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(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 16 luglio 2017)

Sul nostro sito, da qualche tempo scomparso misteriosamente dalle ricerche Google (mentre resta rintracciabilissimo su altri motori di ricerca, quali Yahoo,  Bing o Lycos), abbiamo spesso trattato i temi dell’illegittimità del Parlamento (e quindi del governo che ne trae fiducia) e quello del contrasto tra Euro, Unione Europea e Costituzione italiana.
In questa intervista con l’avvocato Giuseppe Palma siamo tornati su questi temi, aggiungendoci il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio; il trattato “di libero scambio” Ceta; il decreto Lorenzin sui vaccini; lo Ius Soli e l’immigrazione di massa; la recente proposta di legge del Pd sull’apologia di fascismo.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 23 giugno 2017)

Mentre il M5S è riuscito nell’impresa di restare fuori da tutti i ballottaggi che contano (complici le crescenti ambiguità verso la Ue, l’avvicinamento alla Commissione Trilaterale e ai superliberisti dell’Alde), il 25 giugno restano in corsa per le amministrative i classici centrodestra e centrosinistra, anche se per non essere riempito di ceffoni il Pd si è dovuto nascondere spesso e volentieri dietro liste civiche.
Non dovrebbe essere difficile capire come a questo punto la priorità sia quella di punire il più duramente possibile proprio il Pd (palese o nascosto che sia), reo di una serie di nefandezze da far paura.
Tra cui:

  • Il vergognoso decreto vaccini, che ha inaugurato una nuova forma di nazifascismo sanitario e che rischia di tirare su una generazione di bimbi con gravi danni da reazioni avverse, di causare la fuga dall’Italia di masse di genitori impauriti e di ridurre ulteriormente la natalità;
  • L’assoluto compiacimento per la folle invasione di immigrati di cui l’Italia è vittima, complici le Ong finanziate da Soros (ricevuto con tutti gli onori da Gentiloni) e di cui fa parte anche Marco De Benedetti (Save the children).
    L’85% degli immigrati giunti in Europa nel 2017 è entrato dall’Italia, e questi del Pd invece di contrastare il fenomeno, organizzano marce per migranti, ci continuano a lucrare sopra grazie alle coop che gestiscono “l’accoglienza” (a spese dei contribuenti italiani)  e sono pronti a dargli lo Ius Soli, evidentemente per fini elettorali. Se questo non è l’ennesimo tradimento verso i VERI italiani, non so cosa sia;
  • La prontezza con cui un Parlamento illegittimo e un governo delegittimato dagli italiani fin dal 4 dicembre stanno per ratificare il Ceta, ennesimo trattato devastante per l’economia italiana e per la nostra qualità della vita. Ovviamente per farlo aspettano che le elezioni siano alle spalle;
  • Il voler posticipare le elezioni politiche il più possibile, anche in presenza di due leggi elettorali perfettamente costituzionali e vigenti (Legalicum e Consultellum) di modo da arrivare alla pensione a settembre e continuare a fare danni;
  • Il servilismo dimostrato verso Ue, Commissione Trilaterale, George Soros, lobby del petrolio, case farmaceutiche e poteri forti di ogni genere, a scapito del popolo italiano;
  • Gli innumerevoli scandali e relativi tentativi di insabbiamento: Boschi e Banca Etruria; Guidi e il quartierino dietro il Mise; Consip e Lotti indagato; il Mps spolpato dagli amici De Benedetti e Marcegaglia; per non parlare dei mediocrissimi Poletti, Fedeli e della criminale Lorenzin.

Per questi e tanti altri motivi, il Pd deve essere punito dagli elettori nel modo peggiore: più città perderà (specie le grandi e “rosse”, come Genova) e meglio sarà.

Hellone(Articolo pubblicato sul sito Oltre le Barricate il 3 luglio 2016)

Sono anni che ci raccontiamo di quanto la Ue e la Troika siano ingiuste, con le loro politiche di austerità, il predominio tedesco, i trattati fuori di testa, la natura elitaria dei principali organi Ue, il rifiuto dei basilari principi democratici.Poi, non appena uno dei suoi membri decide di uscire, apriti cielo! Tutti si scoprono profondamente europeisti e attaccano i cattivi, ignoranti e sconsiderati britannici che hanno votato Leave.

La Brexit ha ulteriormente scoperchiato la vena profondamente anti-democratica della Ue e dei tanti politici, giornalisti e commentatori che la sostengono.
Volendo fare una piccola antologia, si va dagli ottimi Monti e Napolitano che parlano di “abuso di democrazia” e di “azzardo sconsiderato“, a Saviano che ricorda come il popolo nel ’38 “acclamava Hitler e Mussolini“, al solito sciagurato vice-direttore del Fatto (utile al miglioramento della società quanto la peste bubbonica nel Medioevo e non a caso montiano) che parla di “uso irresponsabile del voto“, fino ad arrivare ai piddini come il sindaco di Bergamo Gori che vorrebbero limitare il diritto di voto per determinate categorie di persone.

Tutti aspiranti feudatari, in cerca di tanti servi della gleba da poter trattare come bestie senza diritti. E’ inutile dire che le stesse persone, se avesse vinto il Remain, avrebbero parlato di grande vittoria della democrazia, di popolo evoluto e responsabile, di Leave espressione di minoranze insignificanti eccetera.

Per non parlare delle ipotesi catastrofiste ventilate per la Gb in caso di Brexit, tant’è che la borsa di Londra, dopo qualche fisiologica scossa, è tornata in pochi giorni al livello pre-referendum. Oppure della ridicola petizione per ripetere il voto, strombazzata su tutti i giornaloni e per la quale poteva votare chiunque, più volte, semplicemente dichiarandosi residente in Uk.

Insomma, giorni di follia pura, che hanno dimostrato la tendenza delle “elite” e dei loro servitori a ignorare e voler ribaltare qualsiasi voto popolare che non sia di loro gradimento, come testimoniato dall’ex presidente di Goldman Sachs International, che ha parlato di “necessità di annullare il voto, in ogni modo“.
Veramente magnifica questa democrazia in salsa europeista.

Del resto non è la prima volta che si cerca di invalidare un voto popolare su questioni europee. Prima successe con la Costituzione europea, rifiutata da Olanda e Francia nel 2005 tramite referendum e poi riproposta uguale nel Trattato di Lisbona. La stessa cosa si ripeté nel 2008, allorché l’Irlanda fu chiamata a esprimersi sullo stesso Trattato di Lisbona. Unica nazione chiamata al referendum osò dire no, e fu costretta a ripetere il voto pochi mesi dopo, questa volta con esito positivo.
Poi è stata la volta della Grecia, che nel 2015 si è espressa per rifiutare il nuovo accordo con la Troika, ma il governo Tsipras ha deciso, dopo quello che è stato definito un “waterboarding politico” da parte delle istituzioni europee, di tradire la volontà di elettori e partito. La Brexit è quindi solo l’ennesimo caso in cui la volontà popolare cozza con i desiderata delle oligarchie europeiste, e queste si muovono per invalidarne arrogantemente le decisioni. Vedremo cosa cercheranno di architettare in questo caso specifico. In tal senso, non è un buon segnale l’abbandono della corsa per la premiership dei principali leader euroscettici: Boris Johnson e Nigel Farage. Ricorda ciò che successe con Varoufakis in Grecia, e non è escluso che vi siano state pressioni (più o meno legali) come accadde con Tsipras.

BrexitPer quanto riguarda la politica italiana, la Brexit ha fatto nuovamente venire a galla le ambiguità insite nella linea europea del Movimento 5 Stelle. Partito con connotati fortemente antieuropeisti, il M5S si è annacquato al punto da non mettere minimamente in discussione la permanenza nella Ue in caso di ascesa al governo (emblematico il caso del punto 10 sulla Brexit, modificato sul blog di Grillo nel corso di una notte), e da minacciare – in modo neanche troppo deciso – un eventuale referendum sull’Euro in caso di disaccordo con le politiche comunitarie.
Peccato che, come detto in post precedenti, il referendum abrogativo non si possa fare nel nostro caso per i Trattati internazionali, e quello consultivo non è previsto dall’ordinamento. Se i 5 Stelle volessero inserirlo in Costituzione si imbarcherebbero in un procedimento lungo anni e con esiti incerti.
Insomma, stiamo ancora aspettando chiarimenti su come indire un referendum simile in modo “smart” e senza aspettare tempi biblici. Senza citare poi le critiche di chi afferma che in caso di referendum sull’Euro, il Paese subirebbe l’attacco dei poteri finanziari e rischierebbe di ritrovarsi le banche chiuse ben prima di saperne l’esito.

Ma poi perché tutta questa ostilità verso l’Ue? I 5 Stelle non fanno bene a diventare “moderati”?

Per chi scrive (su questi temi, ormai da anni) la “moderazione” con l’Ue è pura follia, e si può meglio descrivere con la parola collaborazionismo. I motivi possono essere elencati così:

  • La Ue è una costruzione oligarchica, neoliberista e antidemocratica, nata sulle basi di un mercato unico per merci, servizi e capitali. L’Unione politica è venuta dopo, non è ancora stata completata e non è mai stata la priorità;
  • La Ue si basa su parametri economici (quelli di Maastricht) ridicoli che vincolano i singoli Stati ad assurde politiche di austerità e contenimento della spesa pubblica, che in tempo di crisi strozzano i governi nazionali, causando privatizzazioni, distruzione dello stato sociale, svendita degli asset nazionali, impoverimento generale. Raggiungere il 60% del debito pubblico/Pil, quando l’Italia è attualmente al 133%, significa un massacro sociale per gli anni a venire;
  • Il Fiscal compact peggiora ulteriormente questo quadro, costringendo gli Stati a nuovi sacrifici nel corso dei prossimi 20 anni, per raggiungere gli obiettivi fissati nei Trattati. Con il pareggio di bilancio inserito in Costituzione si taglia le gambe ad ogni possibilità di spesa statale a deficit, misura necessaria per far ripartire l’economia in tempo di crisi;
  • La Ue soffre di un evidente deficit di democrazia, poiché l’unico organo eletto dai cittadini, il Parlamento, è anche quello meno influente, mentre l’organo che legifera in modo principale, la Commissione, non è eletto dai cittadini, bensì dai capi di Stato e di governo. Lo spazio quindi per l’inserimento di lobby e decisioni di vertice nel processo politico è molto ampio;
  •  La Ue ha più volte, come detto, mostrato di non apprezzare le dinamiche democratiche. Ora vediamo questa tendenza in atto non solo dopo la Brexit, ma anche con l’approvazione dei due trattati internazionali di libero scambio, il TTIP e il CETA, che si cerca di far passare senza la ratifica dei Parlamenti nazionali;
  • Questa Ue è egemonizzata dal suo principale azionista, la Germania, che assieme alla Francia possiede le quote più rilevanti della Bce e ha un peso specifico sulle decisioni Ue decisamente maggiore rispetto agli altri Paesi;
  • La Bce ha come scopo principale la stabilità dei prezzi, che per i trattati viene prima di pace, giustizia sociale e bene comune;
  • La Troika (Ue, Bce e Fmi) ha fatto dell’austerità ad oltranza la sua bandiera, spingendo senza ritegno per le fallimentari politiche neoliberiste di tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni, che hanno portato al disastro sociale in atto in Grecia e negli altri Paesi del sud, Italia inclusa;
  • La Ue è una creazione artificiale che necessita, come ammesso da Mario Monti, di crisi per andare avanti, e di nuove cessioni di sovranità, fino alla scomparsa degli Stati nazionali e della democrazia come ora la conosciamo. E contrasta in modo evidente anche con le Costituzioni nazionali, come si può apprezzare in questo video;
  • L’Euro, la moneta unica, è responsabile della svalutazione del lavoro e dei salari nell’Eurozona, e della loro progressiva flessibilità, perché in caso di shock sistemici, quando non si può svalutare la moneta, si svaluta il lavoro, come chiariscono da tempo economisti quali Alberto Bagnai.
    Lo stesso Bagnai è arrivato a dire, in un’intervista per Barricate: “Un sistema di cambi fissi come l’Euro è incompatibile con una democrazia a suffragio universale, perché determina costi sociali incompatibili con l’esercizio del diritto di voto dei cittadini, che dopo un po’ ne avranno le tasche piene”.
  • La Ue è una delle principali artefici di quella che Chomsky ha definito una “lotta di classe anomala”, diretta dall’1% più ricco della popolazione contro il restante 99. Sta a quel 99 unirsi, come sta accadendo in Francia, per evitare di farsi portare via i diritti che gli rimangono.

Se queste motivazioni, pure molto sintetizzate, non fossero sufficienti, consiglio la visione di questo video del sempre ottimo Paolo Barnard, che parla di questi argomenti da anni.
Scopo della Unione Europea è evolversi negli Stati Uniti d’Europa, secondo un progetto accentratore e neoaristocratico accarezzato dalle elite bancarie-industriali-massoniche da anni, e sempre rifiutato dai popoli europei.
Per questi e altri motivi con la Ue non si tratta: si rompe e basta, per ridare ai cittadini e allo Stato nazionale ogni sovranità, prima di tutte quella monetaria.
Si penserà in seguito se sia il caso di rifondarla, su basi molto più ragionevoli e democratiche.

napoli-sfiducia-renzi(Articolo pubblicato il 10/4/2016 sul sito web “Oltre le Barricate“)

Sugli scandali che stanno colpendo il governo in questi giorni è stato già scritto tutto in questo post, per cui non occorre aggiungere altro. Ora va però spostata l’attenzione su alcuni degli ultimi sondaggi che riguardano da vicino Renzi e i suoi.

Secondo una rilevazione pubblicata il 10 aprile su Repubblica, il 45% degli italiani chiede le dimissioni dell’intero governo. In un’altra realizzata per la trasmissione Ballarò e pubblicata il 6 aprile, il 54% vuole le dimissioni del ministro Boschi.
Per un sondaggio trasmesso da Agorà l’8 aprile, invece, Renzi risulterebbe “amico delle lobby” secondo il 44% degli intervistati (contro il 32% che non sarebbe d’accordo).
E non si può dire che Repubblica e Rai 3 siano fonti vicine a Grillo.

Ora, la cosa raccapricciante è che un governo inquinato dagli scandali al punto tale che il suo premier invoca una nuova legge per bloccare la pubblicazione delle intercettazioni (in perfetto stile berlusconiano), ha fatto approvare in via definitiva la riforma della Costituzione. La votazione definitiva si è tenuta alla Camera il 12 aprile, ed occorrerà aspettare il mese di ottobre per poterne bloccare l’effetto via referendum.

Ricordiamo che il ministro delle Riforme è proprio quella Maria Elena Boschi che più di mezza Italia vuole dimissionata. E che quasi metà del Paese vuole che l’intero governo vada a casa.

L’assurdità è tale che il presidente Mattarella avrebbe dovuto intervenire con decisione e bloccare tutto, sciogliendo le Camere e indicendo nuove elezioni. Ancora una volta (come quando, da giudice della Corte Costituzionale, permise alle Camere di continuare a legiferare nonostante la pronuncia di incostituzionalità sul Porcellum), il suo silenzio è stato complice della “dittatura morbida” renziana.

Un Parlamento già delegittimato alla radice (perché eletto con una legge poi dichiarata incostituzionale) e un governo delegittimato in primis dal non essere vera espressione della volontà popolare, e poi da tutti gli scandali che lo hanno colpito da Banca Etruria in poi, non potrebbero nemmeno occuparsi di ordinaria amministrazione. Figurarsi cambiare la Carta fondamentale.

JP-Morgan-RenziAppare quindi evidente che sia in atto un  vero e proprio colpo di Stato mascherato, per portare avanti il progetto di grandi poteri economici e finanziari come la JpMorgan, che chiedeva agli Stati del sud Europa di “liberarsi dalle Costituzioni antifasciste“. Tra l’altro Renzi ha incontrato in passato più volte Tony Blair nella sua nuova veste di superconsulente della banca d’affari, prima e dopo l’elezione a premier, quindi molte cose tornano: la sua rapida ascesa e la sua  gran voglia di mettere mani alla Carta.

E sentite quali sono gli ostacoli, secondo JpMorgan (denunciata dal governo americano per aver scatenato la crisi dei subprime, da cui deriva la crisi attuale in Europa) alla serena applicazione delle tanto amate politiche di austerità nei Paesi del sud: “Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. (…)
I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo.”

Tutti elementi considerati in modo negativo. Viene in mente niente rispetto alle politiche dell’esecutivo?

E tanto per rafforzare i dubbi, questo governo ha già dimostrato in più occasioni di rispondere solo agli interessi dei poteri forti, banchieri e petrolieri in primis, e non certo a quelli della cittadinanza.
Sarebbe gradito quindi se ora gli italiani si facessero sentire votando Si al referendum sulle trivelle del 17 aprile (in attesa di quello di ottobre sulle riforme costituzionali) e chiedendo a gran voce di mettere la parola fine a questa squallida parentesi di governo.


L’amichevole accoglienza dei veronesi a Renzi l’11 aprile al Vinitaly

(Articolo aggiornato al 12 aprile 2016)

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(Articolo pubblicato su Barricate – L’informazione in movimento, il 3 maggio 2015)

È passato un anno dalla sentenza della Corte Costituzionale (1/2014) che ha dichiarato parzialmente incostituzionale il Porcellum e contemporaneamente legittimato il Parlamento, ma gli effetti di quella pronuncia non cessano di essere oggetto di dibattito. Specie mentre in Aula si discute la nuova legge elettorale, altro tema caldo che sta alimentando lo scontro dei renziani con le opposizioni e la minoranza Pd.

Ciò che ancora viene contestato da alcuni giuristi è il sostanziale “abuso di poteri” con cui la Corte Costituzionale ha deciso di rendere legittimo il Parlamento invece che rendere nulle le elezioni del febbraio 2013, sancendo la necessità di tornare alle urne.

“Il problema non è stato posto e risolto, se non, con una certa fretta, in termini di validazione della piena operatività delle attuali Camere scrive sul suo blog Luciano Barra Caracciolo, presidente della V sezione del Consiglio di Stato.

“La sentenza, senza aver compiuto alcun accertamento al riguardo – cosa che avrebbe presupposto un’istruttoria relativa agli atti di convalida degli eletti nelle due Camere, procedura al tempo non ancora compiuta – ritiene che costituiscano “un rapporto esaurito” sia le elezioni, sia le operazioni che avevano condotto alla proclamazione degli eletti.

E tale procedimento di verifica – prosegue Barra Caracciolo – ritenuta nel suo sviluppo una giurisdizione speciale costituzionalmente sancita, implicava la rinnovata applicazione della legge elettorale dichiarata illegittima, anche nelle parti interessate dalla sentenza della Corte.

Da tali rilievi, fondati sull’art. 66 Cost. e sulle procedure che ne conseguono presso le rispettive Camere, sorge il dubbio che la Corte abbia errato nel definire “esaurito” anche il solo mero rapporto inerente alla fattispecie della elezione dei singoli componenti”.

Per Barra Caracciolo, la sentenza “Non spiega quanto a lungo, e in funzione di quali attività, le Camere elette con la legge dichiarata illegittima potevano conservare i propri poteri operativi”.

Il presidente del Consiglio di Stato contesta poi il principio di “continuità dello Stato”, invocato dalla Consulta per giustificare la vigenza del Parlamento eletto con il Porcellum: “E’ pur vero che le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non devono perdere la loro capacità di deliberare (ma sempre nei limiti previsti dalla Costituzione), ma tale affermazione non ha nulla a che vedere con la dichiarazione di incostituzionalità della legge elettorale.

Il venir meno di “una” composizione non ha nulla a che vedere con la permanenza dell’organo (che è il vero fatto istituzionale tutelato implicitamente dalle norme costituzionali).”

Per cui, per Barra Caracciolo: “Questo travisamento di oggetto della continuità dello Stato è ancor meno comprensibile proprio nel momento in cui quella composizione soggettiva dell’organo viene non solo ritenuta contraria all’art 67 Cost., ma nella stessa sentenza, vengono indicate quali norme elettorali risultano comunque operative dopo l’intervento della Corte; cioè allorché, all’interno della stessa pronuncia, ci si preoccupi di rendere possibile la “continuità dello Stato” correttamente intesa, con lo svolgimento di nuove elezioni e la conseguente, e certamente preferibile, individuazione di una nuova composizione delle Camere non affetta da illegittimità costituzionale”.

Un altro punto critico della sentenza è il “salvacondotto” dato dalla Consulta agli atti posti in essere dal Parlamento così legittimato: “Affermare come ha fatto la Corte, su questa scarna premessa (della continuità dello Stato), che “nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali”, significa confondere la continuità degli organi “essenziali” dello Stato  con la continuità della posizione di vantaggio acquisita dai singoli individui che compongono accidentalmente uno di tali organi.
È, in altri termini, come affermare che, nonostante il vizio di rappresentatività che soffre l’individuazione di “quegli” individui” (eletti con legge incostituzionale), questi e solo questi possono svolgere le funzioni che l’organo deve svolgere a norma di Costituzione! Una giustificazione ben difficile da fornire, se si guarda alla realtà che dovrebbe contraddistinguere una democrazia!”

Il presidente del Consiglio di Stato chiude con un interrogativo: “E allora quale sarebbe stato il vulnus di un immediato ritorno a elezioni secondo regole elettorali costituzionalmente legittime, che la Corte aveva individuato, sancendo la fine della composizione delle Camere da essa dichiarata incostituzionale, potendo oltretutto ricorrersi per le “urgenze” previste dalla Costituzione al principio (costituzionale) della prorogatio? Un interrogativo che, duole dirlo, non riesce ad avere risposta e che fa dubitare della concreta capacità della Corte di rendere coerenti le proprie decisioni con le premesse ed i principi che essa stessa richiama. Questo sì un vulnus per la integrità e la continuità della vita della Costituzione.” 

 

Alle critiche di Barra Caracciolo si aggiungono quelle dell’avvocato Marco Mori, celebre per la sua causa in corso sul contrasto tra i trattati europei e i principi supremi dell’ordinamento italiano.

Non è possibile che questo Parlamento continui a legiferare e tantomeno è possibile che si possa mettere mano alla Costituzione. Le ratio della mia presa di posizione è assai semplice.

L’art. 136 Cost. dispone: “Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”. Dunque è la Costituzione a determinare quali siano gli effetti della declaratoria d’incostituzionalità e non la Corte Costituzionale, che ovviamente non può vantare poteri superiori a quelli conferiti dalla legge.

Per definizione gli effetti dell’incostituzionalità non possono moltiplicarsi ulteriormente nell’ordinamento a seguito della sentenza, dunque gli effetti devono cessare. Ovviamente se il Parlamento continua a legiferare gli effetti non solo non cessano, ma addirittura si moltiplicano nell’ordinamento. Se il Parlamento arriva addirittura a modificare la Costituzione si è davvero davanti ad un corto circuito clamoroso. La Costituzione che cambia senza il rispetto della sovranità popolare.

Era ovvio che il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto immediatamente procedere con lo scioglimento delle Camere. A quel punto, proprio in forza del principio della continuità dello Stato e della natura indefettibile e necessaria del Parlamento stesso, avrebbe potuto operare l’istituto della prorogatio. Ovvero, ai sensi dell’art. 61 Cost. è effettivamente previsto che il Parlamento possa legiferare anche a seguito dello scioglimento delle Camere in caso fosse necessario.”

 

Mori, come Barra Caracciolo, cita l’articolo 66 della Costituzione, che prevede la necessità per le Camere di giudicare delle cause di sopravvenuta ineleggibilità dei suoi componenti:

Risulta assolutamente fuori luogo ritenere che, senza il previo scioglimento delle Camere, le stesse possano continuare a legiferare anche in forza del dettato dell’art. 66 Cost. Tale norma non consente di ritenere fatto giuridico esaurito la nomina di qualsivoglia parlamentare. Infatti è previsto che ciascuna Camera decida, anche dopo le elezioni, dei titoli di ammissione dei suoi componenti per cause sopraggiunte di ineleggibilità. Non si vede causa maggiore di ineleggibilità di una declaratoria di incostituzionalità della norma che ha consentito ad un soggetto non legittimato di sedere in Parlamento.

Siamo dunque innanzi ad una vera usurpazione del potere politico cui purtroppo la stessa Corte Costituzionale ha prestato il fianco, con una sentenza in cui è andata oltre i suoi poteri.

Vale inoltre la pena sottolineare che, non essendo gli effetti dell’incostituzionalità a disposizione della Corte Costituzionale per le ragioni letterali spiegate, e non essendo oggetto del giudizio della sentenza n. 1/2014 la valutazione della legittimità di successivi provvedimenti del Parlamento, le parti della sentenza che si esprimono sul tema non hanno alcun valore di giudicato.

 

Ai dubbi dei due giuristi si aggiungono quelli di Antonio Riviezzo, ricercatore in Diritto Costituzionale presso l’Università di Sassari:

“Che la vera chiave su cui si regge tutto l’apparato argomentativo sia costituita dal principio di continuità dello Stato (in generale, e delle Camere in particolare) pare dimostrato dalla seguente circostanza: è già stato rilevato in dottrina che far derivare l’“esaurimento” del rapporto giuridico dalla mera proclamazione degli eletti – atto meramente amministrativo – finirebbe con lo svuotare di qualsiasi portata precettiva l’art. 66 Cost., il quale pare viceversa costituire il punto di riferimento indefettibile della materia; né pare seriamente credibile che i giudici costituzionali non abbiano avuto presente tale disposizione al momento di giustificare la loro decisione; così come appare impraticabile, in quanto palesemente circolare, l’argomento del rapporto esaurito: esso non può costituire, in senso proprio, “motivazione” (in diritto) della sentenza, ma, al limite, “esito” della qualificazione della fattispecie controversa, idoneo a orientare l’irretroattività del dispositivo. Più credibile è allora l’idea che la Corte abbia pensato che un’applicazione draconiana degli effetti di annullamento avrebbe fatto venir meno le Camere attuali, elette sulla base di una legislazione costituzionalmente illegittima, ed abbia quindi cercato un congegno credibile (accettabile?) che arginasse una simile eventualità.

Sulla decisione della Consulta di salvare il Parlamento, Riviezzo obietta: “Ci si sarebbe potuti/dovuti orientare in modo diverso, evitando di collegare la declaratoria di annullamento direttamente al Parlamento anziché ai singoli parlamentari e conseguentemente, evitando di utilizzare il principio di continuità in quanto a quel punto non necessario.
In altre parole, si sarebbe potuta/dovuta salvare quella parte di parlamentari certamente eletti secundum Constitutionem, e provvedere quindi alla sostituzione degli altri secondo le prassi conosciute (che la cosa fosse complicata o meno, è giuridicamente irrilevante), ovvero, se proprio la cosa fosse stata ritenuta, a torto o a ragione, concretamente impossibile, convocare – in extrema ratio – nuovi comizi elettorali per l’espletamento di elezioni suppletive. In definitiva, il principio di continuità pare invocato a sproposito, dato che la decisione, propriamente, non sembra incidere sull’organo-Parlamento, bensì sui singoli parlamentari (con una differenza meramente quantitativa rispetto alle ipotesi in cui normalmente occorre procedere alla sostituzione di coloro risultino privi dei titoli di legittimazione).”

 

Insomma, la Corte ha voluto “salvare” il Parlamento senza che ciò fosse necessario né auspicabile? A sentire i giuristi citati, sembrerebbe di sì. Ma cosa si dovrebbe fare adesso per riportare tutto nella piena legalità?

“L’intervento del presidente della Repubblica è fortemente auspicabile”, afferma l’avvocato Mori, riferendosi al potere del Capo dello Stato di sciogliere le Camere indicendo nuove elezioni, unico modo per sanare l’incostituzionalità di questo Parlamento.

Ad oggi ogni nuova legge emanata dal Parlamento è potenzialmente passibile di essere dichiarata illegittima dalla stessa Corte Costituzionale, che del tutto legittimamente potrebbe (anzi dovrebbe) mutare l’orientamento espresso in via unicamente incidentale nella sentenza di cui si dibatte e magari scusarsi con il popolo italiano per avere omesso di svolgere correttamente i suoi compiti istituzionali.

Costituzionalmente parlando vi è anche un altro organo istituzionale che ha il potere, anzi il dovere, di porre fine a questa situazione di potenziale cortocircuito dovuta dall’apertura di una fase di grave incertezza del diritto che potrebbe esplicitarsi anche tra molti anni con conseguenze catastrofiche: trattasi del Presidente della Repubblica, unico soggetto giuridico che può sciogliere le Camere. Ma prima Napolitano ed oggi Mattarella, in cui comunque nutro ancora qualche flebile speranza, hanno latitato.”

 

Anche Beppe Grillo sul suo blog (in un post a firma di Aldo Giannuli) ha lanciato un appello a Mattarella per porre fine a questa situazione di anomalia giuridica: ora non resta che aspettare la risposta del Quirinale.

(Articolo pubblicato su Barricate – L’informazione in movimento, il 1/4/2015)

Costituzione igienicaVedere due fenomeni come la Boschi e Renzi diventare padri costituenti, a rigor di logica, dovrebbe scatenare il raccapriccio di tutto il mondo civilizzato, e forse anche di qualche altro corpo celeste. Soprattutto questo dovrebbe capitare nella terra della Costituzione più bella – nonché meno applicata – del mondo.

Tralasciamo il fatto che a modificare la legge fondamentale dello Stato sia un personaggio non eletto a debite elezioni politiche (sebbene si sia affrettato a considerare il risultato delle europee come equivalente), la vera domanda è: come la mettiamo con la sentenza della Corte Costituzionale? Quel famoso premio di maggioranza illegittimo del Porcellum, il Parlamento pieno di abusivi e quant’altro?

Nella sentenza della Corte si legge che l’elezione delle nuove Camere (e i relativi atti) resta valida per il principio di “continuità dello Stato”, ma può un Parlamento eletto con una legge elettorale e un premio di maggioranza incostituzionali, usare quella stessa abbondante maggioranza per modificare la Costituzione?

Non si tratta di un fatto eversivo, golpista, fascista, che repelle al buon senso?

Sarebbe interessante, una volta che il ridicolo spettacolo del passaggio delle “riforme” alle Camere sia terminato, sentire cosa la Corte pensa in proposito.

Non solo su questo tema, ma anche sul possibile conflitto di questa riforma con i cosiddetti “principi supremi” dell’ordinamento, che per loro natura non sono modificabili. Uno di questi principi è che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti dalla Costituzione”.

Ora, con la Fantastica Riforma si vogliono portare le firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare a 250mila (rispetto alle 50mila precedenti) e quelle per il referendum  abrogativo a 800mila (da 500mila). Questi non sono forse casi di lesione, o forte compressione, della sovranità popolare? Per non parlare del Senato, che non verrebbe più eletto dai cittadini italiani ma da consiglieri regionali e comunali (e quindi dai partiti).

Altro elemento da far presente alla Corte è se sia nello spirito dei (veri) Costituenti cambiare la Costituzione con una maggioranza sostanzialmente incostituzionale, tenendo conto che la doppia votazione a maggioranza assoluta in seconda battuta fu adottata proprio per evitare cambiamenti poco ponderati della Carta. 

Noi di Barricate abbiamo posto queste domande all’avvocato Marco Mori, celebre per la sua causa in corso sul contrasto tra i trattati europei e la Costituzione italiana.

 

Dott. Mori, è possibile che venga approvata una riforma Costituzionale da parte di una maggioranza sostanzialmente abusiva, come rilevato dalla Consulta con la sentenza sul Porcellum? In quella sentenza la Corte permetteva alle Camere di continuare a legiferare per il principio della “continuità dello Stato”, ma può un Parlamento eletto con una legge elettorale e un premio di maggioranza incostituzionali avvalersene per modificare la Costituzione stessa? Sembra un po’ grottesco…

La risposta alla sua domanda non può che essere negativa. Non è possibile che questo Parlamento continui a legiferare e tantomeno è possibile che si possa mettere mano alla Costituzione. Le ratio della mia presa di posizione è assai semplice.

L’art. 136 Cost. dispone: Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”. Dunque è la Costituzione a determinare quali siano gli effetti della declaratoria d’incostituzionalità e non la Corte Costituzionale, che ovviamente non può vantare poteri superiori a quelli conferiti dalla legge.

Per definizione gli effetti dell’incostituzionalità non possono moltiplicarsi ulteriormente nell’ordinamento a seguito della sentenza, dunque gli effetti devono cessare. Ovviamente se il Parlamento continua a legiferare gli effetti non solo non cessano, ma addirittura si moltiplicano nell’ordinamento. Se il Parlamento arriva addirittura a modificare la Costituzione si è davvero davanti ad un corto circuito clamoroso. La Costituzione che cambia senza il rispetto della sovranità popolare.

Era ovvio che il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto immediatamente procedere con lo scioglimento delle Camere. A quel punto, proprio in forza del principio della continuità dello Stato e della natura indefettibile e necessaria del Parlamento stesso, avrebbe potuto operare l’istituto della prorogatio. Ovvero, ai sensi dell’art. 61 Cost. è effettivamente previsto che il Parlamento possa legiferare anche a seguito dello scioglimento delle Camere in caso fosse necessario. Ma appunto tale regime sussiste solo previo scioglimento delle Camere stesse.

A Camere sciolte, qualora fosse stato ritenuto necessario, si sarebbe potuta approvare una nuova legge elettorale. Necessità che peraltro non vi era. Si poteva votare infatti con le norme previgenti.

Per la verità, la stessa Corte Costituzionale con la sentenza n. 1/2014 ha menzionato l’istituto della prorogatio, senza però avere il coraggio di chiarire i termini della questione. Anzi la Corte, colpevolmente, ha finito per dare legittimità al Parlamento e ciò, come detto, senza avere alcun potere di farlo.

Risulta assolutamente fuori luogo ritenere che, senza il previo scioglimento delle Camere, le stesse possano continuare a legiferare anche in forza del dettato dell’art. 66 Cost. Tale norma non consente di ritenere fatto giuridico esaurito la nomina di qualsivoglia parlamentare. Infatti è previsto che ciascuna Camera decida, anche dopo le elezioni, dei titoli di ammissione dei suoi componenti per cause sopraggiunte di ineleggibilità. Non si vede causa maggiore di ineleggibilità di una declaratoria di incostituzionalità della norma che ha consentito ad un soggetto non legittimato di sedere in Parlamento.

Siamo dunque innanzi ad una vera usurpazione del potere politico cui purtroppo la stessa Corte Costituzionale ha prestato il fianco, con una sentenza in cui è andata oltre i suoi poteri.

Vale inoltre la pena sottolineare che, non essendo gli effetti dell’incostituzionalità a disposizione della Corte Costituzionale per le ragioni letterali spiegate, e non essendo oggetto del giudizio della sentenza n. 1/2014 la valutazione della legittimità di successivi provvedimenti del Parlamento, le parti della sentenza che si esprimono sul tema non hanno alcun valore di giudicato.

Con questa riforma, non è possibile ravvisare un conflitto con i cosiddetti “principi supremi” dell’ordinamento, quali la sovranità popolare? La riforma innalza sia le firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare (quintuplicate) che quelle necessarie per i referendum. Inoltre, i senatori non vengono più eletti dai cittadini, ma dai consiglieri regionali e comunali. Non si tratta di una forte compressione (se non lesione) del principio di sovranità popolare?

Mi trova indubbiamente d’accordo anche sotto tale profilo. Ai sensi dell’art. 1 della Costituzione, la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. L’art. 75 Cost. che disciplina lo strumento del referendum, dunque, è la naturale esplicazione pratica di questo principio fondamentale dell’ordinamento.

Posto che, come confermato dalla Corte Costituzionale, i principi fondamentali dell’ordinamento ed i diritti inalienabili dell’uomo costituiscono il cardine della forma Repubblicana dello Stato, non è possibile procedere alla loro revisione (Art. 139 Cost.).

Ovviamente i principi fondamentali non sono solo gli articoli dall’uno al dodici della nostra carta, ma anche quelli che ne costituiscono la più puntuale disciplina, come appunto l’art. 75 Cost. Ne consegue che la riforma di tale precetto costituzionale sarebbe possibile solo “in melius”, ovvero riducendo il numero di cittadini necessari alla richiesta del referendum.

Modificare la Carta fondamentale in questo modo, con una maggioranza praticamente illegittima,non tradisce anche lo spirito dei Costituenti, che con il cosiddetto procedimento di revisione “aggravato” volevano evitare facili cambiamenti?

Vale quanto detto prima. Il procedimento di revisione Costituzionale è un cardine della forma Repubblicana dello Stato e dunque non è possibile la sua modifica nel senso di ridurre la possibilità di esercizio della sovranità popolare.

Quindi come possiamo uscire da questa situazione, a parte sperare che i cittadini boccino la riforma tramite referendum?

Salvi improbabili interventi della magistratura che avesse coraggio di rilevare reati in ciò che sta accadendo, credo che l’unica via sia far comprendere alla gente quanto accade. Ovvero che questa crisi economica è semplicemente un trucco per cancellare la democrazia costituzionale. La falsa emergenza contabile diventa la scusa per accettare una svolta autoritaria. Il graduale smantellamento della sovranità auspicato dall’attuale governo illegittimo.

E’ il caso di chiedere una nuova pronuncia della Corte per violazione dei principi supremi, oppure un intervento del presidente della Repubblica? 

L’intervento del Presidente è fortemente auspicabile. In caso contrario, certamente l’unica azione possibile – se dovesse passare anche il referendum – sarebbe agire per cercare di portare la riforma all’attenzione della Corte Costituzionale, azione possibile solo incidentalmente.

 

 

Il popolo italiano, la Corte e il presidente della Repubblica dovranno decidere se vogliono realmente lasciar cambiare la Costituzione nata dalla Resistenza a un premier golpista non eletto in regolari elezioni politiche e alla sua maggioranza abusiva.

Una loro ratifica di questa aberrazione giuridica sarebbe la conferma che questo Paese non ha più alcuna speranza di essere una vera democrazia.

 

 

 

Sito web dell’avvocato Marco Mori:

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