbe stabilizzare o ridurre progressivamente la popolazione mondiale rendendo ogni gravidanza un atto volontario e consapevole, incentivando nel frattempo contraccezione e aborto per tutte quelle non volute.
E’ chiaro che questo causerebbe grossi attriti con le principali religioni mondiali (Cattolicesimo e Islam in primis), ma a questo punto è anche chiaro che gli aspetti più oscurantisti e retrivi del pensiero religioso dovranno essere superati senza indugi.
Questo punto riguarda l’Italia in modo più limitato, data la già bassissima natalità nel nostro Paese, la crisi economica, la fuga di massa dei nostri connazionali all’estero e una invasione di immigrati voluta dal Pd e dai suoi danti causa che fa piuttosto sospettare la volontà di estinguere l’autentico popolo italiano, sostituendolo con una brodaglia meticcia. A tutto ciò si aggiunga la folle frenesia del governo sulle vaccinazioni di massa, che potrebbe indurre ulteriori coppie a non procreare per paura delle reazioni avverse.

A una riduzione controllata e pacifica della popolazione dovrebbe corrispondere però una migliore redistribuzione delle risorse globali, in modo da essere di meno ma passarsela meglio. L’alternativa è una riduzione traumatica della popolazione tramite guerre, malattie o carestie, oppure una feroce lotta di tutti contro tutti per risorse sempre più limitate. Non credo nessuno voglia assistere a questi ultimi scenari.
Un’altra possibilità potrebbe essere quella di inviare coloni su altri pianeti abitabili, se e quando la tecnologia ce lo permetterà.

In definitiva, l’essere umano dovrebbe imparare in fretta a:

1) Vivere in armonia col pianeta e le specie viventi, adottando uno stile di vita il più ecosostenibile possibile. E quindi inquinare di meno, privilegiare le energie rinnovabili e i materiali biodegradabili, consumare meno carne e pesce, sprecare meno risorse etc.;

2) Mettere al mondo figli in modo più limitato e consapevole, insegnandogli il rispetto della Natura come al punto precedente;

3) Favorire in tutti i modi una più equa redistribuzione delle risorse globali, in modo da essere meno ma passarsela meglio.

Adottare questa nuova mentalità, in un mondo dilaniato da guerre, avidità, interessi feroci, violenza, sete illimitata di potere e resistenze di ogni genere non sarà facile, ma è anche l’unica via percorribile per una società futura orientata al buon senso.

Perché non deve essere solo l’Oms a farci ridurre il consumo

Pork

(Articolo pubblicato su Barricate – L’informazione in movimento, il 12/11/2015) 

Il recente allarme lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sui pericoli derivanti dal mangiare carne (specialmente insaccati e sughi pronti, un po’ meno per le carni rosse), si inserisce in un dibattito sulla consapevolezza alimentare iniziato da tempo, specialmente in Rete. Gli effetti nocivi di certi tipi di carne non sono nuovi a chi si informa in modo attento, ma la scelta di ridurne il consumo non deve essere legata solo al fatto (già di per sé più che sufficiente) che l’alimento non sia salutare. Si può infatti obiettare che la carne di qualità, allevata secondo metodi più naturali e sani, non sia così dannosa. E l’argomento sarebbe corretto.

I problemi legati al consumo di carne – come per tutte le cose – sono strettamente legati al suo abuso, e all’eccessiva richiesta dell’alimento. Gli allevamenti intensivi rispondono proprio a questa smodata richiesta di carne a buon mercato, con tutte le conseguenze che ne derivano.

Per chi non sa cosa accade negli allevamenti intensivi di maiali, mucche, polli e tacchini, consiglio l’ottimo libro di Jonathan Safran Foer, “Se niente importa”, che descrive in modo dettagliato la realtà disgustosa degli allevamenti negli Usa.

Dalla dissezione degli animali ancora vivi e coscienti al confezionamento di polli e tacchini sporchi e ripieni di feci, dall’alimentazione degli animali con mangime di scarsissima qualità alla imbottitura che gli viene somministrata di farmaci e ormoni, fino alle violenze compiute su di loro, che spesso vivono in spazi ristrettissimi, senza luce né aria, con le ossa rotte e i muscoli intorpiditi, il libro porta il lettore in una galleria degli orrori dopo i quali è difficile assaporare un pezzo di carne come prima. Non a caso, dice Safran Foer, l’industria alimentare fa di tutto per tenere nascosti al pubblico i metodi impiegati nell’allevamento e macellazione degli animali, ben sapendo l’impatto che questa consapevolezza avrebbe sugli ignari consumatori.

Foer

La copertina del libro di Jonathan Safran Foer, versione inglese e italiana

Anche questa crescente coscienza è alla base dell’aumento del numero dei vegani nel mondo, che come sappiamo non mangiano carne, pesce né altri derivati animali come latte e uova, essendo a conoscenza dei maltrattamenti subiti dagli animali negli allevamenti intensivi e della nocività per la salute dei prodotti che ne derivano.

Quindi la questione del non consumare carne (o ridurla, come il pesce e altri derivati animali) si lega strettamente non solo all’impatto che questo prodotto ha sulla salute umana (la cui negatività è ormai piuttosto provata) ma anche a motivazioni di tipo etico, una volta approfondita la orribile realtà di questo tipo di allevamenti, che ormai rappresentano la norma nell’industria alimentare globale.

Come se non bastassero le motivazioni sanitarie e quelle etiche, a dare ragione a coloro che chiedono una riduzione nel consumo complessivo di carne si aggiungono le motivazioni ambientali. Gli allevamenti intensivi, infatti, rappresentano la seconda causa per importanza del surriscaldamento climatico dopo l’elettrificazione degli edifici, come riportato da Jeremy Rifkin – tra gli altri – in “La civiltà dell’empatia”.

Ridurne il consumo, quindi, aiuterebbe anche a disinnescare una delle principali minacce per il futuro prossimo dell’umanità.

E’ importante sottolineare che non basta mangiare meno carne per avere una dieta salutare: l’epidemiologo Franco Berrino ha spiegato bene quali sono le principali cause di cancro, e come alimentarsi per evitarlo: cerali integrali, legumi, frutta e verdura biologiche sono alla base di una alimentazione corretta. Alimenti come carne, pesce e latticini vanno ridotti in modo considerevole, assieme a farina, zucchero e sale raffinati.

Senza dimenticare che la qualità dell’aria che respiriamo e dell’ambiente che ci circonda sono altrettanto importanti di quello che ingeriamo, quindi la lotta per una buona alimentazione si lega inevitabilmente alla lotta per mantenere l’aria pulita e l’ambiente non contaminato.

Infine una riflessione sul consumismo imperante: come già rilevato nell’ultimo articolo di Barricate sul surriscaldamento climatico, un altro dei problemi per il futuro prossimo sarà la sovrappopolazione collegata al consumo eccessivo delle risorse. Il mondo non può sostenere oltre 7 miliardi di avidi consumatori, né si può permettere che la gente muoia di fame.

La soluzione è ridurre consapevolmente la popolazione e i consumi, facendo meno figli ed adottando uno stile di vita più ecosostenibile. Pensare di moltiplicarsi all’infinito e divorare in modo sconsiderato le risorse del mondo è stupido e arrogante. Occorre quindi ristabilire un’etica di armonia ed equilibrio con il pianeta, mettendo da parte la visione biblica e capitalista di sfruttamento selvaggio della Madre Terra e delle sue risorse.

Natura vs industria

(Articolo pubblicato su “Barricate – L’informazione in movimento” il 16/9/2015)

Ho da qualche giorno finito di leggere “Una rivoluzione ci salverà” di Naomi Klein (titolo originale: “This changes everything”), e il libro centra perfettamente quella che è la sfida più grande per il futuro prossimo dell’umanità. La Klein rileva come, per evitare una crescita della temperatura di più di 2 gradi entro la fine del secolo e tutti i disastri che ne deriverebbero (sotto forma di terremoti, inondazioni, carestie, immigrazioni di massa, città sommerse, ondate di calore estremo), occorre ripensare radicalmente l’attuale sistema socio-economico, riducendo rapidamente la nostra dipendenza dai combustibili fossili e aumentando il nostro utilizzo di energie rinnovabili. Questo rapido cambiamento, seppur necessario, è tuttavia ostacolato dalle potenti lobby dei combustibili fossili, che non vogliono perdere le loro ingenti fonti di profitto, a volte aiutate dalle stesse organizzazioni “verdi”. Ad opporsi a questa inversione di marcia è anche il sistema del capitalismo neoliberista in sé: operare una conversione sostenibile dell’economia mondiale implica dare grande potere di regolare l’economia agli Stati e agli organismi sovranazionali, il che vuol dire porre fine alla deregolamentazione dei mercati e delle attività economiche – uno dei pilastri della dottrina neoliberista – e fermare le ondate di privatizzazioni, riportando al centro l’importanza del settore pubblico. Per questo la Klein insiste sulla necessità di una “inversione a U”: il capitalismo, come lo conosciamo adesso, deve radicalmente essere modificato se si vogliono operare quei cambiamenti che la sconfortante agenda climatica ci impone.

Per andare verso il disastro, dice la Klein, è sufficiente invece “continuare sulla strada che abbiamo intrapreso finora”.

Il tema del cambiamento climatico si lega anche ai temi della sovrappopolazione e della futura scarsità di risorse. Un altro mito della economia contemporanea è quello della crescita eterna. La Terra, invece, ci dice che le risorse sono limitate, e che ogni anno consumiamo il budget di risorse rinnovabili messe a disposizione dal pianeta sempre prima (quest’anno l’”Overshoot Day” è stato il 13 agosto, l’anno scorso fu il 19), andando ad intaccare quelle accumulate nel corso di secoli.

Naomi KleinPer impedire che in futuro semplicemente non ci siano risorse sufficienti e si inasprisca una vera e propria guerra di tutti contro tutti, occorre ridurre l’impatto degli esseri umani sul pianeta e sulle sue risorse. Questo è possibile solo in due modi (se si vogliono evitare quelli più spiacevoli, come guerre, carestie ed epidemie): facendo meno figli e consumando meno risorse. Proprio il contrario di quello che ci dicono di fare due fra le istituzioni più potenti del pianeta: la Chiesa cattolica, che si oppone a qualsiasi forma di controllo delle nascite (compresi i contraccettivi), e le corporation globali, che insistono sulla necessità di aumentare indefinitamente i consumi.

Gli stessi accordi per il commercio internazionale approvati nel corso degli ultimi decenni, hanno causato l’aumento delle emissioni nocive e sancito la prevalenza delle esigenze del commercio su quelle della salvaguardia della Terra e della sua abitabilità.

Di questo passo, il pianeta sarà in futuro un luogo sempre più caldo, sempre più sovrappopolato, con una violenta guerra di tutti contro tutti per le risorse, sempre più scarse. E sarà un luogo funestato da sempre più frequenti disastri naturali, di cui probabilmente le corporation cercheranno di avvalersi per realizzare ulteriori profitti, com’è nello stile del “capitalismo dei disastri”.

La Klein offre come soluzione la costituzione di potenti e organizzati movimenti/partiti ambientalisti, che mettano al centro dei propri obiettivi la salvaguardia dell’ambiente e del clima, unitamente all’abbandono delle dottrine neoliberiste in economia e alla redistribuzione delle risorse e della ricchezza, contribuendo a democratizzare il potere togliendolo a quella frazione dell’1% della popolazione che lo detiene tuttora.

Ancora una volta, tutto dipende dalla capacità delle masse di autorganizzarsi contro le élite che cercano di manipolarle. Per operare questi cambiamenti nonostante l’azione contraria dei media e della politica filo-industriali, ci vorrà l’impegno di tutti.

Quando cade un dittatore, il mondo diventa più bello. Tutto l’apparato mediatico si affanna a raccontarci quanto il tiranno sia stato cattivo e quanto sia stato necessario, per le filantropiche nazioni occidentali, intervenire per toglierlo di mezzo e restituire così ai popoli locali diritti, libertà e democrazia. E’ stato così in Iraq, in Afghanistan, ora in Libia e in tanti altri Paesi è successo e succederà.

Leggevo recentemente un’ottimo excursus storico-mitologico su un famoso quotidiano nazionale, nel quale si raccontava come la fine dei dittatori di tutti i tempi sia stata “inelluttabile”: hanno mantenuto il potere tiranneggiando il popolo, per una forma di castigo divino sono stati rovesciati e il loro potere è stato ritrasferito al popolo stesso. Da un punto di vista etico potrei essere perfettamente d’accordo, lo sono un po’ meno se parliamo di verità storica. E’ raro che le rivoluzioni le faccia – da solo – il popolo: le più grandi rivoluzioni (vincenti) della storia hanno visto come protagonista la ricca borghesia locale (francese, americana, italiana ecc.) spesso riunita in confraternite massoniche. Oppure sono state pilotate da Stati esteri, come i colpi di stato in Cile nel 1973 (Pinochet, appoggiato da Cia e lobby americane) e  in Venezuela nel 2002 . Il mito della rivoluzione dal basso va un tantino sfatato e quando c’è un movimento rivoluzionario vincente, bisogna sempre valutare se non sia stato appoggiato da qualche forza ben poco “popolare”. Prendiamo l’attuale esempio della Libia. Il diabolico dittatore Gheddafi finalmente espropriato del suo potere, dopo anni di tirannide. C’è da chiedersi perchè le forze occidentali non si siano mosse prima, così come per molti anni avevano tollerato pacificamente il regime di Saddam Hussein in Iraq. Parlavo nello scorso post di strategie belliche dell’Impero Romano: un’altra molto in voga consisteva nel mettere, nei territori in cui fosse difficile creare un proprio controllo diretto, dei “governi fantoccio“, composti da uomini del luogo ma fedeli a Roma. E’ chiaro che questo rapporto idillico poteva durare solo fino a quando gli uomini preposti avessero adottato politiche favorevoli all’Impero. Gli Stati Uniti non hanno voluto discostarsi da questo modello, favorendo occasionalmente dittature che tornavano loro utili. Ciò che gli Yankee non tollerano però è chi non “riga dritto”. Orbene, che aveva fatto Gheddafi di così malvagio da essere rimosso? E’ presto detto: Gheddafi aveva installato un sistema di telecomunicazioni indipendente dalle aziende occidentali, voleva creare una Banca Centrale Africana, un Fondo Monetario Africano e una Banca Africana del Prestito (leggere questo interessantissimo documento per approfondire). Tutto per rendere il continente finanziariamente indipendente dalle potenti e analoghe istituzioni occidentali. Se a questo sommiamo le ingenti risorse petrolifere (e non solo) della Libia, che Gheddafi vendeva al miglior offerente (in primis l’Italia), capiamo come il personaggio fosse diventato un po’ troppo audace e autonomo per mantenere il potere e come risultasse ormai molto più conveniente levarlo di mezzo e intascare il ricco bottino libico. Che verrà puntualmente spartito tra i soliti noti: Stati Uniti, Francia, Inghilterra. Le filantropiche democrazie nemiche giurate dei dittatori: sempre quelli ricchi di petrolio e risorse, però. E che non rigano dritto.

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