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(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 7 luglio 2017)

E’ sempre più chiaro, in questi giorni, come l’accordo Renzi-Berlusconi sia destinato ad essere replicato anche alle prossime elezioni politiche (se e quando mai ci saranno).
Dopo aver incassato una gran vittoria alle amministrative (con la conseguente batosta tutta renziana in città rosse come Genova, Pistoia, Carrara, L’Aquila, Sesto San Giovanni etc etc), il centrodestra resta diviso per la linea troppo europeista di Forza Italia, che è riuscito pure a votare il Ceta assieme al Pd in Senato (Commissione Esteri), rimarcando una evidente differenza di vedute con gli “alleati” Salvini e Meloni.
Sul rapporto con Europa e trattati internazionali, la linea di Lega e FdI si avvicina piuttosto a quella della frangia più euroscettica del M5S, che infatti si è schierato contro il Ceta.
Sondaggi alla mano, un’alleanza M5S-Lega-FdI garantirebbe attualmente una maggioranza in Parlamento, unica combinazione vincente. Sarebbe quindi sufficiente chiarirsi su alcuni punti di massima per un futuro governo di coalizione “populista”.
Ad esempio:

1) Lotta dura ad Euro e Unione Europea
I recenti sviluppi della questione migranti, con “l’Europa dei popoli e della pace” che chiude le frontiere e lascia l’Italia da sola ad affrontare il fenomeno, dimostra ancora una volta che da questa Ue l’Italia ha solo da perdere, come già risultava evidente dai costi/benefici dell’Euro e dall’adesione a pareggio di bilancio e trattati-capestro comunitari (parametri di Maastricht e da ultimo il Fiscal Compact).
Non v’è quindi motivo né convenienza nel restarci, ma solo un sadomasochistico massacro del popolo italiano. Per questo serve una coalizione in grado di raggiungere la maggioranza in Parlamento (già c’è, come visto) e costituire un governo euroscettico che ci traghetti fuori dall’inferno europeista per tornare a fare gli interessi della Nazione Italia (e non quelli della Nazione Germania, servita dagli scendiletto del Pd).

2) Lotta dura all’immigrazione di massa
Basta con questa invasione avallata dal solito Pd e dalle cancellerie europee più Soros e le sue Ong. La nuova coalizione di governo, oltre ad organizzare l’Italexit, deve chiudere i porti italiani alle Ong “umanitarie” e dirottarle verso altri Paesi (preferibilmente Tunisia o Malta, per disincentivare il business del traffico illegale di carne umana). Deve inoltre ripartire i migranti arrivati in massa negli ultimi anni con gli altri Paesi europei, minacciando conseguenze diplomatiche in caso di diniego.

3) Ritiro del Ceta e del Fiscal Compact
Oltre a cancellare il pareggio di bilancio in Costituzione e a portare avanti l’Italexit, il nuovo governo dovrà stracciare il Fiscal Compact e il Ceta, che lo sciagurato Gentiloni e il suo Parlamento abusivo stanno ratificando in questi giorni.

4) Cancellazione del decreto Lorenzin
Quella mostruosità del decreto Lorenzin deve essere cancellata il giorno dopo l’insediamento del nuovo governo. I suoi promotori devono essere perseguiti per attentato alla salute pubblica. Ricordiamo che non esistono studi scientifici sugli effetti di 12 vaccinazioni sui bambini, quindi questo equivale a fare dei piccoli italiani delle CAVIE, in un momento in cui non c’è NESSUNA EMERGENZA a giustificare l’imposizione coatta di un numero così alto di vaccinazioni.
L’unica emergenza è evidentemente quella delle casse della Glaxo.

5) Politiche per rilanciare il lavoro, il welfare e la famiglia
La propaganda fasciorenziana continua a ripetere che servono gli immigrati perché gli italiani non fanno più figli. Questa stronzata colossale, che serve a coprire gli affari delle coop con il business dell’accoglienza e gli interessi elettorali del Pd legati allo Ius Soli, dimentica volutamente l’ovvio: gli italiani non fanno figli perché non se li possono permettere e perché temono per il futuro, anche grazie a politiche di precarizzazione come il Jobs Act e l’abolizione dell’art. 18.
Per risolvere il problema è sufficiente garantire lavoro e welfare per tutti (e lo puoi fare solo fuori da Euro, Ue, Fiscal Compact, Ceta e pareggio di bilancio), permettendo una vita dignitosa e con i giusti ammortizzatori sociali ad ogni italiano. I figli, a quel punto, non tarderanno ad arrivare.

6) Tornare a valorizzare la specificità italiana
L’Italia è un Paese di cui essere molto fieri. Pieno di bellezza, con una storia e una cultura invidiabili, un patrimonio gastronomico e naturale unico, e piccoli tesori ed eccellenze da scoprire ovunque. Gettare tutto questo ben di Dio a mare, o svenderlo, in nome di una finta internazionalizzazione, è follia e tradimento, e il Pd è stato in prima linea per anni in questo processo. Torniamo a fare i nostri interessi, com’è giusto e normale.

 

P.s. E’ superfluo ribadire come un M5S morbido con l’Europa finirebbe per essere la brutta copia del Pd, non sarebbe in grado di risolvere nessun problema strutturale del Paese e si condannerebbe quindi a scomparire nell’arco di un paio di anni.
Stessa cosa accadrebbe se si rifiutasse ancora di fare alleanze, consegnando il Paese a un nuovo governo di centro-sinistra-destra.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 29 gennaio 2017)

Capisco che scomodare i Led Zeppelin per parlare del M5S e come citare Einstein per parlare di Dj Francesco, ma il titolo del pezzo ricorda troppo la situazione attuale in Italia.
Arrivata finalmente la sentenza della Consulta che ha sfracellato l’ennesima legge porcata degli incapaci renziani, si potrebbe finalmente andare al voto con due leggi costituzionali: il “Legalicum” (o Italicum corretto) alla Camera e il “Consultellum” (o Porcellum corretto) al Senato. Se le due leggi insieme non dovessero piacere, si può agevolmente applicare una delle due anche all’altra Camera. Roba semplice, se non ci fosse la volontà di molti parlamentari di tirare a campare per il vitalizio fino a settembre.
In ogni caso, se andare a votare ora sarebbe semplicissimo, ben più complicato sarebbe andare a governare.

Poiché alla Camera il ballottaggio non c’è più, rimane la soglia del 40% per ottenere il premio di maggioranza del 54% dei seggi (resta da chiarire se si applichi anche alla coalizione: nell’Italicum originale si parlava solo di partito). Ora, risulta evidente che, stando così le cose, il premio non se lo aggiudicherà nessuno, a meno di spettacolari cambiamenti.
Pd e M5S veleggiano da tempo intorno al 30%, con alti e bassi. Lega e Fratelli d’Italia, se uniti, possono ambire al 20% circa. Forza Italia è sopra al 10%. Il resto se lo spartiscono gli altri partitini di minoranza.

A questo punto un dato salta all’occhio: le cosiddette forze “antisistema” (M5S, Lega e FdI) se unite, si avvicinerebbero senza grandi difficoltà al 50%, fermo restando che un accordo di governo lo si può fare sia prima, con una coalizione eterogenea, sia dopo, per la necessità di avere i numeri in Parlamento. Per tenere insieme quest’alleanza sarebbe sufficiente cavalcare il crescente sentimento antieuropeista e anti-establishment che soffia in Europa, il sovranismo, la lotta ai poteri forti, alla globalizzazione, all’Euro e all’immigrazione selvaggia, forti del risultato della Brexit, della vittoria di Trump, del trionfo del No al referendum e delle sempre più impopolari politiche messe in campo dal Pd e dall’Unione Europea.

Tutto comodo, tutto facile, tutto servito su un piatto d’argento. E invece Grillo e Casaleggio che fanno? Prima combinano il pasticcio magno del tentato ingresso nell’Alde (di cui si è trattato nell’articolo precedente), poi inviano al World Economic Forum di Davos (un ritrovo di massoni supercapitalisti che se la batte con Bilderberg e Commissione Trilaterale) Carla Ruocco, che subito dopo se ne esce con un post assolutamente inedito sulla necessità di realizzare gli Stati Uniti d’Europa (apriti cielo); successivamente impongono una linea comunicativa dittatoriale a tutti gli eletti a 5 Stelle tramite post sul blog (come se fossero di fresca nomina e inesperti); infine, ciliegina sulla torta, appena uscita la sentenza della Consulta dichiarano in pompa magna di ambire al 40% e non voler fare alleanze con nessuno.

Allora, facciamo un’analisi di tutte queste castronerie. Ridurre ulteriormente la già scarsa libertà di espressione nel 5 Stelle significa volere una serie di burattini, portavoce NON della rete e degli attivisti, bensì di Grillo e Casaleggio junior, che così impongono la loro linea ad una serie di esecutori che devono solo attuarla in accordo con lo staff comunicazione. A chi questo non sta bene, non si lascia che l’alternativa di andarsene (tra  fischi e insulti, di solito), senza tenere conto dei mal di pancia che le giravolte dei vertici possano causare a tutti gli eletti del partito. E non si venga a parlare di democrazia diretta, perché le votazioni sul blog appaiono evidentemente pilotate e una gran presa in giro, come reso evidente dal caso Alde.

Poi c’è la Ruocco a Davos. Anche qui non si venga a dire che è andata da sola e di sua spontanea volontà, dato che i vertici 5 Stelle decidono e controllano pressoché tutto, e sembra difficile che la Ruocco sia andata veramente lì “a titolo personale”, così come non lo fece Di Maio quando andò a pranzo con la Trilaterale e con lobbisti vari. E’ evidente la strategia del Movimento, in atto da tempo, di accreditarsi presso i potenti d’Europa e oltreoceano.
Poi, a giudicare della tirata sugli Stati Uniti d’Europa, alla Ruocco sembra che il post glielo abbia scritto Soros in persona (peraltro presente in quei giorni a Davos).

Infine la decisione suicida di non fare alleanze con nessuno. Come detto, sarebbe sufficiente un accordo con Salvini e Meloni (che hanno molti punti in comune con il M5S delle origini sul fronte euroscettico, anti-establishment e dell’immigrazione) per andare al governo senza particolari patemi, anche in caso di legge elettorale proporzionale pura. Correndo da soli, invece, i grillini costringeranno Lega e FdI a una nuova alleanza con Berlusconi, e – nel caso quasi certo che nessuno raggiunga il 40% – ad una nuova grossa coalizione Pd – Centrodestra per avere la maggioranza parlamentare. Lo stesso incubo del 2013 servito nuovamente, e tutto a causa della disastrosa politica grillina del “no alleanze”.
L’unica speranza è che il M5S vinca anche correndo da solo, e che per governare si allei dopo il voto con Lega e FdI (come alcuni vociferano) per portare avanti un’agenda seriamente euroscettica.
Diversamente, è difficile che i grillini diano il sostegno a un governo di Centrodestra o ad uno del Pd (il primo sicuramente preferibile per colpire l’Unione Europea e i poteri forti della finanza mondiale).
Ma a questo punto è difficile pensare che il M5S voglia veramente mordere sui temi Euro, Ue, lotta alle lobbies e ai gruppi di potere sovranazionale. Le smentite recenti in materia sono state tante ed evidenti. E Alessandro Di Battista, il più sovranista e amato della truppa, sembra sempre in secondo piano come candidato premier rispetto a Luigi Di Maio, già screditato da diverse condotte equivoche.
Quasi verrebbe da augurarsi che il 40% vada ad un centrodestra organizzato in lista unica e dominato dai temi sovranisti. E non ci saremmo mai aspettati di dover tifare per il ritorno al governo di Lega, Forza Italia e degli ex An. Ma tra tanti mali bisogna pur scegliere il minore, e sembra che il M5S da un po’ di tempo a questa parte non lo sia più.

(Articolo pubblicato su Barricate – L’informazione in movimento, il 1/4/2015)

Costituzione igienicaVedere due fenomeni come la Boschi e Renzi diventare padri costituenti, a rigor di logica, dovrebbe scatenare il raccapriccio di tutto il mondo civilizzato, e forse anche di qualche altro corpo celeste. Soprattutto questo dovrebbe capitare nella terra della Costituzione più bella – nonché meno applicata – del mondo.

Tralasciamo il fatto che a modificare la legge fondamentale dello Stato sia un personaggio non eletto a debite elezioni politiche (sebbene si sia affrettato a considerare il risultato delle europee come equivalente), la vera domanda è: come la mettiamo con la sentenza della Corte Costituzionale? Quel famoso premio di maggioranza illegittimo del Porcellum, il Parlamento pieno di abusivi e quant’altro?

Nella sentenza della Corte si legge che l’elezione delle nuove Camere (e i relativi atti) resta valida per il principio di “continuità dello Stato”, ma può un Parlamento eletto con una legge elettorale e un premio di maggioranza incostituzionali, usare quella stessa abbondante maggioranza per modificare la Costituzione?

Non si tratta di un fatto eversivo, golpista, fascista, che repelle al buon senso?

Sarebbe interessante, una volta che il ridicolo spettacolo del passaggio delle “riforme” alle Camere sia terminato, sentire cosa la Corte pensa in proposito.

Non solo su questo tema, ma anche sul possibile conflitto di questa riforma con i cosiddetti “principi supremi” dell’ordinamento, che per loro natura non sono modificabili. Uno di questi principi è che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti dalla Costituzione”.

Ora, con la Fantastica Riforma si vogliono portare le firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare a 250mila (rispetto alle 50mila precedenti) e quelle per il referendum  abrogativo a 800mila (da 500mila). Questi non sono forse casi di lesione, o forte compressione, della sovranità popolare? Per non parlare del Senato, che non verrebbe più eletto dai cittadini italiani ma da consiglieri regionali e comunali (e quindi dai partiti).

Altro elemento da far presente alla Corte è se sia nello spirito dei (veri) Costituenti cambiare la Costituzione con una maggioranza sostanzialmente incostituzionale, tenendo conto che la doppia votazione a maggioranza assoluta in seconda battuta fu adottata proprio per evitare cambiamenti poco ponderati della Carta. 

Noi di Barricate abbiamo posto queste domande all’avvocato Marco Mori, celebre per la sua causa in corso sul contrasto tra i trattati europei e la Costituzione italiana.

 

Dott. Mori, è possibile che venga approvata una riforma Costituzionale da parte di una maggioranza sostanzialmente abusiva, come rilevato dalla Consulta con la sentenza sul Porcellum? In quella sentenza la Corte permetteva alle Camere di continuare a legiferare per il principio della “continuità dello Stato”, ma può un Parlamento eletto con una legge elettorale e un premio di maggioranza incostituzionali avvalersene per modificare la Costituzione stessa? Sembra un po’ grottesco…

La risposta alla sua domanda non può che essere negativa. Non è possibile che questo Parlamento continui a legiferare e tantomeno è possibile che si possa mettere mano alla Costituzione. Le ratio della mia presa di posizione è assai semplice.

L’art. 136 Cost. dispone: Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”. Dunque è la Costituzione a determinare quali siano gli effetti della declaratoria d’incostituzionalità e non la Corte Costituzionale, che ovviamente non può vantare poteri superiori a quelli conferiti dalla legge.

Per definizione gli effetti dell’incostituzionalità non possono moltiplicarsi ulteriormente nell’ordinamento a seguito della sentenza, dunque gli effetti devono cessare. Ovviamente se il Parlamento continua a legiferare gli effetti non solo non cessano, ma addirittura si moltiplicano nell’ordinamento. Se il Parlamento arriva addirittura a modificare la Costituzione si è davvero davanti ad un corto circuito clamoroso. La Costituzione che cambia senza il rispetto della sovranità popolare.

Era ovvio che il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto immediatamente procedere con lo scioglimento delle Camere. A quel punto, proprio in forza del principio della continuità dello Stato e della natura indefettibile e necessaria del Parlamento stesso, avrebbe potuto operare l’istituto della prorogatio. Ovvero, ai sensi dell’art. 61 Cost. è effettivamente previsto che il Parlamento possa legiferare anche a seguito dello scioglimento delle Camere in caso fosse necessario. Ma appunto tale regime sussiste solo previo scioglimento delle Camere stesse.

A Camere sciolte, qualora fosse stato ritenuto necessario, si sarebbe potuta approvare una nuova legge elettorale. Necessità che peraltro non vi era. Si poteva votare infatti con le norme previgenti.

Per la verità, la stessa Corte Costituzionale con la sentenza n. 1/2014 ha menzionato l’istituto della prorogatio, senza però avere il coraggio di chiarire i termini della questione. Anzi la Corte, colpevolmente, ha finito per dare legittimità al Parlamento e ciò, come detto, senza avere alcun potere di farlo.

Risulta assolutamente fuori luogo ritenere che, senza il previo scioglimento delle Camere, le stesse possano continuare a legiferare anche in forza del dettato dell’art. 66 Cost. Tale norma non consente di ritenere fatto giuridico esaurito la nomina di qualsivoglia parlamentare. Infatti è previsto che ciascuna Camera decida, anche dopo le elezioni, dei titoli di ammissione dei suoi componenti per cause sopraggiunte di ineleggibilità. Non si vede causa maggiore di ineleggibilità di una declaratoria di incostituzionalità della norma che ha consentito ad un soggetto non legittimato di sedere in Parlamento.

Siamo dunque innanzi ad una vera usurpazione del potere politico cui purtroppo la stessa Corte Costituzionale ha prestato il fianco, con una sentenza in cui è andata oltre i suoi poteri.

Vale inoltre la pena sottolineare che, non essendo gli effetti dell’incostituzionalità a disposizione della Corte Costituzionale per le ragioni letterali spiegate, e non essendo oggetto del giudizio della sentenza n. 1/2014 la valutazione della legittimità di successivi provvedimenti del Parlamento, le parti della sentenza che si esprimono sul tema non hanno alcun valore di giudicato.

Con questa riforma, non è possibile ravvisare un conflitto con i cosiddetti “principi supremi” dell’ordinamento, quali la sovranità popolare? La riforma innalza sia le firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare (quintuplicate) che quelle necessarie per i referendum. Inoltre, i senatori non vengono più eletti dai cittadini, ma dai consiglieri regionali e comunali. Non si tratta di una forte compressione (se non lesione) del principio di sovranità popolare?

Mi trova indubbiamente d’accordo anche sotto tale profilo. Ai sensi dell’art. 1 della Costituzione, la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. L’art. 75 Cost. che disciplina lo strumento del referendum, dunque, è la naturale esplicazione pratica di questo principio fondamentale dell’ordinamento.

Posto che, come confermato dalla Corte Costituzionale, i principi fondamentali dell’ordinamento ed i diritti inalienabili dell’uomo costituiscono il cardine della forma Repubblicana dello Stato, non è possibile procedere alla loro revisione (Art. 139 Cost.).

Ovviamente i principi fondamentali non sono solo gli articoli dall’uno al dodici della nostra carta, ma anche quelli che ne costituiscono la più puntuale disciplina, come appunto l’art. 75 Cost. Ne consegue che la riforma di tale precetto costituzionale sarebbe possibile solo “in melius”, ovvero riducendo il numero di cittadini necessari alla richiesta del referendum.

Modificare la Carta fondamentale in questo modo, con una maggioranza praticamente illegittima,non tradisce anche lo spirito dei Costituenti, che con il cosiddetto procedimento di revisione “aggravato” volevano evitare facili cambiamenti?

Vale quanto detto prima. Il procedimento di revisione Costituzionale è un cardine della forma Repubblicana dello Stato e dunque non è possibile la sua modifica nel senso di ridurre la possibilità di esercizio della sovranità popolare.

Quindi come possiamo uscire da questa situazione, a parte sperare che i cittadini boccino la riforma tramite referendum?

Salvi improbabili interventi della magistratura che avesse coraggio di rilevare reati in ciò che sta accadendo, credo che l’unica via sia far comprendere alla gente quanto accade. Ovvero che questa crisi economica è semplicemente un trucco per cancellare la democrazia costituzionale. La falsa emergenza contabile diventa la scusa per accettare una svolta autoritaria. Il graduale smantellamento della sovranità auspicato dall’attuale governo illegittimo.

E’ il caso di chiedere una nuova pronuncia della Corte per violazione dei principi supremi, oppure un intervento del presidente della Repubblica? 

L’intervento del Presidente è fortemente auspicabile. In caso contrario, certamente l’unica azione possibile – se dovesse passare anche il referendum – sarebbe agire per cercare di portare la riforma all’attenzione della Corte Costituzionale, azione possibile solo incidentalmente.

 

 

Il popolo italiano, la Corte e il presidente della Repubblica dovranno decidere se vogliono realmente lasciar cambiare la Costituzione nata dalla Resistenza a un premier golpista non eletto in regolari elezioni politiche e alla sua maggioranza abusiva.

Una loro ratifica di questa aberrazione giuridica sarebbe la conferma che questo Paese non ha più alcuna speranza di essere una vera democrazia.

 

 

 

Sito web dell’avvocato Marco Mori:

http://www.studiolegalemarcomori.it/

 

RevolutionCe ne vuole di psicanalisi per capire il popolo italiano e le sue turbe mentali: arrivare a dare il 40% all’ennesimo venditore di pentole non è stupido, è doloso. Gente che andrebbe processata per intelligenza col nemico, se non fosse che il nemico in questione è stato supportato dal 99% della stampa (se così si può definire) di questo Paese.

Un martellamento contro Grillo e pro Renzi che è cominciato all’indomani delle elezioni politiche dello scorso anno (e dell’”inspiegabile” 25% del M5S) e rafforzatosi con l’elezione (da parte di Napolitano e nessun altro) del neo Mastrota alla guida del governo.

Non si può dire che Renzi non ce l’abbia messa tutta per farsi prendere a pesci in faccia dagli italiani: accordi con Berlusconi, legge elettorale fatta su misura per far fuori Grillo, ministri provenienti dalla Troika e dalle Coop Rosse, promesse rimangiate dopo pochi minuti, continuazione della politica filo americana e filo bellica con l’acquisto degli F35, eccetera eccetera. Eppure il popolo italiano ama essere maltrattato, deve essere una qualche forma di perversione generalizzata: non piace l’onesto ma il finto onesto; non il nuovo ma il finto nuovo; non l’innovatore ma il finto innovatore e via dicendo. Purché nulla cambi. Sarà la secolare influenza della Chiesa e della sua ipocrisia congenita, ma nel Dna italiano l’onestà al potere è ancora vista come uno spauracchio da evitare a tutti i costi. E da qui il 40% a Renzi (pompato, come già detto, da una stampa talmente servile da dare il voltastomaco) e il 21% a Grillo, su cui pesa probabilmente una posizione troppo morbida nei riguardi dell’Euro, che ha fatto scivolare qualche punto percentuale nella casse della Lega e della Meloni, più decisi su questo tema. Fanno sorridere i grandi festeggiamenti della cosiddetta sinistra per il 4% a Tsipras: vedremo cosa faranno di questo “enorme” capitale in termini di capacità di cambiare le cose. Vendola si è già detto pronto a dialogare con Schulz, più o meno con lo stesso spirito con cui l’anno scorso i suoi entrarono nel Parlamento italiano grazie al Pd. Tanto valeva dare il voto a Scelta Civica, che tanto gli effetti sono gli stessi.

E ora che Renzi e i suoi, tronfi come non mai, hanno smaltito lo spumante dei festeggiamenti, ecco tornare la realtà quotidiana: arresti in casa Pd ed ex Pdl, tanto per ricordare a tutti di chi stiamo realmente parlando. La solita banda larga di mariuoli, il cui unico scopo e riempirsi le tasche a danno del popolo italiano, che per giunta approva e li vota in massa.

Destra e sinistra non ci sono più, così come ormai non si può più ragionare di capitalismo e comunismo. Il capitalismo ha fallito, distrutto dall’avida ferocia neoliberista; il comunismo, anche quello meglio intenzionato, sembra decisamente inattuabile.

Quello che farà la differenza in questa fase storica sarà soltanto l’ascesa di leader (o, ancora meglio, gruppi dirigenti) motivati principalmente dalla volontà di perseguire il bene comune, con onestà e competenza. Non lo chiedono solo il buon senso e la buona politica, ma anche la salute della popolazione, decimata da una crisi che si potrebbe risolvere facilmente con la giusta classe dirigente e le giuste ricette economiche (lo dice anche Paul Krugman, non solo chi scrive), e la salute dell’ambiente, sempre più devastato da un capitalismo amorale e di rapina. Per non parlare delle crescenti disuguaglianze nei redditi in tutto il mondo, specie nei Paesi considerati “industrializzati”.

I vecchi modelli hanno fatto il loro tempo: la antica nobiltà di sangue fu rimpiazzata da quella del denaro della classe borghese; quest’ultima va ora rimpiazzata da quella di onestà e altruismo propria delle persone in grado di perseguire il proprio bene ponendo la massima attenzione al bene della popolazione e dell’ambiente circostante. E questo in tutti i settori: nell’economia, nella politica, nella giustizia, nell’informazione, nella cultura e nella “società civile” in genere.

La crisi è una grandissima opportunità di cambiamento, in meglio come in peggio. Occorre cogliere questa opportunità per dirigere la società nella direzione migliore, quella di un rinnovamento sostanziale che investa ogni ambito dell’essere umano e della società globale in cui vive.

Non ci sono molte alternative: la crisi in cui siamo invischiati (aggravata ad arte da un manipolo di straricchi burattinai per perseguire i loro scopi) e il peggioramento progressivo delle condizioni ambientali ci dicono che la strada è tracciata e inevitabile. Occorre solo rimboccarsi le maniche.

ManipolazioneMan mano che le elezioni si avvicinano, gli specialisti del terrore mediatico affilano le loro armi con le solite argomentazioni. All’uscita dall’Euro seguirebbero le cavallette e poi il meteorite; la vittoria di Grillo sarebbe la fine della democrazia; Renzi è bello, bravo e dice sempre la verità; questa Ue è il migliore dei mondi possibili, ecc. ecc.

Al  catastrofista medio, quello che vede dopo l’uscita dall’Euro disperazione, disoccupazione e suicidi, forse varrebbe la pena ricordare che parla esattamente dello scenario che stiamo vivendo.

Proprio non si vede perché l’uscita dall’Euro dovrebbe rovinarci, dal momento che il pareggio di bilancio, il Fiscal Compact e la moneta unica ci condannano già (e per i prossimi 20 anni) alla distruzione di ogni barlume di stato sociale e quindi ad un ulteriore incremento di sofferenze, povertà e suicidi. “Ma il problema è che c’è poca Europa. Ce ne vorrebbe di più” ti risponde l’economista prezzolato di turno, il politico servo o il pennivendolo che campa leccando ricchi deretani.

A questi signori, andrebbe risposto che se i capi di Stato e di governo volevano traghettarci verso gli Stati Uniti d’Europa (come stanno facendo) dovevano farlo per via democratica, e non per via surrettizia con una moneta unica e poi una crisi creata ad arte.

Del resto bisogna capirli: ogni volta che hanno provato a far passare per via popolare qualcosa come una Costituzione Europea sono stati bastonati dagli elettori, che evidentemente hanno sentito puzza di imbroglio. Per cui hanno dovuto ricorrere alla forma dei Trattati e poi procedere a operare cambiamenti sulla struttura dell’Europa come dei ladri, approfittando della crisi e della confusione generale.

Ed eccoci qui, al voto per le Europee con un Euro e una Ue che non funzionano, che distruggono lo stato sociale e gli strati più deboli della popolazione (specialmente nei Paesi periferici come il nostro), e con tanti petulanti ed assoldati sapientoni che ci spiegano che per uscirne ci vuole ancora meno sovranità e ancora più Europa. Un no grazie, a questo punto, sarebbe molto gradito.

Poi ci sono i partiti dei lacché (in Italia per questo ci sono gli specialisti del Partito democratico) che sono pronti a raccogliere i voti degli elettori per farne gentile omaggio alla Merkel, ai grandi capitalisti, alla Bce, ai soliti poteri forti oligarchici. Però hanno faccini belli e giovani, quindi qualche gonzo che li vota si troverà di certo.

Infine c’è Grillo. Unico partito in grado di battere il Pd alle elezioni, c’è da sperare che il M5S vinca per due ordini di ragioni:

1)      Una vittoria di Grillo significa una pesante sconfitta per Renzi e per il suo unico elettore Napolitano, che ne uscirebbero delegittimati. In caso contrario, il Fonzie nostrano potrà menarla per secoli dicendo che “italiani volunt”;

2)      Dato il livello stantio di democrazia in questa Ue, è necessario mandare in Europa quanti più euroscettici possibile. Occorre una forte critica ai meccanismi europei all’interno delle istituzioni, e in questo i grillini possono fare bene come hanno fatto bene nel Parlamento italiano. Ovviamente, per avere più peso nelle dinamiche europee, i grillini dovranno anche vincere le elezioni nazionali, in modo da esprimere una rappresentanza, ad esempio, nel Consiglio dei ministri dell’Ue.

Al terrorismo mediatico pro Euro, va risposto con le critiche alla moneta unica di ben sei premi Nobel per l’Economia, con quelle di economisti italiani come Alberto Bagnai, Nino Galloni e Claudio Borghi, di giornalisti economici come Paolo Barnard con la scuola economica Memmt, e di tanti altri che hanno cercato di capire a fondo il problema con sguardo critico e di elaborare possibili soluzioni per il nostro Paese.

Una cosa è certa: uscire dalla moneta unica nei primi tempi potrebbe non essere una passeggiata, ma con le giuste politiche (italiane ed internazionali) in qualche anno se ne può venire fuori. Stando così le cose, invece, siamo condannati ad un suicidio progressivo per i prossimi vent’anni, che va sotto il nome di Euro – Fiscal Compact – Pareggio di bilancio.

Scegliere da che parte stare non dovrebbe essere difficile.

 

 

Sullo stesso tema:

L’Europa deve votare contro l’Euro (e contro questa Ue)

La nuova religione del Pd? E’ il darwinismo sociale 

Il più grande alleato di Renzi? E’ il partito dell’astensione

Merkel burattinaio

(Articolo pubblicato su Informare per resistere, il 15/5/2014)

Mancano pochi giorni ormai alle elezioni del Parlamento europeo, e a leggere gli ultimi sondaggi (per quello che possono valere) sembra che si profili una corsa a due tra Renzi e Grillo. Non bisogna sottovalutare comunque il sempreverde Berlusconi, che finisce sempre per prendere più di quanto non risulti poco prima delle consultazioni.

Messa così, la sfida sembra essere quella tra chi vuole effettivamente un’Italia e un’Europa diverse (i grillini), non lesinando contestazioni a tutto quello che non va – dall’Euro, ai trattati, al pareggio di bilancio – e chi invece si illude (i renziani) che qualche faccino più o meno giovane possa bastare a coprire tutto lo schifo che continua a covare dietro il logo del Partito Democratico. E cioè i soliti inciuci con il centro destra (dai tentativi di legge elettorale all’Expo), le solite collusioni con delinquenti di vario genere, le solite lobby e consorterie (i De Benedetti, le banche, le Coop rosse ), le solite gattopardesche strategie di chi finge di rappresentare il nuovo per poi lasciare tutto com’è.  (1,2,3)

Con l’aggravante che, agli antichi vizi italici, a carico del Pd si aggiunge ora anche la servitù nei confronti dell’ultra capitalismo estero, dei tecnocrati europei non eletti da nessuno, della Germania e dei mercati, dei quali già avevo parlato in un articolo precedente. (4)

Va puntualizzato che in queste elezioni il Pd rappresenta veramente il peggio del peggio, e la sua vittoria il sicuro trionfo dei soliti gruppi di potere nostrani, sommati ai peggiori capitalisti internazionali, quelli che – per capirci – stanno da anni spingendo per ottenere gli Stati Uniti d’Europa con la scusa della crisi, nonostante i popoli europei già più volte si siano schierati contro questo tipo di progetto.

Grillo può piacere o non piacere, ma il suo rimane l’unico schieramento in grado di avere i numeri per confrontarsi col Pd e batterlo, e per proporre una radicale contestazione di un’Europa evidentemente nelle mani di pochi oligarchi indifferenti alle sofferenze della popolazione. Tsipras da questo punto di vista, con le sue percentuali poco superiori al 3% (in Italia) rischia solo di sottrarre voti al M5S senza neanche conquistare un seggio. Se parliamo di voto utile, forse conviene puntare sull’unico schieramento che possa veramente mettere i bastoni tra le ruote.

Poi c’è il capitolo astensionisti. Già da ora si leggono appassionati appelli al non voto, che avranno l’unico esito di lasciare tutto com’è già: un’Unione Europea dove lobby e partiti collusi fanno gli interessi dei più forti, ignorando le popolazioni; e una vittoria sfolgorante per Renzi “nuovo che avanza”, per le sempiterne celebrazioni dei lecchini di Repubblica.

Se si vuole che qualcosa cambi, sarà bene convincere gli italiani (e gli europei) a votare partiti euroscettici, in modo da lanciare un forte segnale di contestazione non solo al di fuori delle istituzioni, ma anche dal loro interno.

Per cambiare questa Ue a poco servono le periodiche manifestazioni nelle piazze, che portano solo a tante manganellate e qualche titolone sui giornali degli industriali: occorre che i partiti euroscettici diventino forza di maggioranza e cambino completamente le carte in tavola, sia nelle rispettive nazioni che nelle istituzioni europee. Finché al governo ci saranno partiti “europeisti”, un’Europa dei popoli (e non delle lobby) non sarà possibile.

 

 

Link:

1)  http://news.supermoney.eu/opinioni/2014/04/le-liste-degli-impresentabili-candidati-dei-partiti-alle-elezioni-europee-0087713.html

2) http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/1243090/Sottosegretari–deputati–sindaci–Ecco-gli-impresentabili-del-Pd.html

3) http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/02/28/news/quanti-impresentabili-nel-sottogoverno-di-matteo-renzi-1.155386

4) http://www.informarexresistere.fr/2014/05/02/la-nuova-religione-del-pd-e-il-darwinismo-sociale/

European-Revolution

(Articolo pubblicato su Informare per resistere, il 5/4/2014)

Le elezioni europee in arrivo sono un test decisivo per i popoli d’Europa.

Non ha senso sommergere le piazze di manifestanti contro i tagli imposti dalla Troika, se poi non si votano in massa partiti che offrano qualche soluzione alla dittatura dei tecnocrati di Bruxelles e Francoforte. Sebbene il Parlamento europeo non abbia lo stesso potere decisionale di Consiglio e Commissione, riempirlo di “euroscettici” sarà un segnale importante per l’intera Europa, per gli organi dell’Unione e per gli “osservatori partecipanti al gioco” di oltreoceano.

Prima cosa da fare è votare contro l’Euro. Non ci sono scuse. Si può votare per Grillo, si può persino votare per la Lega, ma occorre assolutamente liberarsi del Pd, che è stato il principale artefice del nostro ingresso nella disastrosa moneta unica.

Per gli ingenui lettori di Repubblica e dintorni, è ora di aprire gli occhi: che l’Euro sia un disastro per i Paesi del sud è evidente e comprovato; lo dicono 6 premi Nobel per l’Economia, lo dicono gli economisti italiani più onesti intellettualmente (come Galloni, Bagnai, la MMT di Barnard, ma anche Borghi, il magistrato Barra Caracciolo, ecc. ecc.), lo dicono le evidenze empiriche nella vita dei cittadini, strozzati dalla mancanza di liquidità, dalla disoccupazione, dai tagli alla spesa pubblica imposti dal Fiscal Compact per il prossimo ventennio, da politiche economiche che non prevedono l’intervento dello Stato a sostegno della popolazione quando ce ne sarebbe bisogno.

Tutti gli economisti sani di mente sanno che, in caso di crisi, per far ripartire l’economia occorre una maggiore spesa pubblica per rilanciare i consumi e in generale per sostenere la popolazione e le imprese, ed è esattamente ciò che viene negato dal Fiscal Compact, dal pareggio di bilancio e dalle stesse regole di Maastricht (rapporto debito pubblico/Pil imposto al 60%).

Non è solo una questione di sana economia, ma di semplice senso di umanità: il Pd e i tecnocrati di Bruxelles hanno preferito i suicidi della popolazione alla rivisitazione di regole e parametri che forse andavano bene in tempi di vacche grasse, ma che sono devastanti in tempi di crisi. Ma non hanno l’attenuante di non aver previsto quest’ultima: il pareggio di bilancio e il Fiscal compact sono stati approvati a crisi bella ed avanzata.

Da questa Europa e dall’Euro traggono vantaggio la Germania e le sue imprese, prima di tutto: perdono tutti gli altri Stati, costretti ad inseguirla senza potersi sostenere, ad esempio, con la svalutazione della moneta: la perdita di sovranità monetaria così costringe questi Stati ad indebitarsi sempre più verso i mercati e i poteri forti.

Traggono vantaggio anche i grandi capitalisti e gli speculatori, che ottengono grandi rendimenti dai titoli di Stato dei Paesi più indebitati e poi si assicurano con altri titoli sull’eventuale fallimento di questi. Per non parlare dell’abbondanza di manodopera qualificata pronta a svendersi pur di trovare lavoro.

Del resto è dal divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro dell’81 che la nostra economia ha cominciato a crollare e il debito pubblico ad impennarsi, al contrario di quanto sostenuto da tanti “ben informati” che lo attribuiscono ai semplici sperperi della cattiva classe politica: il peggior disastro che sia capitato alla nostra economia è stato quindi, da 30 anni a questa parte, l’aver perso ogni controllo statale sulla nostra moneta (e successivamente l’ingresso nell’Euro).

Il rimedio a tutto questo è semplice e alla portata di tutti: portare gli astensionisti, se necessario in ceppi, a votare CONTRO l’Euro (cioè per quei partiti che vogliono il ritorno alla sovranità monetaria) a tutte le elezioni, in primis a quelle europee.

Occorre distruggere la disinformazione sparsa dai giornali di partito come Repubblica, e di giornali industriali/bancari come Corriere, Stampa, Sole 24 ore, che continuano a difendere il progetto europeo a spada tratta, e occorre che il Pd sia riconosciuto come il principale artefice della crisi italiana e dei suicidi dei lavoratori, per accondiscendenza con le folli politiche europee e con l’Euro.

Se questi signori, sempre più piegati al credo neoliberista, hanno continuato a difendere un progetto così letale per le popolazioni, è perché “E’ difficile indurre un uomo a capire una determinata cosa, quando il suo salario dipende dal fatto di non capirla”, per riprendere una citazione utilizzata da Paul Krugman.

 

 

Fonti (e libri raccomandati):

 

–         Nino Galloni, “Chi ha tradito l’economia italiana?”

–         Alberto Bagnai, “Il tramonto dell’Euro”

–         Paul Krugman, “Fuori da questa crisi, adesso”

Cambia versoGli impavidi elettori del Pd che sono riusciti a farsi scucire 2 euro per votare Matteo Renzi alla segreteria, non avevano compreso bene il significato del suo slogan elettorale. Quando Renzi diceva di voler far cambiare verso all’Italia, intendeva portandola indietro di molti anni. In effetti c’era quasi il rischio che il Paese si fosse liberato una volta per tutte di Berlusconi, dopo la condanna in Cassazione, ma il Che Guevara del Pd è riuscito nell’impresa di resuscitarlo per l’ennesima volta, per decidere con lui la nuova legge elettorale. L’Italicum – o Porcellum reloaded – è riuscito ad incassare da subito l’anatema di 29 costituzionalisti, ed è stato definito dal ministro della Difesa, Mario Mauro, “una legge fatta per fare fuori Grillo”. Ancora una volta siamo commossi dalla onestà con cui i membri del governo ammettono la propria disonestà.

Ma per cambiare verso all’Italia non basta una legge elettorale forse più porcata della precedente: occorre anche regalare più soldi pubblici alle banche (decreto Imu/Bankitalia, Unicredit e Intesa ringraziano), occorre comprimere i diritti dei lavoratori (e i renziani sono sempre in prima fila nel proporre tagli agli stipendi per”salvare il lavoro”), occorre continuare a fare ciò che ci dicono Bruxelles e la Bce, fino ad arrivare agli agognati (solo dalle elite) Stati Uniti d’Europa. E ovviamente lEuro non si discute, nonostante il parere negativo di ben sei premi Nobel per l’Economia.

Nel frattempo, abbiamo ancora sul groppone un governo Letta non votato né voluto da nessuno, e un presidente della Repubblica che sta per battere ogni record di impopolarità, tra intercettazioni distrutte nella trattativa Stato-mafia e silenzi sul biocidio nel Meridione ad opera della camorra quando era ministro dell’Interno.

In definitiva, se Renzi vuole fare una rivoluzione, deve solo smetterla di fare accordi con Berlusconi, cosa che il Pd ha sempre fatto da quando esiste. Altrimenti, lasciasse la scrittura al contrario a Leonardo Da Vinci, agli arabi e agli ebrei, e se ne andasse olucnaffa.

Qui serve un nuovo CLN

Game over

(Articolo pubblicato il 18 ottobre 2013 su “Informare per resistere“)

Chi pensa che liberarsi di Berlusconi sia la soluzione definitiva per i mali del Paese, si sbaglia di grosso.

Si potrebbe parlare, nel suo caso, di una Fase 1, ma se si vuole salvare l’Italia dal baratro in cui sta sprofondando, occorrono rapidamente una Fase 2 e una Fase 3.

Per Fase 2 si intende rispedire a casa quanto prima (se non altrove) il peggior capo dello Stato della nostra storia repubblicana, Giorgio Napolitano, assieme al presidente del Consiglio più insignificante della nostra storia repubblicana, Enrico Letta.

I motivi sono sotto gli occhi di tutti (almeno, tutti quelli che non sono stati rincretiniti a dovere dalla disinformazione mainstream) .

Giorgio Napolitano è stato rieletto da una maggioranza dedita all’inciucio formata da Pd e Pdl, con l’unico scopo di scongiurare un capo dello Stato eletto in quota grillina come Stefano Rodotà (che, peraltro, grillino non lo è mai stato). Napolitano ha accettato di buon grado il ruolo di difensore dello status quo, in cambio della distruzione delle intercettazioni che lo riguardavano nella trattativa Stato-mafia.

E questo è storia nota. Negli ultimi tempi, poi, Napolitano ha fatto del mantenimento del governo dei larghi inciuci un baluardo della sua politica presidenziale. Fino a benedire la concessione dellafiducia al peggior presidente del Consiglio della nostra storia repubblicana, Enrico Letta, da parte di una serie di traditori dell’ultim’ora interni al Pdl.

E veniamo al sedicente premier in questione. Oltre ad essere stato salvato dalla componente cattolica del Pdl (a ricordare come il governo delle larghe intese, così come la rielezione di Napolitano, siano stati benedetti dal Vaticano per evitare ogni possibile cambiamento), Enrico Letta si è distinto negli ultimi giorni per avere aumentato l’Iva al 22%, tanto per strozzare ulteriormente i poveracci che ancora pagano le tasse, e per avere nominato alla spending review un uomo del Fondo Monetario Internazionale, istituzione nota per essere al servizio degli Stati Uniti e per imporre austerità e tagli alla spesa pubblica ai Paesi ”assistiti”.

Occorre dire altro? Sulla connessione di Letta con Bilderberg, Trilaterale, Aspen Institute e multinazionali varie, è stato già scritto ampiamente.

Si potrebbe anche dire, parlando di lui, che morto un Andreotti se ne fa un altro. Questo essere in contiguità con gli Stati Uniti (vedi l’incontro con il Council of Foreign Relations di pochi giorni fa), con l’Unione Europea, col Vaticano (vedi chi ha salvato il suo governo nel Pdl) e con multinazionali di vario genere, ne fa un perfetto democristiano del terzo millennio.

E da qui passiamo alla fase 3.

Di fronte a tali soggetti alle leve del comando, non resta che un nuovo CLN (Comitato di Liberazione Nazionale). E cioè che tutti i cittadini di buona volontà si organizzino in partiti e movimenti dal basso con l’unico scopo di mandare a casa questi soggetti (che ormai rappresentano solo sé stessi e i loro gruppi di potere), per rimpiazzarli con schieramenti che facciano veramente gli interessi della collettività.

Che sia Grillo a garantire questo ricambio o chiunque altro, non importa. Quello che conta è che questi individui siano rimossi dai posti di potere e sostituiti con chi abbia a cuore il futuro della Nazione.

Prima di finire come la Grecia, mentre lor signori brindano a ostriche e champagne.

Inciucio(Articolo pubblicato su “Informare per resistere” il 14/08/2013)

Ripercorriamo i Fatti in questa estiva tragicommedia all’italiana, degna dei migliori film di Alvaro Vitali e Franco e Ciccio.

1) Alle elezioni politiche di febbraio, un partito, il Movimento 5 Stelle, ha preso il 25% dei voti degli italiani, risultando la prima lista sul territorio alla Camera, escludendo i voti degli italiani all’estero. Un risultato enorme, che ha segnalato la pressante richiesta degli italiani di un cambiamento ai vertici delle istituzioni e del modo di fare politica.

A questo va aggiunto il dato di tutti coloro che, per sfiducia nella politica e in numeri sempre maggiori, si  sono astenuti dal voto.

2) Per incapacità di entrambe le coalizioni di accordarsi (M5S e Pd/Sel), il nuovo governo è nato da un accordo tra Pd e Pdl, che ha riportato l’Italia ai tempi dei minestroni politici della Prima Repubblica.

3) Il nuovo presidente della Repubblica, che avrebbe dovuto essere espressione dell’unità nazionale ma anche accogliere le richieste di cambiamento provenienti dalla Nazione, è stato eletto ignorando completamente la volontà dei grillini e di tutti coloro che volevano un uomo al di sopra delle parti come Stefano Rodotà.

Da qui il ritorno di Napolitano, che non solo aveva promesso di non ricandidarsi, ma era anche appesantito da sospetti di coinvolgimento nella trattativa Stato-mafia (le famose intercettazioni con Mancino, poi distrutte).

4) Nasce un governo “democristiano”, di Centro-Sinistra-Destra, con a capo Enrico Letta, nipote di Gianni Letta del Pdl e membro del Bilderberg, della Commissione Trilaterale, dell’Aspen Institute e di ogni altra consorteria che non abbia altro scopo che la conservazione dei privilegi dell’elite economica.

Tra gli sponsor della sua fondazione, Vedrò, ci sono Telecom, Eni, Vodafone, Enel, Nestlè, e chi più ne ha, più ne metta.

5) Umiliando non solo la consistente parte grillina del Parlamento, ma anche una vasta parte dell’opinione pubblica (se non la maggioranza degli italiani), nei primi mesi del nuovo governo si approvano misure come l’acquisto degli F35, si rigetta l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, si rigetta la modifica della legge elettorale, si propongono pericolose modifiche costituzionali e si lancia costantemente il messaggio che la casta non tollera alcun cambiamento nelle proprie pessime abitudini, nonostante il risultato delle elezioni politiche. Si segnalano addirittura episodi di scherno ai danni dei parlamentari 5 stelle, che rivaleggiano per maturità intellettuale con i casi di bullismo nelle scuole.

6) Il vero capo della coalizione di Centro-Sinistra-Destra, Silvio Berlusconi, viene condannato in via definitiva per frode fiscale, e decade automaticamente (per una legge approvata nel 2012 ) dalla carica di senatore, così come da ogni altra carica pubblica.

Si attende la pronuncia della Camera di appartenenza, che non deve far altro che certificare la sopravvenuta ineleggibilità. Appellarsi a una presunta non retroattività della legge, significa ammettere che un delinquente riconosciuto come tale possa governare e mettere mano alla Costituzione, cambiandola a piacimento.

7) I compagni di inciucio di Berlusconi, cioè gli esponenti del Pd, protetti dall’ala conservatrice dello status quo di Giorgio Napolitano, tentennano ancora (nonostante la sentenza della Cassazione) a prendere le distanze da un condannato per frode fiscale, e pur di mantenere il potere, cercano di capire se sia possibile proseguire come se nulla fosse, sperando che gli italiani non facciano troppo casino. Napolitano accenna a una possibile riforma della giustizia. Letta, prima della sentenza, aveva anche dichiarato che “non ci sarebbero stati terremoti”. Come dire agli italiani: per noi non cambia nulla se Berlusconi viene condannato, quel che importa è mantenere il potere nelle nostre mani e che non finisca, ad esempio, in quelle dei grillini.

Ora, dopo questo campionario degli orrori, è più che evidente che non siamo di fronte a un governo del Fare (come ipocritamente hanno definito i loro provvedimenti Letta e i suoi, tra l’altro rubando lo slogan a Oscar Giannino), quanto a un governo del Fare finta di niente, sorvolando anche su condanne in Cassazione degli alleati, sul risultato elettorale e sul disprezzo di fette sempre maggiori della popolazione italiana.

Per quanto Matteo Renzi non piaccia granché a chi scrive (è stato da alcuni ribattezzato, a mio parere a ragione, un “Berlusconi di sinistra”), una cosa giusta di recente l’ha detta, parlando degli esponenti del Pd: “E’ stata più veloce la Chiesa a riformarsi di voi”. E infatti Famiglia Cristiana ha di recente scritto chiaro e tondo che è ora  che “Berlusconi  lasci per sempre”. Una pronuncia che non è assolutamente arrivata dagli esponenti del Pd, che hanno fatto finta di combatterlo per 20 anni, lucrando sulla loro finta opposizione.

In definitiva, tutta la tragicommedia di questi ultimi mesi ricorda tristemente un gruppo di dinosauri che cerca di resistere in maniera strenua all’estinzione. Se non si faranno da parte volontariamente e in modo rapido (conservando un minimo di dignità), sarà la Storia a cancellarli per sempre.