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Facciamogliele pagare. Tutte.

cacciamo-renzi(Articolo pubblicato il 27 novembre 2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Abbiamo trattato in un articolo precedente – e in modo abbastanza approfondito – i motivi per cui è fondamentale votare No al referendum costituzionale del 4 dicembre.
Aggiungiamo ora alcuni elementi conclusivi a pochi giorni dal voto.
Orbene, la prima considerazione è che la propaganda degli aspiranti fascisti renziani ha assunto toni talmente rivoltanti che persino Goebbels ne sarebbe nauseato.
Facciamo una piccola antologia.

“Se vince il No arriva un Trump italiano”.
Come se Renzi e i suoi non siano già l’espressione più becera dell’autoritarismo, della mancanza di rispetto per la democrazia, di asservimento verso grandi banche, multinazionali e lobby di ogni tipo, di gestione del potere in senso familistico e consociativo. Non si capisce poi chi dovrebbe essere questo fantomatico Trump italiano, dato che il M5S ha un programma totalmente diverso e Salvini sembra essere ben lontano dall’avere i numeri per governare.
Si potrebbe aggiungere, tra l’altro, che Trump è stato regolarmente eletto, Renzi e i suoi scagnozzi no.

“Se vince il No si alza lo spread e si crea il panico sui mercati”
.
E chissene. Stesso argomento usato per indurre il panico nella popolazione prima della Brexit e dell’elezione di Trump (cos’è successo poi? Nulla). Stesso argomento utilizzato per far fuori Berlusconi nel 2011 e imporre un meraviglioso governo tecnico, seguito da altri due governi non legittimati dal voto popolare (per le considerazioni sulla correttezza dell’espressione “premier non eletto” si veda l’articolo precedente).
Non si può decidere sulla Costituzione nata dalla Resistenza in base ai capricci di qualche speculatore e scommettitore da strapazzo, quali sono i famigerati “mercati”.
Se si vuole essere veramente al riparo dal giudizio di questi psicopatici in giacca e cravatta, il sistema c’è: uscire dall’Euro, riprendere la sovranità monetaria e utilizzarla per l’interesse nazionale. Ma questo ovviamente ai lecchini piddini non interessa minimamente. E’ meglio continuare ad affamare gli italiani.

“Se vince il No non cambia niente e perdiamo l’occasione di cambiare la Costituzione per i secoli dei secoli”.
E chi l’ha detto che è la Costituzione che va cambiata? Chi l’ha chiesto agli ultimi governicchi, a parte Napolitano e JpMorgan (noti baluardi di democrazia)?
Non è per cambiare la Costituzione che fu votata la coalizione di Bersani nel 2013 (non era nel programma), e all’epoca il Pd si impegnava ad ATTUARLA, non a cambiarla.
E attuare la Carta è proprio ciò che ancora va fatto, dopo tanti anni dalla sua redazione. O, se proprio si volesse fare qualche cambiamento, si potrebbe togliere di mezzo l’infausto art. 81, quello del pareggio di bilancio, inserito nel 2012. Che ovviamente non è stato neanche sfiorato dalla miracolosa riforma Renzi-Boschi-Verdini-Morgan.

“Se vince il No c’è la palude”.
Tant’è che con la “palude” del bicameralismo perfetto, anche se drogato dal Porcellum, Renzi è riuscito a realizzare Jobs Act, Buona Scuola, cancellazione dell’Art. 18, legge elettorale Italicum (o Porcellum-bis), Sblocca Italia ecc. ecc.
Niente male per un Parlamento lento e incapace di realizzare le necessarie “riforme”.
Rimane solo la Costituzione a limitare la tracotanza e arroganza dei neofascisti renziani: col referendum si cerca di eliminare l’ultimo baluardo al loro strapotere.
Non lasciamoglielo fare.
P.s. Il referendum era dovuto per legge, ovviamente, non essendo stato raggiunto il quorum dei 2/3 del Parlamento necessario ad evitarlo. Non è certo stata una “concessione” di Renzi e i suoi al pueblo. Non scherziamo.

“La Corte Costituzionale? Burocrazia”.
Le tendenze autoritarie presenti nel governo sono venute ancora una volta a galla con la bocciatura da parte della Consulta della riforma della PA attuata dal governo.
Invece di prendere atto della propria incapacità di scrivere una legge attenendosi ai dettami costituzionali, il bulletto si è scagliato, assieme al Comitato per il Sì, contro la Corte accusandola di essere “burocrazia che frena le riforme”.
Cioè, piuttosto di adattarsi alle norme fondamentali dello Stato, questi preferiscono toglierle di mezzo per farsi una Costituzione a proprio uso e consumo. Comportamenti degni di Erdogan in Turchia.

“Dobbiamo ritornare simpatici”.
Questo è stato detto durante l’ultima Leopolda da qualche sodale del regime renziano. Mentre proferiva queste parole, a Firenze veniva vietato il corteo per il No e volavano simpatiche manganellate e lacrimogeni verso  quella parte della società giustamente stufa di Renzi, delle sue balle e delle sue politiche antipopolari e antidemocratiche.
L’operazione simpatia dei renziani è continuata vietando nuovamente cortei e persino volantinaggi per il No (Benevento), vietando dibattiti universitari per il No (Roma Tre) e costringendo tutte le reti italiane ad una asfissiante campagna pubblicitaria per il Sì, con le ragioni del NO costantemente messe in minoranza.
Sempre in tema di simpatia, il governo andava a togliere i fondi già promessi ai bambini malati di tumore in Puglia (il cui governatore Emiliano è notoriamente per il No), mentre prometteva fiumi di denaro a De Luca in Campania, il quale, altrettanto simpaticamente, augurava la morte alla presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi e chiedeva ai suoi di fare “la clientela come Cristo comanda” in nome del Sì, se necessario offrendo fritture di pesce in cambio del voto.

“Dall’altra parte c’è un’accozzaglia”.
Poiché la simpatia non è mai abbastanza, Renzi e i suoi andavano a definire “accozzaglia” il fronte del No, come se la Costituzione del 1948 fosse stata realizzata da un unico partito, e non invece da un fronte composito che comprendeva, tra gli altri, socialisti, liberali, cattolici e repubblicani, con visioni anche molto diverse.
Ma riteniamo superfluo spiegare a entità così asinine e moralmente inesistenti come i renziani che una Costituzione debba rappresentare il superiore interesse collettivo nazionale, e non quello di uno stupido premier finito al governo con manovre di palazzo. L’unica risposta a tanta idiozia è un gran calcio nel sedere sotto forma di voto di massa.

Il trappolone del voto estero
Oltre alle mirabili esternazioni della nostra fantastica classe dirigente (verso il baratro), bisogna prendere in considerazione il cristallino comportamento tenuto dal governo per quanto riguarda gli italiani all’estero, ai quali è stata recapitata non solo la scheda elettorale, ma anche una lettera di propaganda per il Sì. La stessa opportunità non è stata concessa al Comitato per il No, cui è stato vietato l’accesso agli indirizzi.
Il voto estero è inoltre insidioso perché più soggetto a brogli e irregolarità di vario tipo, come riportato da una dirigente del Ministero degli Esteri nel 2013. Basti pensare che allo scorso referendum sulle trivelle, le schede nulle provenienti dall’estero furono l’8%, contro una media nazionale del 0,7%.
Per questo motivo occorre che i voti nazionali per il No siano un numero enorme, per tutelarci da brutte sorprese e trucchetti.

Parola d’ordine: fargliele pagare tutte
Questo articolo va, come detto, letto dopo quello precedente, che spiega in modo ben più tecnico i vari aspetti per cui questa riforma non può e non deve passare.
Il 4 Dicembre è un redde rationem: volete voi fargliele pagare tutte a questi infami usurpatori antidemocratici o volete tenerveli ancora per anni e anni, per giunta con una Costituzione fatta su misura per loro? Chi ha ancora un briciolo di cervello e senso del bene comune non dovrebbe avere dubbi. Prendiamoli a calci.

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war-peace-2(Articolo pubblicato il 17/10/2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Sono ormai mesi che siamo immersi nella campagna per il referendum del 4 dicembre, come se null’altro avesse importanza per Renzi e i suoi galoppini. Del resto lo stesso premier ha ammesso di essere stato nominato a Palazzo Chigi da Napolitano per fare le riforme necessarie (sempre a Napolitano e ai suoi amici, non certo al Paese reale). E’ quindi evidente che la vittoria del No significherebbe fallimento su tutta la linea per un venditore di pentole messo lì solo per far passare ogni genere di schifezza (dalla Buona scuola al Jobs Act, dall’abolizione dell’art. 18 all’Italicum) senza che gli italiani se ne rendessero pienamente conto e senza che i girotondini-quando-le-porcate-le-fanno-gli-altri si levassero a denunciare quanto stava accadendo.

E in effetti l’ipnosi renziana è durata 2 anni buoni: dopodiché, con Banca Etruria e con Trivellopoli, passando per gli 80 euro dati e poi richiesti indietro, il popolo italiano ha iniziato a capire che le pentole vendute non sono poi così buone, e ha iniziato a renderne conto con le amministrative. Ora, per mandare a casa il premier e la classe dirigente più cafona, venduta e arrogante della storia repubblicana (e forse anche monarchica), occorre assolutamente votare No al prossimo referendum costituzionale. Per chi non sopporta Renzi a priori questo è già un ottimo motivo; per chi invece vuole le motivazioni tecniche, questo articolo dovrebbe essere più che sufficiente.


Lasciamo riformare la Costituzione a questa gente?

Il primo motivo per votare e far votare No riguarda CHI sta mettendo mani sulla Carta Costituzionale, che se non è la “più bella del mondo” (come l’ha definita chi poi l’ha rinnegata per le ben note convenienze) è certamente un capolavoro di equilibrio e bilanciamento dei poteri e delle diverse “anime” dell’Italia del dopoguerra: quella cattolica, quella socialista e quella liberale.

La riforma della Costituzione viene da un premier che non è passato da elezioni politiche, e che quindi gli italiani non hanno scelto personalmente. I renziani possono sbraitare quanto vogliono che in repubblica parlamentare il premier non si elegge, ma è dal 2005 che alle elezioni politiche è possibile votare non solo per una coalizione di partiti, ma anche (e soprattutto) per un leader della coalizione, col risultato che al presidente della Repubblica non resta che “ratificare” di fatto, al momento della nomina, la volontà popolare. Se quindi a livello strettamente tecnico-giuridico il premier non viene eletto dal popolo, nella prassi questa cosa accade ormai da anni, e non è possibile ignorarla. Quindi i renziani ci risparmino la lezioncina di diritto costituzionale e si rassegnino: il loro premier/ducetto non è stato scelto dagli italiani, ma messo lì da Napolitano per servire gli interessi dei poteri forti. Come Monti e come Letta prima di lui.

Seconda questione: quella del Parlamento illegittimo. La riforma della Costituzione viene da un Parlamento che, come sappiamo, è stato eletto con il Porcellum, legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Era chiaro che, dopo la pronuncia della Corte, un Parlamento così debole e delegittimato avrebbe potuto e dovuto solo occuparsi di ordinaria amministrazione, come una nuova legge elettorale che recepisse i dettami della Consulta. Invece ha preferito occuparsi di una enormità (peraltro mai richiesta dagli italiani) come la più ampia riforma costituzionale della storia repubblicana, una cosa che non sta né in cielo né in terra. Questa decisione è stata presa solo per permettere a un partito, il Pd, di cercare di blindare il proprio potere in un momento in cui il rischio di “instabilità” costituito dall’avanzata del M5S diventava sempre più forte. Si tratta quindi di una riforma di parte, e non certo fatta per l’interesse del Paese nel suo complesso, come una vera riforma costituzionale dovrebbe essere.

Terza questione: ma si può passare dalla Costituzione di Pertini, De Gasperi e Calamandrei a quella di Verdini, Renzi e Boschi? Solamente vedere le persone che stanno mettendo mano alla Carta fondamentale, gente carica di arroganza, ignoranza e con diverse pendenze con la giustizia, dovrebbe far venire la pelle d’oca a qualsiasi italiano. La Costituzione è materia troppo importante per lasciarla nelle mani di questi soggetti.


Chi appoggia questa riforma?

JP-Morgan-RenziOltre a chi l’ha scritta e a COME è stata approvata, un altro motivo per votare No e rifiutare in blocco questa polpetta avvelenata è costituito dal fronte che sostiene la riforma. Raramente i cosiddetti poteri forti si sono espressi in modo così convinto e unanime a favore di un provvedimento legislativo. Parliamo delle superbanche d’affari JpMorgan Chase (ispiratrice della riforma già nel 2013, con la famosa indicazione ai Paesi del sud Europa di “liberarsi delle costituzioni antifasciste“), Goldman Sachs e Morgan Stanley, di Confindustria e Marchionne, del Fondo Monetario Internazionale, degli Usa (tramite l’ambasciatore Phillips), dei vertici dell’Ue, dell’agenzia di rating Fitch. Tutti si sono espressi a favore della riforma, paventando possibili “disastri” in caso di esito negativo. Lo stesso catastrofismo messo in campo prima del voto sulla Brexit, che invece non ha causato nulla di catastrofico, a parte una salutare svalutazione della sterlina che tornerà molto utile alla Gb per aumentare le esportazioni.

Il fatto stesso che personaggi che rappresentano i peggiori poteri finanziario-economici e politici si esprimano caldamente a favore della riforma dovrebbe fare capire come l’intenzione che c’è dietro sia quella di tutelare gli interessi “padronali”, rendendo stabili governi che prendano rapidamente e senza impicci i provvedimenti utili ai peggiori capitalisti oligarchici, europei e d’oltreoceano. Se anche l’Associazione Nazionale Partigiani all’unanimità e ben 11 presidenti emeriti della Corte Costituzionale si sono schierati in modo deciso contro la riforma, un motivo ci sarà.


Nel merito della riforma

A mio parere gli argomenti su riportati sono già sufficienti per votare un secco e poderoso NO il prossimo 4 dicembre, ma per chi evidentemente ha bisogno di motivazioni più tecniche, entriamo nello specifico.

– Leggi qui il testo della riforma, con a fronte la Costituzione vigente

Gli aspiranti fascistelli renziani si stanno sperticando a spiegarci che la riforma ridurrà i costi della politica, cancellerà gli sprechi, semplificherà l’ordinamento.
Si tratta perlopiù di slogan per fregare i polli oppure di caramelle avvelenate, che a fronte di qualche piccola concessione “cosmetica” fanno danni ben più grossi.

Tanto per iniziare, come ben sappiamo il Senato non viene abolito ma ridotto a 100 unità. Di questi, 95 senatori saranno nominati tra i sindaci e i consiglieri regionali (che saranno quindi scelti dalla stessa classe politica, e non eletti dai cittadini) e 5 nominati dal presidente della Repubblica. I nuovi senatori si divideranno quindi tra amministrazioni locali e Parlamento, facendo probabilmente un pessimo lavoro (se non altro, molto superficiale) su entrambi i fronti. Per non parlare della immunità che investirà i nuovi amministratori-neosenatori, che potranno così sfuggire ai numerosi processi che vedono coinvolti i consiglieri comunali e regionali d’Italia.

Così gli italiani, pensando di votare per una riduzione degli sprechi, finirebbero per votare per una riduzione della democrazia, togliendosi la possibilità di eleggere un ramo del Parlamento.

Accentramento dei poteri

La riforma prevede un poderoso accentramento dei poteri nella mani del governo. Mentre il Senato sarà controllato da chi ha la maggioranza nei consigli regionali e comunali (cioè adesso, chiaramente, il Pd) la Camera sarà controllata – se l’Italicum resterà la legge elettorale – dal partito di maggioranza, che riceverà il 54% dei seggi.
Con simili numeri il partito di governo potrà fare tutto ciò che vorrà, senza particolari ostacoli. La riforma inoltre riporta allo Stato centrale numerose competenze che prima erano delle regioni (art. 117), tra cui energia, infrastrutture e grandi opere, permettendo al governo di imporre decisioni agli enti locali senza la possibilità per questi di difendersi (avete presente l’ostilità delle regioni sulla questione trivelle? Ecco, con la riforma il governo potrà allegramente bypassarle, mentre ora hanno ancora diritto di opporsi allo Stato in un’ottica di codecisione).

Inoltre un Senato depotenziato permetterà al governo di agire molto più spedito con l’appoggio della sola Camera al suo servizio, che tra l’altro dovrà anche approvare celermente provvedimenti di legge “essenziali all’attuazione del programma di governo” (art. 72), e questo oltre all’abuso che negli ultimi anni si è fatto della decretazione d’urgenza.
Il ben misero contentino della riduzione dei costi della politica non è sufficiente, e come spiegano Zagrebelsky e co, se si volesse realmente risparmiare sarebbe sufficiente tagliare le spese militari (quali, ad esempio, l’acquisto degli inutili F35), che costano all’Erario ben più di qualche senatore.
Invece, restando sul tema delle spese militari, persino lo stato di guerra potrà essere deliberato più agevolmente, poiché sarà di competenza della sola Camera dei deputati, come detto espressione del partito di maggioranza (art. 78).
E la Camera sarà la sola, inoltre, a dare la fiducia al governo, mentre quella del Senato non sarà più necessaria, rendendo molto più difficile che un governo possa cadere per liti interne al Parlamento (art. 94). Questo aumenterà pure la “governabilità”, ma di fatto farà sì che il partito di maggioranza faccia i suoi comodi senza nessun tipo di ostacolo.

Aumentano le firme per le leggi di iniziativa popolare

Alla faccia della richiesta di democrazia diretta che arriva dall’elettorato, la riforma oltre ad abolire la possibilità di eleggere i senatori, aumenta le firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare da 50mila a 150mila, triplicandole (art. 71). Il Partito Democratico inverte così, orwellianamente, il significato del proprio nome, diventando di fatto espressione della peggiore oligarchia antidemocratica. Un po’ come il Ministero della Pace di 1984 si occupava di guerra e il Ministero dell’Amore di tortura.

Diminuiscono i controlli al potere centrale

1984-quotes-hd-wallpaper-3Anche gli organi di garanzia, quali il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, risultano depotenziati rispetto all’esecutivo, e fortemente influenzati dal partito di maggioranza.

Il presidente della Repubblica verrà nominato dai due terzi del Parlamento fino al terzo scrutinio, dopodiché basteranno i 3/5 dell’assemblea e, dal settimo scrutinio, i 3/5 dei presenti (art. 83). Un escamotage per permettere alla maggioranza di superare un eventuale stallo e far passare il nome più gradito senza doversi accordare con le minoranze. Ricordiamo che con il 54% dei seggi alla Camera (in caso di vittoria alle politiche) e con il maggiore radicamento negli enti locali (e quindi in Senato), il Pd non avrebbe difficoltà ad eleggere il “suo” presidente.

La Corte costituzionale invece sarà nominata per un terzo dal Parlamento (sotto stretto controllo del partito di maggioranza e di governo), per un terzo dal presidente della Repubblica (sempre forte espressione del partito di governo) e solo per un terzo dalle magistrature superiori (art. 135). La possibilità di avere una Corte veramente imparziale saranno così molto ridotte.

Una semplificazione che non semplifica

Renzi e i suoi amano dare un’immagine di sé come di semplificatori di un sistema assurdo. Leggendo la riforma l’effetto è proprio il contrario, come si evince da uno dei cavalli di battaglia del fronte del No, l’art. 70. Le competenze del nuovo Senato sono elencate in modo così complesso che persino esimi costituzionalisti come Zagrebelsky hanno ammesso di non averle capite, e hanno minacciato di smettere di insegnare se dovesse passare questa riforma.

La balla della necessità di velocizzare il processo legislativo

Un’altra balla clamorosa che viene raccontata dalla propaganda renziana è che il Senato deve essere riformato e la Costituzione storpiata perché “il nostro Parlamento è troppo lento nel fare le leggi”. E’ un altro slogan vuoto, dal momento che il nostro Parlamento ha prodotto dal dopoguerra più leggi di Stati Uniti, Germania, Francia e Regno Unito, come sottolinea Tony Barber sul Financial Times, e che con l’odiato bicameralismo perfetto il governo Renzi è riuscito comunque a far passare ogni porcata, dal Jobs Act allo Sblocca Italia, dalla Buona scuola all’abolizione dell’art. 18.
Cos’altro serve a Renzi e i suoi? Ah già: riformare il Senato in modo da non dover chiedere in quella sede l’appoggio di altre parti politiche (come il centrodestra) e poter completare la dittatura dell’uomo solo al comando.

In definitiva

La Costituzione attuale non ha nulla che non va, se non il fatto di non essere mai stata realmente attuata dalla classe politica e di essere “troppo antifascista”, come denunciato da JpMorgan, cioè di essere molto protettiva verso i diritti dei lavoratori e di porre una serie di limiti e freni al governo, proprio per evitare derive autoritarie quali quelle del ventennio. Ora le grandi banche e corporations, la Troika e gli Usa vogliono per l’Italia un ordinamento più facile da piegare alle necessità dell’oligarchia finanziaria e industriale, garantendo che i galoppini quali Renzi possano fare le riforme gradite ai padroni (sulla scia di quelle già fatte, come il Jobs Act e la voucherizzazione del mondo del lavoro) in modo rapido e senza incontrare particolari ostacoli.
Il succo della riforma è tutto lì.

Se gli italiani vogliono la riduzione del livello di democrazia nel loro Paese, mascherata da riduzione dei costi della politica, si accomodino pure. Se invece hanno finalmente smesso di credere alla favole e ai burattini dei grandi capitalisti, non hanno che da votare No il 4 dicembre.

Voto arma(Articolo pubblicato sul sito Oltre le Barricate il 17 giugno 2016)

Questi ballottaggi sono una grande occasione per porre fine al renzismo. Dopo il referendum sulle trivelle e prima di quello costituzionale, gli italiani hanno l’opportunità di far sentire forte e chiaro cosa pensano del governo e del Pd. E con lo strumento che più può far loro male: il voto.

Se il Pd subirà una debacle in tutte le città più importanti (soprattutto a Roma, Milano e  Torino) l’effetto che ne verrà fuori sarà quello di una bomba atomica su Renzi e i suoi fascistelli col Mac, con una ricaduta immensamente salutare per la democrazia di questo Paese.
Dopo che Napoli si è sanamente derenzizzata, ora lo stesso devono fare le altre città al ballottaggio. A Roma Giachetti ha il pieno sostegno dei Casamonica, come prevedibile. A Torino la Appendino è temuta dai migliori amici del Pd: i banchieri.
Quanto a Milano, Sala è l’uomo di fiducia di Renzi, e questo basta per far convergere il voto verso il candidato opposto, cioè Parisi. Per non parlare delle minacce degli ultimi giorni da parte della Boschi sui finanziamenti che non arriverebbero a Torino in caso di vittoria dei 5 Stelle.

Dopo il Jobs Act (passato senza proteste, per l’immane vergogna di tutti coloro che avrebbero dovuto proteggere i diritti dei lavoratori), l’Italicum (che con il suo premio di maggioranza del 54% per la lista vincente apre la strada a una vera dittatura della maggioranza) e con lo spettro della riforma costituzionale made in JpMorgan, anche chi di solito non vota dovrebbe recarsi alle urne, per votare CONTRO questi distruttori di democrazia.

Servono ulteriori motivazioni? Banca Etruria; Mafia capitale; Trivellopoli e il “quartierino” che controlla mezzo governo secondo le intercettazioni della Guidi; Napolitano che continua a dettare cosa fare agli italiani per conto dei grandi gruppi di potere; il ministro Calenda che difende a spada tratta il TTIP e il CETA, chiedendo all’Europa di esautorare il Parlamento italiano dalla ratifica; i verdiniani e cosentiniani a supporto del Pd; lo sterminato numero di indagati, imputati e condannati nelle file “dem”; la presenza dei poteri fortissimi tra gli influencer del governo (come la Commissione Trilaterale, la superbanca JpMorgan, le multinazionali del petrolio); i legami dei genitori di Renzi e Boschi con piduisti bancarottieri come Flavio Carboni; la riprivatizzazione dell’acqua nonostante il referendum del 2011; lo spettro di una svolta autoritaria in Italia gradita alla finanza internazionale (mascherata col termine “governabilità”); il totale asservimento ai dogmi sacri del neoliberismo, dell’Euro e dei trattati Ue; l’immensa arroganza cafona di Renzi e dei suoi sodali; le uscite della Boschi sui “partigiani veri” e quelli finti, e sui votanti No al referendum equiparati a Casapound; l’aver usato una maggioranza dichiarata illegittima dalla Consulta per cambiare la Carta fondamentale (operazione duramente criticata anche dai presidenti emeriti della Corte Costituzionale); l’occupazione militare della Rai e degli altri media, con relative epurazioni; gli 80 euro promessi e poi tolti ai poveracci, e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.

Sono da considerare motivi sufficienti per votare contro questa gente? O serve che i piddini compiano stragi di primogeniti?

Gli italiani hanno un’ottima occasione per prendere a calci questa feccia in modo assolutamente democratico.
Ne facciano buon uso.

Voto arma(Articolo pubblicato sul sito Oltre le Barricate il 3 giugno 2016)

Queste elezioni amministrative sono una grande occasione. Dopo il referendum sulle trivelle e prima di quello costituzionale, gli italiani hanno l’opportunità di far sentire forte e chiaro cosa pensano del governo e del Pd. E non tramite sondaggi che lasciano il tempo che trovano, ma con lo strumento che più può far loro male: il voto.

Se il Pd subirà una debacle in tutte le città più importanti (e sono tante: Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna…) l’effetto che ne verrà fuori sarà quello di uno schiaffone a Renzi e ai suoi fascistelli col Mac, con una ricaduta immensamente salutare per la democrazia di questo Paese.

Dopo il Jobs Act (passato senza proteste, per l’immane vergogna di tutti coloro che avrebbero dovuto proteggere i diritti dei lavoratori), l’Italicum (che con il suo premio di maggioranza del 54% per la lista vincente apre la strada a una vera dittatura della maggioranza) e con lo spettro della riforma costituzionale made in JpMorgan, anche chi di solito non vota dovrebbe recarsi alle urne, per votare CONTRO questi distruttori di democrazia. Fosse pure per mettere una X sul partito delle casalinghe.

Servono motivazioni? Banca Etruria, Trivellopoli e il “quartierino” che controlla mezzo governo secondo le intercettazioni della Guidi, Napolitano che continua a dettare cosa fare agli italiani per conto dei grandi gruppi di potere, Calenda che difende a spada tratta il TTIP, i verdiniani e cosentiniani a supporto del Pd, lo sterminato numero di indagati, imputati e condannati nelle file “dem”, la presenza dei poteri fortissimi tra gli influencer del governo (come la Commissione Trilaterale, la superbanca JpMorgan, le multinazionali del petrolio), i legami dei genitori di Renzi e Boschi con piduisti bancarottieri come Flavio Carboni, la riprivatizzazione dell’acqua nonostante il referendum del 2011, lo spettro di una svolta autoritaria in Italia gradita alla finanza internazionale (mascherata col termine “governabilità”), il totale asservimento ai dogmi sacri del neoliberismo, dell’Euro e dei trattati Ue, l’immensa arroganza cafona di Renzi e dei suoi sodali, le uscite della Boschi sui “partigiani veri” e quelli finti, e sui votanti No al referendum equiparati a Casapound, l’aver usato una maggioranza dichiarata illegittima dalla Consulta per cambiare la Carta fondamentale, l’occupazione militare della Rai e degli altri media, con relative epurazioni, e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.

Sono da considerare motivi sufficienti per votare contro questa gente? O serve che i piddini compiano stragi di primogeniti?

Gli italiani hanno un’ottima occasione per prendere a calci questa feccia in modo assolutamente democratico.
Ne facciano buon uso.

Francia vs Italia

(Articolo pubblicato il 28 maggio 2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Inizio a pensare che per svegliare gli italiani li si debba prendere a ceffoni uno per uno. Allora forse reagiscono. Non si spiega diversamente l’inedia di un popolo che sembra pronto a subire tutto e da tutti.
Sarà forse la millenaria influenza della Chiesa, col suo costante invito a stare zitti, buoni e non alzare mai la voce verso “l’autorità” (magari legittimata da Dio).
Per carità, qualche contestazione al duo sciagura Renzi & Boschi c’è stata, ma niente di serio in paragone alle porcate fatte. Nel frattempo va avanti la terrificante agenda di distruzione dei diritti – qui come altrove – per il piacere di superbanche, industriali, Troika. Come abbiamo detto, secondo un’agenda globale.

In Francia la protesta contro il Jobs Act locale, la Loi Travail, prosegue ormai da quasi tre mesi. Tre mesi di manifestazioni ininterrotte, con tutti i mezzi a disposizione.
Negli ultimi giorni i francesi sono arrivati a bloccare le raffinerie e le centrali nucleari, soprattutto grazie alla mobilitazione del sindacato Cgt. E la lotta continua, finché la contestata riforma del lavoro non sarà ritirata.

In Italia lo stesso Jobs Act e l’Italicum (una legge evidentemente antidemocratica, specie per il premio di maggioranza spropositato, contestata persino da parlamentari del Pd come Bersani) hanno prodotto si e no un belato. Le sparute proteste sono state lasciate ai cosiddetti “antagonisti” dei centri sociali (manganellati sistematicamente dalla democratica polizia renziana), a studenti e a qualche intellettuale.

Intendiamoci: dopo il progetto di riforme autoritarie, il Jobs Act, e i casi del Salva Banche e Trivellopoli, l’Italia ora dovrebbe trovarsi in uno stato di guerra civile permanente, per costringere un premier non eletto, un governo indegno  e un Parlamento illegittimo a ritirare i provvedimenti liberticidi e andare a casa.
Invece niente, si aspettano gli europei e magari si spera che ad ottobre vinca il No, per liberarsi di questa manica di traditori e venduti. Come se nel frattempo non possano fare valanghe di altri disastri.

A sottolineare la natura “padronale” delle riforme, ci hanno pensato l’Unione Europea, che tramite il commissario agli affari economici, Pierre Moscovici, ha definito la riforma francese come “indispensabile” (tanto per ribadire da che parte sta), e la Confindustria italiana che, con il Fmi, ha applaudito a quelle renziane (già commissionate dalla JpMorgan e dalla Bce, con la famosa lettera del 2011).
Insomma: banchieri, industriali e Troika appassionatamente e massonicamente uniti nella distruzione dei diritti dei lavoratori (e di quelli dei comuni cittadini) nel nome dei propri profitti e della propria insaziabile sete di potere. E su tutto questo processo aleggia l’ombra del TTIP, il trattato commerciale Usa-Europa visto da molti commentatori come un pericolo per la salute e la democrazia, e come sempre sponsorizzato dalle grandi corporations.

I francesi hanno ragione a dire che “non vogliono farsi fregare come gli italiani“. I nostri cari concittadini, finora, si sono fatti turlupinare come allocchi, anche grazie ad una stampa asservita in modo stomachevole e a dei sindacati sonnecchianti.
Lo faranno anche a ottobre? Nel frattempo, qualche segnale di vita sarebbe gradito.

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(Articolo pubblicato il 21 maggio 2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Mentre la premiata ditta Renzi & Boschi – un duo che neanche Stanlio e Ollio – gioca a chi colleziona più insulti ad ogni uscita pubblica (oggi Renzi ha cominciato il tour per promuovere il sì, tra i soliti fischi e manganellate a chi protesta), tutto nel nome delle Sacre Riforme volute da JpMorgan e scritte con Verdini, il Paese scopre a poco a poco che anche la cosiddetta opposizione è in realtà farlocca.

Mi spiego meglio: come già scritto nel primo post di questa mini saga, Di Maio qualche settimana fa ha pranzato con i membri italiani della Commissione Trilaterale, è stato coperto da Fico che non ha neanche voluto sollevare il problema della presenza della presidente Rai Monica Maggioni al meeting Trilaterale di Roma, ed è stato pure applaudito dal vicedirettore del Fatto, tale Stefano Feltri, il quale ha detto che Di Maio “ha fatto benissimo a incontrare i membri della Trilaterale”.

Ora, non ci vogliamo soffermare di nuovo su cosa sia la Commissione Trilaterale e quali i suoi scopi, perché è già stato scritto nei post precedenti e c’è abbondante letteratura disponibile su questi pazzi oligarchi, fanatici dell’austerità per i popoli e del’arricchimento indebito per se stessi.
Spostiamo l’attenzione, invece, sulla posizione ambigua dei 5 Stelle su Euro e Ue, e su quella del Fatto sul TTIP.

Di recente, Di Maio è stato interrogato numerose volte sulla questione Euro, e ha sempre detto che i 5 Stelle “non vogliono uscire dall’Ue” e che “se l’Europa non dà all’Italia ciò che chiede, loro sono disposti ad indire un referendum per uscire dall’Euro”.

Adesso, qui si pone più di un problema. Se i 5 Stelle non vogliono uscire dall’Ue, significa che vogliono rimanere all’interno dei parametri di Maastricht e delle regole del Trattato di Lisbona, che sono quelle che ci stanno condannando a una fine stile Grecia, in presenza di una crisi che sappiamo non si risolverà a breve.

I 5 Stelle affermano che vogliono eliminare il Fiscal Compact e rinegoziare tutto. Bene, ma se quello che viene chiesto non viene dato dai tecnocrati europei, come già accaduto per la Grecia? Allora l’idea è di organizzare il famoso referendum.

euro-fuoridalleuro-rinaldi-m5s-bce-thumb-660x371-51105Di referendum però ne esistono solo due tipi per le questioni nazionali: uno abrogativo, che però non si può effettuare per i trattati internazionali (e quindi per abrogare l’utilizzo dell’Euro, ex art. 75 Cost.), e l’altro confermativo, in caso di modifica costituzionale.
Quindi, o i 5 Stelle inseriscono in Costituzione il referendum consultivo (cosa che prenderebbe anni, e con esiti incerti, anche se dovessero andare al governo) oppure al posto del referendum, al limite, possono organizzare un sondaggione senza valore legale.
Insomma, ci spieghino qual’è la loro idea di referendum, perché allo stato attuale uno non si può fare e l’altro prevede (bene che vada) tempi biblici.
In entrambi i casi si sprecherebbe tempo inutilmente, mentre agli italiani serve liberarsi del cappio composto da Euro-Fiscal Compact-parametri capestro di Maastricht il prima possibile. Sarebbe molto preferibile, quindi, che i 5 Stelle si decidessero ad avere una linea di aperta rottura con i potentati oligarchici europei, per ridare agli italiani tutta la sovranità qualora andassero al governo. La proposta di una Banca d’Italia in mano pubblica è buona, ma da sola non è sufficiente.
Tralasciamo poi i vari viaggi di “accreditamento” fatti da Di Maio di recente, per rendersi gradito alla cancellerie di mezza Europa.

E torniamo così al Fatto Quotidiano, che ci regala un’altra perla grazie al suo vicedirettore, bocconiano e “montiano di ferro” secondo l’Antidiplomatico.
Il prode Feltri, dopo essersi scagliato lancia in resta in difesa dei suoi padrini dell’Ispi e della Trilaterale (notare lo stretto legame di Monti con Trilaterale, Ispi e Bocconi) ha deciso di completare l’opera difendendo il TTIP e la “democraticità” dell’Ue.
Nei prossimi articoli, il Feltri andrà ad analizzare gli enormi vantaggi dell’austerity, la Grecia come “grande successo dell’Euro”, perché il neoliberismo salverà il mondo e di come ai poveri che protestano puzzi l’alito e non abbiano neanche un capo firmato addosso.

Faccio presente che questo individuo non è un pellegrino che passa di lì, scrive qualche minchiata e va via, bensì quello che dirige la truppa quando Travaglio è in giro a presentare i suoi libri.

Si può allora stare ben sereni che il Fatto, come il M5S, non è che scalpiti dalla voglia di colpire i poteri forti (tra cui: Usa, Nato, grandi banche, corporations, Ue ed Euro, massoneria internazionale), ma sembra piuttosto molto condiscendente nei loro confronti. E’ sempre più comodo concentrarsi su “casta, corruzione, sprechi, finanziamenti pubblici ecc. ecc.” lasciando perdere i veri manovratori.

Cupola

(Articolo pubblicato il 13 maggio 2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Abbiamo già detto, negli articoli precedenti, della fine della democrazia in Italia e dell’imposizione di un vero e proprio regime contrario alle stesse norme del diritto e della Costituzione, che sta portando il Paese in un ordine sempre più autoritario (e ci si augura che ad ottobre gli italiani votino No, per bloccare almeno in parte questo scempio).
La stessa cosa sta accadendo nel resto del mondo, sotto i nostri occhi. E il motivo è semplice, perché si tratta degli stessi registi: cioè la supercupola bancaria-industriale-massonica che controlla buona parte del pianeta.

Veniamo ai fatti.

In Italia, come sappiamo, abbiamo un premier non eletto (il terzo di seguito) e un Parlamento illegittimo che stanno cambiando la Costituzione in senso autoritario.
L’ultimo governo eletto (quello di Berlusconi) venne fatto cadere nel 2011 in seguito alla “crisi delle spread”, cioè la massiccia vendita di titoli di Stato da parte di importanti players del settore finanziario. Uno dei maggiori responsabili fu Deutsche Bank, su cui la procura di Trani sta indagando in questi giorni.
All’epoca uno dei senior advisors di Deutsche Bank era Giuliano Amato, che molti pronosticavano come nuovo presidente del Consiglio (o della Repubblica), e che poi è diventato uno di quei giudici della Corte Costituzionale che, come Mattarella, permisero al Parlamento di continuare a legiferare dopo aver dichiarato l’incostituzionalità del Porcellum. E si è detto come questo sia stato un comportamento francamente inspiegabile, una sentenza che si potrebbe solo definire “politica“.
La riforma della Costituzione che stiamo vivendo attualmente è figlia di quella decisione di tenere in piedi un Parlamento illegittimo. Tanto più che la riforma costituzionale in senso autoritario, così come la riforma-precarizzazione del mercato del lavoro, erano state dettate da JpMorgan Chase nel 2013, la banca di cui il supermilionario David Rockefeller è stato direttore e maggiore azionista, e che ha incontrato Renzi due volte tramite Tony Blair (superconsulente dell’istituto) prima e dopo l’elezione del sindaco di Firenze a premier.
E cancellare le democrazia, provocando svolte autoritarie dove necessario, è anche il sogno (dichiarato) della Commissione Trilaterale, superlobby ultraliberista di stampo massonico fondata sempre da Rockefeller con Kissinger, ai cui meeting hanno partecipato Monti, Letta, Guidi, Boschi, Gentiloni e il commissario alla Spending Review Yoram Gutgeld, oltre che il presidente Rai Monica Maggioni.
Vediamo quindi come l’involuzione autoritaria in atto in Italia e la precarizzazione del mercato del lavoro (ma anche la crisi stessa), rispondano ai diktat di ben precisi mandanti in ambito bancario, industriale e massonico, di livello internazionale.

Ma la stessa cosa sta accadendo in contemporanea negli altri Paesi del mondo.

In Grecia un premier eletto per andare contro la Troika, Tsipras, finisce per diventarne un fedele servo, continuando con tagli e austerità. Ed è recente la notizia che il 95% degli aiuti arrivati alla Grecia sia andato alle banche, e non alla popolazione.
Aggiungiamoci anche che la superbanca Goldman Sachs ha avuto pesanti responsabilità nel consigliare il modo di truccare i conti al governo greco, cosa che ha poi causato il crollo di fiducia verso il Paese ellenico.

In Francia il governo sta facendo passare per decreto l’equivalente del Jobs Act, nonostante le settimane di proteste continue. E gli attacchi terroristici hanno dato al premier Valls la scusa per prolungare lo stato di emergenza, riducendo i diritti civili.
Anche in Francia, quindi, abbiamo un crescente autoritarismo, riduzione delle tutele democratiche e precarizzazione del lavoro, la stessa minestra servita in Italia.
Una curiosità: Valls, stando a sentire il massone Gioele Magaldi, apparterrebbe ad alcune superlogge con idee molto antidemocratiche.
E anche gli attacchi terroristici, sempre secondo Magaldi, sono orchestrati da alcune superlogge di stampo autoritario, che avrebbero affiliato persino il “Califfo” Al Baghdadi, dopo averlo fatto liberare dalla prigione Usa in Iraq di Camp Buqqa.

In Brasile, invece, un governo democraticamente eletto viene rovesciato con quello che viene definito da più parti un colpo di Stato neoliberale, che ha portato l’esecutivo nella mani della destra conservatrice.

In tutti questi casi, le veementi proteste della popolazione civile sono state represse con la forza, che è ormai l’unica legittimazione di questa oligarchia.

Vediamo così, ogni giorno, esempi sempre più chiari di come la democrazia venga fatta a pezzi da agenti al servizio del potere bancario-industriale-massonico internazionale, che impongono sempre e solo i propri uomini e i propri interessi, con le buone o con le cattive. E di come, in mancanza di legittimazione democratica, il potere oligarchico si difenda con le uniche cose che sa fare bene: mentire tramite i media e reprimere tramite le forze di polizia.
Lo scopo è accentrare sempre più potere, denaro e risorse in pochissime mani (già ora 62 persone posseggono più di metà della ricchezza mondiale), costruendo un nuovo ordine neofeudale, dove la popolazione sia svuotata di diritti e risorse, e i politici ridotti al rango di semplici servi dei veri manovratori.
A rendere ancora più orwelliano quest’ordine, è il fatto che le banche in realtà creino il denaro dal nulla, e quando indebitano qualcuno lo fanno dandogli “un pezzo di carta senza copertura” (se non l’1 per cento circa), come spiega Galloni, cosicché ogni prestito bancario risulta essere una vera e propria presa per i fondelli. Ed è per questo che il controllo della moneta deve assolutamente tornare di prerogativa statale.

Di fronte a questo scenario globale la risposta dei popoli deve essere corale e decisa, con tutti i mezzi a disposizione, per pretendere governi che facciano rispettare i basilari diritti democratici e antepongano la tutela del bene comune agli interessi privati. Governi composti dalle persone migliori, dal punto di vista intellettuale e morale.

Di-Maio Trilateral

(Articolo pubblicato il 4 maggio 2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

C’è molta allegria nel Paese, da quando si è scoperto che la democrazia è finita.
Lo dimostra l’accoglienza del Premier non Eletto da Nessuno in tutte le città in cui si è recato di recente. Urla, insulti, scontri e contestazioni sono ormai la norma per questo governo di abusivi, che sta cercando di modificare la Costituzione in forza di una maggioranza parlamentare evidentemente illegittima, come ribadito nell’ultima intervista all’avvocato Mori.

Dopo aver scoperto i collegamenti di Renzi con JpMorgan Chase, la Commissione Trilaterale e David Rockefeller (oltre ai vari inciuci con le principali banche e multinazionali), restava da scoprire che anche i cosiddetti paladini dell’Antisistema sono in piena fase di ossequio verso i medesimi poteri forti.

Prima c’è stato il caso della Trilaterale a Roma. Sono stati numerosi gli attivisti che hanno chiesto a Roberto Fico, in qualità di presidente della Commissione parlamentare di vigilanza Rai, di convocare Monica Maggioni (presidente Rai) per farle spiegare i motivi della sua presenza al meeting Trilaterale, e gli argomenti trattati.  Fico ha, dopo molte sollecitazioni, pubblicato un post su Fb (ripreso poi dal blog di Grillo) in cui affermava di volerci “vedere chiaro”, ma non ha dato seguito alle sue promesse. Nel frattempo l’argomento veniva censurato sul forum del M5S, e Luigi Di Maio (aspirante nuovo premier per i 5S) andava a pranzo con gli stessi membri della Trilaterale italiana a Milano. L’Ispi, infatti, è composto da un copioso numero di esponenti della Commissione Trilaterale , e cioè:

– Carlo Secchi, Vice Presidente ISPI e presidente Trilaterale Italia
– Paolo Magri, Vice Presidente esecutivo, Direttore ISPI e segretario Trilaterale Italia
– Mario Monti, ex presidente Trilaterale Europa, non membro dell’Ispi ma presente al                                          lunch talk con Di Maio;
– Gianfelice Rocca, Presidente Assolombarda;
– Marcello Sala, Vice Presidente Esecutivo Consiglio di Gestione, Intesa Sanpaolo;                        – Marco Tronchetti Provera, Amministratore Delegato Pirelli S.p.A;
– Giuseppe Vita,  Presidente UNICREDIT;
– Tommaso Cucchiani, Istituto Javotte Bocconi;
– Patrizia Grieco, Presidente Enel.

In questi due link gli stessi nomi nella CT.

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Di Maio al lunch talk con Carlo Secchi, sulla destra

L’Ispi ha organizzato il meeting Trilaterale a Roma e ha come presidente onorario Giorgio Napolitano (uomo di fiducia di Kissinger e Rockefeller, fondatori della Trilaterale). E nel suo consiglio di amministrazione siede proprio quella Monica Maggioni che Fico non ha ancora convocato per dare spiegazioni agli italiani.

Il M5S sembra, quindi, voler accarezzare proprio quei poteri forti che è nato per combattere. Questo incontro arriva dopo una serie di comportamenti del vicepresidente della Camera che avevano destato perplessità, come il suo viaggio in Gb (si dice, per cercare consensi internazionali alla propria leadership), la pronuncia contro la Brexit (francamente incomprensibile, se si esclude la volontà di compiacere gli europeisti più convinti) e il mea culpa per la durezza delle posizioni precedenti del M5S contro Euro ed Ue. Se Di Maio vuole essere un nuovo Tsipras, rivoluzionario a parole e conservatore nei fatti, sta decisamente imboccando la strada giusta.

A completare il quadro ci si mette il giornale più vicino al M5S, il Fatto Quotidiano, con un articolo del 3 maggio del suo vicedirettore, Stefano Feltri.
Nel pezzo, carico di passione pro-establishment, Feltri difende Ispi e Commissione Trilaterale, afferma di aver preso parte a vari corsi dell’Ispi, che molti articoli dei loro ricercatori vengono pubblicati dal Fatto, dice che Di Maio “ha fatto benissimo” ad incontrare i suoi membri, e infine, come da manuale del perfetto neoliberista, attacca i “complottisti ossessionati da scie chimiche, microchip e complotto giudo-pluto-massonico”.
E con questo sappiamo che ci siamo giocati anche il Fatto Quotidiano, un giornale che si dice “contro” ma che in realtà attacca sempre e solo i pesci piccoli (più o meno come il M5S quando chiede più “onestà”), sempre ben attento a tacere sui veri padroni del vapore ai vertici di Nato, banche, corporations, e massoneria internazionale.

Per chi vuole rinfrescarsi la memoria su cosa sia la Commissione Trilaterale e quali i suoi scopi, consiglio questo video di Claudio Messora. Una organizzazione dichiaratamente anti-democratica, neoliberista, pro-austerità, oligarchica ed espressione del peggiore potere finanziario e industriale internazionale, come emerge anche da un‘intervista a Carlo Secchi dello stesso Fatto, dove viene descritta la visione della Trilaterale, improntata a “rigore finanziario e libero mercato”.
E Feltri, che cita la Chatam House, dimentica (volutamente o no) che sia questa che la Trilateral sono organizzazioni paramassoniche, che vengono utilizzate dai liberi muratori per cooptare nuovi servitori obbedienti, come ammesso dal massone Gioele Magaldi nel suo libro.

Così viene indubbiamente da dare ragione ad Alberto Bagnai e a quelli che, come lui, affermano che ormai i poteri forti hanno preso il controllo sia della maggioranza che delle opposizioni.
O si punta su partiti/movimenti che siano dichiaratamente contro il predominio di questi gruppi oligarchici di stampo massonico e schierati per il bene pubblico e quello ambientale (e agiscano di conseguenza), oppure togliere di mezzo Renzi non porterà cambiamenti sostanziali. Così come l’aver rimosso Monti e Letta, altri presidenti targati Trilaterale e Rockefeller.

david rockefeller(Articolo pubblicato il 14/4/2016 sul sito Oltre le Barricate)

Abbiamo già scritto che, di fronte agli immani scandali che stanno coinvolgendo il governo, delle normali persone di buon senso chiederebbero scusa e si dimetterebbero di corsa, ma non tutti evidentemente hanno una simile intelligenza. La Guidi lo ha fatto, gli altri abusivi che si spacciano per ministri e deputati (membri di un governo non scelto dagli italiani e di un Parlamento fondato su un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale)  preferiscono continuare a trincerarsi dietro le balle di giornali e televisioni compiacenti, sperando che gli italiani si dimostrino troppo gonzi per capire e ribellarsi.

C’è un altro motivo che spiega la cocciutaggine nel mantenere un ruolo che (stando anche ai sondaggi) gli italiani non riconoscono più a Renzi e co.: l’essere eterodiretti. Quando un governo non risponde al popolo, ma a potenti interessi bancari e industriali, non c’è limite alla faccia tosta.

Tutti ormai sanno di Banca Etruria, di Mafia Capitale e di Trivellopoli. Pochi invece sanno delle connessioni dell’attuale governo con alcuni degli uomini più potenti della finanza globale. E in particolare, con David Rockefeller.

Cominciamo con la JpMorgan Chase, di cui si è detto nel post precedente. Renzi ha incontrato più volte Tony Blair, ora consulente della JpMorgan, prima e dopo essere diventato premier. La stessa JpMorgan che (dalla sua posizione di più importante banca d’affari al mondo, e corresponsabile della crisi dei subprime) ha redatto il famoso documento in cui chiedeva ai Paesi del sud (in primis l’Italia), di sbarazzarsi delle Costituzioni antifasciste. Detto fatto.
Dei rapporti tra JpMorgan e David Rockefeller è presto detto: il multimilionario è stato direttore ed è il principale azionista della superbanca d’affari.

Ma Rockefeller è anche noto come uno dei membri di spicco del Gruppo Bilderberg, nonché il fondatore della Commissione Trilaterale. Ora, non è quantomeno sospetto che della Commissione Trilaterale facciano parte anche gli ex premier Mario Monti ed Enrico Letta, e che ne abbia fatto parte Federica Guidi prima di diventare il ministro dello Sviluppo Economico? E chi ha partecipato all’ultima riunione della Commissione Trilaterale, che si è tenuta dal 15 al 17 aprile a Roma? Ma proprio quella Maria Elena Boschi che più di mezza Italia vuole dimissionata (o coperta di pomodori) dopo gli scandali Banca Etruria e Trivellopoli.

Commissione-TrilateraleC’è un altro elemento interessante nel rapporto tra gli ultimi esecutivi e Rockefeller. Secondo il libro del massone Gioele Magaldi, Rockefeller ed Henry Kissinger guiderebbero una superloggia chiamata “Three Eyes”, una delle più cattive, aristocratiche e neoliberiste in assoluto, di cui farebbe parte anche Giorgio Napolitano, proprio il presidente della Repubblica che ha nominato i premier Monti, Letta e Renzi.

E, sempre secondo Magaldi, la stessa “Three Eyes” sarebbe stata la responsabile della creazione della P2 in Italia e del potere di Gelli, per portare avanti una svolta autoritaria nel Belpaese (tuttora in corso).
E così il cerchio si chiude, anche in merito alle rivelazioni sulle presunte frequentazioni piduiste dei genitori di Renzi e Boschi (con personaggi come Flavio Carboni) e sui loro legami con gente come Verdini, imputato nell’affare P3.

Sembra insomma chiaro che gli sponsor di questo governo (come di quelli precedenti), non siano da ricercare nella sola provincia toscana, ma a un livello decisamente più alto (e pericoloso per la vera democrazia). Un motivo in più per pretenderne le dimissioni immediate e la sostituzione con un esecutivo legittimato dal popolo italiano.

Claudio Messora parla del meeting della Commissione Trilaterale a Roma

napoli-sfiducia-renzi(Articolo pubblicato il 10/4/2016 sul sito web “Oltre le Barricate“)

Sugli scandali che stanno colpendo il governo in questi giorni è stato già scritto tutto in questo post, per cui non occorre aggiungere altro. Ora va però spostata l’attenzione su alcuni degli ultimi sondaggi che riguardano da vicino Renzi e i suoi.

Secondo una rilevazione pubblicata il 10 aprile su Repubblica, il 45% degli italiani chiede le dimissioni dell’intero governo. In un’altra realizzata per la trasmissione Ballarò e pubblicata il 6 aprile, il 54% vuole le dimissioni del ministro Boschi.
Per un sondaggio trasmesso da Agorà l’8 aprile, invece, Renzi risulterebbe “amico delle lobby” secondo il 44% degli intervistati (contro il 32% che non sarebbe d’accordo).
E non si può dire che Repubblica e Rai 3 siano fonti vicine a Grillo.

Ora, la cosa raccapricciante è che un governo inquinato dagli scandali al punto tale che il suo premier invoca una nuova legge per bloccare la pubblicazione delle intercettazioni (in perfetto stile berlusconiano), ha fatto approvare in via definitiva la riforma della Costituzione. La votazione definitiva si è tenuta alla Camera il 12 aprile, ed occorrerà aspettare il mese di ottobre per poterne bloccare l’effetto via referendum.

Ricordiamo che il ministro delle Riforme è proprio quella Maria Elena Boschi che più di mezza Italia vuole dimissionata. E che quasi metà del Paese vuole che l’intero governo vada a casa.

L’assurdità è tale che il presidente Mattarella avrebbe dovuto intervenire con decisione e bloccare tutto, sciogliendo le Camere e indicendo nuove elezioni. Ancora una volta (come quando, da giudice della Corte Costituzionale, permise alle Camere di continuare a legiferare nonostante la pronuncia di incostituzionalità sul Porcellum), il suo silenzio è stato complice della “dittatura morbida” renziana.

Un Parlamento già delegittimato alla radice (perché eletto con una legge poi dichiarata incostituzionale) e un governo delegittimato in primis dal non essere vera espressione della volontà popolare, e poi da tutti gli scandali che lo hanno colpito da Banca Etruria in poi, non potrebbero nemmeno occuparsi di ordinaria amministrazione. Figurarsi cambiare la Carta fondamentale.

JP-Morgan-RenziAppare quindi evidente che sia in atto un  vero e proprio colpo di Stato mascherato, per portare avanti il progetto di grandi poteri economici e finanziari come la JpMorgan, che chiedeva agli Stati del sud Europa di “liberarsi dalle Costituzioni antifasciste“. Tra l’altro Renzi ha incontrato in passato più volte Tony Blair nella sua nuova veste di superconsulente della banca d’affari, prima e dopo l’elezione a premier, quindi molte cose tornano: la sua rapida ascesa e la sua  gran voglia di mettere mani alla Carta.

E sentite quali sono gli ostacoli, secondo JpMorgan (denunciata dal governo americano per aver scatenato la crisi dei subprime, da cui deriva la crisi attuale in Europa) alla serena applicazione delle tanto amate politiche di austerità nei Paesi del sud: “Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. (…)
I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo.”

Tutti elementi considerati in modo negativo. Viene in mente niente rispetto alle politiche dell’esecutivo?

E tanto per rafforzare i dubbi, questo governo ha già dimostrato in più occasioni di rispondere solo agli interessi dei poteri forti, banchieri e petrolieri in primis, e non certo a quelli della cittadinanza.
Sarebbe gradito quindi se ora gli italiani si facessero sentire votando Si al referendum sulle trivelle del 17 aprile (in attesa di quello di ottobre sulle riforme costituzionali) e chiedendo a gran voce di mettere la parola fine a questa squallida parentesi di governo.


L’amichevole accoglienza dei veronesi a Renzi l’11 aprile al Vinitaly

(Articolo aggiornato al 12 aprile 2016)