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(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 22 marzo 2017)

Lo scorso 20 marzo, in coincidenza con l’Equinozio di Primavera, è scomparso David Rockefeller, uno dei grandi burattinai della finanza globale. I media, come previsto, si sono affrettati a definirlo un “filantropo” (stessa definizione usata per descrivere George Soros, altro squalo dell’alta finanza), come se qualche ricca donazione cosmetica possa mascherare i danni compiuti nei confronti dei popoli di tutto il mondo.

Sì. perché Rockefeller è stato uno degli uomini più attivi nel promuovere una forma di governo ombra mondiale, composto da ricchissimi membri dell’elite finanziaria e industriale, in grado di condizionare in modo decisivo la politica, i principali media, la cultura e la società, attraverso una fitta rete di collaboratori che non hanno fatto altro che portare avanti la loro agenda antidemocratica e autoreferenziale.

Rockefeller, oltre ad essere un ricchissimo membro della più importante famiglia di petrolieri al mondo, e capo della superbanca Chase Manhattan Bank (poi divenuta JpMorgan Chase), è stato il fondatore del Gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, due delle associazioni mondialiste di carattere paramassonico più celebri e influenti, ai meeting delle quali hanno partecipato personaggi di spicco di ogni parte del globo.
Come abbiamo già sottolineato in questo articolo, i più importanti uomini politici della storia italiana recente sono passati dai meeting di queste organizzazioni: Mario Monti è stato presidente della Commissione Trilaterale per l’Europa; Enrico Letta è stato membro della CT così come l’ex ministro Guidi; Boschi e Gentiloni erano tra i partecipanti all’ultimo meeting della Trilaterale a Roma assieme alla presidente Rai Monica Maggioni, che è addirittura presidente della Commissione Trilaterale Italia; Lilli Gruber è presenza fissa ai meeting Bilderberg.

Insomma, un intreccio tra governo, media mainstream e queste organizzazioni private sovranazionali che dovrebbe perlomeno allarmare. E invece tutto è scivolato via, senza troppo clamore. Perché ciò che non viene detto, è che l’agenda di questi club è dichiaratamente antidemocratica e iperliberista.

Rockefeller e Kissinger, attraverso queste organizzazioni, hanno sempre cercato di reclutare esecutori per fare gli interessi degli Usa, quelli della grande finanza e dell’industria petrolifera, in primis. E per portare avanti un disegno di dominio globale.
Non è un caso che tra le file della Trilaterale ci siano anche l’ex governatore della Bce, Jean Claude Trichet, ora presidente europeo della CT (ruolo prima ricoperto da Mario Monti) e gli ex governatori della Federal Reserve Alan Greenspan e Paul Volcker.
Come dire che, oltre a decidere i primi ministri, Rockefeller riusciva a piazzare i suoi uomini anche ai vertici delle ben più prestigiose istituzioni monetarie.

Agli incontri annuali del Gruppo Bilderberg, invece, hanno partecipato negli anni  nomi italiani ben noti come quelli di Mario Draghi, Romano Prodi, Enrico Letta, Carlo De Benedetti, Lilli Gruber, John Elkann, Gianni Agnelli e il solito Mario Monti.
Per l’estero ricordiamo il neoeletto premier olandese Mark Rutte, il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, l’ex presidente della Commissione Europea José Barroso.

Secondo Daniel Estulin, autore del libro “Il club Bilderberg”, questi club funzionano come “cinghie di trasmissione”, attraverso le quali l’oligarchia finanziaria e industriale dirama i suoi ordini. Chi vuole fare carriera, è semplicemente invitato ad attenervisi: in caso contrario, si cercano nuovi referenti. La famiglia Rockefeller ha anche finanziato numerose altre organizzazioni, come l’americano Council on Foreign Relations (Consiglio sulle Relazioni Estere) e l’Aspen Institute, di cui fanno parte Giuliano Amato, Giulio Tremonti, Gianni Letta, la presidente Eni Emma Marcegaglia, il direttore generale di Enel Francesco Starace e il cofondatore della Casaleggio Associati, Enrico Sassoon.

Ma Rockefeller è anche noto per aver destabilizzato interi Stati per imporre i suoi interessi. Nel libro “Massoni” di Gioele Magaldi, Rockefeller appare come il signore incontrastato della loggia sovranazionale “Three Eyes”, gestita assieme a Kissinger e Brezinsky, e costantemente intento a dar vita a nuovi metodi per imporre la sua volontà sulle popolazioni locali, favorendo ovunque svolte autoritarie e anticomuniste: dall’Operazione Condor a base di torture e omicidi in America Latina, alla nascita della loggia P2 in Italia. Alla stessa loggia “Three Eyes”, con finalità evidentemente oligarchiche e antidemocratiche, apparterebbe anche Giorgio Napolitano.
Secondo il presidente onorario della Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, il gruppo Bilderberg di Rockefeller sarebbe dietro la strategia della tensione nell’Italia del dopoguerra, in funzione anticomunista.
L’avversione di Rockefeller, della sua superloggia e della Commissione Trilaterale per la democrazia si può constatare anche nel famoso report “Crisis of democracy”, ben descritto in questo video da Messora, in cui si sostiene che la democrazia, per funzionare, necessità dell'”apatia” della maggioranza.
Ciò significa che le decisioni devono prenderle in pochi. Nello specifico: loro.

Insomma, se Rockefeller non era uno dei Signori di Questo Mondo, ci andava vicino. I più “complottisti” ritengono che fosse ossessionato dal numero 666, tanto da inserirlo nel logo della Commissione Trilaterale e nelle date dei meeting del Bilderberg.
Effettivamente il numero ricorre nella vita del miliardario: sesto di sei figli, ha avuto sei figli a sua volta. La sua data di nascita è stata il 12 giugno 1915. 12/6 = 6+6+6.

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war-peace-2(Articolo pubblicato il 17/10/2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Sono ormai mesi che siamo immersi nella campagna per il referendum del 4 dicembre, come se null’altro avesse importanza per Renzi e i suoi galoppini. Del resto lo stesso premier ha ammesso di essere stato nominato a Palazzo Chigi da Napolitano per fare le riforme necessarie (sempre a Napolitano e ai suoi amici, non certo al Paese reale). E’ quindi evidente che la vittoria del No significherebbe fallimento su tutta la linea per un venditore di pentole messo lì solo per far passare ogni genere di schifezza (dalla Buona scuola al Jobs Act, dall’abolizione dell’art. 18 all’Italicum) senza che gli italiani se ne rendessero pienamente conto e senza che i girotondini-quando-le-porcate-le-fanno-gli-altri si levassero a denunciare quanto stava accadendo.

E in effetti l’ipnosi renziana è durata 2 anni buoni: dopodiché, con Banca Etruria e con Trivellopoli, passando per gli 80 euro dati e poi richiesti indietro, il popolo italiano ha iniziato a capire che le pentole vendute non sono poi così buone, e ha iniziato a renderne conto con le amministrative. Ora, per mandare a casa il premier e la classe dirigente più cafona, venduta e arrogante della storia repubblicana (e forse anche monarchica), occorre assolutamente votare No al prossimo referendum costituzionale. Per chi non sopporta Renzi a priori questo è già un ottimo motivo; per chi invece vuole le motivazioni tecniche, questo articolo dovrebbe essere più che sufficiente.


Lasciamo riformare la Costituzione a questa gente?

Il primo motivo per votare e far votare No riguarda CHI sta mettendo mani sulla Carta Costituzionale, che se non è la “più bella del mondo” (come l’ha definita chi poi l’ha rinnegata per le ben note convenienze) è certamente un capolavoro di equilibrio e bilanciamento dei poteri e delle diverse “anime” dell’Italia del dopoguerra: quella cattolica, quella socialista e quella liberale.

La riforma della Costituzione viene da un premier che non è passato da elezioni politiche, e che quindi gli italiani non hanno scelto personalmente. I renziani possono sbraitare quanto vogliono che in repubblica parlamentare il premier non si elegge, ma è dal 2005 che alle elezioni politiche è possibile votare non solo per una coalizione di partiti, ma anche (e soprattutto) per un leader della coalizione, col risultato che al presidente della Repubblica non resta che “ratificare” di fatto, al momento della nomina, la volontà popolare. Se quindi a livello strettamente tecnico-giuridico il premier non viene eletto dal popolo, nella prassi questa cosa accade ormai da anni, e non è possibile ignorarla. Quindi i renziani ci risparmino la lezioncina di diritto costituzionale e si rassegnino: il loro premier/ducetto non è stato scelto dagli italiani, ma messo lì da Napolitano per servire gli interessi dei poteri forti. Come Monti e come Letta prima di lui.

Seconda questione: quella del Parlamento illegittimo. La riforma della Costituzione viene da un Parlamento che, come sappiamo, è stato eletto con il Porcellum, legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Era chiaro che, dopo la pronuncia della Corte, un Parlamento così debole e delegittimato avrebbe potuto e dovuto solo occuparsi di ordinaria amministrazione, come una nuova legge elettorale che recepisse i dettami della Consulta. Invece ha preferito occuparsi di una enormità (peraltro mai richiesta dagli italiani) come la più ampia riforma costituzionale della storia repubblicana, una cosa che non sta né in cielo né in terra. Questa decisione è stata presa solo per permettere a un partito, il Pd, di cercare di blindare il proprio potere in un momento in cui il rischio di “instabilità” costituito dall’avanzata del M5S diventava sempre più forte. Si tratta quindi di una riforma di parte, e non certo fatta per l’interesse del Paese nel suo complesso, come una vera riforma costituzionale dovrebbe essere.

Terza questione: ma si può passare dalla Costituzione di Pertini, De Gasperi e Calamandrei a quella di Verdini, Renzi e Boschi? Solamente vedere le persone che stanno mettendo mano alla Carta fondamentale, gente carica di arroganza, ignoranza e con diverse pendenze con la giustizia, dovrebbe far venire la pelle d’oca a qualsiasi italiano. La Costituzione è materia troppo importante per lasciarla nelle mani di questi soggetti.


Chi appoggia questa riforma?

JP-Morgan-RenziOltre a chi l’ha scritta e a COME è stata approvata, un altro motivo per votare No e rifiutare in blocco questa polpetta avvelenata è costituito dal fronte che sostiene la riforma. Raramente i cosiddetti poteri forti si sono espressi in modo così convinto e unanime a favore di un provvedimento legislativo. Parliamo delle superbanche d’affari JpMorgan Chase (ispiratrice della riforma già nel 2013, con la famosa indicazione ai Paesi del sud Europa di “liberarsi delle costituzioni antifasciste“), Goldman Sachs e Morgan Stanley, di Confindustria e Marchionne, del Fondo Monetario Internazionale, degli Usa (tramite l’ambasciatore Phillips), dei vertici dell’Ue, dell’agenzia di rating Fitch. Tutti si sono espressi a favore della riforma, paventando possibili “disastri” in caso di esito negativo. Lo stesso catastrofismo messo in campo prima del voto sulla Brexit, che invece non ha causato nulla di catastrofico, a parte una salutare svalutazione della sterlina che tornerà molto utile alla Gb per aumentare le esportazioni.

Il fatto stesso che personaggi che rappresentano i peggiori poteri finanziario-economici e politici si esprimano caldamente a favore della riforma dovrebbe fare capire come l’intenzione che c’è dietro sia quella di tutelare gli interessi “padronali”, rendendo stabili governi che prendano rapidamente e senza impicci i provvedimenti utili ai peggiori capitalisti oligarchici, europei e d’oltreoceano. Se anche l’Associazione Nazionale Partigiani all’unanimità e ben 11 presidenti emeriti della Corte Costituzionale si sono schierati in modo deciso contro la riforma, un motivo ci sarà.


Nel merito della riforma

A mio parere gli argomenti su riportati sono già sufficienti per votare un secco e poderoso NO il prossimo 4 dicembre, ma per chi evidentemente ha bisogno di motivazioni più tecniche, entriamo nello specifico.

– Leggi qui il testo della riforma, con a fronte la Costituzione vigente

Gli aspiranti fascistelli renziani si stanno sperticando a spiegarci che la riforma ridurrà i costi della politica, cancellerà gli sprechi, semplificherà l’ordinamento.
Si tratta perlopiù di slogan per fregare i polli oppure di caramelle avvelenate, che a fronte di qualche piccola concessione “cosmetica” fanno danni ben più grossi.

Tanto per iniziare, come ben sappiamo il Senato non viene abolito ma ridotto a 100 unità. Di questi, 95 senatori saranno nominati tra i sindaci e i consiglieri regionali (che saranno quindi scelti dalla stessa classe politica, e non eletti dai cittadini) e 5 nominati dal presidente della Repubblica. I nuovi senatori si divideranno quindi tra amministrazioni locali e Parlamento, facendo probabilmente un pessimo lavoro (se non altro, molto superficiale) su entrambi i fronti. Per non parlare della immunità che investirà i nuovi amministratori-neosenatori, che potranno così sfuggire ai numerosi processi che vedono coinvolti i consiglieri comunali e regionali d’Italia.

Così gli italiani, pensando di votare per una riduzione degli sprechi, finirebbero per votare per una riduzione della democrazia, togliendosi la possibilità di eleggere un ramo del Parlamento.

Accentramento dei poteri

La riforma prevede un poderoso accentramento dei poteri nella mani del governo. Mentre il Senato sarà controllato da chi ha la maggioranza nei consigli regionali e comunali (cioè adesso, chiaramente, il Pd) la Camera sarà controllata – se l’Italicum resterà la legge elettorale – dal partito di maggioranza, che riceverà il 54% dei seggi.
Con simili numeri il partito di governo potrà fare tutto ciò che vorrà, senza particolari ostacoli. La riforma inoltre riporta allo Stato centrale numerose competenze che prima erano delle regioni (art. 117), tra cui energia, infrastrutture e grandi opere, permettendo al governo di imporre decisioni agli enti locali senza la possibilità per questi di difendersi (avete presente l’ostilità delle regioni sulla questione trivelle? Ecco, con la riforma il governo potrà allegramente bypassarle, mentre ora hanno ancora diritto di opporsi allo Stato in un’ottica di codecisione).

Inoltre un Senato depotenziato permetterà al governo di agire molto più spedito con l’appoggio della sola Camera al suo servizio, che tra l’altro dovrà anche approvare celermente provvedimenti di legge “essenziali all’attuazione del programma di governo” (art. 72), e questo oltre all’abuso che negli ultimi anni si è fatto della decretazione d’urgenza.
Il ben misero contentino della riduzione dei costi della politica non è sufficiente, e come spiegano Zagrebelsky e co, se si volesse realmente risparmiare sarebbe sufficiente tagliare le spese militari (quali, ad esempio, l’acquisto degli inutili F35), che costano all’Erario ben più di qualche senatore.
Invece, restando sul tema delle spese militari, persino lo stato di guerra potrà essere deliberato più agevolmente, poiché sarà di competenza della sola Camera dei deputati, come detto espressione del partito di maggioranza (art. 78).
E la Camera sarà la sola, inoltre, a dare la fiducia al governo, mentre quella del Senato non sarà più necessaria, rendendo molto più difficile che un governo possa cadere per liti interne al Parlamento (art. 94). Questo aumenterà pure la “governabilità”, ma di fatto farà sì che il partito di maggioranza faccia i suoi comodi senza nessun tipo di ostacolo.

Aumentano le firme per le leggi di iniziativa popolare

Alla faccia della richiesta di democrazia diretta che arriva dall’elettorato, la riforma oltre ad abolire la possibilità di eleggere i senatori, aumenta le firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare da 50mila a 150mila, triplicandole (art. 71). Il Partito Democratico inverte così, orwellianamente, il significato del proprio nome, diventando di fatto espressione della peggiore oligarchia antidemocratica. Un po’ come il Ministero della Pace di 1984 si occupava di guerra e il Ministero dell’Amore di tortura.

Diminuiscono i controlli al potere centrale

1984-quotes-hd-wallpaper-3Anche gli organi di garanzia, quali il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, risultano depotenziati rispetto all’esecutivo, e fortemente influenzati dal partito di maggioranza.

Il presidente della Repubblica verrà nominato dai due terzi del Parlamento fino al terzo scrutinio, dopodiché basteranno i 3/5 dell’assemblea e, dal settimo scrutinio, i 3/5 dei presenti (art. 83). Un escamotage per permettere alla maggioranza di superare un eventuale stallo e far passare il nome più gradito senza doversi accordare con le minoranze. Ricordiamo che con il 54% dei seggi alla Camera (in caso di vittoria alle politiche) e con il maggiore radicamento negli enti locali (e quindi in Senato), il Pd non avrebbe difficoltà ad eleggere il “suo” presidente.

La Corte costituzionale invece sarà nominata per un terzo dal Parlamento (sotto stretto controllo del partito di maggioranza e di governo), per un terzo dal presidente della Repubblica (sempre forte espressione del partito di governo) e solo per un terzo dalle magistrature superiori (art. 135). La possibilità di avere una Corte veramente imparziale saranno così molto ridotte.

Una semplificazione che non semplifica

Renzi e i suoi amano dare un’immagine di sé come di semplificatori di un sistema assurdo. Leggendo la riforma l’effetto è proprio il contrario, come si evince da uno dei cavalli di battaglia del fronte del No, l’art. 70. Le competenze del nuovo Senato sono elencate in modo così complesso che persino esimi costituzionalisti come Zagrebelsky hanno ammesso di non averle capite, e hanno minacciato di smettere di insegnare se dovesse passare questa riforma.

La balla della necessità di velocizzare il processo legislativo

Un’altra balla clamorosa che viene raccontata dalla propaganda renziana è che il Senato deve essere riformato e la Costituzione storpiata perché “il nostro Parlamento è troppo lento nel fare le leggi”. E’ un altro slogan vuoto, dal momento che il nostro Parlamento ha prodotto dal dopoguerra più leggi di Stati Uniti, Germania, Francia e Regno Unito, come sottolinea Tony Barber sul Financial Times, e che con l’odiato bicameralismo perfetto il governo Renzi è riuscito comunque a far passare ogni porcata, dal Jobs Act allo Sblocca Italia, dalla Buona scuola all’abolizione dell’art. 18.
Cos’altro serve a Renzi e i suoi? Ah già: riformare il Senato in modo da non dover chiedere in quella sede l’appoggio di altre parti politiche (come il centrodestra) e poter completare la dittatura dell’uomo solo al comando.

In definitiva

La Costituzione attuale non ha nulla che non va, se non il fatto di non essere mai stata realmente attuata dalla classe politica e di essere “troppo antifascista”, come denunciato da JpMorgan, cioè di essere molto protettiva verso i diritti dei lavoratori e di porre una serie di limiti e freni al governo, proprio per evitare derive autoritarie quali quelle del ventennio. Ora le grandi banche e corporations, la Troika e gli Usa vogliono per l’Italia un ordinamento più facile da piegare alle necessità dell’oligarchia finanziaria e industriale, garantendo che i galoppini quali Renzi possano fare le riforme gradite ai padroni (sulla scia di quelle già fatte, come il Jobs Act e la voucherizzazione del mondo del lavoro) in modo rapido e senza incontrare particolari ostacoli.
Il succo della riforma è tutto lì.

Se gli italiani vogliono la riduzione del livello di democrazia nel loro Paese, mascherata da riduzione dei costi della politica, si accomodino pure. Se invece hanno finalmente smesso di credere alla favole e ai burattini dei grandi capitalisti, non hanno che da votare No il 4 dicembre.

Voto arma(Articolo pubblicato sul sito Oltre le Barricate il 3 giugno 2016)

Queste elezioni amministrative sono una grande occasione. Dopo il referendum sulle trivelle e prima di quello costituzionale, gli italiani hanno l’opportunità di far sentire forte e chiaro cosa pensano del governo e del Pd. E non tramite sondaggi che lasciano il tempo che trovano, ma con lo strumento che più può far loro male: il voto.

Se il Pd subirà una debacle in tutte le città più importanti (e sono tante: Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna…) l’effetto che ne verrà fuori sarà quello di uno schiaffone a Renzi e ai suoi fascistelli col Mac, con una ricaduta immensamente salutare per la democrazia di questo Paese.

Dopo il Jobs Act (passato senza proteste, per l’immane vergogna di tutti coloro che avrebbero dovuto proteggere i diritti dei lavoratori), l’Italicum (che con il suo premio di maggioranza del 54% per la lista vincente apre la strada a una vera dittatura della maggioranza) e con lo spettro della riforma costituzionale made in JpMorgan, anche chi di solito non vota dovrebbe recarsi alle urne, per votare CONTRO questi distruttori di democrazia. Fosse pure per mettere una X sul partito delle casalinghe.

Servono motivazioni? Banca Etruria, Trivellopoli e il “quartierino” che controlla mezzo governo secondo le intercettazioni della Guidi, Napolitano che continua a dettare cosa fare agli italiani per conto dei grandi gruppi di potere, Calenda che difende a spada tratta il TTIP, i verdiniani e cosentiniani a supporto del Pd, lo sterminato numero di indagati, imputati e condannati nelle file “dem”, la presenza dei poteri fortissimi tra gli influencer del governo (come la Commissione Trilaterale, la superbanca JpMorgan, le multinazionali del petrolio), i legami dei genitori di Renzi e Boschi con piduisti bancarottieri come Flavio Carboni, la riprivatizzazione dell’acqua nonostante il referendum del 2011, lo spettro di una svolta autoritaria in Italia gradita alla finanza internazionale (mascherata col termine “governabilità”), il totale asservimento ai dogmi sacri del neoliberismo, dell’Euro e dei trattati Ue, l’immensa arroganza cafona di Renzi e dei suoi sodali, le uscite della Boschi sui “partigiani veri” e quelli finti, e sui votanti No al referendum equiparati a Casapound, l’aver usato una maggioranza dichiarata illegittima dalla Consulta per cambiare la Carta fondamentale, l’occupazione militare della Rai e degli altri media, con relative epurazioni, e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.

Sono da considerare motivi sufficienti per votare contro questa gente? O serve che i piddini compiano stragi di primogeniti?

Gli italiani hanno un’ottima occasione per prendere a calci questa feccia in modo assolutamente democratico.
Ne facciano buon uso.

david rockefeller(Articolo pubblicato il 14/4/2016 sul sito Oltre le Barricate)

Abbiamo già scritto che, di fronte agli immani scandali che stanno coinvolgendo il governo, delle normali persone di buon senso chiederebbero scusa e si dimetterebbero di corsa, ma non tutti evidentemente hanno una simile intelligenza. La Guidi lo ha fatto, gli altri abusivi che si spacciano per ministri e deputati (membri di un governo non scelto dagli italiani e di un Parlamento fondato su un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale)  preferiscono continuare a trincerarsi dietro le balle di giornali e televisioni compiacenti, sperando che gli italiani si dimostrino troppo gonzi per capire e ribellarsi.

C’è un altro motivo che spiega la cocciutaggine nel mantenere un ruolo che (stando anche ai sondaggi) gli italiani non riconoscono più a Renzi e co.: l’essere eterodiretti. Quando un governo non risponde al popolo, ma a potenti interessi bancari e industriali, non c’è limite alla faccia tosta.

Tutti ormai sanno di Banca Etruria, di Mafia Capitale e di Trivellopoli. Pochi invece sanno delle connessioni dell’attuale governo con alcuni degli uomini più potenti della finanza globale. E in particolare, con David Rockefeller.

Cominciamo con la JpMorgan Chase, di cui si è detto nel post precedente. Renzi ha incontrato più volte Tony Blair, ora consulente della JpMorgan, prima e dopo essere diventato premier. La stessa JpMorgan che (dalla sua posizione di più importante banca d’affari al mondo, e corresponsabile della crisi dei subprime) ha redatto il famoso documento in cui chiedeva ai Paesi del sud (in primis l’Italia), di sbarazzarsi delle Costituzioni antifasciste. Detto fatto.
Dei rapporti tra JpMorgan e David Rockefeller è presto detto: il multimilionario è stato direttore ed è il principale azionista della superbanca d’affari.

Ma Rockefeller è anche noto come uno dei membri di spicco del Gruppo Bilderberg, nonché il fondatore della Commissione Trilaterale. Ora, non è quantomeno sospetto che della Commissione Trilaterale facciano parte anche gli ex premier Mario Monti ed Enrico Letta, e che ne abbia fatto parte Federica Guidi prima di diventare il ministro dello Sviluppo Economico? E chi ha partecipato all’ultima riunione della Commissione Trilaterale, che si è tenuta dal 15 al 17 aprile a Roma? Ma proprio quella Maria Elena Boschi che più di mezza Italia vuole dimissionata (o coperta di pomodori) dopo gli scandali Banca Etruria e Trivellopoli.

Commissione-TrilateraleC’è un altro elemento interessante nel rapporto tra gli ultimi esecutivi e Rockefeller. Secondo il libro del massone Gioele Magaldi, Rockefeller ed Henry Kissinger guiderebbero una superloggia chiamata “Three Eyes”, una delle più cattive, aristocratiche e neoliberiste in assoluto, di cui farebbe parte anche Giorgio Napolitano, proprio il presidente della Repubblica che ha nominato i premier Monti, Letta e Renzi.

E, sempre secondo Magaldi, la stessa “Three Eyes” sarebbe stata la responsabile della creazione della P2 in Italia e del potere di Gelli, per portare avanti una svolta autoritaria nel Belpaese (tuttora in corso).
E così il cerchio si chiude, anche in merito alle rivelazioni sulle presunte frequentazioni piduiste dei genitori di Renzi e Boschi (con personaggi come Flavio Carboni) e sui loro legami con gente come Verdini, imputato nell’affare P3.

Sembra insomma chiaro che gli sponsor di questo governo (come di quelli precedenti), non siano da ricercare nella sola provincia toscana, ma a un livello decisamente più alto (e pericoloso per la vera democrazia). Un motivo in più per pretenderne le dimissioni immediate e la sostituzione con un esecutivo legittimato dal popolo italiano.

Claudio Messora parla del meeting della Commissione Trilaterale a Roma