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Domenico Alessandro Mascialino e Oltre le Barricate aderiscono all’appello di Giulietto Chiesa per fermare l’escalation in corso in Siria.

 

La situazione militare in Siria e attorno ha ormai raggiunto il livello di guardia. Il presidente americano si accinge a prendere decisioni la cui portata e la cui pericolosità sono inimmaginabili.
Le accuse ad Assad di avere bombardato con armi chimiche il centro di Douma non sono né provate né sensate. Il rischio di uno scontro diretto con la Russia, su qualcuno degli scenari che sono già da tempo in fibrillazione, è imminente. La Russia ha già messo in stato di allarme tutte le sue difese, su tutti i fronti.
Di fronte al silenzio e alla menzogna del mainstream italiano e occidentale, noi blogger italiani facciamo appello, tutti insieme, ai partiti italiani, affinché si esprimano immediatamente chiedendo al nostro alleato principale di non commettere altre sciocchezze e di attendere il risultato di una commissione internazionale che accerti le responsabilità.
Washington non può essere il giudice supremo. Né vogliamo correre il rischio di essere trascinati in guerra senza sapere il perché.
Per questo pubblichiamo, tutti insieme, questo comunicato. Abbiamo ormai la forza informativa congiunta non meno grande di un grande quotidiano nazionale. Facciamola valere.

GIULIETTO CHIESA E PANDORA TV

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(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 27 marzo 2018)

Mentre in Italia, dopo l’elezione dei presidenti delle Camere  grazie all’accordo tra M5S e Centrodestra, si guarda con sempre maggiore attesa verso una possibile alleanza “populista” di governo tra Di Maio e Salvini, all’estero i poteri forti sovranazionali hanno già iniziato le manovre per azzoppare o ridurre all’obbedienza il nuovo esecutivo.

Prima è stato il Commissario europeo per gli affari economici Moscovici a dire – con un rispetto istituzionale degno di Riina – che “Se l’Italia dovesse aumentare il debito per creare aiuti sociali, lo spread salirà di nuovo” (9 marzo).
Poi è sceso in campo il Fmi, intimando agli italiani di tornare a tagliare le pensioni(contro la volontà di Lega e M5S di abolire la Fornero), di cancellare la quattordicesima e ridurre la tredicesima, nonché abolire i sussidi alla maternità. (16 marzo)
Infine si è fatta sentire pure BlackRock, la più grande società d’investimento al mondo, annunciando una posizione di “underweight” (significa sottopesare) dei Btp italiani, che potrebbe preludere a una serie di vendite, con conseguente aumento dello spread. (20 marzo)
A ciò vanno sommate le problematiche legate al Def (Documento di Economia e Finanze), da presentare a Bruxelles entro il 10 aprile, ben spiegate qui da Alberto Micalizzi.

Tutto questo dà la misura di quanta pressione si stia addensando sul nuovo esecutivo in Italia, specie se dovesse esprimere una linea di rottura con l’establishment finanziario  ed europeista pro-austerità.
Se tutti conosciamo la Troika, qui ben rappresentata da Moscovici e il Fmi, ben pochi conoscono il fondo BlackRock e il suo peso sulla finanza globale.
BlackRock è – come detto – la più grande società d’investimento al mondo, guidata da Larry Fink, con un patrimonio di oltre quattro mila miliardi di dollari.
E’ il principale investitore Usa di lungo periodo in Italia e detiene ingenti quote di Atlantia (la nuova Autostrade), Telecom, Enel, Banco Popolare, Fiat, Eni, Generali, Finmeccanica, Mediaset, Banca Popolare di Milano, Fonsai,  Mediobanca, Ubi; è entrata anche nella gestione del risparmio della privatizzata Poste.
BlackRock ha per advisor l’onnipresente George Soros.
BlackRock controlla le agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s (e quindi eventuali declassamenti annunciate da queste sarebbero sempre farina del suo sacco).
BlackRock detiene quote essenziali (attorno al 5%) di tutte le principali banche italiane, tra cui Unicredit e Intesa San Paolo, che a loro volta detengono la maggioranza delle quote della Banca d’Italia.
BlackRock  è l’azionista principale di Deutsche Bank e lo era anche nel 2011, quando fu avviata la massiccia vendita di titoli di Stato che portò all’innalzamento dello spread e conseguente caduta del governo Berlusconi.

Adesso BlackRock riscende in campo quando si sta delineando la possibilità di un governo populista, euroscettico, antisistema e sostanzialmente sovranista, quale sarebbe quello composto da M5S, Lega e Fratelli d’Italia.
La guerra dei poteri forti ai cittadini italiani e al voto del 4 marzo è cominciata, e si arricchisce di un dettaglio fondamentale: con l’attacco frontale del Fmi ai sussidi di maternità, si palesa ancora una volta la volontà dei poteri forti di distruggere la natalità in Italia, dopo le misure di austerità, il pareggio di bilancio e il Fiscal Compact imposti in piena crisi, e dopo il folle decreto Lorenzin che – su ordine di Obama – ha costretto i piccoli italiani a dieci vaccinazioni ingiustificate, rendendoli esposti come non mai agli effetti collaterali che ne possono conseguire.
I poteri forti dell’oligarchia finanziaria/massonica euroatlantica non vogliono solo impoverire gli italiani e saccheggiare le ricchezze che hanno accumulato in decenni di lavoro e sacrifici, ma anche ESTINGUERE la popolazione italiana autoctona, sostituendola con carrettate di immigrati generosamente portate dalle Ong gestite dagli stessi esponenti dell’oligarchia finanziaria.
L’obiettivo è chiaro: distruggere l’identità nazionale, l’orgoglio per la propria storia e le proprie radici, per rendere ciò che rimarrà degli italiani dei “bravi cittadini europei”, proni ai diktat di Bruxelles, Berlino e della finanza sovranazionale, in modo che il saccheggio del Belpaese continui senza che nessuno abbia la forza o la volontà di ribellarsi.

Il tempo di ribellarsi è ora: il voto del 4 marzo e il referendum del 4 dicembre 2016 hanno espresso con chiarezza qual’è la volontà della maggioranza degli italiani: quella di riprendersi le chiavi di casa e rispedire al mittente ogni ingerenza esterna, che sia delle banche d’affari, dell’Ue, del Fmi, di Stati esteri come gli Usa, la Germania o la Francia, delle Ong portamigranti, di Soros o di chiunque altro.
Perciò diciamo a Salvini e Di Maio: fate rapidamente un governo che faccia l’interesse nazionale e mandiamoli al diavolo,  come ordinato dalla maggioranza degli italiani.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” l’8 aprile 2017)

E’ confortante vedere l’establishment euro-atlantico (o dovremmo dire una manica di guerrafondai fuori di testa ossessionati da Putin) applaudire finalmente alla presidenza Trump solo dopo il suo primo bombardamento sulla Siria. Viva soddisfazione di Killary Clinton, dell’alcolizzato Juncker, del conte-maggiordomo Gentiloni Mazzanti, e di tutta quella insopportabile pletora di idioti piddini, europeisti, Nato-fanatici che quotidianamente bercia su giornali, radio, tv e internet, incitando alla guerra aperta con Assad e poi magari a una bella guerra mondiale con la Russia.
Tanto poi a morire sono sempre i figli degli altri, mica i loro. Quindi chissenefrega e ben venga il precipitare degli eventi.

Poco importa che buona parte delle informazioni sul presunto “attacco chimico” di Assad venga dal mitico “Osservatorio siriano per i diritti umani”, consistente in un tizio che da Londra combatte la sua guerra dell’informazione contro il presidente siriano al servizio dell’intelligence britannica. Ricorda un po’ il Site di Rita Katz, una sionista che viene presa come vangelo dai media quando si parla di terrorismo islamico (salvo poi il venire fuori di evidenti manipolazioni).
E poco importa che la versione data dai russi (l’aviazione siriana avrebbe colpito un deposito di armi chimiche dei ribelli) sia stata frettolosamente esclusa da tutti i media e politici occidentali, senza neanche uno straccio d’inchiesta.
Tutti si sono sperticati ad elogiare l’attacco. Massa di idioti.
Del resto, lo diceva il giornalista tedesco Udo Ulfkotte che praticamente tutti i grandi media occidentali lavorano per la Cia, e quindi per la Nato. Ne abbiamo avuto la prova.

Ad instillare un minimo di dubbio nei nostrani mezzi di comunicazione non è servito ricordare come il gas Sarin fosse stato fornito da Obama e la Clinton ai ribelli siriani già nel 2013, e come Assad fosse stato già incolpato e poi scagionato per un presunto attacco analogo. E neppure sono servite le osservazioni di alcuni esperti, tra cui un italiano del Cnr, che hanno sollevato grandi obiezioni sul fatto che il gas usato fosse realmente il Sarin, data la mancanza di protezioni dei soccorritori.
Per non parlare delle armi di distruzione di massa sbandierate dagli Usa (e mai rinvenute) prima degli attacchi ad Iraq e Libia.
E pensare che persino alcuni commentatori del mainstream avevano giudicato “illogico” l’uso di armi chimiche da parte di Assad, in un contesto in cui la vittoria in Siria era praticamente a portata di mano.
Per cui le possibilità sono due: o il presidente siriano ha fatto una mossa incredibilmente stupida, illogica e autolesionista, o la versione russa dell’attacco a un deposito di armi chimiche ribelli è corretta.

Adesso invece il rischio di scivolare verso una guerra su larga scala è più presente che mai, per la gioia di personaggi come la Clinton e John McCain, già accusato da Trump in precedenza di voler “scatenare la terza guerra mondiale“.
Indubbiamente Trump è stato accerchiato dai falchi dell’establishment. Prima sono riusciti a costringere alle dimissioni il generale Flynn, accusato di connivenze con la Russia. Poi hanno ottenuto le dimissioni dal Consiglio di sicurezza nazionale di Stephen Bannon, il suo consigliere politico/strategico. Quindi l’attacco.
Per questo, molti analisti ritengono che il bombardamento sia stato effettuato più in chiave di politica interna (difendersi dalle accuse dei suoi detrattori, o addirittura da chiare minacce e ricatti) che in chiave di politica estera.

Secondo il giornalista Giulietto Chiesa, Trump ha avuto contro in questi mesi di presidenza sia la Cia che l’Fbi e l’Nsa, che sicuramente non hanno agevolato il suo compito. Chiesa ha anche affermato che la Cia, che a suo parere controlla i servizi segreti di tutto l’Occidente, non risponde più al presidente americano, ma a soggetti privati. E’ facile vedere in questi “soggetti privati” quel Deep State, o complesso finanziario-militare-industriale, che sembra sempre più chiaramente il detentore del vero potere. Si potrebbe aggiungere, riunito in logge massoniche sovranazionali.
E ora che il presidente “filorusso” sembra essere stato normalizzato, non resta che pregare per quel che ci riserva il futuro.

P.s. Un’ennesima nota di vergogna per l’Occidente anche in seguito alla strage di San Pietroburgo. Giornalisti ultra-mainstream si sono scoperti improvvisamente complottisti e i principali monumenti europei non hanno manifestato il minimo segno di solidarietà come per gli altri attentati. Al peggio non c’è mai fine.

John Perkins ci racconta la sua esperienza come “Economic Hit Man”, al servizio delle multinazionali nello sfruttamento delle risorse dei Paesi in via di sviluppo. E di come il debito venga usato come arma di ricatto dai Paesi ricchi per ottenere vantaggi di natura economica e politica

(Articolo pubblicato sul numero 8 – marzo/aprile di Barricate – L’informazione in movimento)

Il best-seller di John Perkins

Il best-seller di John Perkins

John Perkins è un uomo che ha vissuto due vite: la prima, dal 1971 al 1981, trascorsa ai quattro angoli del mondo al servizio di multinazionali nella ricerca di risorse da sfruttare per incrementare i loro profitti; la seconda come attivista in prima linea per la creazione di un mondo migliore, più equo, più sostenibile. In una parola, più umano.

La “conversione” di John alla causa dei diritti umani e dell’ecologia ha prodotto il suo best-seller, “Confessioni di un sicario dell’economia”, pubblicato nel 2004 e tuttora considerato il suo capolavoro. La materia è stata ripresa anche nel successivo “La storia segreta dell’Impero americano” (2007).

Leggendo le sue pagine viene da rabbrividire pensando alle strategie messe in atto dal governo americano e dalle multinazionali per presentarsi come portatori di democrazia e sviluppo economico, quando sono sempre e solo le logiche del profitto a dettare le decisioni.

E fa gelare il sangue vedere come la legittima resistenza delle popolazioni indigene all’inquinamento e allo sfruttamento dei loro territori venga annientata con metodi subdoli, tra cui una pervasiva disinformazione da parte dei grandi media, per sfociare nei casi più ostinati nell’assassinio e nella guerra aperta.

La politica dell’”indebitare per governare”, la “corporatocrazia”, la “guerra in nome della democrazia” sono concetti che Perkins ha visto concretamente applicare nella sua carriera in ogni parte del mondo prima che diventassero tristemente familiari, per esperienza diretta, anche a noi europei.

John, ci spiega qual’era il suo compito come Economic Hit Man?

Ho fatto molte cose, ma la più comune era identificare Paesi con risorse che le multinazionali volevano, come il petrolio, e poi organizzare per quei Paesi un corposo prestito, attraverso la Banca Mondiale o una delle sue organizzazioni gemelle. I soldi però non andavano mai alla popolazione, perché finivano nelle mani delle nostre aziende, che lì realizzavano infrastrutture, centrali elettriche, zone industriali, autostrade. Cose di cui beneficiavano solo le nostre compagnie e un pugno di famiglie agiate di quei Paesi, che controllavano il commercio e l’industria locale, ma di cui non beneficiava la maggioranza degli abitanti. Questi non potevano permettersi di acquistare l’elettricità, non potevano lavorare nelle zone industriali perché non c’erano assunzioni, non avevano macchine da guidare sulle autostrade. Per cui queste persone non traevano nessun vantaggio, e in più vedevano il loro Paese soffrire a causa di un enorme debito da ripagare, che sottraeva risorse all’educazione, alla sanità o ad altri servizi sociali.

Alla fine il Paese colpito non era comunque in grado di sdebitarsi, per cui a quel punto noi tornavamo dicendo: “Visto che non siete in grado di pagare il debito, vendeteci a basso costo le vostre risorse, petrolio o altro, senza restrizioni ambientali o regolazioni sociali. Oppure permetteteci di costruire basi militari sul vostro suolo, o ancora vendete il vostro settore pubblico alle nostre multinazionali: le compagnie elettriche, gli acquedotti, la rete fognaria, le scuole…” in modo da privatizzare tutto. Così siamo riusciti a creare un impero globale, ma non si tratta di un impero americano, bensì di un impero di multinazionali. E nei pochi casi in cui fallivamo, entravano in scena gli “sciacalli”, i quali spodestavano o uccidevano quei presidenti e capi di Stato che si rifiutavano di stare al gioco.

La copertina del numero 8 di Barricate

La copertina del numero 8 di Barricate

Lei infatti afferma che, laddove i “sicari dell’economia” non riuscivano a convincere un capo di Stato a seguire la linea voluta dalle grandi aziende o da Washington, intervenivano gli “sciacalli” e poi la guerra aperta. Ci può fare qualche esempio, in base alle sue esperienze?

Due casi di cui parlo nel libro sono quelli di Jaime Roldos in Ecuador e di Omar Torrijos in Panama: non riuscimmo a corromperli o a convincerli e poco dopo furono entrambi assassinati.

Ma la stessa fine fecero Allende in Cile, Lumumba in Congo, Mossadegh in Iran, Arbenz in Guatemala e la lista potrebbe continuare a lungo. Di recente il presidente dell’Honduras Zelaya è stato spodestato da un golpe organizzato dalla Cia nel 2009. Per cui questo modello continua a ripetersi.

Nel caso in cui anche gli “sciacalli” falliscano, a quel punto intervengono i militari. Gli sciacalli non riuscirono ad uccidere Saddam Hussein, i sicari dell’economia non riuscirono a corromperlo, così fu inviato l’esercito. E la stessa cosa sta accadendo ora in Siria e in Afghanistan: quando altri mezzi falliscono, inviamo i militari.

Nel suo libro lei parla di un mondo dominato dalla “corporatocrazia”. Quali sono le caratteristiche di questo regime?

“Corporatocrazia” è una parola che ho utilizzato riferendomi ai vertici del mondo degli affari, del sistema bancario e del governo. In questo periodo portano avanti lo stesso copione. Si tratta sopratutto dei capi delle grandi multinazionali, ma questi spesso hanno anche ruoli importanti nel governo. Spesso presidenti e ministri dipendono dalle multinazionali per finanziare le loro campagne elettorali e questo li rende vulnerabili alle loro richieste: ad esempio il presidente ha di recente assunto il capo di una compagnia petrolifera per dirigere l’agenzia federale che controlla le compagnie petrolifere. È un classico esempio di porte girevoli: gente che passa da posizioni di rilievo nelle grandi aziende a posizioni di rilievo nel governo, per poi tornare nelle aziende. E lo vediamo anche nelle banche, a Wall Street, nell’esercito. È a questo intreccio che ho dato il nome “corporatocrazia”.

È interessante come questo sistema veda un coinvolgimento a tutto tondo da parte di governi, multinazionali, banche e media. Come possono i cittadini difendersi e avviare un processo di cambiamento in meglio?

Penso che il processo stia già avvenendo: in tutto il mondo la gente si sta rivoltando contro questo sistema. Lo stiamo vedendo in Italia, in Turchia, in America col movimento Occupy, ovunque.

Le persone stanno iniziando a capire che le multinazionali fanno gli interessi solo dell’infimo 1 per cento, anzi potremmo dire del 0,0001 per cento della popolazione. Cioè degli 85 individui che posseggono metà della ricchezza mondiale. Sono solo loro a trarre vantaggio da questo sistema e la gente ne ha abbastanza. Quello che possiamo e che dovremmo fare è comunicare tutto ciò e accendere la rivolta: le proteste nelle strade sono importanti, ed è anche importante riconoscere che il mercato può essere democratico se noi scegliamo di renderlo tale.

Ogni volta che si acquista qualcosa si esprime un voto: se ad esempio vogliamo che la Nike la smetta con le sue politiche di sfruttamento schiavistico in luoghi come l’Indonesia, occorre rifiutarsi di acquistare i loro prodotti e allo stesso tempo inviare loro una mail, dicendogli: “Mi piacciono i vostri prodotti, li comprerei volentieri ma lo farò solo quando avrete dato ai vostri lavoratori un salario adeguato”. Questo è molto importante, il messaggio arriva in modo diretto. Ho visto tante aziende e banche fallire perché non si sono comportate in modo corretto. La gente ha un tremendo potere sul mercato, deve solo imparare ad esercitarlo e lanciare il giusto messaggio.

John Perkins

John Perkins

Uno dei suoi libri più recenti è “La storia segreta dell’Impero americano”. Gli Stati Uniti posseggono tutte le caratteristiche di un impero?

Nel libro ho fatto una lista di tutti gli elementi tipici di un impero, e sfortunatamente gli Stati Uniti li posseggono tutti. Il dollaro è la moneta ufficiale di riferimento a livello mondiale, utilizzata per acquistare beni di ogni genere – specialmente petrolio – sui mercati internazionali. Questo è uno degli elementi più importanti. Poi gli Stati Uniti sono presenti militarmente in più di 137 Paesi, un numero impressionante. L’Inglese è la lingua più diffusa al mondo, specie nell’ambito degli affari.

Tuttavia si tratta sempre di un impero di multinazionali, perché sono queste a controllare gli Stati Uniti. Il presidente Obama non ha poi molto potere. I posti chiave del governo sono controllati dagli uomini che lo hanno fatto eleggere e finanziato la sua campagna elettorale. Il presidente sa che può perdere il posto in ogni momento in seguito a uno scandalo sessuale o a uno scandalo per droga. Non è neanche necessario che l’accusa sia fondata, basta una voce. Non serve ucciderlo, è sufficiente distruggere la sua reputazione. È successo con Clinton, che fu costretto alle dimissioni da uno scandalo sessuale. È ormai evidente quindi che ci ritroviamo governati da una corporatocrazia.

Lei ha scritto che una possibile soluzione per abbattere l’imperialismo americano sarebbe quello di rifiutare il dollaro come valuta standard sul mercato internazionale, per sostituirgli una valuta di riferimento più democratica. È ancora di questo avviso?

Si, penso che il dollaro abbia un ruolo fondamentale in questo sistema. Mi piace l’idea che si possano creare e utilizzare monete locali, complementari eccetera. Per prendere il posto del dollaro in ogni caso occorre una grande moneta. Quando un Paese prova a distaccarsi dal dollaro la situazione si fa molto pericolosa per i suoi leader. Gheddafi cercò di fare una cosa del genere, vendendo petrolio in cambio di oro. Così anche Saddam Hussein. L’Iran ha di recente parlato di creare una “Borsa del petrolio”, dove scambiarlo con oro o altre valute. Quando accadono cose come queste, gli Stati Uniti diventano molto nervosi. Questi sono stati fattori determinanti della caduta di Gheddafi e di Saddam, e delle minacce verso l’Iran. Quando qualcuno cerca di rimpiazzare il dollaro con altre valute e mezzi di scambio, in genere va incontro a un mare di guai.

Tuttavia l’idea di creare monete e sistemi alternativi è viva e la si sta realizzando in questi giorni in molti luoghi. Ci stiamo muovendo in questa direzione ed è necessario continuare così.

 

 (Article published on the magazine Barricate – L’informazione in movimento, issue of March-April 2014)

MonopoliJohn, can you explain us what was your duty as an EHM?

I did a lot of different things, but the most common was to identify a country with resources that our corporations want, like oil. Then arrange a huge loan to that country through the World Bank or one of her sister organizations. But the money never actually went to the country, instead it went to our own corporations to do infrastructure projects in that country like power plants, industrial parks, highways, things that benefited our own companies that built these projects and a few wealthy families in those countries, who own most of the commercial and industrial establishments but would not benefit the majority of the people: most of the people could not afford to buy much of electricity, could not have jobs in industrial parks because they are not hiring people, do not have cars to drive on the highways. So they didn’t really benefit, but they went through a huge debt and will see their country suffer, because the country have to try to pay their debt instead of investing money in education, healthcare and other social services, and then in the end that country can never pay off its debt anyway, so in that moment we went back and said: “Hey, since you can’t repay your debt,  sell your resources, oil or whatever, cheap to our companies, without any environmental restrictions or social regulations, or let us build military bases on your soil, or sell off all of your public sector, businesses like utility companies, electrics, waters, sewers, your schools, your jails, to our private corporations” in order to privatize. So in that way we really managed to create a worldwide empire, but it’s really not an American empire, it is a corporate empire. And in the few cases where we fail, the “jackals” got right in and either overthrow or kill the presidents or the leaders of the country who refuse to play the game with us, I talk in my books about what happened to them, like in Ecuador Jamie Roldos or Omar Torrijos in Panama. We failed to corrupt and we failed to bring them around and they were both assassinated.

You say that, in the past, when the EHMs failed in convincing some president to follow the line which corporations and the government wanted, the “jackals” arrived, followed by open war as extreme measure. Can you give us some examples, based on your experiences?

I talked about Jamie Roldos, president of Ecuador, and Omar Torrijos of Panama, both of whom were my clients, and I could not bring them around, so they were assassinated. Also Allende in Chile, Arbenz of Guatemala, Lumumba of Congo, Mossadegh of Iran, there is a very very long list. More recently, president Zelaya of Honduras was overthrown by a CIA coup in 2009,  and so it continues, this thing is still going on. In the case where the jackals also fail, such as for Saddam Hussein, then the military goes in. The jackals could not assassinate Saddam Hussein, the Economic Hit Man could not corrupt him, and so the military was sent in, that’s what happening also in Syria now, and in Afghanistan. Where all else fails we send in the military.

This scheme is still valid, or has it somewhat been surpassed?

Yes, it is still happening. 

The best-seller of John Perkins

The best-seller of John Perkins

In your book you describe a world dominated by “corporatocracy”. What are the characteristics of this regime?

Corporatocracy is a word I used to refer to the heads of the business, banking and government. They basically are running the whole show, these days. Those primarily are big corporations, so they are the heads of the big corporations, but they also have high jobs in the government, so the president of the US owes a great deal to the corporations that finance these campaigns, and is also very vulnerable to them on many levels, so he ends up hiring a lot of the same people. For example, he recently hired the head of an oil company to run the government agency that is the watchdog for oil companies, and so this is revolving door, what we call revolving door of the top rank. People who go from high positions in corporations to high positions in government and back to corporations, so in banking, in Wall Street, and also with the military.

So these are the people I refer to collectively as corporatocracy.

It’s interesting how the system you describe sees the full cooperation of governments, corporations, banks and media.
What can the common people do to defend themselves and start a process of change for a better world? 

Well I think it’s happening, it’s happening all over the world, people are revolting against this. We are seeing it in Italy, we are seeing it in Turkey, we are seeing it everywhere, in the United States with the Occupy movement. People are beginning to understand that the corporations are really there to benefit the infimus 1 per cent, which is really more like the 0,0001 per cent, the 85 individuals who own a half of the world’s assets. These are the ones who are benefiting and people all around the world are fed up with this. What we can do and what we really ought to do is to communicate this and start it up: demonstrations in the streets are important, it is also important to recognize that the market place is a democracy if we choose to make it better. Whenever you buy something you are casting a vote: so, for example, if you want to see Nike change its policies on slave labour in places like Indonesia, you don’t buy from Nike but you also send an e-mail to them, saying: “I love your products, I will love to buy them again and I will as soon as you pay your workers a fair wage”. That’s very important, the message gets through.

I have seen a lot of big corporations fail because they did not behave properly. Sony is an example, Sony is still in existence but it’s not the powerful house that it used to be. Big banking houses, the Wall Street firms that we know they ran out of existence for thew same reason. You see this over and over. People have the tremendous amount of power in the market place, they just have to exercise it and send a message.

John Perkins

John Perkins

One of your latest books is “The secret history of the American Empire”. Why the United States fulfill all the characteristics of an empire?

This is a very interesting situation, I listed in the book a number of characteristics typical of an empire, and unfortunately the dollar is the official world currency, that is what people do use to buy whatever, especially things like oil in the international oil markets. Then, United States has the military presence in something over 137 countries. That’s a tremendous number of countries. English is the most common language, it’s spoken in business and all around the world. There are a lot of characteristics that are typical of an empire and the US exhibit those. However what is fascinating is this is really not an American empire, but has become a corporate empire. Corporations are controlling the United States still, the president Obama doesn’t really have very much power; the people who put him in office, the ones who finance his campaign, the corporatocracy now run all of his major cabinet positions, and he is very very vulnerable. The president of the US knows he can be brought down by a rumor, a sexual rumor, a drug rumor. It doesn’t even have to be true, his career can be destroyed and he knows that. The big corporations and the media really can understand and the FBI can bring him down very easily. They don’t have to kill him, they just destroy his reputation, it happened to Clinton, he was impeached because of a sex scandal. So we know this is truly a corporate empire now, an empire run by corporatocracy.

You wrote that a possible solution to bring down the American imperialism would be to refuse the dollar as the standard currency in the international market, and to substitute it with a more democratic currency. Do you still think so?

Yes  I think the dollar is very much part of our system. I love the idea of local currencies, back currencies et cetera. We are moving in that direction and we need to continue to move in that direction.

There could be another currency that could take the place of the dollar?

It’s happening, it’s a visionary currency, a big currency more than a local currency. When a country tries to do this it becomes very dangerous for the leaders. It’s one of the things Gheddafi tried to do, to sell oil for the gold; it’s one of the things Saddam Hussein tried to do too.  Iran has talked about setting up an oil bourse, an oil exchange, who will accept gold and other than the dollar. When such things happen, the United States gets very upset.

This is not the only reason for what happened to Gheddafi, but one of the factors. Also with Saddam Hussein, also with the threat against Iran. So when countries try to replace the dollar or set up a system whereby they can sell more of something for other than dollars, the leaders tend to get into a lot of trouble.

Quando cade un dittatore, il mondo diventa più bello. Tutto l’apparato mediatico si affanna a raccontarci quanto il tiranno sia stato cattivo e quanto sia stato necessario, per le filantropiche nazioni occidentali, intervenire per toglierlo di mezzo e restituire così ai popoli locali diritti, libertà e democrazia. E’ stato così in Iraq, in Afghanistan, ora in Libia e in tanti altri Paesi è successo e succederà.

Leggevo recentemente un’ottimo excursus storico-mitologico su un famoso quotidiano nazionale, nel quale si raccontava come la fine dei dittatori di tutti i tempi sia stata “inelluttabile”: hanno mantenuto il potere tiranneggiando il popolo, per una forma di castigo divino sono stati rovesciati e il loro potere è stato ritrasferito al popolo stesso. Da un punto di vista etico potrei essere perfettamente d’accordo, lo sono un po’ meno se parliamo di verità storica. E’ raro che le rivoluzioni le faccia – da solo – il popolo: le più grandi rivoluzioni (vincenti) della storia hanno visto come protagonista la ricca borghesia locale (francese, americana, italiana ecc.) spesso riunita in confraternite massoniche. Oppure sono state pilotate da Stati esteri, come i colpi di stato in Cile nel 1973 (Pinochet, appoggiato da Cia e lobby americane) e  in Venezuela nel 2002 . Il mito della rivoluzione dal basso va un tantino sfatato e quando c’è un movimento rivoluzionario vincente, bisogna sempre valutare se non sia stato appoggiato da qualche forza ben poco “popolare”. Prendiamo l’attuale esempio della Libia. Il diabolico dittatore Gheddafi finalmente espropriato del suo potere, dopo anni di tirannide. C’è da chiedersi perchè le forze occidentali non si siano mosse prima, così come per molti anni avevano tollerato pacificamente il regime di Saddam Hussein in Iraq. Parlavo nello scorso post di strategie belliche dell’Impero Romano: un’altra molto in voga consisteva nel mettere, nei territori in cui fosse difficile creare un proprio controllo diretto, dei “governi fantoccio“, composti da uomini del luogo ma fedeli a Roma. E’ chiaro che questo rapporto idillico poteva durare solo fino a quando gli uomini preposti avessero adottato politiche favorevoli all’Impero. Gli Stati Uniti non hanno voluto discostarsi da questo modello, favorendo occasionalmente dittature che tornavano loro utili. Ciò che gli Yankee non tollerano però è chi non “riga dritto”. Orbene, che aveva fatto Gheddafi di così malvagio da essere rimosso? E’ presto detto: Gheddafi aveva installato un sistema di telecomunicazioni indipendente dalle aziende occidentali, voleva creare una Banca Centrale Africana, un Fondo Monetario Africano e una Banca Africana del Prestito (leggere questo interessantissimo documento per approfondire). Tutto per rendere il continente finanziariamente indipendente dalle potenti e analoghe istituzioni occidentali. Se a questo sommiamo le ingenti risorse petrolifere (e non solo) della Libia, che Gheddafi vendeva al miglior offerente (in primis l’Italia), capiamo come il personaggio fosse diventato un po’ troppo audace e autonomo per mantenere il potere e come risultasse ormai molto più conveniente levarlo di mezzo e intascare il ricco bottino libico. Che verrà puntualmente spartito tra i soliti noti: Stati Uniti, Francia, Inghilterra. Le filantropiche democrazie nemiche giurate dei dittatori: sempre quelli ricchi di petrolio e risorse, però. E che non rigano dritto.

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