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(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” l’8 gennaio 2018)

In che modo l’immigrazione di massa si lega ai piani dell’oligarchia globalista?
Sembrano fenomeni distanti, invece sono più collegati di quanto si creda.

1) L’immigrazione di massa è funzionale al sistema Euro, un sistema nel quale gli shock economici, non potendo svalutare la moneta, si scaricano sul costo del lavoro.
E come si svaluta meglio il lavoro, se non importando masse di disgraziati dal Terzo Mondo che lavorino come schiavi al posto dei “choosy bamboccioni” italiani (che nel frattempo fuggono a Londra o Berlino)? Con questo procedimento si aumentano anche i profitti dei “padroni”, mentre i diritti dei lavoratori vengono fatti a pezzi.

2) I super-ricchi globalisti hanno da tempo decretato la fine del welfare state e del ceto medio, soggetto che da sempre porta avanti le rivoluzioni in forme più o meno massoniche.
Per cui stanno congegnando una società mondiale composta di pochi neofaraoni e di sterminate plebi a malapena in grado di sopravvivere. In mezzo solo qualche burocrate e colletto bianco necessario, tanto più ricco quanto più funzionale all’oligarchia.
L’immigrazione, con la crisi e le regole Ue, serve a favorire questo processo di immiserimento delle masse e distruzione del ceto medio, spingendo la concorrenza al ribasso.

3) L’elite globalista odia le identità culturali specifiche nazionali e locali, che cerca di distruggere e omologare nel grande calderone del mercato globale. Per questo odia e cerca di rovesciare ogni governo nazionalista e identitario, che cerchi di fare solo gli interessi del popolo che lo ha democraticamente eletto. L’immigrazione sregolata serve anche a questo: far perdere ad un popolo i suoi caratteri culturali e tradizionali specifici, per sostituirlo con un minestrone multiculturale, più docile e malleabile.
Nel caso dell’Europa, questo serve anche per far ingoiare agli europei un Superstato europeo (gli Stati Uniti d’Europa, analogo degli Usa) e successivamente un superstato mondiale.
Il credo economico di questi superstati è ovviamente il libero mercato, il neoliberismo, mentre ogni Stato sovrano può legittimamente decidere di riprendersi le sue sovranità e imporre politiche protezioniste, a discapito degli interessi delle grandi multinazionali.

4) La totale e libera circolazione di merci, servizi, capitali e persone (lavoratori/schiavi) è uno dei cardini del neoliberismo e dell’Unione Europea, ed è uno dei principali fattori di concentrazione della ricchezza in poche mani e distruzione della classe media.
I bravi fessi No borders e Più Europa, stile Bonino e centri sociali, stanno lavorando per l’agenda dei super-ricchi del pianeta e non, come forse credono, per aiutare i poveracci.
Se volessero veramente aiutare i poveracci, dovrebbero andare in Africa, continente ricchissimo, e aiutare quei popoli a nazionalizzare le proprie risorse, eleggendo governi – guarda un po’ – nazionalisti e sovranisti.

5) Per avere la conferma che l’immigrazione di massa in Italia e Europa è voluta e scatenata dal potere finanziario, oligarchico e globalista, si prenda – oltre all’arcinoto George Soros – questo fantastico personaggio.
Peter Sutherland, collegato a Goldman Sachs, Trilaterale, Bilderberg, Onu, Unione Europea, sionisti e Vaticano, uno che dopo il referendum sulla Brexit ha twittato: “Questo risultato va ribaltato, in un modo o nell’altro“, bene, questo individuo ha detto:
“Il problema sono le popolazioni che ancora coltivano un senso della loro omogeneità e differenza dagli altri. Ed è precisamente questo che l’Unione Europea, a mio parere, deve fare di tutto per erodere”. E ancora: “L’Unione Europea deve fare del suo meglio per minare l’omogeneità dei suoi stati membri”.
Capito? Per far funzionare Euro e Unione Europea, bisogna distruggere le identità nazionali.
A questo serve la retorica “No borders”, dell’accoglienza illimitata, e il lavoro incessante delle Ong che, come si può leggere in questo articolo, lavorano per le stesse elite sovranazionali.

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(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 1 ottobre 2017)

Ci siamo già occupati su questo sito della questione immigrazione in occasione dello scandalo Ong e delle rivelazioni del Pm Zuccaro. E’ il caso di ritornarci adesso a tutto tondo per l’emergere di tanti altri elementi di riflessione e preoccupazione.
Se infatti la neopropaganda sorosiana vorrebbe tacciare di razzismo e fascismo chiunque sollevi il minimo dubbio sulla bontà di un’immigrazione senza limiti, a maggior ragione questo deve essere un motivo perché gli intellettuali liberi (quelli rimasti) prendano il toro per le corna e affrontino il problema al riparo dai soliti pregiudizi ideologici.

Tanto per iniziare, il concetto di una libertà di circolazione assoluta delle persone, senza nessun confine o controllo agli ingressi, è il sogno non solo della Open Society di George Soros, ma anche di ogni neoliberista fanatico, che così si può prendere la forza- lavoro più a buon mercato in assoluto, eludendo qualsiasi diritto del lavoro conquistato magari, come da noi, con secoli di lotte. E’ il trionfo del supercapitalismo, e i sindacalisti che non capiscono ciò ma difendono l’illimitato ingresso dei migranti stanno tradendo i loro stessi compatrioti. Questa assoluta libertà di circolazione della forza-lavoro, del resto, si lega alla pretesa assoluta libertà di circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali, altri cardini del neoliberismo e del supercapitalismo che stanno facendo a pezzi le classi medie. Per questo, chiunque si opponga al neoliberismo e al supercapitalismo DEVE NECESSARIAMENTE anche opporsi ad una illimitata mobilità degli individui-forza lavoro, e chiedere maggiore protezione per le genti autoctone e per le loro attività economiche. E questo è il primo punto.

Poi ci sono le questioni legate alla sicurezza. Le statistiche ci dicono (se non bastassero il semplice buon senso e la lettura delle cronache quotidiane) che gli immigrati delinquono di più degli autoctoni. Il motivo è chiaro: sono meno integrati, in condizione di maggiore disagio e indigenza, provengono da zone del mondo maggiormente violente, dove i diritti umani sono meno tutelati che in Occidente (soprattutto quelli della donna). Questo mix letale, assieme alla percezione di un sistema legale più permissivo, spinge molti di loro a delinquere, contribuendo a creare un senso di insicurezza nelle popolazioni autoctone che cresce al loro aumentare di numero.
Questo è tanto più preoccupante quando ci riferisce all’immigrazione islamica, legata ai fenomeni di radicalizzazione terroristica e ad una cultura tendenzialmente poco incline ad integrarsi, quanto piuttosto a “integrare” e a conquistare, secondo i dettami più fanatici del Corano. E’ chiaro che la presenza islamica è una minaccia anche solo da un punto di vista demografico, dal momento che per molti islamici la semplice espansione demografica sarà lo strumento attraverso cui la loro cultura conquisterà l’Europa. E’ il caso di ricordare l’invito lanciato da Erdogan ai turchi europei a “fare 5 figli a testa“, e vale la pena notare che, mentre gli europei fanno sempre meno figli, gli immigrati islamici tendono ad essere decisamente più prolifici.
Per questi motivi, assistere alla crescente presenza islamica sul territorio europeo significa condannarsi ad un futuro in cui i partiti di estrazione musulmana imporranno leggi a loro favore per via PERFETTAMENTE LEGALE, e questo senza considerare la crescente minaccia del terrorismo jihadista.
Di fronte a questa prospettiva, occorre una restrizione agli ingressi dei musulmani in Europa e alla concessione loro della cittadinanza, altro che Ius Soli.

Proseguendo nell’elenco, ci sono le questioni legate alla salute pubblica.
Gli immigrati portano malattie: non è una sparata di Salvini, ma quanto si evince dai documenti dell’Agenzia Italiana del Farmaco e del Ministero della Salute, che così motivano la decisione di aumentare a 10 i vaccini obbligatori. E lo si evince anche dalle statistiche tedesche, che descrivono un ritorno di malattie considerate debellate dal 2015, anno dell’apertura della Merkel ai “profughi”.
Ci hanno pensato poi i recenti casi di malaria in Trentino e Chikungunya nel Lazio a rendere più chiaro questo collegamento: nel primo caso la malattia era stata contratta da immigrati rientrati nei Paesi di origine e diffusa poi sul territorio italiano; nel secondo si tratta di una malattia non diffusa in Europa, quanto in zone tropicali e subtropicali, quindi è altamente improbabile che si sia trattato di un focolaio “autoctono”.

Del grande affare dell’accoglienza, poi, che vede coinvolte coop rosse, Chiesa, mafie, Ong e trafficanti africani, abbiamo già parlato in un articolo precedente, nel quale abbiamo anche sottolineato come l’immigrazione illimitata favorisca la creazione degli Stati Uniti d’Europa, un replicante degli Stati Uniti d’America, attraverso la distruzione, desovranizzazione e spersonalizzazione degli Stati nazionali.

In definitiva, da una immigrazione priva di regole e controlli hanno tutti da perdere, tranne l’oligarchia mondialista dei super-ricchi, coloro che si ingrassano con il traffico di esseri umani e con i soldi pubblici destinati al mantenimento dei migranti, e politici privi di decenza come quelli del Pd che, ormai odiato dagli italiani, spera di raccattare qualche voto estendendo la cittadinanza agli africani. Sarebbe auspicabile che tutti questi soggetti – oligarchi elitari, politicanti di sinistra, chiesaroli da quattro soldi e attivisti da centro sociale fuori dal mondo – si trasferissero in Africa in prima persona per soddisfare il proprio “grande senso umanitario”, lasciando l’Italia agli italiani che la amano, che ne rispettano storia, cultura e tradizioni e che vogliono il meglio per i propri connazionali in primis.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 17 marzo 2017)

Sono anni che sentiamo ripetere il mantra della libertà, delle frontiere aperte, dello Stato che deve contenere il suo ruolo, del mondo che deve diventare sempre più accessibile a tutti, senza limiti di sorta, e la retorica della “buona” globalizzazione e integrazione contro la “cattiva” chiusura nei propri confini.
Questa retorica falsissima e ipocrita, che fa leva sull’istintiva bontà di chi non capisce quali siano gli interessi sottintesi, è in realtà il grimaldello per far accettare alle grandi masse la religione neoliberista in economia e il totale relativismo etico sul piano morale.

Sul piano economico, il neoliberismo promuove la totale assenza di limiti e restrizioni alla libera circolazione delle merci, dei servizi, delle persone e dei capitali, secondo uno schema che è quello fondativo della Comunità Europea (poi divenuta Unione Europea) e dei trattati di “libero scambio” come Ceta, Ttip e Tisa. E’ inutile ribadire come questa “libera circolazione” si traduca nella pratica con il massacro dei piccoli produttori per mano dei più grandi, con il trionfo del produttore peggiore (in grado di abbassare costi e prezzi dei prodotti, anche con metodi eticamente discutibili) a danno di quello più virtuoso, e con il trionfo delle grandi economie di scala su quelle piccole e locali.
E quindi trionfo del grande capitale sulla piccola e media impresa, ricchezza che si concentra sempre più in poche mani, eccetera.
La prassi ci dice ogni giorno che un certo grado di protezionismo e di intervento dello Stato in economia (eh sì, compresi i tanto odiati dazi, visti come blasfemi dai neoliberisti e dai trattati europei) è assolutamente necessario per evitare che gli squali dei “mercati” mangino tutti i pesci piccoli. Ma non stupisce che i media, di proprietà degli stessi squali, raccontino una storia ben diversa.
Così la narrazione rosea della globalizzazione, delle frontiere aperte, del mondo sempre più unito, dello Stato cattivo e della politica corrotta che si deve fare gli affari suoi, è funzionale ai giganti di finanza ed economia per fare i propri traffici indisturbati e poter diventare padroni di sempre più risorse in sempre più territori. Benvenuti nella VERA globalizzazione.

Ma se gli effetti nefasti della globalizzazione economica cominciano ad essere noti ai più, che reagiscono sempre più spesso con voti di protesta, esiste un altro aspetto, non meno importante, che è connesso all’opera dei globalisti: ed è quello socio-culturale.
Mentre sul piano economico si concentra la ricchezza e si erodono i diritti dei lavoratori e il benessere della classe media, sul piano socio-culturale si incoraggiano i modo crescente i fenomeni migratori e il multiculturalismo. I produttori, mentre delocalizzano dove la manodopera costa meno, incoraggiano nel contempo l’ingresso costante di nuovi disperati in quegli Stati con ancora una forte presenza sindacale e diritti dei lavoratori (come Italia e Francia) in modo da disporre costantemente di manodopera a prezzi stracciati, che costringa gli autoctoni ad adeguarsi o ad andare via. Nel frattempo si ritoccano al ribasso i diritti dei lavoratori, come abbiamo visto con il Jobs Act renziano e la Loi Travail francese.
Incoraggiare i fenomeni migratori e il multiculturalismo serve anche a distruggere progressivamente le identità nazionali, per arrivare nel nostro continente agli Stati Uniti d’Europa, e nel mondo a un grande mercato globale sotto il controllo di pochi signori della finanza e un pugno di corporations.

Un altro tassello del puzzle è il continuo assalto ai valori tradizionali, collegati tra loro, del cristianesimo e della famiglia. Attraverso la ossessiva pressione dei nuovi “diritti” Lgbt (tra cui il matrimonio gay, l’adozione di figli per coppie omosex, la “commissione” di figli per coppie gay con tecniche come l’utero in affitto e Dio solo sa cosa seguirà, c’è già chi parla di permettere agli uomini di partorire) si vuole scardinare il concetto di famiglia tradizionale e naturale, cara alla cultura cattolica ma anche al semplice buon senso, per sostituirla con il concetto di famiglia “artificiale” o “convenzionale”, e con quello di figli “comprati” e “fabbricati”, ovviamente per chi se li può permettere.
Chi scrive ritiene che il primo diritto a dover essere tutelato sia quello del minore ad avere un padre ed una madre, naturali o adottivi. Il resto, il cosiddetto “diritto” delle coppie omosex di avere figli, è pretesa egoistica e contro natura.

Ma se si nota chi c’è dietro questa pretesa costante di dare nuovi “diritti” alle coppie Lgbt, si trova una vecchia conoscenza: lo stesso George Soros in prima linea nel promuovere le continue ondate migratorie verso Europa e Usa.
E’ evidente come il ricco finanziere, con i suoi compagni, stia cercando di mutare il dna di un continente nato su radici greco-romane e poi cristiane, per trasformarlo in un guazzabuglio di razze, etnie, culture e religioni diverse (con i diritti economici, però, sempre al ribasso), che si abbandoni alla nuova religione del consumo.
L’attacco al cristianesimo e ai suoi valori tradizionali (tipico della Massoneria e che ultimamente va di pari passo con quello allo Stato-nazione) ha anche un’altra motivazione: da sempre la dottrina cristiana (almeno nelle sue intenzioni migliori) vede di cattivo occhio la ricchezza e il materialismo, proponendo invece una prospettiva trascendente e all’insegna della solidarietà e della moderazione. Una prospettiva niente affatto gradita dagli avidissimi e straricchi signori del denaro – “sterco del demonio”, per l’appunto – e al loro culto della competizione.

Così a una deregulation economica si vuole accompagnare una deregulation morale e valoriale: il modo migliore per creare una massa di consumatori privi di coscienza e di una identità specifica, che non sia quella data dalla fruizione di una serie di beni e servizi. E per promuovere la nuova “cultura” del materialismo totale e del relativismo etico.

 

P.s. Qui la lista degli alleati considerati “affidabili” da Soros al Parlamento Europeo.
Tra loro Kyenge, Barbara Spinelli e Cofferati.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 10 novembre 2016)

Paolo Barnard è uno dei giornalisti più duri verso l’Euro, l’Unione Europea, il neoliberismo e lo strapotere della finanza internazionale, nonché il primo a portare in Italia la scuola economica Memmt.
Ma è anche uno dei critici più feroci dello Stato di Israele e del terrorismo occidentale.
In questa intervista a 360 gradi abbiamo toccato con lui i nodi fondamentali delle elezioni Usa, della Brexit, dei trattati di libero scambio, della progressiva erosione della democrazia in Europa, delle dittature mascherate da istituzioni europee, del referendum costituzionale italiano e della natura dello Stato di Israele.

Natura vs industria

(Articolo pubblicato su “Barricate – L’informazione in movimento” il 16/9/2015)

Ho da qualche giorno finito di leggere “Una rivoluzione ci salverà” di Naomi Klein (titolo originale: “This changes everything”), e il libro centra perfettamente quella che è la sfida più grande per il futuro prossimo dell’umanità. La Klein rileva come, per evitare una crescita della temperatura di più di 2 gradi entro la fine del secolo e tutti i disastri che ne deriverebbero (sotto forma di terremoti, inondazioni, carestie, immigrazioni di massa, città sommerse, ondate di calore estremo), occorre ripensare radicalmente l’attuale sistema socio-economico, riducendo rapidamente la nostra dipendenza dai combustibili fossili e aumentando il nostro utilizzo di energie rinnovabili. Questo rapido cambiamento, seppur necessario, è tuttavia ostacolato dalle potenti lobby dei combustibili fossili, che non vogliono perdere le loro ingenti fonti di profitto, a volte aiutate dalle stesse organizzazioni “verdi”. Ad opporsi a questa inversione di marcia è anche il sistema del capitalismo neoliberista in sé: operare una conversione sostenibile dell’economia mondiale implica dare grande potere di regolare l’economia agli Stati e agli organismi sovranazionali, il che vuol dire porre fine alla deregolamentazione dei mercati e delle attività economiche – uno dei pilastri della dottrina neoliberista – e fermare le ondate di privatizzazioni, riportando al centro l’importanza del settore pubblico. Per questo la Klein insiste sulla necessità di una “inversione a U”: il capitalismo, come lo conosciamo adesso, deve radicalmente essere modificato se si vogliono operare quei cambiamenti che la sconfortante agenda climatica ci impone.

Per andare verso il disastro, dice la Klein, è sufficiente invece “continuare sulla strada che abbiamo intrapreso finora”.

Il tema del cambiamento climatico si lega anche ai temi della sovrappopolazione e della futura scarsità di risorse. Un altro mito della economia contemporanea è quello della crescita eterna. La Terra, invece, ci dice che le risorse sono limitate, e che ogni anno consumiamo il budget di risorse rinnovabili messe a disposizione dal pianeta sempre prima (quest’anno l’”Overshoot Day” è stato il 13 agosto, l’anno scorso fu il 19), andando ad intaccare quelle accumulate nel corso di secoli.

Naomi KleinPer impedire che in futuro semplicemente non ci siano risorse sufficienti e si inasprisca una vera e propria guerra di tutti contro tutti, occorre ridurre l’impatto degli esseri umani sul pianeta e sulle sue risorse. Questo è possibile solo in due modi (se si vogliono evitare quelli più spiacevoli, come guerre, carestie ed epidemie): facendo meno figli e consumando meno risorse. Proprio il contrario di quello che ci dicono di fare due fra le istituzioni più potenti del pianeta: la Chiesa cattolica, che si oppone a qualsiasi forma di controllo delle nascite (compresi i contraccettivi), e le corporation globali, che insistono sulla necessità di aumentare indefinitamente i consumi.

Gli stessi accordi per il commercio internazionale approvati nel corso degli ultimi decenni, hanno causato l’aumento delle emissioni nocive e sancito la prevalenza delle esigenze del commercio su quelle della salvaguardia della Terra e della sua abitabilità.

Di questo passo, il pianeta sarà in futuro un luogo sempre più caldo, sempre più sovrappopolato, con una violenta guerra di tutti contro tutti per le risorse, sempre più scarse. E sarà un luogo funestato da sempre più frequenti disastri naturali, di cui probabilmente le corporation cercheranno di avvalersi per realizzare ulteriori profitti, com’è nello stile del “capitalismo dei disastri”.

La Klein offre come soluzione la costituzione di potenti e organizzati movimenti/partiti ambientalisti, che mettano al centro dei propri obiettivi la salvaguardia dell’ambiente e del clima, unitamente all’abbandono delle dottrine neoliberiste in economia e alla redistribuzione delle risorse e della ricchezza, contribuendo a democratizzare il potere togliendolo a quella frazione dell’1% della popolazione che lo detiene tuttora.

Ancora una volta, tutto dipende dalla capacità delle masse di autorganizzarsi contro le élite che cercano di manipolarle. Per operare questi cambiamenti nonostante l’azione contraria dei media e della politica filo-industriali, ci vorrà l’impegno di tutti.

Capitalismo

(Articolo pubblicato su Informare per resistere, il 2 maggio 2014)

Bisogna provare tanta umana comprensione per coloro che, in buona fede, ancora credono che il Pd faccia gli interessi dei lavoratori e delle persone comuni.

È giustificabile (non moralmente, ma almeno razionalmente) chi trae vantaggi economici o politici dall’appoggio a Renzi e ai suoi, mentre non lo è più (se non, in minima parte, a causa della massiccia disinformazione di Repubblica e dintorni) chi li vota senza un evidente tornaconto personale.

In questo frangente votare Pd è quanto di più disastroso si possa fare per l’Italia, e anche per l’Europa. Cerchiamo di capire perché.

Per cominciare, il Pd (nelle sue forme precedenti) è il principale artefice del nostro ingresso nell’Euro e della nostra sottomissione alle regole/capestro di Bruxelles. Ce lo ricordiamo tutti Prodi gioire per l’ingresso in Europa, manco avesse vinto alla lotteria.

Quello stesso Prodi che ha svenduto buona parte del patrimonio pubblico italiano a enti stranieri,  ha contribuito poi a svendere la nazione Italia alla Germania, ai tecnocrati di Bruxelles, alle grandi banche, agli Stati Uniti sotto forma del Fondo Monetario Internazionale.

In questo non ha fatto nulla di particolarmente nuovo: già col divorzio Tesoro – Banca d’Italia del 1981, Ciampi e Andreatta avevano consegnato l’economia italiana al dominio dei mercati e posto le premesse per la deindustrializzazione italiana, in accordo con Germania, Francia ed Inghilterra.
C’è una regola non scritta, nel nostro ordinamento, per cui chi svende il popolo italiano alle potenze estere vince come premio il Quirinale o la Presidenza del Consiglio.

Giudicate un po’ voi se il pestilenziale duo Renzi – Napolitano non sta seguendo la stessa trafila.

Si parlava nel titolo di darwinismo sociale. Qual è la ratio delle regole di Maastricht, e della moneta Euro, se non ergere il darwinismo sociale a regola dominante dell’Ue? In questo, l’Unione si conforma al dettato dei grandi capitalisti (specialmente di quelli finanziari), per cui l’unica regola valida è quella del grande che mangia – pardon, assorbe – il debole.

Il mercato unico favorisce il darwinismo sociale, permettendo alle grandi imprese multinazionali di fare a pezzi la concorrenza delle piccole realtà produttive, specie di quelle a chilometro zero.

I parametri di Maastricht favoriscono il darwinismo sociale, costringendo i Paesi più lontani nel raggiungere i limiti del 3% nel deficit/Pil annuo e del 60% nel rapporto debito pubblico/Pil a riforme lacrime e sangue che fanno a pezzi lo stato sociale. Quindi la scuola, la sanità, le pensioni, gli assegni di disoccupazione. Per seguire dei parametri che, peraltro, sono considerati ingiustificati da numerosi e autorevoli economisti.

L’ideologia neoliberista alla base del mercato unico europeo, quindi la libertà del mercato da regole e restrizioni, favorisce il darwinismo sociale, pretendendo di smantellare lo stato sociale e ogni intervento pubblico in economia, così come ogni forma di protezionismo economico.

La moneta Euro favorisce il darwinismo sociale, perché impedisce ai Paesi più deboli di svalutare la moneta, consegnandoli così ai diktat dei mercati (che speculano in modo mortale sui tassi di interesse) e dei prestatori di denaro, di solito i Paesi più ricchi dell’Ue (Germania in testa), con la Bce e il Fondo Monetario Internazionale. Un ottimo modo per privare quegli stessi Paesi di sovranità politica, dopo averli privati della sovranità monetaria.

L’intera tecnocrazia europea favorisce il darwinismo sociale, perché mette le decisioni vitali per i Paesi e i popoli nelle mani di poche “elite” (poco illuminate, ma molto danarose), rendendo sempre più raro e obsoleto il ricorso al giudizio popolare. Arrivando agli estremi di eleggere, anche in caso di esiti sfavorevoli all’elite, comunque personaggi graditi all’elite stessa, come è accaduto con le elezioni di Letta e Renzi in Italia, ennesima espressione dei poteri forti e non della genuina volontà popolare.

Le politiche di austerità favoriscono il darwinismo sociale, perché nella prospettiva di un fantomatico “risanamento”, inducono la popolazione alla disperazione e a una pioggia di suicidi, a causa dei tagli alla spesa pubblica e agli ammortizzatori sociali. Questo sebbene, in caso di crisi, ogni economista onesto sappia che è necessario rilanciare la spesa pubblica per rilanciare l’economia e l’occupazione. Le lezioni degli anni ’30 dovrebbero venirci in soccorso, ma a quanto pare alle elite il keynesismo proprio non piace. È meglio decimare le popolazioni con ricette economiche prive di senso.

Per finire, il turbo capitalismo finanziario e iperliberista è l’essenza del darwinismo: un pugno di persone (si parla di 85) che detengono più della metà della ricchezza mondiale e pretendono di decidere come i restanti 7 miliardi di persone debbano vivere (o morire). Questo, sia detto nel modo più chiaro possibile, sulla base del possesso di una moneta che è pura illusione: moneta virtuale (cioè impulsi elettronici creati sui computer delle banche) oppure moneta cartacea (creata allo stesso modo dal nulla nelle banche centrali, e che ha lo stesso valore reale dei tovaglioli del discount).

In tutto questo cosa c’entra il Pd? Il Pd ha semplicemente avallato tutto questo gioco, in modo più strenuo e convinto persino di Berlusconi (che tra i suoi difetti ne ha uno che in questo caso torna utile: ama comandare e non ama prendere troppi ordini da potenze straniere).

La retorica europeista, i “morire per Maastricht”, i “ce lo chiede l’Europa” sono da sempre cavalli di battaglia del Pd, che in nome di una falsa internazionalizzazione sta mandando al macero la nazione Italia, con l’aiuto dei servi fedeli di Repubblica e dintorni.

Se si vuole veramente cambiare rotta, bisogna che al Pd sia sottratto ogni potere e quindi ogni voto utile, specie in vista delle prossime europee. Solo quando al governo ci sarà una forza politica veramente dalla parte del popolo italiano e disposta a contrastare la barbarie incombente, sarà possibile tornare a parlare di diritti, di giustizia, di bene comune.

 

 

 

Fonti (e libri consigliati):

 

–          Alberto Bagnai, “Il tramonto dell’Euro”

–          Paolo Barnard, “Il più grande crimine”

–          Nino Galloni, “Chi ha tradito l’economia italiana?”

–          Paul Krugman, “Fuori da questa crisi, adesso”

–          Nouriel Roubini, “La crisi non è finita”

European-Revolution

(Articolo pubblicato su Informare per resistere, il 5/4/2014)

Le elezioni europee in arrivo sono un test decisivo per i popoli d’Europa.

Non ha senso sommergere le piazze di manifestanti contro i tagli imposti dalla Troika, se poi non si votano in massa partiti che offrano qualche soluzione alla dittatura dei tecnocrati di Bruxelles e Francoforte. Sebbene il Parlamento europeo non abbia lo stesso potere decisionale di Consiglio e Commissione, riempirlo di “euroscettici” sarà un segnale importante per l’intera Europa, per gli organi dell’Unione e per gli “osservatori partecipanti al gioco” di oltreoceano.

Prima cosa da fare è votare contro l’Euro. Non ci sono scuse. Si può votare per Grillo, si può persino votare per la Lega, ma occorre assolutamente liberarsi del Pd, che è stato il principale artefice del nostro ingresso nella disastrosa moneta unica.

Per gli ingenui lettori di Repubblica e dintorni, è ora di aprire gli occhi: che l’Euro sia un disastro per i Paesi del sud è evidente e comprovato; lo dicono 6 premi Nobel per l’Economia, lo dicono gli economisti italiani più onesti intellettualmente (come Galloni, Bagnai, la MMT di Barnard, ma anche Borghi, il magistrato Barra Caracciolo, ecc. ecc.), lo dicono le evidenze empiriche nella vita dei cittadini, strozzati dalla mancanza di liquidità, dalla disoccupazione, dai tagli alla spesa pubblica imposti dal Fiscal Compact per il prossimo ventennio, da politiche economiche che non prevedono l’intervento dello Stato a sostegno della popolazione quando ce ne sarebbe bisogno.

Tutti gli economisti sani di mente sanno che, in caso di crisi, per far ripartire l’economia occorre una maggiore spesa pubblica per rilanciare i consumi e in generale per sostenere la popolazione e le imprese, ed è esattamente ciò che viene negato dal Fiscal Compact, dal pareggio di bilancio e dalle stesse regole di Maastricht (rapporto debito pubblico/Pil imposto al 60%).

Non è solo una questione di sana economia, ma di semplice senso di umanità: il Pd e i tecnocrati di Bruxelles hanno preferito i suicidi della popolazione alla rivisitazione di regole e parametri che forse andavano bene in tempi di vacche grasse, ma che sono devastanti in tempi di crisi. Ma non hanno l’attenuante di non aver previsto quest’ultima: il pareggio di bilancio e il Fiscal compact sono stati approvati a crisi bella ed avanzata.

Da questa Europa e dall’Euro traggono vantaggio la Germania e le sue imprese, prima di tutto: perdono tutti gli altri Stati, costretti ad inseguirla senza potersi sostenere, ad esempio, con la svalutazione della moneta: la perdita di sovranità monetaria così costringe questi Stati ad indebitarsi sempre più verso i mercati e i poteri forti.

Traggono vantaggio anche i grandi capitalisti e gli speculatori, che ottengono grandi rendimenti dai titoli di Stato dei Paesi più indebitati e poi si assicurano con altri titoli sull’eventuale fallimento di questi. Per non parlare dell’abbondanza di manodopera qualificata pronta a svendersi pur di trovare lavoro.

Del resto è dal divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro dell’81 che la nostra economia ha cominciato a crollare e il debito pubblico ad impennarsi, al contrario di quanto sostenuto da tanti “ben informati” che lo attribuiscono ai semplici sperperi della cattiva classe politica: il peggior disastro che sia capitato alla nostra economia è stato quindi, da 30 anni a questa parte, l’aver perso ogni controllo statale sulla nostra moneta (e successivamente l’ingresso nell’Euro).

Il rimedio a tutto questo è semplice e alla portata di tutti: portare gli astensionisti, se necessario in ceppi, a votare CONTRO l’Euro (cioè per quei partiti che vogliono il ritorno alla sovranità monetaria) a tutte le elezioni, in primis a quelle europee.

Occorre distruggere la disinformazione sparsa dai giornali di partito come Repubblica, e di giornali industriali/bancari come Corriere, Stampa, Sole 24 ore, che continuano a difendere il progetto europeo a spada tratta, e occorre che il Pd sia riconosciuto come il principale artefice della crisi italiana e dei suicidi dei lavoratori, per accondiscendenza con le folli politiche europee e con l’Euro.

Se questi signori, sempre più piegati al credo neoliberista, hanno continuato a difendere un progetto così letale per le popolazioni, è perché “E’ difficile indurre un uomo a capire una determinata cosa, quando il suo salario dipende dal fatto di non capirla”, per riprendere una citazione utilizzata da Paul Krugman.

 

 

Fonti (e libri raccomandati):

 

–         Nino Galloni, “Chi ha tradito l’economia italiana?”

–         Alberto Bagnai, “Il tramonto dell’Euro”

–         Paul Krugman, “Fuori da questa crisi, adesso”

Euro e Unione Europea hanno favorito solo la Germania, distruggendo le economie del sud Europa. L’unica soluzione è nel riprendere la moneta nazionale e sottrarsi alle assurde regole di Maastricht, che stanno condannando l’Italia a un’ eterna schiavitù. L’economista e docente universitario Alberto Bagnai ci parla delle sue ricerche, riassunte nel libro “Il tramonto dell’Euro”

bandiera-germania-europa(Articolo pubblicato sui numeri 7  e 8 di Barricate – L’informazione in movimento)

Da diversi numeri ormai Barricate si occupa delle questioni Euro ed Unione Europea, e non senza un preciso motivo. Il totale asservimento della maggior parte dei media, per ovvie ragioni politiche ed economiche, ai dogmi dell’irreversibilità dell’Euro e della inattaccabilità delle regole europee, rendeva sempre più urgente dare voce alle motivazioni di chi, da tempo, ha rilevato che in tutto questo sistema le cose che non quadrano sono tante. L’insistenza su debito pubblico e deficit in rapporto al Pil, con un accanimento che ha dell’insensato, le politiche di austerità imposte come un male necessario, il trionfo delle dottrine neoliberiste a danno del bene della popolazione, ignorato anche di fronte ai casi più gravi di impoverimento e suicidi con una indifferenza che sfocia nella psicopatia: in tutto ciò i grandi media hanno avuto un ruolo fondamentale, e un giorno dovranno seriamente risponderne. Così come dovranno risponderne i politici che hanno avallato misure distruttive e accordi scellerati, andati a tutto vantaggio di un ristretto gruppo di banchieri, corporations e colleghi di casta. Il peggior crimine di questo connubio media-politica-industria-banche è stato l’aver costretto la gente a pensare che doveva subire in silenzio ogni tipo di privazione, che “non ci fosse altra scelta”. Ora sappiamo che si è sempre e solo trattato di un gioco truccato, per arricchire i pochi distruggendo e sottomettendo i molti.

Negli scorsi numeri Barricate ha sentito Paolo Barnard, Nino Galloni, Roberto Errico, Antonio Miclavez, Daniel Estulin: tutte voci lontane dal circuito mainstream e tutte concordi nel ritenere il sistema politico-economico vigente, in Italia e in Europa, un “gioco per pochi”, in cui i comuni cittadini possono (e devono) solo obbedire a quanto viene deciso dalle elite. Elite che – com’è ovvio – si distinguono nient’altro che per censo, e per la comune protezione che accordano ai propri privilegi. In questo numero abbiamo intervistato un altro economista profondamente critico verso l’Unione Europea e l’Euro, Alberto Bagnai, docente all’Università “D’Annunzio” di Chieti-Pescara e autore del libro “Il tramonto dell’Euro”.

Prof. Bagnai, nel suo libro lei afferma che, visti i vantaggi che ne trae la Germania, più che di Unione Europea bisognerebbe parlare di annessione. Ci può spiegare i motivi di questo giudizio?

Il giudizio è largamente condiviso oramai da un’ampia parte della letteratura scientifica internazionale, e si basa su un’evidenza facile da afferrare: se un Paese a valuta forte si unisce a un Paese a valuta debole, la loro valuta comune avrà un valore medio rispetto a quelle originarie. Ciò significa che ora la Germania ha un Euro che per lei è come una Lira mascherata, l’Italia ha lo stesso Euro, che per lei è un Marco mascherato. Quindi entrando nell’Euro la Germania è come se avesse fatto una svalutazione competitiva, la Lira è come se avesse apprezzato il suo cambio, danneggiando le sue esportazioni. È un gioco che non può durare a lungo, perché se di fatto la Germania svaluta entrando nell’Euro per aumentare le sue esportazioni (che infatti sono esplose), va in surplus che corrisponde al deficit di altri Paesi, i quali si indebitano per acquistare i prodotti del Paese forte. Alla lunga il sistema diventa insostenibile e crolla per tutti. Ora infatti anche la Germania non è in ottima salute economica e il suo atteggiamento sta innervosendo partner importanti come gli Stati Uniti e il Giappone.

Fin dall’unificazione le elite tedesche erano pienamente consapevoli che, imponendo un cambio troppo forte a un Paese vicino col quale si vuole creare un’unione economica, lo si distrugge economicamente e lo si “mette in vendita”. Nel caso della Germania Est l’unione monetaria venne fatta con il Marco uno a uno, quando prima ci volevano 4 marchi dell’Est per comprarne uno dell’Ovest. Così i prezzi dell’Est quadruplicarono, l’impatto sulla competitività fu devastante e i tedeschi dell’Ovest si presero le persone più qualificate e le risorse naturali più interessanti dell’Est. Con l’Euro è successa una cosa analoga: la mancanza di flessibilità del cambio ha consentito agli squilibri di accumularsi e ora l’Italia è in svendita dopo 10 anni un po’ come la Germania Est fu in svendita a 10 mesi dall’introduzione del Marco uno a uno. Un euro italiano per un euro tedesco è un’operazione altrettanto assurda di un marco dell’Est per un marco dell’Ovest di allora.

Il professor Alberto Bagnai, economista e autore del libro "Il tramonto dell'Euro"

Il professor Alberto Bagnai, economista e autore del libro “Il tramonto dell’Euro”

L’Italia oggi è priva di sovranità monetaria. Il problema, lei spiega, risale non solo all’adozione dell’Euro, ma anche al divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia del ‘81. Ci parla delle conseguenze negative di questi due passaggi?

L’Euro si inserisce nel processo storico della globalizzazione, che significa soprattutto libertà dei movimenti di capitale. Se questi sono liberi gli investitori possono portare i loro denari laddove i rendimenti sono maggiori.  Quando i Paesi si uniscono con un cambio più o meno fisso, i capitali affluiscono verso il Paese che offre il tasso di interesse più alto. All’inizio degli anni ’80, con l’entrata nel Sistema monetario europeo (Sme) dell’Italia e di altri Paesi, nacque l’esigenza per diversi Paesi europei di adattarsi alle condizioni del mercato monetario dettate dalla Germania, che era quello più importante. Infatti quando questa alzava il tasso di interesse, se non lo avessero fatto anche loro, i capitali sarebbero tutti fuggiti verso di lei. I Paesi europei dall’entrata nello Sme e dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale degli anni ‘90, non potevano più determinare in modo autonomo il tasso di interesse. Il divorzio si situa in questo contesto: il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi decisero che il governo per finanziarsi si doveva rivolgere ai mercati, perché la Banca d’Italia non avrebbe provveduto alle necessità finanziarie del governo emettendo moneta.
Così il divorzio, assieme alla necessità di seguire i tassi di interesse tedeschi rialzati dopo l’unificazione, contribuì a mettere in grave crisi l’Italia.

Con l’Euro non siamo più in grado di sganciarci senza gravi traumi, come avvenne alla fine del ’92. Allora dopo la crisi ci sganciammo, la svalutazione permise alla nostra economia di ripartire e di alleviare il peso dei debiti esteri, accumulati in un contesto di cambio quasi fisso.

Nel libro lei insiste proprio sulla necessità di svalutare la moneta, che permetterebbe all’Italia di superare le sue difficoltà ma che non si può fare rimanendo nell’Euro. Perché svalutare ci aiuterebbe?

L’Euro è praticamente fatto per impedire alla Germania di rivalutare. Se ci fosse il Marco, per acquistare automobili tedesche dovremmo comprare marchi, e il loro prezzo salirebbe. Il Marco si rivaluta, la Lira si svaluta. Svalutare non vuol dire che siamo più cattivi, ma che ci piacciono di più i beni di quel Paese. Se il mercato valutario funziona, la valuta del Paese che fa un bene molto desiderato si apprezza: questo rende quel bene meno conveniente. Così chi vive lì gode dei benefici di una moneta più forte e dopo un po’ la situazione si riequilibra.

Il problema dell’Unione Europea è che vuole essere un’economia di mercato,  ma che impedisce con una ferocia da regime sovietico al più importante dei mercati, quello valutario, di funzionare. Se non c’è l’aggiustamento dato dalla compravendita delle valute nazionali e dall’allineamento del cambio, gli squilibri così creati si scaricano sul mercato del lavoro. Come? Con le austerità. Tagli la spesa pubblica, crei un po’ di disoccupazione, i lavoratori accettano di essere pagati di meno e il Paese diventa più competitivo. Che è quello che ha fatto il presidente Monti. Questo tipo di aggiustamento però è molto più doloroso per le popolazioni. Un sistema di cambi fissi come l’Euro è incompatibile con una democrazia a suffragio universale, perché determina costi sociali incompatibili con l’esercizio del diritto di voto dei cittadini, che dopo un po’ ne avranno le tasche piene. Non è un caso che l’Unione Europea sia retta da due organismi che non sono eletti democraticamente, la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea.

La copertina del numero 7 di Barricate

La copertina del numero 7 di Barricate

L’Europa sembra preda di ricette economiche che non fanno che peggiorare le cose. Lei critica sia i parametri di Maastricht che le politiche di austerità. Perché queste ricette non funzionano, e tuttavia vengono imposte come un male necessario?

La critica ai parametri di Maastricht è vecchia come i parametri di Maastricht. Già nel 1993, subito dopo che il trattato fu firmato, economisti autorevolissimi come Nouriel Rubini, Giancarlo Corsetti e Willem Buiter parlavano del non senso di questi parametri, sottolineandone le incongruenze. Se le politiche sbagliate continuano ad essere riproposte è perché queste sono sbagliate rispetto agli obiettivi dichiarati, ma sono giuste rispetto a quelli non dichiarati. Se non puoi rivalutare il cambio, la flessibilità si recupera attraverso la flessibilità del salario: per diventare competitivo devi pagare meno i lavoratori. Questo puoi farlo solo se c’è una disoccupazione importante, perché solo così il lavoratore accetterà dei contratti più precari, retribuzioni meno elevate, ecc. L’austerità, quindi, serve a questo: a creare disoccupazione in modo che i salari si abbassino e il Paese ridiventi competitivo, e a ridurre i redditi in modo che le famiglie consumino di meno e il Paese importi di meno. Così si riequilibrano i rapporti con l’estero e l’austerità viene presentata dicendo che abbiamo una crisi di finanza pubblica. Ma nel maggio scorso il vicepresidente della Bce Vitor Constancio ha detto quel che gli economisti sanno da tempo, cioè che la crisi non è di finanza pubblica. I Paesi che sono andati gambe all’aria per primi (Spagna, Irlanda…) avevano i conti pubblici a posto, surplus di bilancio e debito pubblico sotto il 40% del Pil. Sono saltati perché famiglie e imprese – quindi il settore privato – avevano forti debiti con le banche private del Nord, che avevano prestato loro soldi per comprare beni del Nord. Queste politiche vengono giustificate con una narrazione della crisi falsa, e perseguono benissimo il riequilibrio dei conti esteri ma non l’obiettivo dichiarato, cioè l’equilibrio dei conti pubblici, perché questi si riaggiustano con la crescita e non con i tagli.

Qualcuno quindi trae vantaggio dal mantenere alta la disoccupazione, tenere bassi i salari e mettere in ginocchio i Paesi più deboli. Chi è il “regista” di questa Unione Europea?

L’Euro facilita meccanismi tipici del capitalismo globalizzato, che si basa sul contenimento dei salari. Ma se il potere di acquisto delle famiglie diminuisce, si crea il problema di come far acquistare i beni che vengono prodotti. Quando – agli inizi degli anni ’80 – i salari reali negli Usa e in Europa rallentano la loro crescita, assistiamo a un aumento del debito, prima pubblico e poi privato. Se la gente non ha soldi, per comprare deve indebitarsi.

A chi conviene questo gioco? Inizialmente ai capitalisti di qualsiasi forma e dimensione, specie a quelli che operano nei mercati finanziari, che guadagnano dall’erogazione del credito.
Alla fine ci perdono tutti, perché quando il gioco diventa insostenibile saltano anche le banche, con la differenza che se salta una famiglia nessuno si preoccupa, se salta una banca lo Stato mette le mani nelle tasche dei contribuenti e le ripiana i conti. Questo è successo ovunque nel mondo, ma più nell’Eurozona perché l’Euro favorisce l’integrazione finanziaria e permette allo spagnolo di indebitarsi più facilmente col tedesco di quando c’erano monete diverse, eliminando il rischio del cambio per il tedesco.
Il capitale nasce internazionale mentre il lavoro nasce locale. Se il lavoratore non accetta diminuzioni di stipendio, l’imprenditore delocalizza: a questo serve la libertà di movimento dei capitali. Da quando è cominciata, a partire dagli anni ‘80 in Inghilterra, il debito ha cominciato a salire.

Quest’Europa è un regime estremamente totalitario, che ha imposto una moneta che è un assurdo economico e che finirà, e regole altrettante assurde. Il modello italiano ha funzionato benissimo finché non è stato schiacciato da queste regole, e potrebbe continuare a funzionare se avesse maggiore autonomia decisionale in tanti settori. Da questi regolamenti qualcuno ci guadagna, evidentemente.

Il tramonto dell'Euro

Il libro di Alberto Bagnai, “Il tramonto dell’Euro”

Sicuramente uscire dall’Euro per l’Italia sarebbe un bene, da quanto ci dice. Se questo accadesse, dopo quali misure economiche bisognerebbe prendere per evitare problemi di altro tipo?

Per la diagnosi, tutti gli economisti sono d’accordo, a parte una sparuta minoranza che deve venire a compromessi con la propria coscienza per motivi politici e mentire su ciò che la letteratura internazionale dice da 60 anni, cioè che l’Europa è fatta di Paesi troppo diversi per potersi permettere una moneta unica.

Per la terapia, l’uscita dall’Euro non sarebbe così catastrofica come i media ce la propongono. Sicuramente nel medio termine sarebbe un bene, ma nel breve termine non sarebbe una passeggiata, perché l’uscita dell’Italia causerebbe la fine dell’Eurozona aprendo ad esiti imprevedibili, ma comunque gestibili.

Questo scenario non è politicamente proponibile; più proponibile è che si arrivi ad una segmentazione dell’Eurozona che parta da un’iniziativa dei Paesi più competitivi. I Paesi del sud sono come limoni cui è stato spremuto tutto il succo, quindi la Germania ora ha davanti a sé due strade: o tenta una vera e propria annessione, camuffando da Stati Uniti d’Europa un giochetto come quello che ha fatto con la Germania Est; oppure cerca di sganciarsi, perché se non dà un reale respiro ai mercati del sud che sono stati fino a un anno fa i suoi mercati più importanti, la sua economia rischia di andare in sofferenza.

Perché si arrivi ad una soluzione pacifica e condivisa occorre una consapevolezza dei problemi: questa in Italia non c’è perché i partiti evitano accuratamente il dibattito su questi temi. Lo ha fatto soprattutto il Pd, ma anche il Pdl.

Potendo decidere, dovremmo tornare alla Lira o lei propone un Euro di serie A per i Paesi più forti e uno di serie B per quelli più deboli?

Io penso ciò che pensano i migliori economisti mondiali, e cioè che l’Italia trarrebbe vantaggio dall’avere una propria valuta; in questo momento non ce l’ha e bisogna trovare un percorso razionale per tornarci.

Per me e altri economisti, come ad esempio Stiglitz, la Germania dovrebbe tornare al Marco. Questo darebbe un enorme respiro all’economia europea. Il secondo passaggio sarebbe quello di far uscire l’Italia, che ne trarrebbe sicuramente un beneficio. Potremmo però trovarci presto di fronte ad un evento traumatico, come una crisi del sistema bancario, per cui dovremmo decidere se ricapitalizzare le banche in euro rivolgendoci alla Troika, o in lire sganciandoci dall’Eurozona e riprendendoci la sovranità.

La sinistra italiana è stata complice del più distruttivo progetto della finanza liberista che la storia dell’umanità abbia sperimentato. Una sinistra così massicciamente dalla parte del capitale ora non può tollerare che qualcuno le dica che dovrebbe schierarsi dalla parte del lavoro.

Cosa bisognerebbe fare? Per prima cosa riprendere gli strumenti di politica economica, in particolare quella valutaria sganciandosi dall’Euro; poi quella monetaria riportando la Banca Centrale sotto il controllo politico. In terzo luogo recuperare lo strumento della politica fiscale, stracciando le regole assurde di Maastricht, che peraltro sono state stracciate dalla Germania e dalla Francia quando potevano farlo senza che gli altri Paesi membri potessero dire nulla. Ciò permetterebbe un riequilibrio della crescita dei Paesi, basandola non sulla ricerca affannosa della competitività e sul taglio dei salari per inseguire la domanda estera, ma sulla domanda interna da alimentare attraverso investimenti non in grandi ma in piccole opere, nell’istruzione, nel capitale umano italiano che rimane di eccellente qualità, nella ricerca. Questi investimenti vanno fatti dallo Stato, spendendo e abbandonando la retorica dell’austerità. Bisogna tornare a pensare in termini di sistema Paese, di interesse nazionale e di domanda interna, basta a questa falsa internazionalizzazione. Perciò il recupero dell’autonomia valutaria, monetaria e fiscale è assolutamente essenziale. In questo momento la vocazione deflazionistica della Germania si pone di traverso a qualsiasi tentativo degli altri Paesi di rilanciare la propria crescita.

Ceccon

Vignetta di Davide Ceccon

In Italia, chi ha avuto (in termini politici) le maggiori responsabilità della consegna del Paese a questi potentati, e quindi della sua perdita di sovranità?

In Italia, come in Germania, i politici sono gli stessi da 20-30 anni: i vari Monti e Draghi giravano per il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia già agli inizi degli anni ’80, quando questa storia è iniziata. Un sistema nel quale gli aggiustamenti a shock esterni si scaricano sui lavoratori non è un sistema sano, quindi per me la principale responsabilità è dei partiti di sinistra, in particolare di quello che oggi chiamiamo Partito Democratico, perché attraverso un percorso tortuoso e assolutamente non democratico ha imposto a questo Paese un regime dove gli shock si scaricano sulle classi subalterne. Anche Berlusconi e il Pdl sono stati sempre acquiescenti alle imposizioni dell’Europa, ma un conto è se un progetto di globalizzazione finanziaria lo difende un capitalista, più o meno immorale e corrotto, un conto è se lo difende un partito che dovrebbe difendere i lavoratori. La maggiore responsabilità rimane quindi del Pd, anche perché, in questa fase storica in cui i nodi stanno venendo al pettine, continua compattamente a negare il problema e a soffocare il dibattito su questi temi. E lo fa prendendosi un’enorme responsabilità storica, perché quando dovremo affrontare l’esito finale della crisi, cioè lo sganciamento, saremo un Paese acefalo, privo di una testa che possa capire e comandare, specie per colpa della negazione del dibattito che tuttora il Pd persegue con una ostinazione che ha veramente dell’incredibile. Da tre anni faccio attività di ricerca e divulgazione rivolgendomi soprattutto alla sinistra, ma ho ottenuto solo l’interessamento della destra, che – se non altro opportunisticamente – ha capito che è arrivata l’ora di parlare di queste cose.