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(Articolo pubblicato l’8 giugno 2019 sul sito Oltre le Barricate

In un articolo precedente scrivevamo che nel cosiddetto Governo del Cambiamento ci sono tre corpi estranei: la Grillo, Moavero Milanesi e Tria.
Dopo il voto delle Europee, che ha sancito il trionfo assoluto della Lega e della sua linea dura verso l’Ue e verso l’immigrazione selvaggia, ci si attende che qualcosa cambi in fretta negli equilibri di governo. 

È evidente che i ministri troppo legati all’establishment devono cedere il posto a quelli più sovranisti, e qui ci riferiamo a Moavero e Tria.
Quest’ultimo si è macchiato proprio in questi giorni dell’ennesimo insulto alla volontà popolare, bocciando i minibot proposti dal Parlamento tramite una mozione, con gli stessi insulsi argomenti sollevati da Draghi (il quale ovviamente teme che questi possano usati come la fase iniziale di una eventuale uscita dall’Euro). 

Il fatto che Tria si riduca a fare da pappagallo della Bce e del Quirinale ne certifica l’inadeguatezza a rivestire un ruolo così importante nel governo “sovranista”, a maggior ragione dopo l’exploit della Lega alle ultime elezioni e il ridimensionamento dell’ormai “moderato” M5S.
Stesso ragionamento va fatto per il premier Conte, che da avvocato degli italiani e garante dell’attuazione del contratto, si è trasformato in un collaborazionista di Bruxelles e del Colle, incensando la Merkel ed esprimendo forti dubbi sui minibot, sebbene questi siano ben incardinati nel contratto di governo.
Se Tria e Conte non se la sentono di attuare il programma stabilito dalle forze di maggioranza, non hanno che da dimettersi.

Gli italiani vogliono la linea dura verso l’Ue, questo è ormai assodato, e la vergognosa procedura d’infrazione avviata da Bruxelles non farà altro che aumentare questo risentimento. Non resta, quindi, che prepararsi ad un’uscita intelligente da Euro e Ue, e dalle loro regole-capestro.
Per far questo bisogna rimuovere prima tutti i ministri collaborazionisti con i poteri sovranazionali: non solo i su citati Tria e Moavero, ma anche la Grillo (ormai una scendiletto di Big Pharma) e la Trenta, che si pone verso l’immigrazione di massa e verso l’interesse nazionale come un Fico o una Boldrini qualsiasi, di fatto sabotando la linea salviniana.

In un altro articolo suggerivamo il ricorso ad un referendum consultivo simile a quello sulla Brexit per far decidere agli italiani se restare o no nell’Euro e nell’Ue: se la situazione dovesse però peggiorare (come sembra), non resta che attuare il famoso piano B elaborato dagli autori di Scenari economici e uscire unilateralmente dalla moneta unica, per poi lasciare questa gabbia di matti chiamata Unione Europea.
Con il governo collaborano economisti più che validi: Borghi, Bagnai, Rinaldi, Zanni, oltre a giuristi come Barra Caracciolo. Gli strumenti intellettuali per tirarci fuori da questa palude ci sono tutti, il consenso degli italiani pure: quella che serve ora è la volontà politica di agire. 

Al governo conviene muoversi in modo chiaro in questa direzione: se si susseguiranno tentennamenti e ambiguità, l’impressione sarà che, oltre al “partito del Quirinale”, ci sia di mezzo la volontà della maggioranza di giocare al “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, con Di Maio e Salvini che fanno i sovranisti mentre Conte e Tria bloccano tutto e ossequiano l’establishment.
Gli italiani sono stufi di essere presi in giro e i messaggi inviati durante le ultime elezioni sono stati inequivocabili: mandate al diavolo l’Ue e le sue regole assurde.
Diamo la giusta risposta alle loro letterine.

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(Articolo pubblicato il 29 maggio 2019 sul sito Oltre le Barricate)

Come auspicavamo nel post precedente, il M5S è stato duramente punito per la sua recente piddinizzazione. Sebbene commentatori di vario genere cerchino di attribuire la sconfitta dei 5 Stelle all’alleanza con la Lega, la realtà è che il M5S ha perso 6 milioni di voti per l’essersi rimangiato troppe promesse (vaccini, Euro, sforamento del 3%, abrogazione pareggio di bilancio e Fiscal compact, caso Ilva ecc.) e per l’essersi avvicinato troppo alle posizioni del Pd, difendendo l’Ue, il rigore nei conti pubblici, le politiche pro-Lgbt e mantenendo una linea troppo morbida (a volte in contrasto con Salvini) sull’immigrazione di massa.

Se adesso il M5S vuole riprendere i voti persi, non deve fare altro che mantenere quelle promesse su cui ha costruito il suo consenso: abrogazione della legge Lorenzin (se serve, cacciando il ministro Grillo), referendum consultivo su Euro e Ue, abrogazione di Fiscal compact e pareggio di bilancio, stop a Ceta e Ttip, sforamento dei vincoli Ue con politiche keynesiane di rilancio dell’economia, stop al business dell’immigrazione clandestina e alle grandi opere inutili.

E deve fare questo ignorando le sirene che lo vorrebbero alleato al Pd: è indicativo che al nuovo meeting del Bilderberg siano stati invitati Matteo Renzi, da sempre contrario all’alleanza del suo partito con i pentastellati,  e Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano, un giornale che si è sempre distinto nel chiedere al M5S un’alleanza con i piddini. I poteri forti massonici ed euroatlantici vogliono la caduta di un governo scomodo come quello giallo verde, e useranno anche giornalisti vicini al M5S per premere in questa direzione, mentre cercheranno di “ammorbidire” le posizioni di Renzi.

A Di Maio e Salvini il compito di non farsi dividere e continuare assieme l’esperienza di governo, nonostante i disaccordi e le pressioni esterne.

(Articolo pubblicato il 14 maggio 2019 sui siti Oltre le Barricate e REvoluzione)

Quando si parla di politica internazionale e di veri padroni del mondo, esistono strategie complesse che spesso sfuggono alle persone comuni, impegnate nelle loro faccende quotidiane e riempite della propaganda dei media mainstream. Una di queste è la creazione di partiti e movimenti che, apparentemente di protesta, hanno in realtà il compito di servire fedelmente i dettami delle oligarchie che li hanno creati.
Successe con Occupy Wall Street, un movimento pesantemente finanziato da Soros per canalizzare la protesta contro il settore finanziario del 2011 verso la completa inefficacia. È successo con le “primavere arabe”, telecomandate dagli Usa. Possiamo anche citare l’Isis, tagliagole addestrati da Israele, Usa e Arabia Saudita per raggiungere gli obiettivi dei loro creatori in Iraq, Siria e Paesi vicini. 

Tra i movimenti di questo tipo, in Italia ne abbiamo avuto uno particolare: il Movimento 5 Stelle. Nato come movimento del web, la sua funzione inizialmente era chiara: utilizzare le potenzialità derivanti dalla crescente diffusione di Internet per aggirare il potere mediatico di Silvio Berlusconi, che grazie alle sue tv aveva creato un duraturo consenso attorno a sé. L’obiettivo era quello di raccogliere tutti gli scontenti sia del centrodestra che del centrosinistra (sapendo le politiche di svendita del Paese che quest’ultimo stava portando avanti), per poi continuare le stesse politiche di svendita del Paese ai poteri esteri e impedire la liberazione dell’Italia dalle gabbie sovranazionali come l’Ue e il giogo americano. Fantasie complottiste? Vediamo i fatti.

Il M5S nasce nell’ottobre 2009, 5 anni dopo il primo incontro tra Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Prima di allora Grillo nei suoi spettacoli distruggeva i computer a martellate, denunciava i pericoli della Rete, si scagliava contro il signoraggio bancario e la corruzione in ambito sanitario, tutte battaglie dimenticate in seguito.
La Casaleggio Associati però non era stata fondata solo dall’omonimo Gianroberto: il membro più pesante e influente della società era Enrico Sassoon, nel consiglio direttivo dell’Aspen Institute Italia (emanazione dei Rockefeller e dei Ford) e presidente del comitato affari economici della Camera di commercio americana in Italia. In pratica un ambasciatore degli interessi economici e finanziari americani nel Belpaese.
Che un personaggio del genere fondasse una società come la Casaleggio Associati e poi quest’ultima fondasse quello che è oggi uno dei principali partiti italiani, non deve essere visto come una mera casualità.
Il movimento nascente si organizzava attraverso i Meetup, una piattaforma (anch’essa) americana pressoché sconosciuta in Italia. È ovvio che, avvenendo tutte le comunicazioni tra membri in Rete, questi gruppi erano facilmente controllabili e manipolabili da individui infiltrati. Tra i temi più censurati fin dal principio, c’erano proprio i temi finanziari collegati al signoraggio bancario e la mafia della grande industria farmaceutica.
L’obiettivo primario del movimento, come detto, era aggregare più italiani possibile sotto l’egida dell’”onestà” e della “lotta alla corruzione”. Una volta ottenuti i voti, come stiamo vedendo, la realtà si è rivelata ben diversa.

Il M5S aveva promesso il referendum consultivo sull’Euro: pochi giorni fa Di Maio ha detto che si sarebbe “tatuato” che l’Italia non sarebbe uscita dalla moneta unica e dall’Ue.
Il M5S aveva promesso l’abrogazione della legge Lorenzin, che è ancora viva e vegeta dopo un anno di governo “del cambiamento”. Anzi, la Grillo ha persino inviato i Nas nelle scuole per controllare che nessun bimbo sfugga al nazismo vaccinale e ci sono state vergognose espulsioni per gli inadempienti.
Il M5S aveva promesso la bocciatura del Ceta: il trattato non è stato portato in Parlamento per la ratifica (o il suo contrario) ed è quindi pienamente valido. Non solo: adesso si sta anche resuscitando il Ttip.
Il M5S aveva promesso l’abrogazione del pareggio di bilancio e del Fiscal Compact: niente si muove in tal senso, anzi si sta procedendo piuttosto al taglio dei parlamentari, che ricorda molto da vicino la riforma di Renzi bocciata nel 2016.
Il M5S aveva promesso la lotta al traffico di immigrati (Di Maio aveva chiamato le Ong “taxi del mare”), mentre adesso l’impressione è che Conte, Toninelli e la Trenta anche su questo fronte si stiano avvicinando al Pd e alla politica dei “porti aperti”, in aperto contrasto con Salvini.
Il M5S aveva dichiarato formalmente guerra ai “poteri forti”, e poi Di Maio si è seduto a pranzo con i membri della Commissione Trilaterale italiana mentre il suo partito ha provato (senza riuscirci) ad entrare nel gruppo più neoliberista del Parlamento europeo, l’Alde.
Se questo non bastasse, aggiungiamo anche le vergognose politiche pro-Lgbt della Appendino e della Raggi, che hanno trascritto le “famiglie” omosex con bimbi nati all’estero tramite la maternità surrogata (utero in affitto) sebbene per la legge Italiana questa pratica sia illegale.
E poi tutto un diluvio di promesse tradite anche sull’Ilva, sul Tap e vedremo come andrà a finire sul Tav.
Insomma: il M5S è partito come incendiario antisistema e poi, appena ottenuto un grammo di potere, si è tramutato nel più fedele servo dei poteri forti e nel continuatore delle politiche del Pd. Al punto che attualmente i 5 Stelle impiegano più energie a guerreggiare col loro alleato di governo che con le opposizioni. Scandalosa in tal senso la volontà di dimissionare unilateralmente l’indagato Siri (noto antieuropeista), lasciando al loro posto gli altrettanto indagati Raggi, Appendino, Nogarin, Conte, Di Maio e Toninelli.

I segni definitivi di una volontà di inciuciare con Zingaretti e compagni si sono visti anche nel recente elogio di Di Maio a Mattarella, quando il vicepremier ha definito “il suo più grande errore” la richiesta di impeachment nei confronti del PdR: viste le continue ingerenze di Mattarella sul governo, la continua condanna dei sovranismi e il continuo servilismo nei confronti dell’Ue franco-tedesca, la messa in stato d’accusa era il minimo che Di Maio dovesse fare, ed è stato grave errore di Salvini quello di non spalleggiarlo quando c’è stata l’occasione. A questo è seguito uno stucchevole elogio di Bergoglio, un papa che si esprime come un esponente di Leu o come un membro dell’Open Society di Soros (accogliere migranti senza limiti, aprire i porti, Rom bravi e belli a prescindere, mai una parola per gli italiani in difficoltà ecc.).

Adesso che il M5S sembra virare sempre più sulle posizioni dei Dem, il rischio di una rottura del governo e di un nuovo esecutivo M5S-Pd benedetto da Mattarella è sempre più forte, e questo sarebbe un disastro per il Paese, tenendo contro che il 37% degli italiani nel marzo 2018 ha votato per il centrodestra, e che quindi solo questo è realmente titolato a governare.
Sarebbe l’ennesimo golpe in stile 2011, e l’ennesimo insulto alla democrazia in questa gabbia indecente chiamata Unione Europea.

 

 

P.s. Per chi volesse approfondire l’argomento, consiglio vivamente questo articolo di Federico Dezzani. 

(Articolo pubblicato il 2 aprile 2019 sui siti REvoluzione e Oltre le Barricate)

Ha fatto scalpore la recente lettera del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alle Camere in occasione dell’istituzione della Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche.
Nella lettera si affermava il principio per cui, in sostanza, il potere bancario è indipendente e quindi non questionabile dalla politica. Bce e Banca d’Italia non possono prendere ordini dai governi nazionali, è questo il succo del discorso di Mattarella, e il Parlamento non deve intromettersi troppo negli affari degli istituti finanziari.

Tutto questo stride clamorosamente col dettato costituzionale, di cui Mattarella dovrebbe essere fedele interprete.
All’art. 47 della nostra Carta si legge, infatti: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”, affermando così in modo inequivocabile la supremazia di Parlamento e Governo, espressioni della volontà popolare, sugli istituti di credito, banca centrale inclusa.
Non solo: l’art. 41 recita “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
Cosicché oltre alla finanza, anche le altre attività economiche sono rigorosamente poste al di sotto del supremo principio dell’utilità sociale e, in generale, del bene pubblico.

È la politica che regola le istituzioni finanziarie, e queste non possono ritenersi indipendenti né dal controllo politico né da quello giudiziario, sebbene la prassi degli ultimi anni voglia convincerci del contrario.
La cosiddetta “indipendenza” delle banche centrali, è un concetto caro ai neoliberisti, e che sia un bene per la società sono solo loro a pensarlo.
Citando il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitiz, non vi è alcuna prova che una banca centrale indipendente faccia meglio l’interesse pubblico di una sotto il controllo politico.
Anzi, semmai è nel primo caso che la politica finisce per essere sottoposta ad un cartello di banchieri i cui interessi possono essere decisamente opachi.

In Italia, come sappiamo, il famoso “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro avvenne nel 1981, quando l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta notificò con una lettera al governatore di Bankitalia, Azeglio Ciampi, che non avrebbe più dovuto acquistare buoni del Tesoro nazionali in caso di necessità, costringendo così lo Stato italiano a doversi rifornire dai cosiddetti “mercati”, ovvero altri finanziatori pubblici o privati.
Secondo illustri economisti come Nino Galloni, ex direttore del Ministero del Lavoro, è da quel momento che il debito pubblico italiano ha iniziato ad impennarsi, e questo non per la “politica sprecona”, come spesso si dice, bensì proprio per il divorzio Bankitalia-Tesoro.
Secondo Galloni, tutto ciò è stato il frutto di una precisa manovra franco-tedesca volta a deindustrializzare e desovranizzare l’Italia, eseguita con la complicità di numerosi traditori interni. Per far ripartire il Paese, secondo l’economista, si dovrebbe tornare ad una condizione pre-1981, con una moneta nazionale e ampia libertà di spesa pubblica.

È inevitabile che la rinascita, quindi, passi da un’uscita dall’Euro, per cui sarebbe auspicabile un referendum consultivo come invocato nel precedente articolo, e la ripresa degli strumenti di politica monetaria ed economica ad oggi ceduti in modo assolutamente controproducente alla Bce e alla Ue.
All’interno della gabbia europea, nella moneta unica e lasciando il controllo delle nostre finanze ad istituzioni escluse dal controllo politico, l’Italia non si riprenderà mai.
Occorre pertanto che la politica riprenda in mano quegli strumenti che servono a far ripartire il Paese, se necessario uscendo unilateralmente da Euro e Ue, e rimettendo la Banca d’Italia sotto il controllo governativo.

Che Mattarella poi neghi al Parlamento e al Governo il diritto-dovere non solo di investigare a fondo su eventuali illeciti in ambito bancario, ma anche di mettere il settore sotto controllo, è totalmente assurdo e incostituzionale.
Ricordiamo che il PdR è il garante della Costituzione: qualora si ponga in evidente difesa dell’Ue e di oscuri interessi bancari invece che dei cittadini italiani, sconfina pericolosamente nelle fattispecie di alto tradimento e attentato alla Costituzione, reati previsti dall’articolo 90 della nostra Carta. Il Parlamento valuti se sia necessario prendere provvedimenti.

(Articolo pubblicato il 22 marzo 2019 sui siti rEvoluzione e Oltre le Barricate)

Uno dei motivi per cui M5S e Lega hanno preso così tanti voti alle scorse politiche è stato sicuramente l’essere percepiti come ostili verso l’Ue e l’Euro.
Il M5S ha annunciato per anni di voler organizzare un referendum sulla moneta unica (consultivo, perché quello abrogativo non si può fare sui trattati internazionali), mentre la Lega ha a lungo portato avanti la campagna “Basta Euro”, pubblicato un libricino dal nome “Oltre l’Euro” dove venivano enunciate tutte le criticità della moneta unica, e messo in squadra pezzi da novanta dell’euroscetticismo quali Borghi e Bagnai.

Dopo tutto ciò, i partiti della maggioranza non possono tirarsi indietro sul tema della critica alla moneta unica, sebbene di recente Di Maio e Salvini abbiano più volte affermato di non avere più alcuna intenzione di metterla in discussione.
Gli italiani hanno votato per un governo sostanzialmente sovranista, e quella monetaria è probabilmente la più importante sovranità di uno Stato, così come essenziale è la possibilità di determinare le proprie politiche economiche senza dover chiedere il permesso agli squali di Bruxelles, eterodiretti da Germania, Francia e dalla Bce.

Per questo Di Maio e Salvini farebbero bene, se non vogliono dare una cocente delusione al proprio elettorato già provato dal grave voltafaccia sul tema vaccini (su cui sostanzialmente si è continuata la linea di Burioni e Lorenzin, e forse con ancora maggiore durezza), a organizzare un doppio referendum consultivo sull’uscita dell’Italia dall’Euro e dalla Ue.
Dopo tanti anni di permanenza nella moneta unica e una condizione economica disastrosa, e dopo i continui e insopportabili diktat cui l’Italia è sottoposta da esseri insignificanti quali Juncker o Moscovici, gli italiani hanno il diritto di esprimersi sulla loro volontà di rimanere in questa gabbia oppure no.
Si chiama democrazia, ed è proprio ciò che più odia il regime di Bruxelles e Francoforte.

(Articolo pubblicato il 27 febbraio 2019 sul sito Oltre le Barricate)

Le elezioni regionali delle ultime settimane (Abruzzo e Sardegna) hanno sancito alcune importanti novità sul piano politico: il centrodestra unito stravince ovunque, il centrosinistra straperde ovunque (anche se loro sembrano contenti, il che è bene, avranno ancora molte batoste da festeggiare 😀 ), il M5S sta inesorabilmente crollando.

Il motivo di questi risultati è chiaro: la gente sta punendo duramente sia il centrosinistra per l’orrenda gestione delle politiche economiche e migratorie, tutte orientate a fare gli interessi dell’Ue e degli immigrati e MAI quelli degli italiani, sia il M5S per le mille promesse tradite: in primo piano quelle sulla libertà vaccinale e sulla linea dura verso l’Ue e l’Euro, accantonate subito dopo le elezioni del 4 marzo.
A queste si possono aggiungere la linea ambigua sull’immigrazione, a causa delle continue ed inopportune esternazioni di personaggi come Fico, l’appoggio alle lobby Lgbt di sindaci pentastellati come Appendino, Raggi e Nogarin, e le giravolte sull’Ilva di Taranto (dalla chiusura alla vendita a stranieri) e sulla Tap. Sulla Tav staremo a vedere se resteranno fermi sul No oppure tradiranno pure quest’altra battaglia.

Se le urne stanno punendo com’è giusto i tradimenti verso il popolo italiano del Pd e del M5S , il centrodestra vive il suo momento di maggiore grazia, trainato dalla Lega di Salvini. Ci teniamo a precisare che questo innamoramento è temporaneo e facile a dissolversi. Se il lavoro di Salvini su immigrazione e sicurezza è encomiabile e merita ogni appoggio (anche contro certi giudici eversori di Magistratura Democratica), non bisogna dimenticare che buona parte del successo del vicepremier è dovuto alle sue promesse contro l’Euro e contro l’obbligo vaccinale imposto dalla Lorenzin.
Ora, di recente Salvini ha più volte dichiarato di voler restare nella moneta unica nonostante le evidenze dei danni che questa comporta per l’economia italiana.
C’è chi ritiene che questa sia solo una “strategia” per evitare l’impennata dello spread.
Altri invece ritengono che effettivamente Salvini e i suoi abbiano abbandonato la guerra all’Ue e alla moneta unica per promuovere una maggiore integrazione europea (i famosi – e mai avallati dal popolo – Stati Uniti d’Europa).

Staremo a vedere: se subito dopo le Europee Salvini e i suoi non procederanno con i minibot e con l’approntamento di tutto quanto è necessario al recupero della sovranità monetaria (Banca centrale alle dipendenze della politica, ultimatum alle istituzioni europee per rivedere tutti i trattati in un senso più favorevole all’Italia pena l’uscita da moneta unica e Ue), e se prima di queste non si sarà abrogata la legge Lorenzin con contestuale affermazione del principio di libertà vaccinale (come del resto accade in numerosi Paesi europei, dove non vi è alcuna obbligatorietà), avremo la prova che anche la Lega ha detto solo tante chiacchiere acchiappa-voti, per poi dimenticarsi delle promesse una volta conquistate le poltrone.
Ci auguriamo che Salvini e i suoi vogliano conservare ancora a lungo il loro momento magico con il popolo italiano, e che il M5S voglia scongiurare la propria prossima estinzione mantenendo almeno alcune delle promesse fatte.

Se non ora, quando?

(Articolo pubblicato il 4 dicembre 2018 sul sito Oltre le Barricate)

In Francia sta accadendo da settimane una nuova rivoluzione, con i gilet gialli che portano avanti una serie di rivendicazioni che si possono definire pienamente socialiste, o “populiste” come direbbe la neolingua globalista.
Secondo l’economista Jacques Sapir, molte di queste sono incompatibili con la permanenza della Francia nell’Euro.
I francesi hanno commesso il grave errore, lo scorso anno, di scegliere il candidato peggiore all’Eliseo, scartando le alternative Le Pen e Melenchon, e adesso stanno cercando di recuperare terreno. Ci riusciranno? Difficile a dirsi.
Sicuramente apprezziamo lo spirito con cui l’intera nazione si sta ribellando alle politiche globaliste e neoliberiste del pupazzo dei Rothschild e di Attali.

Noi che il nostro Macron l’abbiamo già avuto, nelle forme di Monti prima e di Renzi poi, abbiamo dato la maggioranza a due schieramenti dichiaratamente ostili all’Ue, all’obbligo vaccinale e all’immigrazione incontrollata.
Almeno stando alle dichiarazioni pre elettorali. Perché subito dopo il M5S si è improvvisamente rivelato pro Ue, pro Euro, pro Nato, pro obbligo vaccinale e pro immigrazione di massa. Se su quest’ultimo punto non è passata la linea Fico è solo perché la Lega fa dello stop all’immigrazione clandestina il punto cardine del proprio programma, e quindi non realizzarlo significherebbe la rottura dell’accordo di governo.
Ma l’ambiguità del M5S sull’argomento si palesa ogni giorno, come su tutti gli altri temi.
E il rischio di un inciucio futuro con il Pd, magari dopo il cambio di segretario, è sempre dietro l’angolo.

Adesso che lo scontro con l’Ue sulla manovra di bilancio entra nel vivo, l’esecutivo gialloverde sembra sempre più conciliante ogni giorno che passa, al punto che Monti già gongola intravedendo un “momento Tsipras”.
Non è per questo che questa maggioranza è stata votata.
Gli italiani vogliono i minibot, il recupero della sovranità monetaria, la fine della sudditanza da Bruxelles, lo sforamento dei ridicoli parametri di Maastricht e spesa pubblica a volontà per far ripartire l’economia e garantire nuovamente il benessere.
Se necessario, uscendo sia dall’Euro che dall’Ue.
Inoltre gli italiani vogliono lo stop all’immigrazione di massa, più sicurezza, e la fine del vergognoso obbligo vaccinale imposto dalla Lorenzin.

Se il M5S, come sembra, non vuole realizzare nulla di tutto questo, è bene che scompaia al più presto dalle scelte di voto degli italiani, lasciando il posto ad una maggioranza composta da Lega, Fratelli d’Italia e Casapound.
Per mettere su un governo che, senza ambiguità, metta al primo posto l’interesse nazionale fermando l’immigrazione in modo netto, garantendo la sicurezza, rompendo con l’Ue su tutto ciò che va contro il nostro interesse (fino alla doppia Italexit e alla nazionalizzazione della Banca d’Italia con pieno recupero della sovranità monetaria) e garantendo la libera scelta in ambito vaccinale, come da proposta della Lega prima che il ministro Grillo seguisse pedissequamente le orme della Lorenzin.

Il tempo degli inganni è finito: gli italiani vogliono un esecutivo e una maggioranza dichiaratamente SOVRANISTI, e non c’è Mattarella, Commissione Europea o Bce che tengano. Torniamo padroni a casa nostra.

Aumenta le disuguaglianze, avvantaggia solo la Germania, impedisce la crescita. Queste le opinioni del Premio Nobel per l’Economia sulla moneta unica. E i parametri europei non sono “basati sulla scienza economica”

(Articolo pubblicato su Il Giornale.it il 31 ottobre 2018)

L’Euro aumenta le disuguaglianze, avvantaggia solo la Germania, impedisce la crescita.

E i parametri di Maastricht non sono basati sulla scienza economica.

Queste le opinioni del premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, autore nel 2017 di un libro dal titolo “L’Euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa”, il quale ritiene che, dopo anni di stagnazione della crescita, la colpa sia della struttura dell’Eurozona e non dei singoli Paesi.
“L’Euro sembra fatto apposta per fallire. Se un Paese va male la colpa è sua, ma se ad andare male sono tutti i Paesi, allora la colpa è del sistema” ha affermato recentemente il professore, cattedra alla Columbia University e premio Nobel nel 2001.

Per Stiglitz “quando hanno creato l’Euro hanno sottratto ai Paesi il controllo del tasso di interesse e quello di cambio, due strumenti di aggiustamento necessari in caso di shock, ma non li hanno sostituiti con nulla. In questo modo hanno legato le mani all’Europa”. Inoltre sul fatto che “non si possa fare un deficit superiore al 3% o un indebitamento oltre al 60%, quei numeri sono inventati, non si basano sulla scienza economica”.
La conseguenza è stata che “invece di unire l’Europa, l’Euro e le regole europee hanno portato stagnazione e divergenza, i ricchi si sono arricchiti e i poveri impoveriti”.

Il professore vede nella Germania l’unico beneficiario della moneta unica: “La Germania ha questa eccedenza incredibile: esporta più delle importazioni e questo fa progredire la sua economia, ma il risultato è l’indebolimento del resto d’Europa”. E sull’austerità: “Non ha mai funzionato, ma si continua ad andare in questa direzione. In tempi di crisi l’economia va stimolata”.

All’Italia quindi conviene uscire? Su questo Stiglitz è più cauto.
“L’Italia avrebbe fatto bene a non entrare. Ora che è dentro, uscire potrebbe avere un costo significativo.
Andrebbe fatta una riforma dell’Eurozona, ma il problema è la politica. E’ possibile avere un assenso dalla Germania sulle riforme necessarie?”

In caso di risposta negativa, tuttavia, l’Italexit sembra essere una soluzione da prendere seriamente in considerazione.
“Sarebbe possibile creare delle piccole zone valutarie comuni tra Paesi differenti. Quando si lascia la zona Euro si potrebbero avere problemi, ma se non la si lascia, le prospettive di crescita potranno essere molto buie.
E L’Italia è abbastanza grande, con economisti sufficientemente bravi e creativi per gestire un’uscita de facto istituendo una doppia valuta flessibile che potrebbe favorire un ritorno della prosperità”.

E guardando all’esempio della Grecia: “Il Paese ellenico ha avuto una vera depressione, peggiore della Grande Depressione degli Usa. Il Pil è del 25% inferiore rispetto all’inizio della crisi, la disoccupazione giovanile è al 50%, il sistema sanitario è devastato. Non c’è futuro e sta diventando un Paese del Terzo Mondo. A paragone di questo, andarsene dall’Euro sarebbe il male minore”.

Referendum sull’Euro, linea dura verso l’Ue, vaccini, sanzioni alla Russia, Tap, Ilva. Tutte le volte che i 5 Stelle hanno fatto l’esatto contrario di quanto promesso ai loro elettori

(Articolo pubblicato il 30 ottobre 2018 su Il Giornale.it)

Il cambiamento lo hanno portato di sicuro. Se non altro, il cambiamento delle loro stesse opinioni. Parliamo ovviamente del Movimento 5 Stelle, che, presentatosi ai suoi elettori come rivoluzionario e anti-establishment, si è poi ritrovato a fare l’esatto contrario di quanto promesso, e su un numero impressionante di temi di prima grandezza.
Euro, guerra all’Ue, vaccini, Tap, Ilva, sanzioni alla Russia: sono innumerevoli le volte che i 5 Stelle hanno cambiato linea in modo radicale, sconcertando i propri elettori.

Euro sì, euro no

La giravolta più macroscopica è stata probabilmente quella sull’euro. Per anni Di Maio e compagni hanno cavalcato il sentimento euroscettico degli italiani proponendo un fantomatico referendum consultivo sulla moneta unica (privo di valore legale, poiché in Italia l’unico referendum ammesso è quello abrogativo e non si applica ai trattati internazionali), per poi abbandonare completamente ogni velleità di uscire dalla moneta unica a pochi giorni dalle elezioni di marzo. Sono celebri in tal senso le parole di Di Maio dopo le consultazioni al Quirinale, quando il capo politico del 5 Stelle rassicurò tutti sulla sua intenzione di “restare nell’Euro, nell’Ue e nella Nato”.
Una bella mazzata per i grillini più rivoluzionari.

Faremo la guerra all’Ue. Forse

Restando in ambito europeo, non si possono dimenticare le roboanti minacce di Di Maio dopo il caso Diciotti, quando l’intera Europa lasciò l’Italia da sola a gestire l’ennesimo carico di migranti che Malta aveva rifiutato. “Noi siamo pronti a tagliare i fondi all’Ue e porteremo il Ceta in Parlamento per bocciarlo” tuonò il vicepremier infuriato. Benissimo, pensarono i grillini più euroscettici, anche perché la bocciatura del Ceta (il trattato di libero scambio col Canada) è nel contratto di governo. Come è andata a finire? Il governo ha pagato regolarmente la sua quota di contributi all’Ue e il Ceta è ancora in vigore, mentre basterebbe una pronuncia negativa del Parlamento italiano per farlo decadere in via definitiva. Quando si dice adottare la linea dura.

Sanzioni alla Russia? Riconfermate

Sul piano internazionale, il M5S aveva promesso la fine delle sanzioni alla Russia e la ripresa di rapporti cordiali con Putin, impegno ribadito anche nel contratto di governo. Le sanzioni sono state puntualmente rinnovate a giugno.

L’obbligo vaccinale: da abrogarlo a potenziarlo

Un’altra battaglia di pura propaganda dei 5 Stelle è stata quella sui vaccini. Durante l’iter di conversione del decreto Lorenzin, l’estate scorsa l’attuale ministro della Salute Giulia Grillo dichiarava che il decreto era “fatto senza logica, dalla testa ai piedi”, che “alla coercizione noi preferiamo la raccomandazione”, che dal dl andava “tolta ogni sanzione e multa” e che il M5S intendeva “lasciare invariata la legislazione precedente“. Dopo tutte queste proteste accalorate, una volta al Ministero la Grillo e il suo partito non hanno in alcun modo toccato la legge Lorenzin, inviando persino i Nas nelle scuole per controllare le avvenute vaccinazioni ed escludendo i bimbi non in regola dalle lezioni, mentre il disegno di legge sull’obbligo “flessibile” potrebbe addirittura aumentare il numero di vaccinazioni obbligatorie in base al calo delle coperture, e coinvolgere anche adulti e operatori sanitari. Il superamento della Lorenzin quindi ci sarà: nel senso che l’obbligo sarà ancora più esteso.

Dimissioni in caso di avviso di garanzia

Uno dei principi su cui i 5 Stelle hanno fatto rapidamente dietrofront è stato poi quello delle dimissioni in caso di avviso di garanzia. Anni fa Di Maio e Di Battista urlavano che bastava ci fossero indagini a carico di un politico investito di funzioni pubbliche per determinarne l’obbligo di dimissioni. Lo stesso principio non è stato applicato dopo i rinvii a giudizio a carico di Virginia Raggi e Chiara Appendino e l’avviso di garanzia a Filippo Nogarin. Due pesi e due misure.

Ilva

Tema caldo è stato pure quello dell’Ilva di Taranto. In campagna elettorale i grillini si sono espressi numerose volte per la chiusura e la bonifica del territorio circostante, ricevendo i voti degli ambientalisti e della popolazione stremata da tumori e altri tipi di malattie. Appena al governo, Di Maio ha sostanzialmente confermato la linea del suo predecessore allo Sviluppo Economico Calenda, cedendo l’Ilva al gruppo franco-indiano Arcelor Mittal e abbandonando definitivamente soluzioni come la chiusura, la riconversione o la nazionalizzazione, decisamente più in linea con i sentimenti del suo elettorato.

Tap

Sempre restando al sud e in particolare in Puglia, Di Maio e i suoi sono riusciti a far infuriare non solo i tarantini più sensibili ai temi della salute e dell’ambiente, ma anche gli abitanti del Salento, dopo aver promesso per mesi lo stop al gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) e averlo invece riconfermato negli scorsi giorni. I salentini hanno risposto con significativi roghi di bandiere M5S e di schede elettorali, oltre che con il consueto bombardamento di proteste social.

Una lunga scia di contraddizioni

Questa serie di tradimenti mostra il carattere ambiguo di un movimento che, lungi dal combattere i “poteri forti” come si proponeva, ha finito per farsene fedele servo. È noto l’incontro di due anni fa di Luigi Di Maio con i vertici della Commissione Trilaterale italiana e Mario Monti presso l’Ispi, così come è rimasto ben impresso nella memoria collettiva il tentativo dei grillini di entrare, ad inizio 2017, nell’Alde, il gruppo più europeista e neoliberista del Parlamento Europeo, ricevendone peraltro una sonora porta in faccia.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 25 agosto 2018)

Con la squallida vicenda della nave Diciotti e del suo (ennesimo) carico di immigrati clandestini, si è accertata una volta per tutte l’inconsistenza di qualsiasi utopica Unione Europea “dei popoli”, “della pace” o “della solidarietà”.
Non è bastato il massacro sociale fatto in Grecia a colpi di austerità, privatizzazioni, strozzinaggio, disoccupazione e precariato di massa.
Non sono bastati i tanti referendum – bellamente ignorati – con i quali i popoli hanno detto più volte No al progetto di una maggiore unificazione europea (Francia e Olanda su Costituzione Europea, Irlanda su Trattato di Lisbona, Grecia sui piani di “salvataggio” della Troika, e Brexit, su cui si vorrebbe addirittura far rivotare gli inglesi).

Adesso a certificare la natura dittatoriale e anti-solidale dell’Ue è arrivata la questione migranti, con l’Italia lasciata sola a gestire l’ennesimo carico di disgraziati dal Continente Nero, mentre il resto d’Europa blinda i confini.
Sulla Diciotti, ricordiamolo, c’è un concorso di colpe. C’è Malta che ha impedito che un barcone di immigrati soccorso nella loro zona di ricerca SAR sbarcasse da loro, dirottandoli nelle acque territoriali italiane.
Ci sono i vertici di Diciotti e Guardia Costiera, nominati dal Pd, che sembrano impegnati con zelo a favorire il traffico di migranti, invece di obbedire alla linea dura del nuovo governo.
C’è la sinistra e i suoi galoppini che stanno cercando, assieme a qualche Pm siciliano compiacente (iscritto a Magistratura Democratica), di forzare la mano al governo, costringendolo a chinare il capo e far entrare l’ennesimo carico di carne umana.
E poi c’è l’Ue che, invece di contribuire alla risoluzione del problema redistribuendo i 177 tra diversi Paesi europei, sta lasciando l’Italia a gestire in solitudine la questione. E non è la prima volta, dato che anche nel caso dei 500 sbarcati a Pozzallo, solo la Francia ne ha effettivamente presi in carico 45, mentre gli altri Paesi che avevano promesso di farlo (Germania, Spagna, Portogallo, Irlanda, Malta) hanno clamorosamente tradito le loro stesse dichiarazioni.

Di fronte a questo ennesimo fallimento della conclamata “solidarietà europea”, e di fronte alle pesanti imposizioni in materia economica che ci arrivano dall’Ue (pareggio di bilancio, legge Fornero, divieto di aiuti di Stato per rilanciare l’economia, religione del neoliberismo) non resta che prendere l’unica decisione sensata per l’Italia: chiudere i confini facendo entrare solo chi vogliamo (inasprendo le pene per chi, nelle istituzioni, remi contro il governo), stampare i minibot come da programma condiviso, e preparare l’Italexit, sia dal’Euro che dall’Ue.
L’Ue non ci dà nulla tranne che imposizioni sempre più intollerabili, e prende da noi più soldi di quanti ce ne restituisce. E’ tempo di farla deflagrare assieme a quella moneta per soli banchieri che è l’Euro.
Noi non siamo la Grecia e non vogliamo diventarlo.