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(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 17 marzo 2017)

Sono anni che sentiamo ripetere il mantra della libertà, delle frontiere aperte, dello Stato che deve contenere il suo ruolo, del mondo che deve diventare sempre più accessibile a tutti, senza limiti di sorta, e la retorica della “buona” globalizzazione e integrazione contro la “cattiva” chiusura nei propri confini.
Questa retorica falsissima e ipocrita, che fa leva sull’istintiva bontà di chi non capisce quali siano gli interessi sottintesi, è in realtà il grimaldello per far accettare alle grandi masse la religione neoliberista in economia e il totale relativismo etico sul piano morale.

Sul piano economico, il neoliberismo promuove la totale assenza di limiti e restrizioni alla libera circolazione delle merci, dei servizi, delle persone e dei capitali, secondo uno schema che è quello fondativo della Comunità Europea (poi divenuta Unione Europea) e dei trattati di “libero scambio” come Ceta, Ttip e Tisa. E’ inutile ribadire come questa “libera circolazione” si traduca nella pratica con il massacro dei piccoli produttori per mano dei più grandi, con il trionfo del produttore peggiore (in grado di abbassare costi e prezzi dei prodotti, anche con metodi eticamente discutibili) a danno di quello più virtuoso, e con il trionfo delle grandi economie di scala su quelle piccole e locali.
E quindi trionfo del grande capitale sulla piccola e media impresa, ricchezza che si concentra sempre più in poche mani, eccetera.
La prassi ci dice ogni giorno che un certo grado di protezionismo e di intervento dello Stato in economia (eh sì, compresi i tanto odiati dazi, visti come blasfemi dai neoliberisti e dai trattati europei) è assolutamente necessario per evitare che gli squali dei “mercati” mangino tutti i pesci piccoli. Ma non stupisce che i media, di proprietà degli stessi squali, raccontino una storia ben diversa.
Così la narrazione rosea della globalizzazione, delle frontiere aperte, del mondo sempre più unito, dello Stato cattivo e della politica corrotta che si deve fare gli affari suoi, è funzionale ai giganti di finanza ed economia per fare i propri traffici indisturbati e poter diventare padroni di sempre più risorse in sempre più territori. Benvenuti nella VERA globalizzazione.

Ma se gli effetti nefasti della globalizzazione economica cominciano ad essere noti ai più, che reagiscono sempre più spesso con voti di protesta, esiste un altro aspetto, non meno importante, che è connesso all’opera dei globalisti: ed è quello socio-culturale.
Mentre sul piano economico si concentra la ricchezza e si erodono i diritti dei lavoratori e il benessere della classe media, sul piano socio-culturale si incoraggiano i modo crescente i fenomeni migratori e il multiculturalismo. I produttori, mentre delocalizzano dove la manodopera costa meno, incoraggiano nel contempo l’ingresso costante di nuovi disperati in quegli Stati con ancora una forte presenza sindacale e diritti dei lavoratori (come Italia e Francia) in modo da disporre costantemente di manodopera a prezzi stracciati, che costringa gli autoctoni ad adeguarsi o ad andare via. Nel frattempo si ritoccano al ribasso i diritti dei lavoratori, come abbiamo visto con il Jobs Act renziano e la Loi Travail francese.
Incoraggiare i fenomeni migratori e il multiculturalismo serve anche a distruggere progressivamente le identità nazionali, per arrivare nel nostro continente agli Stati Uniti d’Europa, e nel mondo a un grande mercato globale sotto il controllo di pochi signori della finanza e un pugno di corporations.

Un altro tassello del puzzle è il continuo assalto ai valori tradizionali, collegati tra loro, del cristianesimo e della famiglia. Attraverso la ossessiva pressione dei nuovi “diritti” Lgbt (tra cui il matrimonio gay, l’adozione di figli per coppie omosex, la “commissione” di figli per coppie gay con tecniche come l’utero in affitto e Dio solo sa cosa seguirà, c’è già chi parla di permettere agli uomini di partorire) si vuole scardinare il concetto di famiglia tradizionale e naturale, cara alla cultura cattolica ma anche al semplice buon senso, per sostituirla con il concetto di famiglia “artificiale” o “convenzionale”, e con quello di figli “comprati” e “fabbricati”, ovviamente per chi se li può permettere.
Chi scrive ritiene che il primo diritto a dover essere tutelato sia quello del minore ad avere un padre ed una madre, naturali o adottivi. Il resto, il cosiddetto “diritto” delle coppie omosex di avere figli, è pretesa egoistica e contro natura.

Ma se si nota chi c’è dietro questa pretesa costante di dare nuovi “diritti” alle coppie Lgbt, si trova una vecchia conoscenza: lo stesso George Soros in prima linea nel promuovere le continue ondate migratorie verso Europa e Usa.
E’ evidente come il ricco finanziere, con i suoi compagni, stia cercando di mutare il dna di un continente nato su radici greco-romane e poi cristiane, per trasformarlo in un guazzabuglio di razze, etnie, culture e religioni diverse (con i diritti economici, però, sempre al ribasso), che si abbandoni alla nuova religione del consumo.
L’attacco al cristianesimo e ai suoi valori tradizionali (tipico della Massoneria e che ultimamente va di pari passo con quello allo Stato-nazione) ha anche un’altra motivazione: da sempre la dottrina cristiana (almeno nelle sue intenzioni migliori) vede di cattivo occhio la ricchezza e il materialismo, proponendo invece una prospettiva trascendente e all’insegna della solidarietà e della moderazione. Una prospettiva niente affatto gradita dagli avidissimi e straricchi signori del denaro – “sterco del demonio”, per l’appunto – e al loro culto della competizione.

Così a una deregulation economica si vuole accompagnare una deregulation morale e valoriale: il modo migliore per creare una massa di consumatori privi di coscienza e di una identità specifica, che non sia quella data dalla fruizione di una serie di beni e servizi. E per promuovere la nuova “cultura” del materialismo totale e del relativismo etico.

 

P.s. Qui la lista degli alleati considerati “affidabili” da Soros al Parlamento Europeo.
Tra loro Kyenge, Barbara Spinelli e Cofferati.

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Capitalismo

(Articolo pubblicato su Informare per resistere, il 2 maggio 2014)

Bisogna provare tanta umana comprensione per coloro che, in buona fede, ancora credono che il Pd faccia gli interessi dei lavoratori e delle persone comuni.

È giustificabile (non moralmente, ma almeno razionalmente) chi trae vantaggi economici o politici dall’appoggio a Renzi e ai suoi, mentre non lo è più (se non, in minima parte, a causa della massiccia disinformazione di Repubblica e dintorni) chi li vota senza un evidente tornaconto personale.

In questo frangente votare Pd è quanto di più disastroso si possa fare per l’Italia, e anche per l’Europa. Cerchiamo di capire perché.

Per cominciare, il Pd (nelle sue forme precedenti) è il principale artefice del nostro ingresso nell’Euro e della nostra sottomissione alle regole/capestro di Bruxelles. Ce lo ricordiamo tutti Prodi gioire per l’ingresso in Europa, manco avesse vinto alla lotteria.

Quello stesso Prodi che ha svenduto buona parte del patrimonio pubblico italiano a enti stranieri,  ha contribuito poi a svendere la nazione Italia alla Germania, ai tecnocrati di Bruxelles, alle grandi banche, agli Stati Uniti sotto forma del Fondo Monetario Internazionale.

In questo non ha fatto nulla di particolarmente nuovo: già col divorzio Tesoro – Banca d’Italia del 1981, Ciampi e Andreatta avevano consegnato l’economia italiana al dominio dei mercati e posto le premesse per la deindustrializzazione italiana, in accordo con Germania, Francia ed Inghilterra.
C’è una regola non scritta, nel nostro ordinamento, per cui chi svende il popolo italiano alle potenze estere vince come premio il Quirinale o la Presidenza del Consiglio.

Giudicate un po’ voi se il pestilenziale duo Renzi – Napolitano non sta seguendo la stessa trafila.

Si parlava nel titolo di darwinismo sociale. Qual è la ratio delle regole di Maastricht, e della moneta Euro, se non ergere il darwinismo sociale a regola dominante dell’Ue? In questo, l’Unione si conforma al dettato dei grandi capitalisti (specialmente di quelli finanziari), per cui l’unica regola valida è quella del grande che mangia – pardon, assorbe – il debole.

Il mercato unico favorisce il darwinismo sociale, permettendo alle grandi imprese multinazionali di fare a pezzi la concorrenza delle piccole realtà produttive, specie di quelle a chilometro zero.

I parametri di Maastricht favoriscono il darwinismo sociale, costringendo i Paesi più lontani nel raggiungere i limiti del 3% nel deficit/Pil annuo e del 60% nel rapporto debito pubblico/Pil a riforme lacrime e sangue che fanno a pezzi lo stato sociale. Quindi la scuola, la sanità, le pensioni, gli assegni di disoccupazione. Per seguire dei parametri che, peraltro, sono considerati ingiustificati da numerosi e autorevoli economisti.

L’ideologia neoliberista alla base del mercato unico europeo, quindi la libertà del mercato da regole e restrizioni, favorisce il darwinismo sociale, pretendendo di smantellare lo stato sociale e ogni intervento pubblico in economia, così come ogni forma di protezionismo economico.

La moneta Euro favorisce il darwinismo sociale, perché impedisce ai Paesi più deboli di svalutare la moneta, consegnandoli così ai diktat dei mercati (che speculano in modo mortale sui tassi di interesse) e dei prestatori di denaro, di solito i Paesi più ricchi dell’Ue (Germania in testa), con la Bce e il Fondo Monetario Internazionale. Un ottimo modo per privare quegli stessi Paesi di sovranità politica, dopo averli privati della sovranità monetaria.

L’intera tecnocrazia europea favorisce il darwinismo sociale, perché mette le decisioni vitali per i Paesi e i popoli nelle mani di poche “elite” (poco illuminate, ma molto danarose), rendendo sempre più raro e obsoleto il ricorso al giudizio popolare. Arrivando agli estremi di eleggere, anche in caso di esiti sfavorevoli all’elite, comunque personaggi graditi all’elite stessa, come è accaduto con le elezioni di Letta e Renzi in Italia, ennesima espressione dei poteri forti e non della genuina volontà popolare.

Le politiche di austerità favoriscono il darwinismo sociale, perché nella prospettiva di un fantomatico “risanamento”, inducono la popolazione alla disperazione e a una pioggia di suicidi, a causa dei tagli alla spesa pubblica e agli ammortizzatori sociali. Questo sebbene, in caso di crisi, ogni economista onesto sappia che è necessario rilanciare la spesa pubblica per rilanciare l’economia e l’occupazione. Le lezioni degli anni ’30 dovrebbero venirci in soccorso, ma a quanto pare alle elite il keynesismo proprio non piace. È meglio decimare le popolazioni con ricette economiche prive di senso.

Per finire, il turbo capitalismo finanziario e iperliberista è l’essenza del darwinismo: un pugno di persone (si parla di 85) che detengono più della metà della ricchezza mondiale e pretendono di decidere come i restanti 7 miliardi di persone debbano vivere (o morire). Questo, sia detto nel modo più chiaro possibile, sulla base del possesso di una moneta che è pura illusione: moneta virtuale (cioè impulsi elettronici creati sui computer delle banche) oppure moneta cartacea (creata allo stesso modo dal nulla nelle banche centrali, e che ha lo stesso valore reale dei tovaglioli del discount).

In tutto questo cosa c’entra il Pd? Il Pd ha semplicemente avallato tutto questo gioco, in modo più strenuo e convinto persino di Berlusconi (che tra i suoi difetti ne ha uno che in questo caso torna utile: ama comandare e non ama prendere troppi ordini da potenze straniere).

La retorica europeista, i “morire per Maastricht”, i “ce lo chiede l’Europa” sono da sempre cavalli di battaglia del Pd, che in nome di una falsa internazionalizzazione sta mandando al macero la nazione Italia, con l’aiuto dei servi fedeli di Repubblica e dintorni.

Se si vuole veramente cambiare rotta, bisogna che al Pd sia sottratto ogni potere e quindi ogni voto utile, specie in vista delle prossime europee. Solo quando al governo ci sarà una forza politica veramente dalla parte del popolo italiano e disposta a contrastare la barbarie incombente, sarà possibile tornare a parlare di diritti, di giustizia, di bene comune.

 

 

 

Fonti (e libri consigliati):

 

–          Alberto Bagnai, “Il tramonto dell’Euro”

–          Paolo Barnard, “Il più grande crimine”

–          Nino Galloni, “Chi ha tradito l’economia italiana?”

–          Paul Krugman, “Fuori da questa crisi, adesso”

–          Nouriel Roubini, “La crisi non è finita”

European-Revolution

(Articolo pubblicato su Informare per resistere, il 5/4/2014)

Le elezioni europee in arrivo sono un test decisivo per i popoli d’Europa.

Non ha senso sommergere le piazze di manifestanti contro i tagli imposti dalla Troika, se poi non si votano in massa partiti che offrano qualche soluzione alla dittatura dei tecnocrati di Bruxelles e Francoforte. Sebbene il Parlamento europeo non abbia lo stesso potere decisionale di Consiglio e Commissione, riempirlo di “euroscettici” sarà un segnale importante per l’intera Europa, per gli organi dell’Unione e per gli “osservatori partecipanti al gioco” di oltreoceano.

Prima cosa da fare è votare contro l’Euro. Non ci sono scuse. Si può votare per Grillo, si può persino votare per la Lega, ma occorre assolutamente liberarsi del Pd, che è stato il principale artefice del nostro ingresso nella disastrosa moneta unica.

Per gli ingenui lettori di Repubblica e dintorni, è ora di aprire gli occhi: che l’Euro sia un disastro per i Paesi del sud è evidente e comprovato; lo dicono 6 premi Nobel per l’Economia, lo dicono gli economisti italiani più onesti intellettualmente (come Galloni, Bagnai, la MMT di Barnard, ma anche Borghi, il magistrato Barra Caracciolo, ecc. ecc.), lo dicono le evidenze empiriche nella vita dei cittadini, strozzati dalla mancanza di liquidità, dalla disoccupazione, dai tagli alla spesa pubblica imposti dal Fiscal Compact per il prossimo ventennio, da politiche economiche che non prevedono l’intervento dello Stato a sostegno della popolazione quando ce ne sarebbe bisogno.

Tutti gli economisti sani di mente sanno che, in caso di crisi, per far ripartire l’economia occorre una maggiore spesa pubblica per rilanciare i consumi e in generale per sostenere la popolazione e le imprese, ed è esattamente ciò che viene negato dal Fiscal Compact, dal pareggio di bilancio e dalle stesse regole di Maastricht (rapporto debito pubblico/Pil imposto al 60%).

Non è solo una questione di sana economia, ma di semplice senso di umanità: il Pd e i tecnocrati di Bruxelles hanno preferito i suicidi della popolazione alla rivisitazione di regole e parametri che forse andavano bene in tempi di vacche grasse, ma che sono devastanti in tempi di crisi. Ma non hanno l’attenuante di non aver previsto quest’ultima: il pareggio di bilancio e il Fiscal compact sono stati approvati a crisi bella ed avanzata.

Da questa Europa e dall’Euro traggono vantaggio la Germania e le sue imprese, prima di tutto: perdono tutti gli altri Stati, costretti ad inseguirla senza potersi sostenere, ad esempio, con la svalutazione della moneta: la perdita di sovranità monetaria così costringe questi Stati ad indebitarsi sempre più verso i mercati e i poteri forti.

Traggono vantaggio anche i grandi capitalisti e gli speculatori, che ottengono grandi rendimenti dai titoli di Stato dei Paesi più indebitati e poi si assicurano con altri titoli sull’eventuale fallimento di questi. Per non parlare dell’abbondanza di manodopera qualificata pronta a svendersi pur di trovare lavoro.

Del resto è dal divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro dell’81 che la nostra economia ha cominciato a crollare e il debito pubblico ad impennarsi, al contrario di quanto sostenuto da tanti “ben informati” che lo attribuiscono ai semplici sperperi della cattiva classe politica: il peggior disastro che sia capitato alla nostra economia è stato quindi, da 30 anni a questa parte, l’aver perso ogni controllo statale sulla nostra moneta (e successivamente l’ingresso nell’Euro).

Il rimedio a tutto questo è semplice e alla portata di tutti: portare gli astensionisti, se necessario in ceppi, a votare CONTRO l’Euro (cioè per quei partiti che vogliono il ritorno alla sovranità monetaria) a tutte le elezioni, in primis a quelle europee.

Occorre distruggere la disinformazione sparsa dai giornali di partito come Repubblica, e di giornali industriali/bancari come Corriere, Stampa, Sole 24 ore, che continuano a difendere il progetto europeo a spada tratta, e occorre che il Pd sia riconosciuto come il principale artefice della crisi italiana e dei suicidi dei lavoratori, per accondiscendenza con le folli politiche europee e con l’Euro.

Se questi signori, sempre più piegati al credo neoliberista, hanno continuato a difendere un progetto così letale per le popolazioni, è perché “E’ difficile indurre un uomo a capire una determinata cosa, quando il suo salario dipende dal fatto di non capirla”, per riprendere una citazione utilizzata da Paul Krugman.

 

 

Fonti (e libri raccomandati):

 

–         Nino Galloni, “Chi ha tradito l’economia italiana?”

–         Alberto Bagnai, “Il tramonto dell’Euro”

–         Paul Krugman, “Fuori da questa crisi, adesso”

matteo-renzi-lobby(Articolo pubblicato su Informare per resistere il 3/3/2014)

Se ci fosse il premio per la stupidità, con la nascita del nuovo governo, Renzi, Napolitano e il Pd l’avrebbero vinto in pieno.

Dopo le veementi contestazioni ai governi Monti e Letta perché privi di rappresentanza ed espressione dei poteri forti, ecco che Napolitano e il Pd non trovano di meglio che formare l’ennesimo governo senza passare dal voto, e se possibile ancora più liberista di quello precedente. Tanto per far infuriare ancora più gli italiani e attirarsi i forconi fin sotto casa.

Renzi vanta infatti un numero non indifferente di gruppi di potere alle sue spalle: dagli Usa e le lobby ebraiche, alle banche e ai think tank neoliberisti. Piacerà sopratutto al Fondo Monetario Internazionale,  che da tempo afferma che gli stipendi dei lavoratori italiani vanno ritoccati del 10%, e non è un caso se la banca svizzera Ubs già a gennaio lo indicava come il futuro premier. Per non parlare della sempre presente regia occulta di De Benedetti.

Con la presentazione poi della squadra dei ministri ecco arrivare altre conferme: un ex collaboratore di Fmi, Bce, Commissione Europea, Banca Mondiale con il pallino dell’austerity all’Economia (tanto per rassicurare la Troika),  due ministri direttamente da Legacoop e Confindustria a Lavoro e Sviluppo Economico, un ministro per la Semplificazione che ha nel curriculum il fidanzamento col figlio di Napolitano, e 6 ministri del governo precedente tra cui Alfano all’Interno (nonostante l’affare kazako), Lupi e Lorenzin.

Meraviglioso il caso Gratteri alla Giustizia, pm anti-ndrangheta dato da tutti come nuovo Guardasigilli, e poi rifiutato da Napolitano in persona evidentemente perché troppo giustizialista. Un’altra nefandezza nel palmarès del presidente più odiato dagli italiani.

Non parliamo poi dell’incomparabile capacità di Renzi di “cambiare verso” e di rimangiarsi la parola data nel giro di pochi minuti: da Letta che poteva “stare sereno” perché nessuno voleva il suo posto a “mai al governo senza elezioni”, passando per il no secco alle larghe intese. Una capacità di smentire le sue stesse dichiarazioni che lo accomuna al miglior Berlusconi del “sono stato frainteso”.

E tanto per assicurare agli italiani che non ci sarà nessun miglioramento sostanziale della politica economica, il nostro si è già più volte espresso contro l’uscita dall’Euro e contro i diritti dei lavoratori. Ovviamente, il crescente numero di suicidi tra gli italiani non lo tange nemmeno.

Simili campioni di moralità pubblica possono solo essere posti alla guida delle istituzioni da un pessimo presidente qual’è Giorgio Napolitano, che continua imperterrito a rimanere al suo posto nonostante le questioni delle intercettazioni distrutte nella trattativa Stato-mafia e del biocidio in Meridione, scandali che avrebbero dovuto costringerlo alle dimissioni molto tempo fa. A questo ora si aggiunge il niet alla nomina di Gratteri come ministro della Giustizia, ennesima porcata che lo conferma come un garante non certo della legalità costituzionale, ma del malaffare in un Paese ormai allo stremo.

Ad attaccare la moneta unica, consigliando all’Italia di uscirne, sono stati per ultimi Christopher Pissarides e James Mirrlees. Che si vanno a sommare ad altri economisti premiati con l’insigne riconoscimento, quali Paul Krugman, Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Milton Friedman. Sei mostri sacri dell’economia concordi nel ravvisare gravi errori nel progetto Euro 

(Articolo proposto al “Fatto Quotidiano” il 17/12/2013. Ma non pubblicato)

In un periodo di forte contestazione nei confronti dell’Unione Europea e delle politiche di austerità, sono sempre più numerose le voci che si levano a criticare la moneta unica, vista come un fattore di impoverimento per il popolo italiano e per gli altri Paesi del sud Europa.

E se nelle piazze negli ultimi giorni a sbandierare la critica verso l’Euro è stato un crogiuolo di “forconi”, piccoli imprenditori, esponenti di estrema destra e gente impoverita e infuriata con i politici, nei più quieti studi degli intellettuali le accuse non sono certo meno forti.

Lo dimostrano le recenti prese di posizione di altri due premi Nobel per l’economia, James MirrleesChristopher Pissarides, che si vanno ad aggiungere a quelle più datate – ma non meno nette – di Paul Krugman, Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Milton Friedman.

L’Euro non sta facendo altro che dividere l’Europaha detto il 12 dicembre alla London School of Economics il cipriota-britannico Christopher Pissarides, vincitore del importante premio nel 2010. La moneta unicadovrebbe essere smantellata in maniera ordinata, oppure bisognerebbe fare il più rapidamente possibile le necessarie riforme per salvaguardare crescita e occupazione, in modo da ripristinare la fiducia che una volta i Paesi europei avevano tra di loro”.

Il premio Nobel ha poi rincarato la dose: “L’Euro ha creato una generazione perduta di disoccupati senza futuro. Questo non è quello che i suoi “padri fondatori” avevano promesso”. Il discorso di Pissarides è stato ripreso, tra le altre testate, dal Telegraph e dal Daily Mail

L’economista, che in passato era stato tra i principali sostenitori della moneta unica, ha dichiarato di aver commesso un errore: “Non pensavamo che congelando i tassi di cambio i Paesi del sud avrebbero subito queste sofferenze. È chiaro che ci sbagliavamo”.

A favore dell’uscita – anche se in modo più cauto – si era espresso pochi giorni prima a Venezia il premio Nobel James Mirrlees, economista scozzese vincitore del riconoscimento nel 1996. Il 5 dicembre, nel suo intervento all’Auditorium Santa Margherita per il ciclo ‘Nobels colloquia 2013′ dell’Università Ca’ Foscari, aveva detto: “Non voglio suggerire politiche per mutare la situazione attuale e mi sento a disagio nel fare raccomandazioni altisonanti, perché non ho avuto il tempo di valutarne le conseguenze. Però, guardando dal di fuori, dico che non dovreste stare nell’Euro, ma uscirne adesso”. Ha poi aggiunto: “L’uscita dall’Euro non risolverebbe in automatico i problemi dell’Italia, visto che, ad esempio, rimarrebbero le questioni derivanti dalle politiche adottate dalla Germania. Ma non è comunque corretto collegare le conseguenze di un’eventuale uscita da Eurolandia al venir meno della lealtà e fedeltà come membri dell’Unione europea. Finché l’Italia resterà nell’Euro non potrà espandere la massa di moneta in circolazione o svalutare: ecco perché si impone la necessità di decidere se rimanere o meno nella moneta unica, questione non facile da dirimere”.

Paul Krugman, premio Nobel nel 2008, già da tempo aveva accusato duramente l’Euro. Il 15 aprile scorso scrisse sul suo blog del New York Times: Non potremo mai ammettere che l’Euro è un fallimento – rispondendo alla domanda di un lettore –. Troppa storia, troppe dichiarazioni e troppo ego sono stati investiti in una singola valuta perché coloro che ne sono stati gli artefici possano ammettere che forse si sono sbagliati. Anche se il progetto termina in un totale disastro, insisteranno che non è stato l’Euro a far fallire l’Europa, ma l’Europa a far fallire l’Euro.

Nello stesso articolo Krugman accusò anche le politiche di austerity: “L’austerity sta fallendo anche nelle sue condizioni. Misure chiave come il rapporto debito/Pil sono peggiorate, non migliorate. I funzionari europei continuano a negare i fondamenti della situazione: indicano come origine del problema la dissolutezza fiscale e continuano a dichiarare il successo dell’austerità. Questo è il punto a cui siamo ed è difficile immaginare un lieto fine”.

Nel settembre 2012 in un’intervista a “L’Express” Krugman definì l’Euro un “progetto campato in aria”. “Sì, penso che l’Euro fosse un’idea sentimentale, un bel simbolo di unità politica – disse l’economista – ma una volta abbandonate le valute nazionali avete perso moltissimo in flessibilità. Non è facile rimediare alla perdita di margini di manovra. In caso di crisi circoscritta esistono due rimedi: la mobilità della manodopera per compensare la perdita di attività e soprattutto l’integrazione fiscale per ripianare la perdita di entrate. Da questa prospettiva, l’Europa era molto meno adatta alla moneta unica rispetto agli Stati Uniti”. E Krugman descrisse alcune differenze tra i due sistemi: “Florida e Spagna hanno avuto una stessa bolla immobiliare e uno stesso crollo. Ma la popolazione della Florida ha potuto cercare lavoro in altri stati meno colpiti dalla crisi. Ovunque l’assistenza sociale, le assicurazioni mediche, le spese federali e le garanzie bancarie nazionali sono di competenza di Washington, mentre in Europa non è così”.

Di Euro come “idea orribile” ha parlato Amartya Sen, economista indiano e premio Nobel nel 1998, in un’intervista del 21 maggio al Corriere della sera. La moneta unica “è nata con lo scopo di unire il continente e ha finito per dividerlo” ha detto Sen. “È stato un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata. Una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa. I punti deboli economici hanno un effetto-rottura invece che di legame. Le tensioni che si sono create sono l’ultima cosa di cui l’Europa ha bisogno. Chi scrisse il Manifesto di Ventotene combatteva per l’unità dell’Europa con alla base un’equità sociale condivisa, non una moneta unica”. E l’economista ha aggiunto: “Quando tra i diversi Paesi hai differenziali di crescita e di produttività, servono aggiustamenti dei tassi di cambio. Non potendo farli, si è dovuto seguire la via degli aggiustamenti nell’economia, cioè più disoccupazione, la rottura dei sindacati, il taglio dei servizi sociali. Costi molto pesanti che spingono verso un declino progressivo”. E anche Sen ha contestato le misure di austerità dicendo che: “È come se avessi bisogno di aspirina ma il medico decide di darmela solo abbinata a una dose di veleno: o quella o niente. No, le riforme si fanno meglio senza austerità, le due cose vanno separate”.

Joseph Stiglitz, premio Nobel nel 2001, dal canto suo lo scorso marzo ha sottolineato: “L’Unione monetaria ed economica dell’UE è stata concepita come uno strumento per arrivare ad un fine, non un fine in sé stesso. L’elettorato europeo sembra aver capito che, con le attuali disposizioni, l’Euro sta mettendo a rischio gli stessi scopi per cui è stato in teoria creato”. E ancora: “Il progetto europeo, per quanto idealista, è sempre stato un impegno dall’alto verso il basso. Ma incoraggiare i tecnocrati a guidare i vari Paesi è tutta un’altra questione, che sembra eludere il processo democratico, imponendo politiche che portano ad un contesto di povertà sempre più diffuso. Mentre i leader europei si nascondono al mondo, la realtà è che gran parte dell’Unione europea è in depressione. La perdita di produzione in Italia dall’inizio della crisi è pari a quella registrata negli anni ’30”. Stiglitz si lasciò anche andare a una stoccata contro chi accusa i leader euroscettici di “populismo”: “In breve, non è stato né il populismo né la miopia che ha portato i cittadini a rifiutare le politiche che gli sono state imposte, ma è la modalità errata con cui sono state portate avanti”.

Il sesto premio Nobel a criticare la moneta unica è stato Milton Friedman, vincitore del riconoscimento nel 1976 e non molto popolare tra i contestatori dell’Ue in quanto uno dei principali “padri” del neoliberismo.

Già nel 1997 Friedman scriveva: “La creazione dell’Euro è stata motivata dalla politica, non dall’economia. Lo scopo era quello di legare Germania e Francia in modo così stretto da rendere una futura guerra europea impossibile, e preparare il campo per gli Stati Uniti d’Europa.

Io credo che l’adozione dell’Euro avrà l’effetto contrario. L’unità politica può aprire la strada all’unità monetaria. L’unità monetaria, imposta sotto condizioni sfavorevoli, si dimostrerà una barriera al raggiungimento della unità politica”.

Inoltre, faceva notare Friedman: “Il mercato comune europeo rappresenta una situazione sfavorevole per una moneta comune. È composto da nazioni separate, i cui abitanti parlano lingue diverse, hanno usanze differenti, e hanno una lealtà e un attaccamento molto più grandi verso la propria nazione che verso il mercato comune o l’idea di Europa

L’infinita Odissea

Una nazione devastata dai tagli alla spesa pubblica, un’emergenza sociale che i media spesso preferiscono ignorare e un Paese diventato un monito per chi intenda “sgarrare” dalle regole europee. E’ la Grecia raccontata da chi si trova sul posto. Tra mancanza di beni primari ed episodi di violenza.

Grecia

Illustrazione di Mauro Biani

(Articolo pubblicato sul numero 3 – maggio/giugno 2013 di “Barricate – L’informazione in movimento“)

Uno dei più antichi Paesi al mondo, culla della democrazia e centro della cultura mediterranea. In ginocchio da anni a causa delle imposizioni della Troika e di una gestione poco trasparente dei bilanci pubblici. La nazione greca resta in una situazione preoccupante, a causa delle difficoltà economiche e della ascesa dei gruppi di estrema destra che si ergono a portatori di “sicurezza”. Ce ne parla Diana Riboli, docente di antropologia all’università di Atene.

Diana, ci potresti descrivere la situazione generale in Grecia negli ultimi mesi?

La situazione qui peggiora di giorno in giorno e la popolazione è ormai allo stremo. A causa del nepotismo e della corruzione, nessuno ha più fiducia nella classe politica. Da anni lo Stato viene avvertito come un nemico subdolo, assolutamente incapace di guidare il Paese fuori dalla crisi.
La gente non crede più alle promesse del governo, che ogni tanto ‘garantisce’ che non ci saranno più tagli su salari e pensioni. Dichiarazioni che vengono spesso smentite da nuove pesanti tasse e tagli a tutte le fasce della popolazione, anche a quelle più indigenti.
Le tasse sulle proprietà, comprese quelle sulla prima casa, arrivano insieme alla bolletta della luce.
Alle molte famiglie che non hanno i mezzi per pagare, viene tagliata l’elettricità. Una decisione imposta dalla Troika (ma accettata dai politici) antidemocratica e anticostituzionale.
La percentuale di famiglie che vive sotto il livello di povertà aumenta sempre più. Da alcuni mesi, specie nelle scuole elementari e negli asili statali, i maestri si trovano di fronte a bambini che piangono o addirittura svengono dalla fame. I prezzi dei generi alimentari continuano a restare alti rispetto ai salari. La benzina e il petrolio sono proibitivi per i più. Quest’inverno in pochissimi condomini, scuole e università è stato acceso il riscaldamento.  La disoccupazione, specie giovanile, è in crescita e il sistema sanitario ormai allo sfascio, dal momento che sono stati tagliati i fondi anche agli ospedali, dove il corpo medico deve cercare di fare economia anche su garze e siringhe.

Nelle piazze le proteste continuano con frequenza? Qui i giornali ne parlano sempre meno…

Negli ultimi quattro mesi le dimostrazioni di piazza sono notevolmente diminuite per molti motivi. Innanzitutto la violenta repressione governativa. Credo che le immagini degli attacchi dei MAT (corpi speciali antisommossa) alla popolazione abbiano fatto il giro del mondo. Durante le ultime proteste a grande partecipazione popolare, I MAT hanno allontanato le folla usando quantità enormi di gas asfissianti, idranti e colpendo con manganelli, calci e pugni anche i gruppi più pacifici. I gas asfissianti, oltre a provocare insopportabili bruciori agli occhi e alla gola, sono pericolosi per persone affette da varie patologie e cancerogeni. La polizia ha addirittura usato, in alcuni casi, bombolette di gas scadute negli anni ’90. Ovviamente non tutti possono o vogliono munirsi di maschere anti-gas.  Al di là della paura dei danni fisici, il popolo non trova una sua unità. Il frazionamento dei partiti e dei gruppi politici e la propaganda del governo che cerca di scaricare tutte le colpe su diversi gruppi, opponendo il settore privato e quello pubblico, annullano la possibilità che il popolo riesca a fare fronte unito.

Qual è la situazione dal punto di vista politico? Come si comportano i partiti nei confronti delle richieste della Troika e dei mercati?

Prima delle ultime visite della Troika in Grecia, il Primo Ministro Antonis Samaras aveva annunciato che il governo era pronto a dure negoziazioni, soprattutto sulle richieste di ridimensionare il settore pubblico da parte della Troika. In realtà, e malgrado alcune negoziazioni siano state fatte, il settore pubblico continua ad essere colpito da licenziamenti, pensionamenti anticipati e riduzione dei salari. La Troika vuole il licenziamento di 25.000 dipendenti statali entro la fine dell’anno. Per il momento circa 2.000 impiegati del settore pubblico sono stati messi in ‘diathesimotita’ una sorta di cassa integrazione. Hanno il diritto di percepire il 75% dello stipendio per un anno e poi, nel caso non sia possibile la loro assunzione in altri settori pubblici, avviene il licenziamento.  Il mese scorso è stato annunciato che, entro la fine di maggio, 19.000 dipendenti statali verranno messi in diathesimotita. L’ironia è che questo meccanismo dovrebbe colpire soprattutto le assunzioni non avvenute in base al merito, ma a processi di corruzione o nepotismo. Per prima cosa è risaputo che in Grecia anche persone di merito debbano spesso ricorrere a qualche ‘spinta’ per assicurarsi un posto di lavoro. Inoltre si ha l’impressione che, in questo momento, siano comunque più tutelati coloro che hanno ‘appoggi’ di un certo peso.

Il problema dell’evasione fiscale, principale colpevole della situazione del Paese, non viene risolto, prima di tutto perché molti attuali o ex-parlamentari, che continuano ad avere stipendi altissimi, si troverebbero in difficoltà. Pochissimi evasori sono stati davvero processati e messi in carcere.
Anche la lista degli evasori nota come ‘Lista Lagarde’, dopo infinite e ridicole storie di CD scomparsi, di memory stick difettose e di nomi magicamente depennati, quando (con estremo ritardo) è stata pubblicata, non ha affatto cambiato le cose. Il governo pare del tutto incapace di recuperare fondi dagli evasori e preferisce accanirsi su tagli di stipendi già inferiori ai 700 euro e persino pensioni di invalidità.

Il governo sta anche cercando di svendere le ricchezze del Paese, puntando sulle privatizzazioni. I riflettori negli ultimi mesi sono puntati sul gas e sulla compagnia di stato che ha il monopolio sui giochi d’azzardo (OPAP), una delle poche compagnie statali con buoni tassi di rendita.

grecia-300x225Ci sono ricette per uscire dalla crisi, diverse da quelle della Troika, che sono appoggiate dai movimenti o dai partiti?

La sinistra è divisa e piuttosto passiva. Si sentono voci di opposizione ma sembrano più propaganda per attirare voti che programmi politici. Ritengo sia a causa dell’inettitudine dell’opposizione che il partito di Alba Dorata sia arrivato ad essere il terzo partito del Paese. Il suo programma violento e razzista viene interpretato da molti come unica possibile soluzione contro la corruzione nazionale e l’arroganza dei Paesi europei più potenti. A livello popolare, l’odio razziale e il moltiplicarsi di violenze e persino di omicidi nei confronti di immigrati e stranieri si identifica in parte anche con un ‘no’ all’interferenza straniera in genere, Troika e Merkel compresi. Alba Dorata è molto meglio organizzata di quanto non si pensi e probabilmente anche in qualche modo sovvenzionata da gruppi analoghi che in altri Paesi non hanno il diritto di diventare partiti politici.

Il partito ha una sua sorta di polizia privata con numeri di pronto intervento a cui si rivolgono sempre più cittadini vittime di rapine ed estorsioni, in aumento a causa dell’esplosione della criminalità organizzata nazionale e internazionale. Organizza corsi di autodifesa per insegnare a donne (greche) come far fronte agli attacchi di criminali (stranieri). Aiuta famiglie bisognose (greche). Nerborute guardie del corpo con la testa rasata accompagnano amorevolmente anziani (greci) quando vanno a riscuotere le pensioni. Organizzano dopo-scuola e attività ricreative per bambini (greci) e hanno già lanciato la proposta di aprire ambulatori (il nome proposto, parafrasando il nome di una nota organizzazione internazionale, è ‘Medici Con Frontiere’) del tutto gratuiti per pazienti ovviamente greci. Il tutto con il beneplacito del governo che non solo non ne ostacola le mosse ma in molti casi le supporta. Se questo è ciò che sognano coloro che votano Alba Dorata come soluzione per uscire dalla crisi, appare chiaramente meglio la crisi.

Per contro, altre iniziative per uscire o limitare i danni della crisi, si moltiplicano da parte di centinaia di organizzazioni e gruppi basati sulla solidarietà, sullo scambio equo di prodotti e servizi, sul tentativo di uscire da una logica legata al denaro. Moltissimi fanno opera di volontariato o partecipano a iniziative solidali. Iniziano a sorgere le prime piccole comunità, formate da alcune famiglie, in cui viene limitato al massimo, se non eliminato, l’uso del denaro.

La Grecia fuori dall’Euro. E’ una prospettiva che si potrebbe realizzare a breve termine o sembra ancora lontana?

Importanti economisti di vari Paesi del mondo hanno dichiarato che la Grecia è chiaramente già in bancarotta, per quanto la classe politica sostenga il contrario. L’ipotesi di una Grecia fuori dall’Euro, dal mio punto di vista sicuramente auspicabile, sembra per il momento lontana. La Germania e la Troika mantengono in vita un malato terminale agonizzante, un po’ perché probabilmente l’uscita del paese dall’Euro creerebbe un pericoloso effetto domino e un po’ perché la Grecia viene usata come monito per gli altri Paesi. Un esempio di cosa potrebbe accadere se non ci si attiene alle regole…

Si dice che quello che accade in Grecia sia l’anticamera di quello che poi si verificherà in Italia. Per te ci sono possibilità che gli stessi fenomeni si ripetano nel nostro Paese?

Come dicevo la Grecia viene in questo momento usata un po’ come uno spauracchio e nei vari Paesi si dissemina l’idea che ciò che è accaduto qui accadrà anche in Italia, Spagna, Portogallo eccetera. In realtà non lo credo. Prima di tutto perché ogni Paese ha una storia e risorse assai diverse.

La Grecia è un paese che non produce quasi nulla, dove pressoché tutto viene importato dall’estero: detersivi, materiali di costruzione, automobili… Le campagne e le isole si sono spopolate molti anni fa, anche se in questo momento si assiste a un certo ritorno. L’alto numero dei dipendenti statali (comunque non molto alto rispetto ad altri Paesi europei) è anche dovuto al fatto che qui non ci sono molti settori lavorativi che sono invece aperti, anche se in crisi, in Paesi come Italia e Spagna. Per questo motivo questo è l’unico Paese al mondo ad avere più cittadini emigrati che residenti nei confini nazionali.

Dal punto di vista turistico rimane un Paese di estremo interesse, ma una politica turistica discutibile ha promosso vacanze basate soprattutto sulla bellezza dei mari. Che sono sicuramente straordinari, ma non sufficienti a trattenere i molti turisti che ora ad esempio preferiscono la più economica Croazia. L’Italia, come ben risaputo è il Paese al mondo più ricco di opere d’arte.  Difficilmente diminuirà l’affluenza mondiale verso Roma, Firenze o Venezia.  L’Italia è anche un Paese altamente industrializzato che, con una politica intelligente, potrebbe essere quasi indipendente a livello economico. Prodotti di altissima qualità (macchine di lusso, alta moda e pelletteria, design ecc.) continuano a portare il marchio italiano. E’ chiaro che anche in Italia la crisi è e sarà durissima, colpendo come qui soprattutto i ceti meno abbienti. Ma l’Italia ha almeno in potenza il privilegio di cambiare le cose a livello nazionale e anche europeo, come confermato dal risultato delle ultime elezioni. Forse perché vivo una situazione certamente più drammatica, vedo ancora una luce alla fine del tunnel italiano. E la speranza è che si sia in molti a vedere questa luce, che in Grecia pare essersi spenta.

Avere a che fare con attivisti dei gruppi Occupy/Indignados può permettere a volte degli utili scambi di idee. Di recente ci sono stati diversi incontri, sia a Roma che a Firenze, con membri dei movimenti provenienti da ogni parte del mondo.
In alcuni di questi incontri si sono buttate giù proposte e idee su un’ipotetica “società futura” degli indignati, o “il mondo che vorremmo”. Si è fatto quindi uno sforzo di immaginazione creativa, tentando però di mantenersi sul concreto.
Da questo brain storming, sono uscite alcune interessanti idee, che potrebbero costituire domani (sempre se condivise nelle varie assemblee) il timone dell’azione dei vari gruppi. Le vado a riportare di seguito:

1) Politica. Il movimento Occupy tende ad agire in maniera assembleare e quindi applicando la democrazia diretta e la regola del consenso. Nessuno crede più che il sistema parlamentare, così com’è concepito oggi, possa veramente consentire la sovranità popolare e tutti credono che la soluzione sia in un riappropriamento della gestione della cosa pubblica da parte dei cittadini stessi.  Nelle assemblee tutti ascoltano e tutti hanno diritto di parola, alla fine dello scambio si decide per consenso quale decisione è quella soddisfacente per la comunità e che comporta il minor “fastidio” per ciascuno. Il sistema assembleare, applicato in grande, significherebbe autogestione diretta nei territori della politica da parte del popolo, che deciderebbe in prima persona sul proprio quartiere, in costante scambio dialettico con gli altri quartieri per le questioni comuni e inviando tramite delega portavoce ai livelli superiori, sempre organizzati in assemblee.

Ogni quartiere delegherebbe alcuni portavoce per l’assemblea cittadina, che a sua volta ne delegherebbe per quella provinciale e così via, fino al livello nazionale e internazionale. Ogni delegato dovrebbe essere solo un portavoce delle decisioni consensuate in assemblea, e per di più monitorabile tramite i media durante gli incontri e quindi direttamente revocabile se non dovesse rispettare la volontà popolare. Quindi partecipazione diretta di tutti i cittadini alla gestione della cosa pubblica e assoluta revocabilità dei delegati. Ciascuna assemblea potrebbe nominare al suo interno delegati (sempre revocabili) alle varie commissioni: lavoro, istruzione, infrastrutture eccetera. Le decisioni delle assemblee superiori sulle materie che riguardano la regione, la nazione eccetera prevarrebbero su quelle delle assemblee inferiori, che però regolerebbero le questioni di loro competenza. Questo sistema implica una costante partecipazione di tutti alle decisioni e una grande importanza alla formazione permanente dei cittadini.

2) Economia. Il sistema capitalista/bancario è considerato il principale colpevole della crisi mondiale e di una serie enorme di altri crimini: indottrinamento delle masse a falsi valori come competitività sfrenata e arrivismo, culto del denaro e dell’accumulo, sfruttamento dei lavoratori (e della povertà altrui) per la logica del profitto, impoverimento e disperazione di moltitudini a causa della mancanza di lavoro e denaro, distruzione dell’ecosistema e delle specie animali, peggioramento delle condizioni di salute dovute a inquinamento e utilizzo di agenti chimici, guerre per il possesso di risorse, atomizzazione della società e spersonalizzazione degli individui (con perdita del senso di comunità), insegnamento di dottrine mirate a far accettare il sistema come “inevitabile” e “immutabile”, approvazione di sistemi giuridici ormai diffusi in tutto il mondo che difendono a spada tratta la proprietà dei mezzi di produzione da parte di privati e in generale gli interessi dei grandi capitalisti, dandogli di fatto il governo del pianeta.

Per questi motivi, l’autogestione delle comunità dovrebbe portare anche ad una autogestione economica. Questo significa che ogni territorio dovrebbe provvedere ai bisogni della comunità, in primis a quelli primari. Dare cibo e alloggio gratuiti per tutti non è un miraggio se ciascun membro di ogni comunità agisce in questa direzione, in costante scambio con le comunità di altri quartieri, città e così via. Questo presuppone un ritorno dei mezzi di produzione in mani pubbliche, quindi terreni e aziende dovrebbero essere gestite da delegati delle assemblee cittadine, regionali, nazionali in rapporto alle loro dimensioni. Il vero scopo primario dell’economia sarebbe quello di assicurare, tramite gestione pubblica, innanzitutto i beni e i servizi primari a tutti i cittadini: questo include cibo, alloggio, acqua corrente, riscaldamento ed energia elettrica, sanità primaria, istruzione ed informazione, connessione internet (perché lo scambio rapido di informazioni sarebbe fondamentale per la vita della comunità), trasporti essenziali di persone e merci. Scienza e tecnologia dovrebbero essere gestite per garantire il massimo benessere a ciascun cittadino.

Il lavoro nelle comunità dovrebbe essere garantito tramite le assemblee, che dovrebbero ripartire sia i beni materiali, in modo da dare a ciascuno ciò di cui ha necessità, sia il lavoro, tramite l’assegnazione di incarichi necessari alla vita della comunità a chi è più competente e volenteroso. Il denaro dovrebbe essere l’incentivo dato ai membri della comunità per svolgere lavori necessari ma particolarmente onerosi, per cui occorre che la stampa di moneta sia rigorosamente in mano pubblica. Le aziende che offrono servizi di tipo nazionale o sovranazionale dovrebbero essere regolate e i loro membri pagati dalle assemblee di riferimento. La sopravvivenza dell’individuo non dovrebbe essere legata al possesso di moneta, perché la comunità dovrebbe provvedere ai bisogni materiali di ciascuno, considerando cibo e alloggio diritti umani. Il possesso di moneta sarebbe il compenso per il lavoro svolto per la comunità, e permetterebbe l’accesso a dei beni “extra”, cioè sopra il livello della sussistenza. Maggiore l’importanza dell’incarico svolto e la sua onerosità, maggiore il compenso percepito dalla comunità. La produzione di beni e servizi secondari potrebbe essere gestita da privati, purché nel rispetto dei principi di utilità sociale. Le assemblee avrebbero facoltà di chiudere attività private che causano danni sociali o ambientali.

Potrebbero sorgere difficoltà per risorse necessarie presenti solo in alcuni Paesi, per questo è necessario che la Rete assembleare tenda all’internazionalizzazione e sia in continuo interscambio con i membri delle altre comunità, in modo da consentire uno scambio di risorse quanto più proficuo e bilaterale possibile almeno per quel che riguarda i beni fondamentali. Si potrebbero creare serie di monete che vanno da quella emessa nel quartiere, a quella cittadina, provinciale, eccetera fino a una moneta globale, che servirebbero ad acquistare beni e servizi non basilari nei diversi territori. Chi svolge un lavoro di interesse internazionale riceverebbe moneta globale, chi uno di interesse nazionale moneta nazionale e così via. La moneta dovrebbe essere la ricompensa della comunità per un servizio reso, ai livelli più alti si tratterebbe della comunità globale. Il denaro avrebbe la forma di un “buono d’acquisto” di un certo valore certificato dalla assemblea che lo emette e rilascia. Sarebbe necessaria una forte educazione civica e sanitaria a livello mondiale per prevenire una natalità eccessiva rispetto alle risorse del pianeta.

3) Sistema giudiziario. Ogni assemblea delegherebbe ad alcuni membri (polizia, magistrati) il compito di far rispettare l’ordine pubblico e le regole stabilite dalla comunità. I magistrati vigilerebbero anche per evitare che la comunità prenda decisioni vessatorie/lobbistiche nei confronti di singoli e minoranze. Ogni decisione discriminatoria della comunità verso il cittadino potrebbe essere impugnata presso assemblee di livello superiore o magistrati di livello superiore.

4) Istruzione e formazione. La comunità accademica e scientifica dovrebbe essere incaricata dalle assemblee di mettere a disposizione e diffondere gratuitamente tutto il sapere necessario alla formazione ed elevazione di buoni cittadini. Dovrebbero ovviamente essere ricompensati dalle assemblee per il lavoro svolto. La formazione di nuovi lavoratori nei vari campi dovrebbe essere avviata dalle assemblee tenendo conto dell’interesse della comunità e delle aspirazioni di ciascuno. Attività “sperimentali” o “avanguardistiche”, per cui necessitano anni di ricerca, potrebbero essere proposte alle comunità ed eventualmente finanziate se considerate meritevoli.
E’ necessario che lo spirito assembleare non porti ad un appiattimento e conformismo degli individui, ma tenda sempre all’elevazione del cittadino e a tirare fuori da ognuno il massimo del suo potenziale nel campo scelto e nei campi utili alla collettività, evitando quelli che possono essere fenomeni di invidia, gelosia e contrasto delle persone più dotate. Le eccellenze devono essere incoraggiate, premiate e fungere da esempio per il bene individuale e comune, mai frenate.

5) Diritti della Terra. Poiché il destino degli esseri umani è legato a quello del pianeta e dell’ecosistema, ogni comunità dovrebbe vivere in un costante scambio armonico con questi. Animali, piante e ambiente in generale dovrebbero essere trattati col massimo rispetto, il consumo di carne andrebbe ridotto e la qualità degli allevamenti migliorata, ogni prodotto seriamente dannoso per l’ambiente e le specie viventi andrebbe abolito.

Questo brain storming su una società ideale ha portato anche ad interrogarsi se sia possibile realizzare un simile progetto e con quali mezzi. I gruppi Occupy aderiscono allo spirito non violento, di conseguenza la vie preferite sono quelle della diffusione culturale, educazione e costituzione in organizzazioni e movimenti che possano influire anche (forse soprattutto) politicamente. La cosa più importante è un cambio di paradigma mentale: dal subire decisioni politiche ed economiche alla partecipazione alle decisioni politiche ed economiche; dal competere al cooperare; dall’aggressività alla solidarietà; dallo sfruttamento degli altri esseri viventi e dell’ecosistema all’armonia con loro (nei limiti della sicurezza umana); dalla privatizzazione dei beni comuni alla gestione pubblica di tutto ciò che è essenziale alla vita umana; dall’impero del profitto e del possesso di moneta alla redistribuzione o condivisione gratuita di tutti i beni fondamentali e all’uso di moneta (gestita da organismi pubblici) solo per l’acquisto di beni non essenziali. Soprattutto, occorre ragionare considerando l’umanità come un’unica grande famiglia e la Terra come un’unica grande casa, realizzando l’uguaglianza tra bene generale e bene individuale.

Talking with activists of the movements Occupy/Indignados, it is sometimes possible to have a good exchange of ideas. In the last times there have been several meetings in Rome and Florence with activists from many countries. In some of these meetings the theme of discussion had been: “What is the world we’d like to live in” or “our ideal society”. So the members of the movements contributed with their “creative imagination”, trying to keep as realistic as possible.  Here are the most interesting ideas which have emerged from this “brain storming”, they could lead the movements if shared and approved in the assemblies of the world.

1) Politics. The Occupy movement decides with assemblies, applying direct democracy and the “rule of consensus”.  Nobody believes that the parliamentary system, as it is today, can really realize the true democracy. Everybody agrees that the solution lies in the direct management of the politics by the people themselves. In the assemblies everybody listens and has the right to speak. At the end of each session, decisions made have to be of general consensus, avoiding measures that can be disturbing for the members of the group. This system, if applied to the country, would mean self-management of the politics in the territories. The people would decide in their own community or neighbourhood, in a continuous communication with the other districts for common issues, and sending representetives to the higher levels, revoking them if they don’t do what the assembly wants.

Each district would send representatives to the city assemblies, which will in turn send someone to the provincial one, and so on for the regional and national assembly until the international level. Each representative should only be the spokeperson for what has been consensually agreed during the preceding assemblies, under the control of the media, so he could be revoked in each moment  if he does not respect the will of the people. Each assembly could assign somebody to the various committees: employment, education, health etc. The decisions of the higher level assemblies (national, regional) should take precedence over the lower level ones (provincial, city, quarter), but the latter will regulate matters within their competence. This system requires a constant partecipation of everyone in decisions and a great importance to the education of the citizens.

2) Economy. The capitalist/banking system is considered the main culprit of the crisis and a huge range of other crimes: indoctrination of false values to the masses like unbridled competition, religion of money, enslavement of workers for the thirst for profit, poverty and despair of multitudes because of the lack of money and work, destruction of the environment and endangering animal species, deterioration of health due to pollution and wide use of chemical substances, wars for resources, atomization of the society and depersonalization of the individuals (with loss of the sense of community), teaching of doctrines aimed for general acceptance of the system as inevitable and immutable, approval of legal systems all over the world which strongly defend private property of firms and productive lands and make the interests of the big capitalists, giving them effectively the control of the world.

For these reasons, the self management of the community should lead to a self management of the economy. This means, each territory should provide the needs of the community, the primary as first priority. Providing food and lodgings to everyone should not be impossible, if everybody work in this direction, in constant exchange with the communities in other districts, cities and so on. This means a return of  the production of basic goods and services into public hands, so the productive lands and the most important firms should be managed by people sent by the assemblies of the city, region, nation in relation to their size. The real purpose of the economy should be to ensure to everyone, through public management, first of all the basic needs of the people: this includes shelter, food, water, heating and electricity, basic health service, education and information, internet connection (because in this society a quick exchange of information would be essential), basic transportation of people and goods. Science and technology should be managed in order to grant the maximum comfort for every citizen.

The work in the community should be granted through the assemblies, which should distribute the food, according to everyone’s needs, and the work, by assigning tasks necessary to the life of community to whom is competent and willing. Money should be the incentive given to the people who carry out work necessary for the community but challenging, for this reason the printing of money should be strictly in public hands. Firms that offer national or supranational services should be managed and their workers paid by the respective assemblies. The survival of each citizen should not be tied to the possession of money, because the community should provide to the needs of everyone, reputing food and shelter as human rights. The possession of money should be the reward for a well-done job for the community, and should allow to buy secondary goods, not essential for surviving. The more important and challenging the job, the higher the “payment” by the community. The production of secondary goods could be given to privates, according to the social usefulness. Assemblies should have the authority to terminate private activities considered dangerous for social or environmental health.

Problems may arise for resources available only in some countries: for this reason it is important that the Assembly Net should be international and in constant exchange with the members of other communities, to allow an exchange of resources as satisfactory and bilateral as possible, at least with regards to basic goods. There could be the creation of a series of money ranging from one emitted in the district to the city, province, and so up to the global currency, that would serve to buy not basic goods and services in the different territories. Who performs work of national interest should receive national money, who a international one global money and so on. The money should be the reward of the community for a service rendered, at the highest levels it should be for the global community. The money should have the form of a voucher of a certain value certified by the issuing assembly. It should be necessary a deep education to avoid an excessive birth rate than the planet’s resources.

3) Judiciary system. Each assembly should delegate some members (police, judges) the duties of enforcing the rules established by the members of the assemblies. The magistrates should monitor and prevent discriminations against individuals and minorities. Each discriminatory decision towards individuals could be contested and judged by higher level assemblies and judges.

4) Education and information. The academic and scientific community should be mandated by the assemblies to provide free education to the masses, necessary to educate good citizens. They should obviously be paid for the service. The training of new workers should be initiated by the assembly, taking into account the interests and the aspirations of the community and the will of everyone. Avant-garde activities could be financed if considered worthy by the community.

5) Earth rights. As the destiny of human beings depends largely on the conditions of our environment, every community should live in constant harmony with it. Animals, plants and the environment in general should be treated with utmost respect, consumption of meat should be minimized and the use of toxic products abolished.

This brain storming about an ideal society had led also to the question of whether it is possible to realize such a society and how. The Occupy spirit is non-violent, so the preferred measures are through education, communication and organizing of campaigns that could have a cultural and political influence.

The most important issue is the change in people’s mindset: from mere acceptance of economical and political decisions to active participation; from competing to cooperating; from aggressivity to solidarity; from exploitation of the other living beings and of the environment to the harmony with them (within the limits of human safety); from the privatization of the common goods to the public management of all that is essential for the human life; from the empire of profit and possession of money to the redistribution or free sharing of all things essential and the use of money just for secondary goods and services.
Most importantly, we need a total change of mindset, and start seeing humanity as one big family and Earth as one big home.

Divide et impera

L’Impero Romano aveva due strategie consolidate per mantenere il controllo su una moltitudine  di territori e popoli differenti. La prima era chiamata “Panem et circenses” e consisteva nella distribuzione periodica di grano alle masse in periodi di carestia e nella istituzione di giochi che avevano il compito di divertire le folle e farle astenere da qualsiasi proposito rivoluzionario. Oggi si parlerebbe di armi di distrazione di massa e contentini vari. La seconda, più raffinata, consisteva nel “Divide et impera”. In pratica si riteneva che, se i popoli assoggettati dalla macchina militare romana si fossero uniti contro l’Impero, questi avrebbero potuto prendere il sopravvento anche disponendo di un’organizzazione tattica meno elaborata. Da qui la necessità di dividere i popoli assoggettati, metterli in contrasto gli uni con gli altri e impedire così la formazione di un fronte comune. Questa tattica vincente è stata replicata innumerevoli volte nella storia, ed è ben conosciuta da chiunque abbia ambizioni egemoniche. Dopo il crollo dell’Impero Romano, il suo posto è stato preso dalla Chiesa di Roma, che è stata il collante dell’Europa per un millennio buono (non a caso corrispondente al Medioevo). Mentre gli Stati europei si facevano la guerra tra di loro, la benedizione del Papa era ciò che legittimava il potere di un sovrano e c’era la corsa fra i vari regnanti ad assicurarsi il titolo di “Difensore della cristianità” contro eretici e “infedeli” (es. Saraceni). Anche l’Italia, curiosamente, è sempre stata fortemente litigiosa e i suoi Comuni hanno sempre avuto forti caratterizzazioni, rivalità e differenze, mentre la Chiesa ha sempre fatto da trait d’union per l’intero Paese… Ai giorni nostri forti rivalità etniche sussitono ancora ad esempio negli Stati africani, dove le multinazionali occidentali prendono risorse a prezzi stracciati mantenendo di fatto nella povertà le popolazioni locali. E una forte differenziazione sussiste ancora all’interno dell’Unione Europea, nella quale i vari Stati, come già scritto in un post precedente, sono uniti in una confederazione nella quale l’unione politica è flebile, mentre l’unione economico-monetaria procede in modo ben più rapido. Scrivevo nel post che l’euro e il sistema economico sono ciò che concretamente unisce l’Europa, mentre dal lato politico una vera unione è ancora un miraggio: la logica ci dice che le istituzioni monetarie diverranno ben presto la forza che manderà avanti il sistema. Leggete ad esempio questo articolo di Romano Prodi (articolo di oggi, vedere la parte sugli Eurounionbond), uomo proveniente da Goldman Sachs (vedi qui) importante banca d’affari americana. Si vuole per il futuro dell’Europa, che le risorse – anche auree – dei vari Stati aderenti confluiscano ulteriormente in un fondo comune per far fronte alle crisi del debito e agli assalti della speculazione internazionale, con un enorme potere per chi gestirà questi fondi. Accentrato il potere economico, diviso il potere politico, per l’appunto.

Divide et impera

The Roman Empire had two main strategies to keep control over different lands and people. The first was called: “Panem et circenses”, and consisted in periodic distributions of wheat to the masses in hard times and in the institution of games with the purpose to avoid rebellions. Today we would call them “weapons of massive distraction”. The second strategy was called “Divide et impera” (divide and conquer). The Romans believed that, if united, the people subdued by their war machine could rise against the empire and win, though their tactical inferiority. For this reason, it was necessary to divide them, put everyone of them against each other, in order to avoid the birth of a common hostile force. After the fall of the Roman Empire, its place was taken by the Roman Church, which has been the “glue” of Europe for one thousand years (the Middle Age). While the european kingdoms fought for the primacy, the blessing of the Pope had the power to legitimate crowns, and the kings tried to please the Holy See fighting heretics and “infidels” to gain the title of “defender of Christianity”. Italy too has always been a land of strifes and struggles between the different towns and territories, while the Church has always played a central role… In these days big ethnic divisions still exist, for example, in the african states, where western corporations take important resources at small cost keeping in poverty local populations. And strong differences remain in the European Union, in which many states are joined in a confederation where the political union is weak, while the economic union increases quickly. The EU is kept together by the euro and the economic system, while a real political union is still not at sight: this means the monetary institutions will soon become the engine of the european system. Yesterday Romano Prodi (italian ex-premier and formerly man of big investment-bank Goldman Sachs) proposed the “Eurounionbond” as solution for the debt crisis: he asked for the raising of a central european fund, with gold and assets of the different states as guarantee, to win the international speculation and come out from the crisis. It will give an enormous power to people that will control it. Centralized the economic power, divided the political one, just like we said before.

Inizia con questo una serie di post legati al mondo dell’economia e della finanza e in particolare all’attuale crisi economica.

L’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti sono scossi da una crisi finanziaria senza precedenti e cercherò con i miei post di rendere più chiara la situazione, per quanto possibile in base alle mie conoscenze e letture.

In questo primo post vorrei riportare, per iniziare, uno spezzone di un articolo del “Sole 24 ore” del 10/08/2011, che illustra bene come, dopo la crisi greca e con il recente acquisto di titoli di debito pubblico italiani da parte della Bce, stia cambiando la modalità con cui gli Stati vengono “aiutati” a gestire i loro debiti pubblici. Il pezzo è il seguente:

“L’espansione del contagio a Italia e Spagna ha inaugurato la settimana scorsa modalità diverse: niente programma sottoscritto in modo formale con le controparti internazionali, niente troika (Ue, Bce, Fmi), niente finanziamenti diretti ai governi. Si è assistito però a un commissariamento di fatto, con una combinazione di pressioni fortissime dei mercati finanziari, della Bce (in cambio dell’acquisto di debito sul mercato secondario), delle altre capitali (Berlino e Parigi): una combinazione che si è rivelata, anche per effetto dell’emergenza, più efficace dello strumentario formale adottato in passato”.

In parole povere, le forze internazionali, se riguardo alla Grecia l’hanno costretta ad adottare le misure volute con prestiti da parte di Fmi, Ue e Bce, con l’Italia stanno ottenendo lo stesso effetto con la pressione dei mercati finanziari e con l’intervento della Bce nell’acquisto del debito pubblico: nel frattempo Francia e Germania fanno pressioni perchè, in caso di fallimento dello Stato Italia e di istituzione del fondo Efsf (il cosiddetto Fondo europeo salva-Stati), una buona parte del denaro necessario a risollevare il Belpaese verrebbe da loro, Paesi tra i più importanti (e notevoli contribuenti) dell’Eurozona. Cambiano i mezzi ma la sostanza è la stessa: intanto il Governo italiano si prepara a varare nuove misure fiscali restrittive (tagli alla spesa pubblica, liberalizzazioni, privatizzazioni). Tutto grazie alla “speculazione internazionale” sui mercati finanziari, che ha enormemente aumentato i rendimenti dei nostri titoli di debito pubblico e quindi il rischio di insolvenza del nostro Paese.