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(Articolo pubblicato il 2 aprile 2019 sui siti REvoluzione e Oltre le Barricate)

Ha fatto scalpore la recente lettera del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alle Camere in occasione dell’istituzione della Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche.
Nella lettera si affermava il principio per cui, in sostanza, il potere bancario è indipendente e quindi non questionabile dalla politica. Bce e Banca d’Italia non possono prendere ordini dai governi nazionali, è questo il succo del discorso di Mattarella, e il Parlamento non deve intromettersi troppo negli affari degli istituti finanziari.

Tutto questo stride clamorosamente col dettato costituzionale, di cui Mattarella dovrebbe essere fedele interprete.
All’art. 47 della nostra Carta si legge, infatti: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”, affermando così in modo inequivocabile la supremazia di Parlamento e Governo, espressioni della volontà popolare, sugli istituti di credito, banca centrale inclusa.
Non solo: l’art. 41 recita “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
Cosicché oltre alla finanza, anche le altre attività economiche sono rigorosamente poste al di sotto del supremo principio dell’utilità sociale e, in generale, del bene pubblico.

È la politica che regola le istituzioni finanziarie, e queste non possono ritenersi indipendenti né dal controllo politico né da quello giudiziario, sebbene la prassi degli ultimi anni voglia convincerci del contrario.
La cosiddetta “indipendenza” delle banche centrali, è un concetto caro ai neoliberisti, e che sia un bene per la società sono solo loro a pensarlo.
Citando il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitiz, non vi è alcuna prova che una banca centrale indipendente faccia meglio l’interesse pubblico di una sotto il controllo politico.
Anzi, semmai è nel primo caso che la politica finisce per essere sottoposta ad un cartello di banchieri i cui interessi possono essere decisamente opachi.

In Italia, come sappiamo, il famoso “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro avvenne nel 1981, quando l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta notificò con una lettera al governatore di Bankitalia, Azeglio Ciampi, che non avrebbe più dovuto acquistare buoni del Tesoro nazionali in caso di necessità, costringendo così lo Stato italiano a doversi rifornire dai cosiddetti “mercati”, ovvero altri finanziatori pubblici o privati.
Secondo illustri economisti come Nino Galloni, ex direttore del Ministero del Lavoro, è da quel momento che il debito pubblico italiano ha iniziato ad impennarsi, e questo non per la “politica sprecona”, come spesso si dice, bensì proprio per il divorzio Bankitalia-Tesoro.
Secondo Galloni, tutto ciò è stato il frutto di una precisa manovra franco-tedesca volta a deindustrializzare e desovranizzare l’Italia, eseguita con la complicità di numerosi traditori interni. Per far ripartire il Paese, secondo l’economista, si dovrebbe tornare ad una condizione pre-1981, con una moneta nazionale e ampia libertà di spesa pubblica.

È inevitabile che la rinascita, quindi, passi da un’uscita dall’Euro, per cui sarebbe auspicabile un referendum consultivo come invocato nel precedente articolo, e la ripresa degli strumenti di politica monetaria ed economica ad oggi ceduti in modo assolutamente controproducente alla Bce e alla Ue.
All’interno della gabbia europea, nella moneta unica e lasciando il controllo delle nostre finanze ad istituzioni escluse dal controllo politico, l’Italia non si riprenderà mai.
Occorre pertanto che la politica riprenda in mano quegli strumenti che servono a far ripartire il Paese, se necessario uscendo unilateralmente da Euro e Ue, e rimettendo la Banca d’Italia sotto il controllo governativo.

Che Mattarella poi neghi al Parlamento e al Governo il diritto-dovere non solo di investigare a fondo su eventuali illeciti in ambito bancario, ma anche di mettere il settore sotto controllo, è totalmente assurdo e incostituzionale.
Ricordiamo che il PdR è il garante della Costituzione: qualora si ponga in evidente difesa dell’Ue e di oscuri interessi bancari invece che dei cittadini italiani, sconfina pericolosamente nelle fattispecie di alto tradimento e attentato alla Costituzione, reati previsti dall’articolo 90 della nostra Carta. Il Parlamento valuti se sia necessario prendere provvedimenti.

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(Articolo pubblicato il 22 marzo 2019 sui siti rEvoluzione e Oltre le Barricate)

Uno dei motivi per cui M5S e Lega hanno preso così tanti voti alle scorse politiche è stato sicuramente l’essere percepiti come ostili verso l’Ue e l’Euro.
Il M5S ha annunciato per anni di voler organizzare un referendum sulla moneta unica (consultivo, perché quello abrogativo non si può fare sui trattati internazionali), mentre la Lega ha a lungo portato avanti la campagna “Basta Euro”, pubblicato un libricino dal nome “Oltre l’Euro” dove venivano enunciate tutte le criticità della moneta unica, e messo in squadra pezzi da novanta dell’euroscetticismo quali Borghi e Bagnai.

Dopo tutto ciò, i partiti della maggioranza non possono tirarsi indietro sul tema della critica alla moneta unica, sebbene di recente Di Maio e Salvini abbiano più volte affermato di non avere più alcuna intenzione di metterla in discussione.
Gli italiani hanno votato per un governo sostanzialmente sovranista, e quella monetaria è probabilmente la più importante sovranità di uno Stato, così come essenziale è la possibilità di determinare le proprie politiche economiche senza dover chiedere il permesso agli squali di Bruxelles, eterodiretti da Germania, Francia e dalla Bce.

Per questo Di Maio e Salvini farebbero bene, se non vogliono dare una cocente delusione al proprio elettorato già provato dal grave voltafaccia sul tema vaccini (su cui sostanzialmente si è continuata la linea di Burioni e Lorenzin, e forse con ancora maggiore durezza), a organizzare un doppio referendum consultivo sull’uscita dell’Italia dall’Euro e dalla Ue.
Dopo tanti anni di permanenza nella moneta unica e una condizione economica disastrosa, e dopo i continui e insopportabili diktat cui l’Italia è sottoposta da esseri insignificanti quali Juncker o Moscovici, gli italiani hanno il diritto di esprimersi sulla loro volontà di rimanere in questa gabbia oppure no.
Si chiama democrazia, ed è proprio ciò che più odia il regime di Bruxelles e Francoforte.

(Articolo pubblicato il 27 febbraio 2019 sul sito Oltre le Barricate)

Le elezioni regionali delle ultime settimane (Abruzzo e Sardegna) hanno sancito alcune importanti novità sul piano politico: il centrodestra unito stravince ovunque, il centrosinistra straperde ovunque (anche se loro sembrano contenti, il che è bene, avranno ancora molte batoste da festeggiare 😀 ), il M5S sta inesorabilmente crollando.

Il motivo di questi risultati è chiaro: la gente sta punendo duramente sia il centrosinistra per l’orrenda gestione delle politiche economiche e migratorie, tutte orientate a fare gli interessi dell’Ue e degli immigrati e MAI quelli degli italiani, sia il M5S per le mille promesse tradite: in primo piano quelle sulla libertà vaccinale e sulla linea dura verso l’Ue e l’Euro, accantonate subito dopo le elezioni del 4 marzo.
A queste si possono aggiungere la linea ambigua sull’immigrazione, a causa delle continue ed inopportune esternazioni di personaggi come Fico, l’appoggio alle lobby Lgbt di sindaci pentastellati come Appendino, Raggi e Nogarin, e le giravolte sull’Ilva di Taranto (dalla chiusura alla vendita a stranieri) e sulla Tap. Sulla Tav staremo a vedere se resteranno fermi sul No oppure tradiranno pure quest’altra battaglia.

Se le urne stanno punendo com’è giusto i tradimenti verso il popolo italiano del Pd e del M5S , il centrodestra vive il suo momento di maggiore grazia, trainato dalla Lega di Salvini. Ci teniamo a precisare che questo innamoramento è temporaneo e facile a dissolversi. Se il lavoro di Salvini su immigrazione e sicurezza è encomiabile e merita ogni appoggio (anche contro certi giudici eversori di Magistratura Democratica), non bisogna dimenticare che buona parte del successo del vicepremier è dovuto alle sue promesse contro l’Euro e contro l’obbligo vaccinale imposto dalla Lorenzin.
Ora, di recente Salvini ha più volte dichiarato di voler restare nella moneta unica nonostante le evidenze dei danni che questa comporta per l’economia italiana.
C’è chi ritiene che questa sia solo una “strategia” per evitare l’impennata dello spread.
Altri invece ritengono che effettivamente Salvini e i suoi abbiano abbandonato la guerra all’Ue e alla moneta unica per promuovere una maggiore integrazione europea (i famosi – e mai avallati dal popolo – Stati Uniti d’Europa).

Staremo a vedere: se subito dopo le Europee Salvini e i suoi non procederanno con i minibot e con l’approntamento di tutto quanto è necessario al recupero della sovranità monetaria (Banca centrale alle dipendenze della politica, ultimatum alle istituzioni europee per rivedere tutti i trattati in un senso più favorevole all’Italia pena l’uscita da moneta unica e Ue), e se prima di queste non si sarà abrogata la legge Lorenzin con contestuale affermazione del principio di libertà vaccinale (come del resto accade in numerosi Paesi europei, dove non vi è alcuna obbligatorietà), avremo la prova che anche la Lega ha detto solo tante chiacchiere acchiappa-voti, per poi dimenticarsi delle promesse una volta conquistate le poltrone.
Ci auguriamo che Salvini e i suoi vogliano conservare ancora a lungo il loro momento magico con il popolo italiano, e che il M5S voglia scongiurare la propria prossima estinzione mantenendo almeno alcune delle promesse fatte.

Se non ora, quando?

(Articolo pubblicato il 4 dicembre 2018 sul sito Oltre le Barricate)

In Francia sta accadendo da settimane una nuova rivoluzione, con i gilet gialli che portano avanti una serie di rivendicazioni che si possono definire pienamente socialiste, o “populiste” come direbbe la neolingua globalista.
Secondo l’economista Jacques Sapir, molte di queste sono incompatibili con la permanenza della Francia nell’Euro.
I francesi hanno commesso il grave errore, lo scorso anno, di scegliere il candidato peggiore all’Eliseo, scartando le alternative Le Pen e Melenchon, e adesso stanno cercando di recuperare terreno. Ci riusciranno? Difficile a dirsi.
Sicuramente apprezziamo lo spirito con cui l’intera nazione si sta ribellando alle politiche globaliste e neoliberiste del pupazzo dei Rothschild e di Attali.

Noi che il nostro Macron l’abbiamo già avuto, nelle forme di Monti prima e di Renzi poi, abbiamo dato la maggioranza a due schieramenti dichiaratamente ostili all’Ue, all’obbligo vaccinale e all’immigrazione incontrollata.
Almeno stando alle dichiarazioni pre elettorali. Perché subito dopo il M5S si è improvvisamente rivelato pro Ue, pro Euro, pro Nato, pro obbligo vaccinale e pro immigrazione di massa. Se su quest’ultimo punto non è passata la linea Fico è solo perché la Lega fa dello stop all’immigrazione clandestina il punto cardine del proprio programma, e quindi non realizzarlo significherebbe la rottura dell’accordo di governo.
Ma l’ambiguità del M5S sull’argomento si palesa ogni giorno, come su tutti gli altri temi.
E il rischio di un inciucio futuro con il Pd, magari dopo il cambio di segretario, è sempre dietro l’angolo.

Adesso che lo scontro con l’Ue sulla manovra di bilancio entra nel vivo, l’esecutivo gialloverde sembra sempre più conciliante ogni giorno che passa, al punto che Monti già gongola intravedendo un “momento Tsipras”.
Non è per questo che questa maggioranza è stata votata.
Gli italiani vogliono i minibot, il recupero della sovranità monetaria, la fine della sudditanza da Bruxelles, lo sforamento dei ridicoli parametri di Maastricht e spesa pubblica a volontà per far ripartire l’economia e garantire nuovamente il benessere.
Se necessario, uscendo sia dall’Euro che dall’Ue.
Inoltre gli italiani vogliono lo stop all’immigrazione di massa, più sicurezza, e la fine del vergognoso obbligo vaccinale imposto dalla Lorenzin.

Se il M5S, come sembra, non vuole realizzare nulla di tutto questo, è bene che scompaia al più presto dalle scelte di voto degli italiani, lasciando il posto ad una maggioranza composta da Lega, Fratelli d’Italia e Casapound.
Per mettere su un governo che, senza ambiguità, metta al primo posto l’interesse nazionale fermando l’immigrazione in modo netto, garantendo la sicurezza, rompendo con l’Ue su tutto ciò che va contro il nostro interesse (fino alla doppia Italexit e alla nazionalizzazione della Banca d’Italia con pieno recupero della sovranità monetaria) e garantendo la libera scelta in ambito vaccinale, come da proposta della Lega prima che il ministro Grillo seguisse pedissequamente le orme della Lorenzin.

Il tempo degli inganni è finito: gli italiani vogliono un esecutivo e una maggioranza dichiaratamente SOVRANISTI, e non c’è Mattarella, Commissione Europea o Bce che tengano. Torniamo padroni a casa nostra.

Aumenta le disuguaglianze, avvantaggia solo la Germania, impedisce la crescita. Queste le opinioni del Premio Nobel per l’Economia sulla moneta unica. E i parametri europei non sono “basati sulla scienza economica”

(Articolo pubblicato su Il Giornale.it il 31 ottobre 2018)

L’Euro aumenta le disuguaglianze, avvantaggia solo la Germania, impedisce la crescita.

E i parametri di Maastricht non sono basati sulla scienza economica.

Queste le opinioni del premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, autore nel 2017 di un libro dal titolo “L’Euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa”, il quale ritiene che, dopo anni di stagnazione della crescita, la colpa sia della struttura dell’Eurozona e non dei singoli Paesi.
“L’Euro sembra fatto apposta per fallire. Se un Paese va male la colpa è sua, ma se ad andare male sono tutti i Paesi, allora la colpa è del sistema” ha affermato recentemente il professore, cattedra alla Columbia University e premio Nobel nel 2001.

Per Stiglitz “quando hanno creato l’Euro hanno sottratto ai Paesi il controllo del tasso di interesse e quello di cambio, due strumenti di aggiustamento necessari in caso di shock, ma non li hanno sostituiti con nulla. In questo modo hanno legato le mani all’Europa”. Inoltre sul fatto che “non si possa fare un deficit superiore al 3% o un indebitamento oltre al 60%, quei numeri sono inventati, non si basano sulla scienza economica”.
La conseguenza è stata che “invece di unire l’Europa, l’Euro e le regole europee hanno portato stagnazione e divergenza, i ricchi si sono arricchiti e i poveri impoveriti”.

Il professore vede nella Germania l’unico beneficiario della moneta unica: “La Germania ha questa eccedenza incredibile: esporta più delle importazioni e questo fa progredire la sua economia, ma il risultato è l’indebolimento del resto d’Europa”. E sull’austerità: “Non ha mai funzionato, ma si continua ad andare in questa direzione. In tempi di crisi l’economia va stimolata”.

All’Italia quindi conviene uscire? Su questo Stiglitz è più cauto.
“L’Italia avrebbe fatto bene a non entrare. Ora che è dentro, uscire potrebbe avere un costo significativo.
Andrebbe fatta una riforma dell’Eurozona, ma il problema è la politica. E’ possibile avere un assenso dalla Germania sulle riforme necessarie?”

In caso di risposta negativa, tuttavia, l’Italexit sembra essere una soluzione da prendere seriamente in considerazione.
“Sarebbe possibile creare delle piccole zone valutarie comuni tra Paesi differenti. Quando si lascia la zona Euro si potrebbero avere problemi, ma se non la si lascia, le prospettive di crescita potranno essere molto buie.
E L’Italia è abbastanza grande, con economisti sufficientemente bravi e creativi per gestire un’uscita de facto istituendo una doppia valuta flessibile che potrebbe favorire un ritorno della prosperità”.

E guardando all’esempio della Grecia: “Il Paese ellenico ha avuto una vera depressione, peggiore della Grande Depressione degli Usa. Il Pil è del 25% inferiore rispetto all’inizio della crisi, la disoccupazione giovanile è al 50%, il sistema sanitario è devastato. Non c’è futuro e sta diventando un Paese del Terzo Mondo. A paragone di questo, andarsene dall’Euro sarebbe il male minore”.

Referendum sull’Euro, linea dura verso l’Ue, vaccini, sanzioni alla Russia, Tap, Ilva. Tutte le volte che i 5 Stelle hanno fatto l’esatto contrario di quanto promesso ai loro elettori

(Articolo pubblicato il 30 ottobre 2018 su Il Giornale.it)

Il cambiamento lo hanno portato di sicuro. Se non altro, il cambiamento delle loro stesse opinioni. Parliamo ovviamente del Movimento 5 Stelle, che, presentatosi ai suoi elettori come rivoluzionario e anti-establishment, si è poi ritrovato a fare l’esatto contrario di quanto promesso, e su un numero impressionante di temi di prima grandezza.
Euro, guerra all’Ue, vaccini, Tap, Ilva, sanzioni alla Russia: sono innumerevoli le volte che i 5 Stelle hanno cambiato linea in modo radicale, sconcertando i propri elettori.

Euro sì, euro no

La giravolta più macroscopica è stata probabilmente quella sull’euro. Per anni Di Maio e compagni hanno cavalcato il sentimento euroscettico degli italiani proponendo un fantomatico referendum consultivo sulla moneta unica (privo di valore legale, poiché in Italia l’unico referendum ammesso è quello abrogativo e non si applica ai trattati internazionali), per poi abbandonare completamente ogni velleità di uscire dalla moneta unica a pochi giorni dalle elezioni di marzo. Sono celebri in tal senso le parole di Di Maio dopo le consultazioni al Quirinale, quando il capo politico del 5 Stelle rassicurò tutti sulla sua intenzione di “restare nell’Euro, nell’Ue e nella Nato”.
Una bella mazzata per i grillini più rivoluzionari.

Faremo la guerra all’Ue. Forse

Restando in ambito europeo, non si possono dimenticare le roboanti minacce di Di Maio dopo il caso Diciotti, quando l’intera Europa lasciò l’Italia da sola a gestire l’ennesimo carico di migranti che Malta aveva rifiutato. “Noi siamo pronti a tagliare i fondi all’Ue e porteremo il Ceta in Parlamento per bocciarlo” tuonò il vicepremier infuriato. Benissimo, pensarono i grillini più euroscettici, anche perché la bocciatura del Ceta (il trattato di libero scambio col Canada) è nel contratto di governo. Come è andata a finire? Il governo ha pagato regolarmente la sua quota di contributi all’Ue e il Ceta è ancora in vigore, mentre basterebbe una pronuncia negativa del Parlamento italiano per farlo decadere in via definitiva. Quando si dice adottare la linea dura.

Sanzioni alla Russia? Riconfermate

Sul piano internazionale, il M5S aveva promesso la fine delle sanzioni alla Russia e la ripresa di rapporti cordiali con Putin, impegno ribadito anche nel contratto di governo. Le sanzioni sono state puntualmente rinnovate a giugno.

L’obbligo vaccinale: da abrogarlo a potenziarlo

Un’altra battaglia di pura propaganda dei 5 Stelle è stata quella sui vaccini. Durante l’iter di conversione del decreto Lorenzin, l’estate scorsa l’attuale ministro della Salute Giulia Grillo dichiarava che il decreto era “fatto senza logica, dalla testa ai piedi”, che “alla coercizione noi preferiamo la raccomandazione”, che dal dl andava “tolta ogni sanzione e multa” e che il M5S intendeva “lasciare invariata la legislazione precedente“. Dopo tutte queste proteste accalorate, una volta al Ministero la Grillo e il suo partito non hanno in alcun modo toccato la legge Lorenzin, inviando persino i Nas nelle scuole per controllare le avvenute vaccinazioni ed escludendo i bimbi non in regola dalle lezioni, mentre il disegno di legge sull’obbligo “flessibile” potrebbe addirittura aumentare il numero di vaccinazioni obbligatorie in base al calo delle coperture, e coinvolgere anche adulti e operatori sanitari. Il superamento della Lorenzin quindi ci sarà: nel senso che l’obbligo sarà ancora più esteso.

Dimissioni in caso di avviso di garanzia

Uno dei principi su cui i 5 Stelle hanno fatto rapidamente dietrofront è stato poi quello delle dimissioni in caso di avviso di garanzia. Anni fa Di Maio e Di Battista urlavano che bastava ci fossero indagini a carico di un politico investito di funzioni pubbliche per determinarne l’obbligo di dimissioni. Lo stesso principio non è stato applicato dopo i rinvii a giudizio a carico di Virginia Raggi e Chiara Appendino e l’avviso di garanzia a Filippo Nogarin. Due pesi e due misure.

Ilva

Tema caldo è stato pure quello dell’Ilva di Taranto. In campagna elettorale i grillini si sono espressi numerose volte per la chiusura e la bonifica del territorio circostante, ricevendo i voti degli ambientalisti e della popolazione stremata da tumori e altri tipi di malattie. Appena al governo, Di Maio ha sostanzialmente confermato la linea del suo predecessore allo Sviluppo Economico Calenda, cedendo l’Ilva al gruppo franco-indiano Arcelor Mittal e abbandonando definitivamente soluzioni come la chiusura, la riconversione o la nazionalizzazione, decisamente più in linea con i sentimenti del suo elettorato.

Tap

Sempre restando al sud e in particolare in Puglia, Di Maio e i suoi sono riusciti a far infuriare non solo i tarantini più sensibili ai temi della salute e dell’ambiente, ma anche gli abitanti del Salento, dopo aver promesso per mesi lo stop al gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) e averlo invece riconfermato negli scorsi giorni. I salentini hanno risposto con significativi roghi di bandiere M5S e di schede elettorali, oltre che con il consueto bombardamento di proteste social.

Una lunga scia di contraddizioni

Questa serie di tradimenti mostra il carattere ambiguo di un movimento che, lungi dal combattere i “poteri forti” come si proponeva, ha finito per farsene fedele servo. È noto l’incontro di due anni fa di Luigi Di Maio con i vertici della Commissione Trilaterale italiana e Mario Monti presso l’Ispi, così come è rimasto ben impresso nella memoria collettiva il tentativo dei grillini di entrare, ad inizio 2017, nell’Alde, il gruppo più europeista e neoliberista del Parlamento Europeo, ricevendone peraltro una sonora porta in faccia.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 25 agosto 2018)

Con la squallida vicenda della nave Diciotti e del suo (ennesimo) carico di immigrati clandestini, si è accertata una volta per tutte l’inconsistenza di qualsiasi utopica Unione Europea “dei popoli”, “della pace” o “della solidarietà”.
Non è bastato il massacro sociale fatto in Grecia a colpi di austerità, privatizzazioni, strozzinaggio, disoccupazione e precariato di massa.
Non sono bastati i tanti referendum – bellamente ignorati – con i quali i popoli hanno detto più volte No al progetto di una maggiore unificazione europea (Francia e Olanda su Costituzione Europea, Irlanda su Trattato di Lisbona, Grecia sui piani di “salvataggio” della Troika, e Brexit, su cui si vorrebbe addirittura far rivotare gli inglesi).

Adesso a certificare la natura dittatoriale e anti-solidale dell’Ue è arrivata la questione migranti, con l’Italia lasciata sola a gestire l’ennesimo carico di disgraziati dal Continente Nero, mentre il resto d’Europa blinda i confini.
Sulla Diciotti, ricordiamolo, c’è un concorso di colpe. C’è Malta che ha impedito che un barcone di immigrati soccorso nella loro zona di ricerca SAR sbarcasse da loro, dirottandoli nelle acque territoriali italiane.
Ci sono i vertici di Diciotti e Guardia Costiera, nominati dal Pd, che sembrano impegnati con zelo a favorire il traffico di migranti, invece di obbedire alla linea dura del nuovo governo.
C’è la sinistra e i suoi galoppini che stanno cercando, assieme a qualche Pm siciliano compiacente (iscritto a Magistratura Democratica), di forzare la mano al governo, costringendolo a chinare il capo e far entrare l’ennesimo carico di carne umana.
E poi c’è l’Ue che, invece di contribuire alla risoluzione del problema redistribuendo i 177 tra diversi Paesi europei, sta lasciando l’Italia a gestire in solitudine la questione. E non è la prima volta, dato che anche nel caso dei 500 sbarcati a Pozzallo, solo la Francia ne ha effettivamente presi in carico 45, mentre gli altri Paesi che avevano promesso di farlo (Germania, Spagna, Portogallo, Irlanda, Malta) hanno clamorosamente tradito le loro stesse dichiarazioni.

Di fronte a questo ennesimo fallimento della conclamata “solidarietà europea”, e di fronte alle pesanti imposizioni in materia economica che ci arrivano dall’Ue (pareggio di bilancio, legge Fornero, divieto di aiuti di Stato per rilanciare l’economia, religione del neoliberismo) non resta che prendere l’unica decisione sensata per l’Italia: chiudere i confini facendo entrare solo chi vogliamo (inasprendo le pene per chi, nelle istituzioni, remi contro il governo), stampare i minibot come da programma condiviso, e preparare l’Italexit, sia dal’Euro che dall’Ue.
L’Ue non ci dà nulla tranne che imposizioni sempre più intollerabili, e prende da noi più soldi di quanti ce ne restituisce. E’ tempo di farla deflagrare assieme a quella moneta per soli banchieri che è l’Euro.
Noi non siamo la Grecia e non vogliamo diventarlo.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 22 luglio 2018)

Antonio Rinaldi è un economista e docente universitario, anima del sito Scenari Economici e coautore del recente libro “La sovranità appartiene al popolo o allo spread?”.
In questa intervista abbiamo parlato con lui delle politiche del nuovo governo, del Piano B per l’uscita dall’Euro di Scenari Economici, di pareggio di bilancio e Fiscal Compact, del tema immigrazione di massa e dei trattati di libero scambio quali il Ceta e il Jefta.
Intervista a cura di Domenico Alessandro Mascialino.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 10 giugno 2018)

Il nostro sito ha caldeggiato sin dal principio un’alleanza populista includente M5S-Lega-Fratelli d’Italia e altri partiti sovranisti.
Ora che quella alleanza si è – almeno in parte – concretizzata in una coalizione di governo (e auspichiamo l’ingresso della Meloni per aumentare il coefficiente di “patriottismo” dell’esecutivo), non resta che vedere cosa sarà effettivamente fatto dai nuovi ministri.
Non nascondiamo la simpatia per numerose delle figure di governo, e auspichiamo che realizzino realmente il Cambiamento che hanno promesso, a parole e in quanto scritto nel contratto tra Lega e M5S. In particolare:

  • Al ministro dell’Interno e vicepremier Salvini chiediamo di avere la linea più dura possibile verso l’immigrazione di massa, verso le Ong che trafficano carne umana nel Mediterraneo con la scusa dell’umanitarismo, e di garantire la sicurezza nel Paese, divenuto un colabrodo dopo anni di malgoverno piddino. Siamo sicuri che farà del suo meglio.
  • Al ministro dell’Economia Tria chiediamo non di fare dichiarazioni roboanti, che potrebbero creare turbolenze nei “mercati”, ma NEI FATTI disapplicare quei trattati che ci hanno portato con l’acqua alla gola, quali Fiscal Compact, gli stessi parametri di Maastricht, il pareggio di bilancio in Cost., la religione dell’austerità.
    Chiediamo quindi che si proceda al più presto con la realizzazione dei minibot di Borghi, con l’approntamento del famoso Piano B per l’uscita dall’Euro teorizzato tra gli altri da Paolo Savona, e con la spesa a deficit necessaria per rilanciare l’economia del Paese, in totale spregio di irrazionali vincoli internazionali che hanno fatto il loro tempo. L’interesse economico della Nazione deve venire prima di tutto.
  • Al ministro del Lavoro e vicepremier Di Maio chiediamo di abrogare il Jobs Act, ripristinare l’art. 18 e le tutele minime nei confronti di tutti i lavoratori, garantire il reddito di cittadinanza (o un adeguato sussidio di disoccupazione) a coloro che sono privi del lavoro NON PER LORO VOLONTA’, come previsto dalla Costituzione, e coniugare occupazione e sicurezza sul lavoro ovunque ciò sia necessario. Chiediamo anche che lo Sviluppo Economico della Nazione si svolga nel modo più ecosostenibile possibile, favorendo l’utilizzo di fonti rinnovabili e riducendo al minimo l’utilizzo di materiali inquinanti, come ad esempio le plastiche monouso degli imballaggi, che andrebbero proibite per legge e sostituite con materiali biodegradabili.
  • Alla ministra della Salute Grillo chiediamo l’immediata abrogazione della Legge Lorenzin sui vaccini e la garanzia della libertà di scelta. Si potrebbe altrimenti tornare alla normativa previgente, con l’obbligatorietà solo per un numero limitato e realmente necessario di vaccini. Di certo devono finire sia le discriminazioni pecuniarie che quelle sociali e scolastiche per le famiglie dubbiose nei confronti dei vaccini. Anche i medici scettici sull’efficacia delle vaccinazioni a tappeto radiati dall’Albo devono essere immediatamente reintegrati e deve tornare ad essere consentito il dibattito su questi argomenti.
  • Ai ministri della Difesa, degli Affari europei e degli Esteri chiediamo di agire solo e soltanto nell’interesse nazionale, rifiutando tutti quegli accordi militari, politici ed economici che confliggerebbero con la nostra sovranità e i nostri interessi.
    Quindi no agli Stati Uniti d’Europa (mai accettati o visti con favore dal popolo italiano) e a una maggiore integrazione comunitaria, no a spericolate missioni Nato, no a un rapporto conflittuale con la Russia (bene in questo senso i primi passi del nuovo governo), no a trattati internazionali di libero scambio che penalizzerebbero la nostra economia, i nostri standard qualitativi e il Made in Italy (Ttip, Ceta e simili). Si a mettere l’interesse italiano e la nostra Costituzione prima di qualsiasi trattato internazionale, coma già enunciato nel contratto di governo.
  • Al ministro della Famiglia Fontana chiediamo di vigilare che il concetto di famiglia resti quello tradizionale: no a uteri in affitto, no ad adozioni gay, rendere ILLEGALI le cd famiglie “arcobaleno” come quella di Nichi Vendola, realizzate andando in Paesi più “compiacenti” (o cerebrolesi) da questo punto di vista.
    Si alle sole unioni civili, fin quando le si considera una specie di “contratto” tra le parti per regolare alcuni rapporti in tema di gestione dei beni comuni e di successione, e non certo come qualcosa di assimilabile a un “matrimonio”, che deve restare quello tra uomo e donna.
  • Al ministro delle Infrastrutture Toninelli chiediamo di bloccare quelle grandi opere inutili che non servono all’Italia e che sono viste come fumo negli occhi dalle comunità locali. Alludiamo in particolare alla Tav e al Tap.

A tutti gli altri ministri chiediamo di avere buon senso e riportare la NORMALITA’ e il benessere in questo Paese, devastato da anni di malgoverno piddino. Per finire al presidente del Consiglio Conte, auguriamo di essere il giusto interprete delle istanze dei due partiti che compongono la maggioranza di governo, con un occhio attento a far prevalere quelle che più incontrano il favore degli italiani. Mettere insieme la sensibilità leghista e quella grillina su certi temi non sempre deve essere semplice.

NaziMatta(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 28 maggio 2018)
Ciò che è accaduto ieri, 27 maggio 2018, va ben oltre ogni immaginazione. Un presidente della Repubblica, esponente di un partito uscito devastato dalle ultime elezioni e nominato da un Parlamento dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale, si è arrogato il diritto di porre il veto su un ministro, Paolo Savona, democraticamente scelto dalle due forze vincitrici delle ultime elezioni, M5S e Lega.
E lo ha fatto sulla base delle idee troppo “euroscettiche” del ministro proposto, senza che la Costituzione gliene desse la facoltà, come confermato dagli stessi padri costituenti che quella Costituzione la scrissero.
Questo rifiuto ha causato le dimissioni del premier incaricato Conte, espressione del contratto di governo M5S-Lega, e la chiamata al Quirinale di Carlo Cottarelli, prezzemolino televisivo caldeggiato da mesi dai poteri forti e proveniente dal Fondo Monetario Internazionale e dal governo Letta.
E’ chiaro a tutti che il nuovo governo nella mente del PdR, sarebbe un altro governo tecnico, un Monti bis, peraltro privo della maggioranza in Parlamento necessaria ad avere la fiducia. Per cui si dovrà chiaramente tornare a nuove elezioni al più presto.

Ma a cosa servirebbe tornare al voto se, con ogni probabilità, l’esito sarà identico salvo un rafforzamento dei due partiti rifiutati da Mattarella?
E una volta riformato il Parlamento, si dovrà ripetere lo stesso teatrino all’infinito finché le forze politiche propongano un nome sinceramente europeista all’Economia?
Ma se gli italiani continueranno a votare per partiti euroscettici (ancora con più decisione, a questo punto) che senso ha continuare a fare resistenza? Mattarella è il garante della Costituzione italiana o della stabilità dei mercati e dell’Eurozona?
Risponde agli italiani o alla Merkel e ai parametri di Maastricht?
Da questa impasse si esce in un solo modo: o Mattarella cede (cosa che ha dimostrato di non voler fare), o non resta che metterlo in stato d’accusa ai sensi dell’art.90 della Costituzione. Le fattispecie previste sono alto tradimento e attentato alla Costituzione.

Il reato di alto tradimento consiste in “un comportamento doloso che, offendendo la personalità interna ed internazionale dello Stato, costituisca una violazione del dovere di fedeltà alla Repubblica. Esso presuppone una intesa del Capo dello Stato con potenze straniere atta a pregiudicare gli interessi nazionali o, addirittura, a sovvertire l’ordinamento costituzionale“.
Ed è ciò che si può ipotizzare in questo caso, nel momento in cui il PdR tutela più gli interessi dei mercati, dell’Ue, della Germania e dell’Eurozona, rispetto alla libera e democratica volontà degli italiani di liberarsi di tutte le loro imposizioni, espressa in modo inequivocabile il 4 marzo con il boom di partiti euroscettici come M5S e Lega, a fronte del crollo dei partiti europeisti (Pd, Più Europa, Forza Italia con Tajani premier). Inoltre Mattarella si è opposto alla nomina a ministro dell’Economia di Paolo Savona, solo perché questi ha espresso in passato posizioni euroscettiche e antitedesche, sebbene sia ormai risaputo che l’Ue così com’è sta solo avvantaggiando la Germania, e che l’Euro e le politiche di austerità imposte da Maastricht in poi hanno progressivamente distrutto il tessuto economico e sociale italiano.
Quindi l’ipotesi di intesa con potenze straniere, pregiudizio degli interessi nazionali e sovversione dell’ordinamento costituzionale, non è assolutamente da escludere.

L’attentato alla Costituzione, invece, comprende “ogni comportamento doloso diretto a sovvertire le istituzioni costituzionali o a violare la Costituzione.”
Anche in questo caso, nel momento in cui il PdR si arroga il diritti di rifiutare un ministro senza averne i poteri, in contrasto con le forze politiche che quel ministro sostengono, solo per delle divergenze di opinioni politiche (in questo caso sulla “sacralità dell’Eurozona”), è evidente che si pone ben oltre le prerogative a lui assegnate della Costituzione. A sostenere la tesi che il PdR non possa imporre i nomi dei ministri o porre veti su di essi, non sono solo i padri costituenti citati in precedenza, ma anche i principali autori di testi universitari di diritto pubblico e illustri presidenti onorari della Corte Costituzionale quali Valerio Onida.
Per entrambi i reati, il Presidente della Repubblica è messo in stato d’accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri, ed è giudicato dalla Corte costituzionale.

Di fronte a questi comportamenti assurdi, e con ogni probabilità al di fuori della legalità costituzionale, i partiti non hanno che da prendere questa via (cosa che sia la Meloni che Di Maio hanno detto di voler fare), e incitare i cittadini a farsi sentire sotto il Quirinale e nelle piazze di tutt’Italia per chiedere a gran voce le dimissioni di Mattarella.
Il presidente della Repubblica deve fare gli interessi della popolazione italiana e garantire il rispetto della Costituzione. Non certo fare il paladino dell’Ue, dell’Euro, dei mercati e delle idee fuori di testa e ampiamente rifiutate dagli italiani del Pd.