Tag Archive: finanza


(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 22 marzo 2017)

Lo scorso 20 marzo, in coincidenza con l’Equinozio di Primavera, è scomparso David Rockefeller, uno dei grandi burattinai della finanza globale. I media, come previsto, si sono affrettati a definirlo un “filantropo” (stessa definizione usata per descrivere George Soros, altro squalo dell’alta finanza), come se qualche ricca donazione cosmetica possa mascherare i danni compiuti nei confronti dei popoli di tutto il mondo.

Sì. perché Rockefeller è stato uno degli uomini più attivi nel promuovere una forma di governo ombra mondiale, composto da ricchissimi membri dell’elite finanziaria e industriale, in grado di condizionare in modo decisivo la politica, i principali media, la cultura e la società, attraverso una fitta rete di collaboratori che non hanno fatto altro che portare avanti la loro agenda antidemocratica e autoreferenziale.

Rockefeller, oltre ad essere un ricchissimo membro della più importante famiglia di petrolieri al mondo, e capo della superbanca Chase Manhattan Bank (poi divenuta JpMorgan Chase), è stato il fondatore del Gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, due delle associazioni mondialiste di carattere paramassonico più celebri e influenti, ai meeting delle quali hanno partecipato personaggi di spicco di ogni parte del globo.
Come abbiamo già sottolineato in questo articolo, i più importanti uomini politici della storia italiana recente sono passati dai meeting di queste organizzazioni: Mario Monti è stato presidente della Commissione Trilaterale per l’Europa; Enrico Letta è stato membro della CT così come l’ex ministro Guidi; Boschi e Gentiloni erano tra i partecipanti all’ultimo meeting della Trilaterale a Roma assieme alla presidente Rai Monica Maggioni, che è addirittura presidente della Commissione Trilaterale Italia; Lilli Gruber è presenza fissa ai meeting Bilderberg.

Insomma, un intreccio tra governo, media mainstream e queste organizzazioni private sovranazionali che dovrebbe perlomeno allarmare. E invece tutto è scivolato via, senza troppo clamore. Perché ciò che non viene detto, è che l’agenda di questi club è dichiaratamente antidemocratica e iperliberista.

Rockefeller e Kissinger, attraverso queste organizzazioni, hanno sempre cercato di reclutare esecutori per fare gli interessi degli Usa, quelli della grande finanza e dell’industria petrolifera, in primis. E per portare avanti un disegno di dominio globale.
Non è un caso che tra le file della Trilaterale ci siano anche l’ex governatore della Bce, Jean Claude Trichet, ora presidente europeo della CT (ruolo prima ricoperto da Mario Monti) e gli ex governatori della Federal Reserve Alan Greenspan e Paul Volcker.
Come dire che, oltre a decidere i primi ministri, Rockefeller riusciva a piazzare i suoi uomini anche ai vertici delle ben più prestigiose istituzioni monetarie.

Agli incontri annuali del Gruppo Bilderberg, invece, hanno partecipato negli anni  nomi italiani ben noti come quelli di Mario Draghi, Romano Prodi, Enrico Letta, Carlo De Benedetti, Lilli Gruber, John Elkann, Gianni Agnelli e il solito Mario Monti.
Per l’estero ricordiamo il neoeletto premier olandese Mark Rutte, il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, l’ex presidente della Commissione Europea José Barroso.

Secondo Daniel Estulin, autore del libro “Il club Bilderberg”, questi club funzionano come “cinghie di trasmissione”, attraverso le quali l’oligarchia finanziaria e industriale dirama i suoi ordini. Chi vuole fare carriera, è semplicemente invitato ad attenervisi: in caso contrario, si cercano nuovi referenti. La famiglia Rockefeller ha anche finanziato numerose altre organizzazioni, come l’americano Council on Foreign Relations (Consiglio sulle Relazioni Estere) e l’Aspen Institute, di cui fanno parte Giuliano Amato, Giulio Tremonti, Gianni Letta, la presidente Eni Emma Marcegaglia, il direttore generale di Enel Francesco Starace e il cofondatore della Casaleggio Associati, Enrico Sassoon.

Ma Rockefeller è anche noto per aver destabilizzato interi Stati per imporre i suoi interessi. Nel libro “Massoni” di Gioele Magaldi, Rockefeller appare come il signore incontrastato della loggia sovranazionale “Three Eyes”, gestita assieme a Kissinger e Brezinsky, e costantemente intento a dar vita a nuovi metodi per imporre la sua volontà sulle popolazioni locali, favorendo ovunque svolte autoritarie e anticomuniste: dall’Operazione Condor a base di torture e omicidi in America Latina, alla nascita della loggia P2 in Italia. Alla stessa loggia “Three Eyes”, con finalità evidentemente oligarchiche e antidemocratiche, apparterebbe anche Giorgio Napolitano.
Secondo il presidente onorario della Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, il gruppo Bilderberg di Rockefeller sarebbe dietro la strategia della tensione nell’Italia del dopoguerra, in funzione anticomunista.
L’avversione di Rockefeller, della sua superloggia e della Commissione Trilaterale per la democrazia si può constatare anche nel famoso report “Crisis of democracy”, ben descritto in questo video da Messora, in cui si sostiene che la democrazia, per funzionare, necessità dell'”apatia” della maggioranza.
Ciò significa che le decisioni devono prenderle in pochi. Nello specifico: loro.

Insomma, se Rockefeller non era uno dei Signori di Questo Mondo, ci andava vicino. I più “complottisti” ritengono che fosse ossessionato dal numero 666, tanto da inserirlo nel logo della Commissione Trilaterale e nelle date dei meeting del Bilderberg.
Effettivamente il numero ricorre nella vita del miliardario: sesto di sei figli, ha avuto sei figli a sua volta. La sua data di nascita è stata il 12 giugno 1915. 12/6 = 6+6+6.

Annunci

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 10 novembre 2016)

Paolo Barnard è uno dei giornalisti più duri verso l’Euro, l’Unione Europea, il neoliberismo e lo strapotere della finanza internazionale, nonché il primo a portare in Italia la scuola economica Memmt.
Ma è anche uno dei critici più feroci dello Stato di Israele e del terrorismo occidentale.
In questa intervista a 360 gradi abbiamo toccato con lui i nodi fondamentali delle elezioni Usa, della Brexit, dei trattati di libero scambio, della progressiva erosione della democrazia in Europa, delle dittature mascherate da istituzioni europee, del referendum costituzionale italiano e della natura dello Stato di Israele.

Francia vs Italia

(Articolo pubblicato il 28 maggio 2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Inizio a pensare che per svegliare gli italiani li si debba prendere a ceffoni uno per uno. Allora forse reagiscono. Non si spiega diversamente l’inedia di un popolo che sembra pronto a subire tutto e da tutti.
Sarà forse la millenaria influenza della Chiesa, col suo costante invito a stare zitti, buoni e non alzare mai la voce verso “l’autorità” (magari legittimata da Dio).
Per carità, qualche contestazione al duo sciagura Renzi & Boschi c’è stata, ma niente di serio in paragone alle porcate fatte. Nel frattempo va avanti la terrificante agenda di distruzione dei diritti – qui come altrove – per il piacere di superbanche, industriali, Troika. Come abbiamo detto, secondo un’agenda globale.

In Francia la protesta contro il Jobs Act locale, la Loi Travail, prosegue ormai da quasi tre mesi. Tre mesi di manifestazioni ininterrotte, con tutti i mezzi a disposizione.
Negli ultimi giorni i francesi sono arrivati a bloccare le raffinerie e le centrali nucleari, soprattutto grazie alla mobilitazione del sindacato Cgt. E la lotta continua, finché la contestata riforma del lavoro non sarà ritirata.

In Italia lo stesso Jobs Act e l’Italicum (una legge evidentemente antidemocratica, specie per il premio di maggioranza spropositato, contestata persino da parlamentari del Pd come Bersani) hanno prodotto si e no un belato. Le sparute proteste sono state lasciate ai cosiddetti “antagonisti” dei centri sociali (manganellati sistematicamente dalla democratica polizia renziana), a studenti e a qualche intellettuale.

Intendiamoci: dopo il progetto di riforme autoritarie, il Jobs Act, e i casi del Salva Banche e Trivellopoli, l’Italia ora dovrebbe trovarsi in uno stato di guerra civile permanente, per costringere un premier non eletto, un governo indegno  e un Parlamento illegittimo a ritirare i provvedimenti liberticidi e andare a casa.
Invece niente, si aspettano gli europei e magari si spera che ad ottobre vinca il No, per liberarsi di questa manica di traditori e venduti. Come se nel frattempo non possano fare valanghe di altri disastri.

A sottolineare la natura “padronale” delle riforme, ci hanno pensato l’Unione Europea, che tramite il commissario agli affari economici, Pierre Moscovici, ha definito la riforma francese come “indispensabile” (tanto per ribadire da che parte sta), e la Confindustria italiana che, con il Fmi, ha applaudito a quelle renziane (già commissionate dalla JpMorgan e dalla Bce, con la famosa lettera del 2011).
Insomma: banchieri, industriali e Troika appassionatamente e massonicamente uniti nella distruzione dei diritti dei lavoratori (e di quelli dei comuni cittadini) nel nome dei propri profitti e della propria insaziabile sete di potere. E su tutto questo processo aleggia l’ombra del TTIP, il trattato commerciale Usa-Europa visto da molti commentatori come un pericolo per la salute e la democrazia, e come sempre sponsorizzato dalle grandi corporations.

I francesi hanno ragione a dire che “non vogliono farsi fregare come gli italiani“. I nostri cari concittadini, finora, si sono fatti turlupinare come allocchi, anche grazie ad una stampa asservita in modo stomachevole e a dei sindacati sonnecchianti.
Lo faranno anche a ottobre? Nel frattempo, qualche segnale di vita sarebbe gradito.

Roberto Errico, membro del Forum per una nuova finanza pubblica e sociale, ci spiega come il settore potrebbe essere riavvicinato ai bisogni dei cittadini

Palazzi_Errico-300x200(Articolo pubblicato sul numero 5 – settembre/ottobre 2013 di Barricate – L’informazione in movimento)

Dopo lo scoppio della crisi del debito, la finanza è stata oggetto delle contestazioni  di ampie fasce della popolazione, in Italia e nel mondo. Da qui la necessità di trovare idee per riformarla, almeno nei punti nei quali più si concentrano assurdità e privilegi, per riportarla alla sua corretta funzione sociale.
Ne abbiamo parlato con Roberto Errico, bancario, che assieme a numerose associazioni italiane ha avviato un Forum per cercare di rendere virtuoso un settore ormai nel centro del mirino.

Dott. Errico, ci può dire quali associazioni fanno parte del vostro Forum?

Il Forum nasce da un appello all’azione sulle questioni del debito pubblico e del credito, proveniente da associazioni come Attac, Rivolta il debito, ReCommon, Smonta il debito e Centro nuovo modello di sviluppo.

Dopo due incontri molto partecipati a Roma al Teatro Valle e alla Ri-Maflow, una fabbrica occupata alle porte di Milano, siamo sfociati nella forma di Forum formato da diversi movimenti e gruppi che vogliono lavorare su questi temi. Hanno aderito numerose realtà, tra cui posso citare i Cobas delle poste, il Forum italiano dell’acqua, alcuni pezzi di varie organizzazioni sindacali e l’Arci.

Quali sono le vostre idee per riformare la finanza, e da cosa scaturiscono?

Possiamo partire da un dato che per alcuni è falso mentre per noi è oggettivo, che è la questione dei soldi.
Il luogo comune della crisi è che non ci sono i soldi, che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e quindi dobbiamo tirare la cinghia. Noi sosteniamo al contrario che i soldi ci sono, perché innanzitutto ci sono quelli dell’evasione fiscale, che sono la punta dell’iceberg. C’è un fisco che è diventato sempre più amico dei ricchi e ha colpito con sempre maggiore violenza i ceti meno abbienti, basti pensare a come si è tirato fuori il denaro negli ultimi anni. Si è aumentata l’Iva ma non si è andato a incidere sulle rendite. Se si punta a rilanciare l’economia aumentando l’Iva, evidentemente l’obiettivo è quello di continuare a colpire i ceti sociali più bassi: disoccupati, pensionati, piccoli lavoratori autonomi.

I soldi quindi ci sono, sono nei forzieri nascosti dei paradisi fiscali, nel risparmio degli italiani, specie quello postale. Da qui la nostra campagna per una Cassa depositi e prestiti, un ente di diritto privato di proprietà del Ministero delle finanze per l’81% (al 19% delle fondazioni bancarie), che dovrebbe tirare fuori i soldi per pagare gli interessi stratosferici sul debito. Questo per noi è un tema centrale. Noi non vogliamo solo ripubblicizzare la Cdp, ma risocializzarla, il che significa riportarla a finanziare a tassi calmierati gli enti locali, rompendo il cappio del Patto di stabilità. Inoltre la Cdp e altri enti pubblici dovrebbero sostituirsi alle banche, che non fanno più credito, e fare prestiti a tasso molto agevolato alla piccola impresa che sta morendo, ai negozianti che vengono devastati dall’arrivo di outlet e megastore, e a chi vuole aprire un’attività, magari di tipo ‘ecosostenibile’. C’è da cambiare una mentalità, e in questo solco siamo criticati dai residui della sinistra radicale e del comparto riformista, secondo cui “pretendiamo troppo”.

Riguardo la sovranità monetaria e l’Euro, come vi posizionate?

Trappola Euro

Qui devo fare dei distinguo, perché nel Forum ci sono diverse sensibilità. La mia posizione è che sia un falso problema, perché uscire dall’Euro non sarebbe né una tragedia né la liberazione dal cappio dell’Europa. Semplicemente, porterebbe problemi iniziali abbastanza gravi e una stabilizzazione successiva durante la quale non cambierebbe praticamente niente. Si tornerebbe al sistema di prima con un’altra moneta e probabilmente parecchia inflazione in più. In ogni caso nel Forum si discute anche su questo.

L’Europa potrebbe anche essere una prospettiva interessante, ma è necessario rifarla da zero perché questa è l’Europa della tecnocrazia che si fa mercato. Il problema centrale è quando il settore pubblico si mette a fare il privato; bisognerebbe riorientare il pubblico a fare il pubblico. La sanità, ad esempio, o è pubblica o non è sanità, così come la scuola.

All’Europa si può anche mettere mano, ma bisogna ragionare in modo completamente opposto a come si fa adesso. È chiaro che, dal punto di vista di Paesi come la Grecia, l’Europa ha dato il peggio di sé, ed è normale che i greci vogliano uscirne, dopo essere stati ridotti in stato comatoso e non potendo certamente riuscire a restituire i prestiti. L’Europa attuale, insomma, è ‘una robaccia’, ma non è detto che si debba buttarla completamente a mare.

Nel dibattito fra neoliberisti e neokeynesiani, voi avete delle preferenze o rifiutate entrambi i modelli?

Senza dubbio siamo antiliberisti. Riguardo le politiche keynesiane, trovo che funzionino bene in un’economia chiusa. Il moltiplicatore keynesiano funziona quando le frontiere sono tendenzialmente chiuse e quando il consumo che aumenta grazie all’investimento pubblico si orienta verso prodotti interni, verso aziende interne. Fare keynesismo oggi in un Paese come l’Italia, che importa molto più di quanto esporta (pensiamo a petrolio e prodotti informatici), vorrebbe dire finanziare la crescita della Cina.

Penso che se Keynes fosse tra noi, si chiederebbe come affrontare il tema della globalizzazione, se essere chiusi o aperti. Anche su questo si discute molto. Se politiche macroeconomiche espansive potrebbero aiutare la ripresa, dobbiamo anche capire che tipo di ripresa. Negli Usa si è stampata moneta in quantità industriale, con tre round di Quantitative Easing della Federal Reserve,  i soldi sono stati dati alle banche, che invece di usarli per aiutare la popolazione hanno investito in borsa perché è più remunerativo che seguire un’impresa che cresce in 15-20 anni. Si sta creando così un’altra bolla. Anche in Giappone si sono fatte operazioni simili. Quindi alle banche conviene più investire in titoli azionari a breve termine che ragionare su come far ripartire l’economia. A riprova di questo, il 6,7% dei cittadini americani nel 2012 sono risultati sotto la soglia di povertà assoluta, e il 20% al di sotto della soglia di povertà relativa.
I dati più alti dal 1950.

Quindi stampare moneta non è tanto utile se va solo ad alimentare l’economia finanziaria. Meglio ragionare sul riprendere le leve del credito, ed ecco ritornare la campagna sulla Cassa depositi e prestiti, e ragionare su come gestire la questione del debito.

La copertina del numero 5 di "Barricate"

La copertina del numero 5 di “Barricate”

Lei ha parlato della Banca centrale americana. Visto che questa, come quella italiana, è privata, non sarebbe il caso che fossero nazionalizzate per diminuire gli oneri dello Stato verso di loro?

Si, la Banca d’Italia è di proprietà delle banche italiane. Il problema però non è nazionalizzare la Banca d’Italia, per trasformarla nell’ennesimo carrozzone del pubblico che fa gli affari suoi, dando finanziamenti in base alla provenienza territoriale del Ministro dell’Industria. Il problema è andare oltre le forme del pubblico e privato. Occorre iniziare a ragionare sul fatto che, più che banche pubbliche e basta, servono banche che siano socializzate, un pubblico che sia permeato dalle esigenze delle comunità locali. In modo che intorno a questa banca, pubblica o privata che sia, non si crei un grumo di potere che orienta il credito in un senso o nell’altro. È su questo che bisogna aprire un ragionamento. È storia che gran parte delle banche che si sono formate sul territorio erano governate da entità locali, magari potentati, ma la forma in sé già c’era, erano attività collaterali allo sviluppo del territorio. Bisognerebbe aggiornare questo modello, sostituendo al potentato dell’800 la cittadinanza.   

La banca vive dei depositi dei clienti, quindi l’interesse dei risparmiatori dovrebbe essere preponderante, accanto a quello dei lavoratori della banca e al peso della comunità locale nel suo complesso.
Va ridefinito il concetto di come si fa banca e chi ne sia proprietario.

A livello politico, come vi rapportate nei confronti dei progetti di democrazia diretta o di più democrazia diretta?

Siamo sicuramente d’accordo con i progetti di democrazia diretta, ma bisogna intendersi sul concetto di quest’ultima. Il dibattito in merito è ancora vago, e a volte si ripetono le stesse dinamiche della democrazia rappresentativa. Quello che si potrà fare in questo ambito lo vedremo strada facendo.

Direi che questa è una fase in cui non bisogna stare né con le istituzioni né contro, ma attraversarle. I conflitti vanno costruiti a partire da una relazione istituzionale, ad esempio ,con i piccoli comuni, che stanno morendo. I sindaci sono diventati dei vigili urbani del Patto di stabilità.

Altre idee per una migliore economia scaturite dal vostro Forum?

Stiamo cercando di stabilire buone relazioni con le Mag, che sono mutue autogestite, gruppi di persone che mettono assieme parte dei loro risparmi per piccoli progetti simili al microcredito, ma più imperniati sull’eticità. Poi l’altro punto riguarda le banche: le proposte dei legislatori dei vari Paesi partono dal presupposto che non si deve negare la banca universale, che è quella che gestisce i depositi dei propri clienti ma fa anche operazioni strumentali e così via. Il vero tema su cui confrontarsi è come separare il risparmio dalla speculazione.
Per fare questo ragionamento occorre capire come è possibile risocializzare alcuni istituti. È necessaria una banca pubblica che sia permeata dalle necessità locali che emergono dal basso, che faccia quello che non fa più nessuno in nessuna parte del mondo, cioè prestiti a tasso agevolato per le cose di pubblica utilità o per aiutare le persone che sono state più colpite dalla crisi. Non penso che stiamo parlando di assaltare il Palazzo d’Inverno. Eppure potremmo essere accusati di radicalismo, perché in questo momento chiunque non segua i diktat che vengono espressi dall’alto è un radicale, uno che vive fuori dal mondo, uno che vuole vivere al di fuori delle proprie possibilità. Noi rigettiamo tutte queste accuse, che non hanno niente di concreto ma che spesso vengono rilanciate dai media.

Divide et impera

L’Impero Romano aveva due strategie consolidate per mantenere il controllo su una moltitudine  di territori e popoli differenti. La prima era chiamata “Panem et circenses” e consisteva nella distribuzione periodica di grano alle masse in periodi di carestia e nella istituzione di giochi che avevano il compito di divertire le folle e farle astenere da qualsiasi proposito rivoluzionario. Oggi si parlerebbe di armi di distrazione di massa e contentini vari. La seconda, più raffinata, consisteva nel “Divide et impera”. In pratica si riteneva che, se i popoli assoggettati dalla macchina militare romana si fossero uniti contro l’Impero, questi avrebbero potuto prendere il sopravvento anche disponendo di un’organizzazione tattica meno elaborata. Da qui la necessità di dividere i popoli assoggettati, metterli in contrasto gli uni con gli altri e impedire così la formazione di un fronte comune. Questa tattica vincente è stata replicata innumerevoli volte nella storia, ed è ben conosciuta da chiunque abbia ambizioni egemoniche. Dopo il crollo dell’Impero Romano, il suo posto è stato preso dalla Chiesa di Roma, che è stata il collante dell’Europa per un millennio buono (non a caso corrispondente al Medioevo). Mentre gli Stati europei si facevano la guerra tra di loro, la benedizione del Papa era ciò che legittimava il potere di un sovrano e c’era la corsa fra i vari regnanti ad assicurarsi il titolo di “Difensore della cristianità” contro eretici e “infedeli” (es. Saraceni). Anche l’Italia, curiosamente, è sempre stata fortemente litigiosa e i suoi Comuni hanno sempre avuto forti caratterizzazioni, rivalità e differenze, mentre la Chiesa ha sempre fatto da trait d’union per l’intero Paese… Ai giorni nostri forti rivalità etniche sussitono ancora ad esempio negli Stati africani, dove le multinazionali occidentali prendono risorse a prezzi stracciati mantenendo di fatto nella povertà le popolazioni locali. E una forte differenziazione sussiste ancora all’interno dell’Unione Europea, nella quale i vari Stati, come già scritto in un post precedente, sono uniti in una confederazione nella quale l’unione politica è flebile, mentre l’unione economico-monetaria procede in modo ben più rapido. Scrivevo nel post che l’euro e il sistema economico sono ciò che concretamente unisce l’Europa, mentre dal lato politico una vera unione è ancora un miraggio: la logica ci dice che le istituzioni monetarie diverranno ben presto la forza che manderà avanti il sistema. Leggete ad esempio questo articolo di Romano Prodi (articolo di oggi, vedere la parte sugli Eurounionbond), uomo proveniente da Goldman Sachs (vedi qui) importante banca d’affari americana. Si vuole per il futuro dell’Europa, che le risorse – anche auree – dei vari Stati aderenti confluiscano ulteriormente in un fondo comune per far fronte alle crisi del debito e agli assalti della speculazione internazionale, con un enorme potere per chi gestirà questi fondi. Accentrato il potere economico, diviso il potere politico, per l’appunto.

Divide et impera

The Roman Empire had two main strategies to keep control over different lands and people. The first was called: “Panem et circenses”, and consisted in periodic distributions of wheat to the masses in hard times and in the institution of games with the purpose to avoid rebellions. Today we would call them “weapons of massive distraction”. The second strategy was called “Divide et impera” (divide and conquer). The Romans believed that, if united, the people subdued by their war machine could rise against the empire and win, though their tactical inferiority. For this reason, it was necessary to divide them, put everyone of them against each other, in order to avoid the birth of a common hostile force. After the fall of the Roman Empire, its place was taken by the Roman Church, which has been the “glue” of Europe for one thousand years (the Middle Age). While the european kingdoms fought for the primacy, the blessing of the Pope had the power to legitimate crowns, and the kings tried to please the Holy See fighting heretics and “infidels” to gain the title of “defender of Christianity”. Italy too has always been a land of strifes and struggles between the different towns and territories, while the Church has always played a central role… In these days big ethnic divisions still exist, for example, in the african states, where western corporations take important resources at small cost keeping in poverty local populations. And strong differences remain in the European Union, in which many states are joined in a confederation where the political union is weak, while the economic union increases quickly. The EU is kept together by the euro and the economic system, while a real political union is still not at sight: this means the monetary institutions will soon become the engine of the european system. Yesterday Romano Prodi (italian ex-premier and formerly man of big investment-bank Goldman Sachs) proposed the “Eurounionbond” as solution for the debt crisis: he asked for the raising of a central european fund, with gold and assets of the different states as guarantee, to win the international speculation and come out from the crisis. It will give an enormous power to people that will control it. Centralized the economic power, divided the political one, just like we said before.

L’Unione Europea è nata, come sappiamo, sulle basi della vecchia Comunità Economica Europea: uno spazio commerciale libero da vincoli e restrizioni, creato per consentire la libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali. L’UE, con i suoi organi, è stata il frutto della volontà di dare una parvenza di unione politica e giuridica a una struttura nata per finalità fondamentalmente commerciali. Col Trattato di Maastricht e col Trattato di Lisbona si è cercato di consolidare la struttura “politica” dell’Ue, ma con scarsi risultati. La questione è questa: siamo inseriti in una confederazione in cui gli Stati aderenti hanno la stessa moneta (l’euro) ma delle caratteristiche nazionali ancora piuttosto marcate, per cui un italiano non si sentirà più di tanto affratellato a un tedesco o a un greco, perchè manca un senso di identità comune. Si potrebbe dire: “fatta l’Europa, bisogna fare gli europei“. Questo deficit di integrazione culturale e politica fra i vari Stati (che causa anche discordanze sul da farsi per risolvere i problemi comuni, vedi battibecchi tra il duo Merkel-Sarkozy e il resto d’Europa) va per alcuni commentatori risolto con una maggiore centralizzazione dei poteri europei: di fronte alla attuale crisi del debito, ad esempio, per molti la soluzione è in una più stretta integrazione economica. Sarebbe sufficiente creare degli eurobond (titoli di debito pubblico europei e non legati ai singoli Stati), potenziare l’Efsf (European Financial Stability Facility, il c.d. fondo salva-Stati, pagato ovviamente dai contribuenti europei) e creare magari un Ministro delle Finanze Europeo che gestisca i fondi provenienti dai vari Stati e tutto sarebbe a posto. Crisi scongiurata. Mi permetto di non essere d’accordo con una visione tanto ottimistica. Il problema è alla radice, nell’aver voluto creare una unione economica-monetaria priva di una vera unione culturale-politica e in cui tutti gli Stati sono stati legati agli stessi parametri di bilancio (quando era ovvio che alcuni Stati erano più inguaiati degli altri). L’Unione Europea doveva procedere in modo più graduale, aspettando che si realzzasse una vera integrazione dei popoli europei: così facendo invece, ne hanno tratto beneficio solo i grandi imprenditori e i grandi operatori finanziari, che hanno potuto lucrare sul nuovo mercato unico europeo, privo delle restrizioni del passato. Adesso si cerca di rimediare dando ancora più potere a organi centralizzati dell’Unione e levandolo ai poveri Stati nazionali, che ben presto saranno ridotti al rango di meri esecutori di ciò che viene deciso a Bruxelles e Francoforte. Un Unione frammentata che ha il suo fattore unificante nella moneta non può che dare un enorme potere a chi la moneta la rappresenta e gestisce: Banca Centrale, Ministri delle Finanze, grandi gruppi economici. Con buona pace dell’Europa dei popoli e dei diritti.

Interessante, sul tema, questo articolo  di Fabrizio Galimberti dal Sole 24 ore di ieri, a dimostrazione di come per molte firme l’unica soluzione sia quella di rafforzare un controllo centralizzato dell Ue (e delle sue finanze).

The currency that unified Europe

The European Union was born on the basis of the old European Economic Community, a  commercial space free from restrictions created to allow the circulation of goods, people, services and capitals. The EU, with its organs, has been created to put the dress of a political-juridical union to a structure first-of-all born for economic purposes. With the Maastricht and Lisboa Treaties they tried to consolidate the political structure of EU, but without great results. This is the point: we’re in a confederation with a unique currency (euro), but different languages and identities, so an italian will not feel a great sense of brotherhood with a greek or a german. We could say: “Europe has been made, let’s make the europeans“. This lack in cultural and political integration (which often leads to discussions between european leaders) can be solved, according to many analysts, with more centralization of european powers: for example, more economic integration would help in solving the present crisis. Creation of eurobonds, enpowerment of the Efsf (European Financial Stability Facility) and the institution – why not – of the European Finance Minister, with the duty to manage the finance of the whole Europe, should be the solutions. I don’t agree with a so optimistic view. The problem was born with the creation itself of an economic union lacking of a political and cultural union, a union in which States are bonded to the same budget parameters, though some State were clearly more at risk of others. EU had to proceed more slowly, waiting for a real integration of european people: in this way, instead, just big corporations and investors gained profit from the new european common market, free from old restrictions. The remedy now proposed is giving more power to centralized institutions of EU taking it away from the poor States, that will soon become mere executors of orders given by Bruxelles and Frankfurt. A fractioned union, joined together just by the currency can’t avoid to give an enormous power to people who hold and represent that currency: Central Bank, Financial Ministers, big corporations. And who cares about the Europe of people and rights.

E’ una sfida impari quella a cui assistiamo in questi giorni. Il sistema politico degli Stati-nazione e la flebile unione politica dell’Ue sembrano destinati a collassare sotto i colpi delle dinamiche (definite “esoteriche” da alcuni commentatori del Corsera) del sistema finanziario globale. Prima la minaccia dei mercati e della speculazione dei grandi investitori, poi l’intervento della Banca centrale europea a sostegno dell’Italia (mentre negli Usa la Fed si appresta a un nuovo “Quantitative easing”, cioè all’ immissione di denaro nel sistema con l’acquisto di titoli di Stato americani), intervento che ha avuto, come in precedenza per la Grecia, un costo non indifferente. Costo che possiamo vedere in queste stesse ore, nelle quali Tremonti e Berlusconi stanno presentando i provvedimenti necessari per placare il mostro sacro dei mercati e ringraziare il salvataggio “provvidenziale” della Bce: più privatizzazioni, più liberalizzazioni, tagli alla spesa pubblica, più forza ai contratti aziendali rispetto a quelli collettivi, maggiore facilità nel licenziare, un nuovo prelievo fiscale chiamato pietosamente “contributo di solidarietà” come se fosse un atto volontario. In quello che  è stato definito un “commissariamento” dell’Italia da parte della Bce si può ravvisare tutta l’impotenza degli Stati di fronte ai meccanismi finanziari: mentre i primi sono lenti e la loro azione ristretta al territorio di loro competenza, i secondi sono ultrarapidi (vedi high frequency trading) ed estesi all’intero globo. Non è un caso se uno dei 4 pilastri del diritto dell’Unione Europea sia la libera circolazione dei capitali (oltre alle merci, persone e servizi). La finanza agisce in modo fulmineo e globale, mossa dall’appetito per il profitto dei vari investitori/speculatori, che hanno il solo interesse ad acquistare titoli e compiere operazioni che li arricchiscano il più possibile. Poco importa se ciò implica il disastro di interi Stati e popolazioni: è anzi provato che quanto più uno Stato versa in cattive acque, tanto più se ne possono acquistare i gioielli di famiglia a prezzi stracciati. E’ il solito “capitalismo dei disastri”, come l’ha ribattezzato l’ottima Naomi Klein, e ad andarci di mezzo – ora più che mai- è la cara vecchia Europa.

Local politics against global finance

In these days we can see an uneven struggle. The political system of the sovereign States and the weak political union of the EU seem doomed to collapse under the fire of the global financial system’s mechanisms  (called “esotheric” by Corriere della sera’s analysts).  

After markets’ menace and the great investors’ speculation, there has been European Central Bank’s aid to Italy (while in the Us the Fed is preparing another Quantitative easing, immission of money in the system by buyings of Treasurys), which have had a significant cost for the Mediterranean nation. Yesterday, in fact, finance minister Giulio Tremonti and premier Silvio Berlusconi have presented the measures to calm down the market monster and to please the Ecb: privatizations, liberalizations, cuts to the public spending, facilitations in dismissing workers, more power to corporate contracts of work (and less to national contracts), a new tax called ironically “solidarity contribution”, as it was voluntary. In the so-called “Italy’s compulsory administration” by the Ecb we can see all the impotence of the States towards financial mechanisms: governments are slow, finance is hyper-quick (see high frequency trading) and has a global range. It’s not accidental if one of the four columns of European Union’s Law is the free circulation of money (other than goods, people and services). Finance acts in immediate and global way, moved just by the appetite for profit of investors and speculators, who have the only interest in acquiring assets and do operations the more profitable. Who cares if this leads to entire States and populations’ disaster: otherwise, it’s proved, the more a State is at risk of cracking, the more you can buy its family jewels for a short price. It’s the well-known “disaster capitalism”, as it has been defined by the great Naomy Klein, and in the storm center today there is the good old Europe, more than ever.

Inizia con questo una serie di post legati al mondo dell’economia e della finanza e in particolare all’attuale crisi economica.

L’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti sono scossi da una crisi finanziaria senza precedenti e cercherò con i miei post di rendere più chiara la situazione, per quanto possibile in base alle mie conoscenze e letture.

In questo primo post vorrei riportare, per iniziare, uno spezzone di un articolo del “Sole 24 ore” del 10/08/2011, che illustra bene come, dopo la crisi greca e con il recente acquisto di titoli di debito pubblico italiani da parte della Bce, stia cambiando la modalità con cui gli Stati vengono “aiutati” a gestire i loro debiti pubblici. Il pezzo è il seguente:

“L’espansione del contagio a Italia e Spagna ha inaugurato la settimana scorsa modalità diverse: niente programma sottoscritto in modo formale con le controparti internazionali, niente troika (Ue, Bce, Fmi), niente finanziamenti diretti ai governi. Si è assistito però a un commissariamento di fatto, con una combinazione di pressioni fortissime dei mercati finanziari, della Bce (in cambio dell’acquisto di debito sul mercato secondario), delle altre capitali (Berlino e Parigi): una combinazione che si è rivelata, anche per effetto dell’emergenza, più efficace dello strumentario formale adottato in passato”.

In parole povere, le forze internazionali, se riguardo alla Grecia l’hanno costretta ad adottare le misure volute con prestiti da parte di Fmi, Ue e Bce, con l’Italia stanno ottenendo lo stesso effetto con la pressione dei mercati finanziari e con l’intervento della Bce nell’acquisto del debito pubblico: nel frattempo Francia e Germania fanno pressioni perchè, in caso di fallimento dello Stato Italia e di istituzione del fondo Efsf (il cosiddetto Fondo europeo salva-Stati), una buona parte del denaro necessario a risollevare il Belpaese verrebbe da loro, Paesi tra i più importanti (e notevoli contribuenti) dell’Eurozona. Cambiano i mezzi ma la sostanza è la stessa: intanto il Governo italiano si prepara a varare nuove misure fiscali restrittive (tagli alla spesa pubblica, liberalizzazioni, privatizzazioni). Tutto grazie alla “speculazione internazionale” sui mercati finanziari, che ha enormemente aumentato i rendimenti dei nostri titoli di debito pubblico e quindi il rischio di insolvenza del nostro Paese.