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renziloni-1(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 30 dicembre 2016)

C’è indubbiamente del metodo nel modo in cui i piddini stanno fomentando gli italiani alla guerra civile. Non paghi di aver visto bocciato con un sonorissimo 60 a 40 il loro tentato colpo di Stato su commissione di JpMorgan, Troika e Stati Uniti, adesso gli abusivi che occupano senza averne titolo Parlamento e governo hanno deciso di rincarare il proprio disprezzo per il popolo italiano, con una nuova ondata di porcate da lasciare sgomenti.

Prima la nomina da parte di Mattarella di Gentiloni come premier, che spicca per essere stato uno dei convocati alla scorsa riunione della Commissione Trilaterale a Roma assieme a Boschi, Gutgeld e Guerra. Se quello di Renzi era il “terzo governo Rockefeller” (fondatore della Trilaterale), questo può dirsi il quarto.

Poi la riconferma della stessa classe “dirigente” (verso il baratro) presa a calci dagli italiani con il referendum, con alcune chicche da mandare agli annali. Tra cui:

– La promozione della sciagura vivente Boschi, la più odiata dagli italiani, con la nomina a sottosegretario della presidenza del Consiglio, nonostante l’immensa scoppola presa dalla sua riforma al referendum, gli scandali di Banca Etruria e dell’emendamento Total e le innumerevoli figure di merda collezionate;
– La conferma a ministro del Lavoro del perito tecnico Giuliano “Voucher” Poletti, che si è pure lasciato andare a commenti edificanti sugli italiani che fuggono all’estero, scatenando l’iradiddio sui social;
– La nomina a ministro dell’Istruzione di tale Valeria Fedeli, che dichiarava di essere laureata quando poi si è scoperto non essere nemmeno diplomata (da qui la battuta virale in Rete per cui “ci sono più laureati nelle cucine dei McDonald’s che nel governo Gentiloni”);
– La nomina a ministro dello Sport di Luca Lotti, fedelissimo di Renzi, subito risultato indagato nell’inchiesta sulla corruzione in Consip;
– La nomina a ministro dell’Interno di Marco Minniti, che inaugurava il suo nuovo incarico rivelando il nome degli agenti autori dell’uccisione di Amri, il tunisino accusato della strage di Berlino, esponendoli a possibili ritorsioni.

Accanto a queste dimostrazioni di fulgida meritocrazia, il prode Gentiloni confermava in sostanza gli stessi nomi del governo Renzi, e dichiarava di voler continuare sulla medesima strada di “riforme“.

Ora, forse il conte Gentiloni Silveri (Mazzanti Vien dal Mare), discendente di nobili di Macerata, Cingoli e Filottrano, non si è reso conto che gli italiani hanno già inequivocabilmente preso a calci con il voto lui e Renzi, assieme a renzini e renziani vari. Per non parlare del Parlamento illegittimo in cui il Pd continua ad avere una maggioranza drogata dal Porcellum.
Ne consegue che il conte Gentiloni, invece di parlare a vanvera di “riforme”, deve fare un’unica cosa: assicurarsi che ci sia il prima possibile una legge elettorale costituzionale (è sufficiente abrogare l’Italicum e andare al voto col Consultellum per Camera e Senato, o altrimenti utilizzare l’Italicum aggiustato dalla Consulta alla Camera e il Consultellum al Senato), fissare la data per il voto, dopodiché sparire con quei traditori della patria dei suoi compagni di partito e non farsi più vedere nel Paese.
Renzi e co. meritano di fare una fine peggiore dei Savoia.
Del resto, loro stessi avevano dichiarato di lasciare la politica in caso di sconfitta al referendum, quindi li prendiamo in parola. Tengano fede alla loro promessa e si facciano da parte, anche perché ci sono i loro danti causa della Troika  da debellare dopo di loro.
Una recente sentenza della Consulta, infatti, ha sancito l’incostituzionalità dei vincoli di bilancio, quando questi possano pregiudicare l’erogazione dei servizi essenziali quali sanità, istruzione e trasporti.
E’ del tutto evidente, quindi, che gli obblighi europei e le imposizioni della Troika (con tanto zelo seguite dal Pd) non sono solo immorali, ma anche incostituzionali.
Non resta quindi che liberarsene in via definitiva: prima uscendo dall’Euro e cancellando il pareggio di bilancio dalla Costituzione, poi lasciando l’Unione Europea e le sue regole assurde.
Appena possibile si vada al voto. E si facciano un Parlamento e un governo solidamente euroscettici.

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Facciamogliele pagare. Tutte.

cacciamo-renzi(Articolo pubblicato il 27 novembre 2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Abbiamo trattato in un articolo precedente – e in modo abbastanza approfondito – i motivi per cui è fondamentale votare No al referendum costituzionale del 4 dicembre.
Aggiungiamo ora alcuni elementi conclusivi a pochi giorni dal voto.
Orbene, la prima considerazione è che la propaganda degli aspiranti fascisti renziani ha assunto toni talmente rivoltanti che persino Goebbels ne sarebbe nauseato.
Facciamo una piccola antologia.

“Se vince il No arriva un Trump italiano”.
Come se Renzi e i suoi non siano già l’espressione più becera dell’autoritarismo, della mancanza di rispetto per la democrazia, di asservimento verso grandi banche, multinazionali e lobby di ogni tipo, di gestione del potere in senso familistico e consociativo. Non si capisce poi chi dovrebbe essere questo fantomatico Trump italiano, dato che il M5S ha un programma totalmente diverso e Salvini sembra essere ben lontano dall’avere i numeri per governare.
Si potrebbe aggiungere, tra l’altro, che Trump è stato regolarmente eletto, Renzi e i suoi scagnozzi no.

“Se vince il No si alza lo spread e si crea il panico sui mercati”
.
E chissene. Stesso argomento usato per indurre il panico nella popolazione prima della Brexit e dell’elezione di Trump (cos’è successo poi? Nulla). Stesso argomento utilizzato per far fuori Berlusconi nel 2011 e imporre un meraviglioso governo tecnico, seguito da altri due governi non legittimati dal voto popolare (per le considerazioni sulla correttezza dell’espressione “premier non eletto” si veda l’articolo precedente).
Non si può decidere sulla Costituzione nata dalla Resistenza in base ai capricci di qualche speculatore e scommettitore da strapazzo, quali sono i famigerati “mercati”.
Se si vuole essere veramente al riparo dal giudizio di questi psicopatici in giacca e cravatta, il sistema c’è: uscire dall’Euro, riprendere la sovranità monetaria e utilizzarla per l’interesse nazionale. Ma questo ovviamente ai lecchini piddini non interessa minimamente. E’ meglio continuare ad affamare gli italiani.

“Se vince il No non cambia niente e perdiamo l’occasione di cambiare la Costituzione per i secoli dei secoli”.
E chi l’ha detto che è la Costituzione che va cambiata? Chi l’ha chiesto agli ultimi governicchi, a parte Napolitano e JpMorgan (noti baluardi di democrazia)?
Non è per cambiare la Costituzione che fu votata la coalizione di Bersani nel 2013 (non era nel programma), e all’epoca il Pd si impegnava ad ATTUARLA, non a cambiarla.
E attuare la Carta è proprio ciò che ancora va fatto, dopo tanti anni dalla sua redazione. O, se proprio si volesse fare qualche cambiamento, si potrebbe togliere di mezzo l’infausto art. 81, quello del pareggio di bilancio, inserito nel 2012. Che ovviamente non è stato neanche sfiorato dalla miracolosa riforma Renzi-Boschi-Verdini-Morgan.

“Se vince il No c’è la palude”.
Tant’è che con la “palude” del bicameralismo perfetto, anche se drogato dal Porcellum, Renzi è riuscito a realizzare Jobs Act, Buona Scuola, cancellazione dell’Art. 18, legge elettorale Italicum (o Porcellum-bis), Sblocca Italia ecc. ecc.
Niente male per un Parlamento lento e incapace di realizzare le necessarie “riforme”.
Rimane solo la Costituzione a limitare la tracotanza e arroganza dei neofascisti renziani: col referendum si cerca di eliminare l’ultimo baluardo al loro strapotere.
Non lasciamoglielo fare.
P.s. Il referendum era dovuto per legge, ovviamente, non essendo stato raggiunto il quorum dei 2/3 del Parlamento necessario ad evitarlo. Non è certo stata una “concessione” di Renzi e i suoi al pueblo. Non scherziamo.

“La Corte Costituzionale? Burocrazia”.
Le tendenze autoritarie presenti nel governo sono venute ancora una volta a galla con la bocciatura da parte della Consulta della riforma della PA attuata dal governo.
Invece di prendere atto della propria incapacità di scrivere una legge attenendosi ai dettami costituzionali, il bulletto si è scagliato, assieme al Comitato per il Sì, contro la Corte accusandola di essere “burocrazia che frena le riforme”.
Cioè, piuttosto di adattarsi alle norme fondamentali dello Stato, questi preferiscono toglierle di mezzo per farsi una Costituzione a proprio uso e consumo. Comportamenti degni di Erdogan in Turchia.

“Dobbiamo ritornare simpatici”.
Questo è stato detto durante l’ultima Leopolda da qualche sodale del regime renziano. Mentre proferiva queste parole, a Firenze veniva vietato il corteo per il No e volavano simpatiche manganellate e lacrimogeni verso  quella parte della società giustamente stufa di Renzi, delle sue balle e delle sue politiche antipopolari e antidemocratiche.
L’operazione simpatia dei renziani è continuata vietando nuovamente cortei e persino volantinaggi per il No (Benevento), vietando dibattiti universitari per il No (Roma Tre) e costringendo tutte le reti italiane ad una asfissiante campagna pubblicitaria per il Sì, con le ragioni del NO costantemente messe in minoranza.
Sempre in tema di simpatia, il governo andava a togliere i fondi già promessi ai bambini malati di tumore in Puglia (il cui governatore Emiliano è notoriamente per il No), mentre prometteva fiumi di denaro a De Luca in Campania, il quale, altrettanto simpaticamente, augurava la morte alla presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi e chiedeva ai suoi di fare “la clientela come Cristo comanda” in nome del Sì, se necessario offrendo fritture di pesce in cambio del voto.

“Dall’altra parte c’è un’accozzaglia”.
Poiché la simpatia non è mai abbastanza, Renzi e i suoi andavano a definire “accozzaglia” il fronte del No, come se la Costituzione del 1948 fosse stata realizzata da un unico partito, e non invece da un fronte composito che comprendeva, tra gli altri, socialisti, liberali, cattolici e repubblicani, con visioni anche molto diverse.
Ma riteniamo superfluo spiegare a entità così asinine e moralmente inesistenti come i renziani che una Costituzione debba rappresentare il superiore interesse collettivo nazionale, e non quello di uno stupido premier finito al governo con manovre di palazzo. L’unica risposta a tanta idiozia è un gran calcio nel sedere sotto forma di voto di massa.

Il trappolone del voto estero
Oltre alle mirabili esternazioni della nostra fantastica classe dirigente (verso il baratro), bisogna prendere in considerazione il cristallino comportamento tenuto dal governo per quanto riguarda gli italiani all’estero, ai quali è stata recapitata non solo la scheda elettorale, ma anche una lettera di propaganda per il Sì. La stessa opportunità non è stata concessa al Comitato per il No, cui è stato vietato l’accesso agli indirizzi.
Il voto estero è inoltre insidioso perché più soggetto a brogli e irregolarità di vario tipo, come riportato da una dirigente del Ministero degli Esteri nel 2013. Basti pensare che allo scorso referendum sulle trivelle, le schede nulle provenienti dall’estero furono l’8%, contro una media nazionale del 0,7%.
Per questo motivo occorre che i voti nazionali per il No siano un numero enorme, per tutelarci da brutte sorprese e trucchetti.

Parola d’ordine: fargliele pagare tutte
Questo articolo va, come detto, letto dopo quello precedente, che spiega in modo ben più tecnico i vari aspetti per cui questa riforma non può e non deve passare.
Il 4 Dicembre è un redde rationem: volete voi fargliele pagare tutte a questi infami usurpatori antidemocratici o volete tenerveli ancora per anni e anni, per giunta con una Costituzione fatta su misura per loro? Chi ha ancora un briciolo di cervello e senso del bene comune non dovrebbe avere dubbi. Prendiamoli a calci.

war-peace-2(Articolo pubblicato il 17/10/2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Sono ormai mesi che siamo immersi nella campagna per il referendum del 4 dicembre, come se null’altro avesse importanza per Renzi e i suoi galoppini. Del resto lo stesso premier ha ammesso di essere stato nominato a Palazzo Chigi da Napolitano per fare le riforme necessarie (sempre a Napolitano e ai suoi amici, non certo al Paese reale). E’ quindi evidente che la vittoria del No significherebbe fallimento su tutta la linea per un venditore di pentole messo lì solo per far passare ogni genere di schifezza (dalla Buona scuola al Jobs Act, dall’abolizione dell’art. 18 all’Italicum) senza che gli italiani se ne rendessero pienamente conto e senza che i girotondini-quando-le-porcate-le-fanno-gli-altri si levassero a denunciare quanto stava accadendo.

E in effetti l’ipnosi renziana è durata 2 anni buoni: dopodiché, con Banca Etruria e con Trivellopoli, passando per gli 80 euro dati e poi richiesti indietro, il popolo italiano ha iniziato a capire che le pentole vendute non sono poi così buone, e ha iniziato a renderne conto con le amministrative. Ora, per mandare a casa il premier e la classe dirigente più cafona, venduta e arrogante della storia repubblicana (e forse anche monarchica), occorre assolutamente votare No al prossimo referendum costituzionale. Per chi non sopporta Renzi a priori questo è già un ottimo motivo; per chi invece vuole le motivazioni tecniche, questo articolo dovrebbe essere più che sufficiente.


Lasciamo riformare la Costituzione a questa gente?

Il primo motivo per votare e far votare No riguarda CHI sta mettendo mani sulla Carta Costituzionale, che se non è la “più bella del mondo” (come l’ha definita chi poi l’ha rinnegata per le ben note convenienze) è certamente un capolavoro di equilibrio e bilanciamento dei poteri e delle diverse “anime” dell’Italia del dopoguerra: quella cattolica, quella socialista e quella liberale.

La riforma della Costituzione viene da un premier che non è passato da elezioni politiche, e che quindi gli italiani non hanno scelto personalmente. I renziani possono sbraitare quanto vogliono che in repubblica parlamentare il premier non si elegge, ma è dal 2005 che alle elezioni politiche è possibile votare non solo per una coalizione di partiti, ma anche (e soprattutto) per un leader della coalizione, col risultato che al presidente della Repubblica non resta che “ratificare” di fatto, al momento della nomina, la volontà popolare. Se quindi a livello strettamente tecnico-giuridico il premier non viene eletto dal popolo, nella prassi questa cosa accade ormai da anni, e non è possibile ignorarla. Quindi i renziani ci risparmino la lezioncina di diritto costituzionale e si rassegnino: il loro premier/ducetto non è stato scelto dagli italiani, ma messo lì da Napolitano per servire gli interessi dei poteri forti. Come Monti e come Letta prima di lui.

Seconda questione: quella del Parlamento illegittimo. La riforma della Costituzione viene da un Parlamento che, come sappiamo, è stato eletto con il Porcellum, legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Era chiaro che, dopo la pronuncia della Corte, un Parlamento così debole e delegittimato avrebbe potuto e dovuto solo occuparsi di ordinaria amministrazione, come una nuova legge elettorale che recepisse i dettami della Consulta. Invece ha preferito occuparsi di una enormità (peraltro mai richiesta dagli italiani) come la più ampia riforma costituzionale della storia repubblicana, una cosa che non sta né in cielo né in terra. Questa decisione è stata presa solo per permettere a un partito, il Pd, di cercare di blindare il proprio potere in un momento in cui il rischio di “instabilità” costituito dall’avanzata del M5S diventava sempre più forte. Si tratta quindi di una riforma di parte, e non certo fatta per l’interesse del Paese nel suo complesso, come una vera riforma costituzionale dovrebbe essere.

Terza questione: ma si può passare dalla Costituzione di Pertini, De Gasperi e Calamandrei a quella di Verdini, Renzi e Boschi? Solamente vedere le persone che stanno mettendo mano alla Carta fondamentale, gente carica di arroganza, ignoranza e con diverse pendenze con la giustizia, dovrebbe far venire la pelle d’oca a qualsiasi italiano. La Costituzione è materia troppo importante per lasciarla nelle mani di questi soggetti.


Chi appoggia questa riforma?

JP-Morgan-RenziOltre a chi l’ha scritta e a COME è stata approvata, un altro motivo per votare No e rifiutare in blocco questa polpetta avvelenata è costituito dal fronte che sostiene la riforma. Raramente i cosiddetti poteri forti si sono espressi in modo così convinto e unanime a favore di un provvedimento legislativo. Parliamo delle superbanche d’affari JpMorgan Chase (ispiratrice della riforma già nel 2013, con la famosa indicazione ai Paesi del sud Europa di “liberarsi delle costituzioni antifasciste“), Goldman Sachs e Morgan Stanley, di Confindustria e Marchionne, del Fondo Monetario Internazionale, degli Usa (tramite l’ambasciatore Phillips), dei vertici dell’Ue, dell’agenzia di rating Fitch. Tutti si sono espressi a favore della riforma, paventando possibili “disastri” in caso di esito negativo. Lo stesso catastrofismo messo in campo prima del voto sulla Brexit, che invece non ha causato nulla di catastrofico, a parte una salutare svalutazione della sterlina che tornerà molto utile alla Gb per aumentare le esportazioni.

Il fatto stesso che personaggi che rappresentano i peggiori poteri finanziario-economici e politici si esprimano caldamente a favore della riforma dovrebbe fare capire come l’intenzione che c’è dietro sia quella di tutelare gli interessi “padronali”, rendendo stabili governi che prendano rapidamente e senza impicci i provvedimenti utili ai peggiori capitalisti oligarchici, europei e d’oltreoceano. Se anche l’Associazione Nazionale Partigiani all’unanimità e ben 11 presidenti emeriti della Corte Costituzionale si sono schierati in modo deciso contro la riforma, un motivo ci sarà.


Nel merito della riforma

A mio parere gli argomenti su riportati sono già sufficienti per votare un secco e poderoso NO il prossimo 4 dicembre, ma per chi evidentemente ha bisogno di motivazioni più tecniche, entriamo nello specifico.

– Leggi qui il testo della riforma, con a fronte la Costituzione vigente

Gli aspiranti fascistelli renziani si stanno sperticando a spiegarci che la riforma ridurrà i costi della politica, cancellerà gli sprechi, semplificherà l’ordinamento.
Si tratta perlopiù di slogan per fregare i polli oppure di caramelle avvelenate, che a fronte di qualche piccola concessione “cosmetica” fanno danni ben più grossi.

Tanto per iniziare, come ben sappiamo il Senato non viene abolito ma ridotto a 100 unità. Di questi, 95 senatori saranno nominati tra i sindaci e i consiglieri regionali (che saranno quindi scelti dalla stessa classe politica, e non eletti dai cittadini) e 5 nominati dal presidente della Repubblica. I nuovi senatori si divideranno quindi tra amministrazioni locali e Parlamento, facendo probabilmente un pessimo lavoro (se non altro, molto superficiale) su entrambi i fronti. Per non parlare della immunità che investirà i nuovi amministratori-neosenatori, che potranno così sfuggire ai numerosi processi che vedono coinvolti i consiglieri comunali e regionali d’Italia.

Così gli italiani, pensando di votare per una riduzione degli sprechi, finirebbero per votare per una riduzione della democrazia, togliendosi la possibilità di eleggere un ramo del Parlamento.

Accentramento dei poteri

La riforma prevede un poderoso accentramento dei poteri nella mani del governo. Mentre il Senato sarà controllato da chi ha la maggioranza nei consigli regionali e comunali (cioè adesso, chiaramente, il Pd) la Camera sarà controllata – se l’Italicum resterà la legge elettorale – dal partito di maggioranza, che riceverà il 54% dei seggi.
Con simili numeri il partito di governo potrà fare tutto ciò che vorrà, senza particolari ostacoli. La riforma inoltre riporta allo Stato centrale numerose competenze che prima erano delle regioni (art. 117), tra cui energia, infrastrutture e grandi opere, permettendo al governo di imporre decisioni agli enti locali senza la possibilità per questi di difendersi (avete presente l’ostilità delle regioni sulla questione trivelle? Ecco, con la riforma il governo potrà allegramente bypassarle, mentre ora hanno ancora diritto di opporsi allo Stato in un’ottica di codecisione).

Inoltre un Senato depotenziato permetterà al governo di agire molto più spedito con l’appoggio della sola Camera al suo servizio, che tra l’altro dovrà anche approvare celermente provvedimenti di legge “essenziali all’attuazione del programma di governo” (art. 72), e questo oltre all’abuso che negli ultimi anni si è fatto della decretazione d’urgenza.
Il ben misero contentino della riduzione dei costi della politica non è sufficiente, e come spiegano Zagrebelsky e co, se si volesse realmente risparmiare sarebbe sufficiente tagliare le spese militari (quali, ad esempio, l’acquisto degli inutili F35), che costano all’Erario ben più di qualche senatore.
Invece, restando sul tema delle spese militari, persino lo stato di guerra potrà essere deliberato più agevolmente, poiché sarà di competenza della sola Camera dei deputati, come detto espressione del partito di maggioranza (art. 78).
E la Camera sarà la sola, inoltre, a dare la fiducia al governo, mentre quella del Senato non sarà più necessaria, rendendo molto più difficile che un governo possa cadere per liti interne al Parlamento (art. 94). Questo aumenterà pure la “governabilità”, ma di fatto farà sì che il partito di maggioranza faccia i suoi comodi senza nessun tipo di ostacolo.

Aumentano le firme per le leggi di iniziativa popolare

Alla faccia della richiesta di democrazia diretta che arriva dall’elettorato, la riforma oltre ad abolire la possibilità di eleggere i senatori, aumenta le firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare da 50mila a 150mila, triplicandole (art. 71). Il Partito Democratico inverte così, orwellianamente, il significato del proprio nome, diventando di fatto espressione della peggiore oligarchia antidemocratica. Un po’ come il Ministero della Pace di 1984 si occupava di guerra e il Ministero dell’Amore di tortura.

Diminuiscono i controlli al potere centrale

1984-quotes-hd-wallpaper-3Anche gli organi di garanzia, quali il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, risultano depotenziati rispetto all’esecutivo, e fortemente influenzati dal partito di maggioranza.

Il presidente della Repubblica verrà nominato dai due terzi del Parlamento fino al terzo scrutinio, dopodiché basteranno i 3/5 dell’assemblea e, dal settimo scrutinio, i 3/5 dei presenti (art. 83). Un escamotage per permettere alla maggioranza di superare un eventuale stallo e far passare il nome più gradito senza doversi accordare con le minoranze. Ricordiamo che con il 54% dei seggi alla Camera (in caso di vittoria alle politiche) e con il maggiore radicamento negli enti locali (e quindi in Senato), il Pd non avrebbe difficoltà ad eleggere il “suo” presidente.

La Corte costituzionale invece sarà nominata per un terzo dal Parlamento (sotto stretto controllo del partito di maggioranza e di governo), per un terzo dal presidente della Repubblica (sempre forte espressione del partito di governo) e solo per un terzo dalle magistrature superiori (art. 135). La possibilità di avere una Corte veramente imparziale saranno così molto ridotte.

Una semplificazione che non semplifica

Renzi e i suoi amano dare un’immagine di sé come di semplificatori di un sistema assurdo. Leggendo la riforma l’effetto è proprio il contrario, come si evince da uno dei cavalli di battaglia del fronte del No, l’art. 70. Le competenze del nuovo Senato sono elencate in modo così complesso che persino esimi costituzionalisti come Zagrebelsky hanno ammesso di non averle capite, e hanno minacciato di smettere di insegnare se dovesse passare questa riforma.

La balla della necessità di velocizzare il processo legislativo

Un’altra balla clamorosa che viene raccontata dalla propaganda renziana è che il Senato deve essere riformato e la Costituzione storpiata perché “il nostro Parlamento è troppo lento nel fare le leggi”. E’ un altro slogan vuoto, dal momento che il nostro Parlamento ha prodotto dal dopoguerra più leggi di Stati Uniti, Germania, Francia e Regno Unito, come sottolinea Tony Barber sul Financial Times, e che con l’odiato bicameralismo perfetto il governo Renzi è riuscito comunque a far passare ogni porcata, dal Jobs Act allo Sblocca Italia, dalla Buona scuola all’abolizione dell’art. 18.
Cos’altro serve a Renzi e i suoi? Ah già: riformare il Senato in modo da non dover chiedere in quella sede l’appoggio di altre parti politiche (come il centrodestra) e poter completare la dittatura dell’uomo solo al comando.

In definitiva

La Costituzione attuale non ha nulla che non va, se non il fatto di non essere mai stata realmente attuata dalla classe politica e di essere “troppo antifascista”, come denunciato da JpMorgan, cioè di essere molto protettiva verso i diritti dei lavoratori e di porre una serie di limiti e freni al governo, proprio per evitare derive autoritarie quali quelle del ventennio. Ora le grandi banche e corporations, la Troika e gli Usa vogliono per l’Italia un ordinamento più facile da piegare alle necessità dell’oligarchia finanziaria e industriale, garantendo che i galoppini quali Renzi possano fare le riforme gradite ai padroni (sulla scia di quelle già fatte, come il Jobs Act e la voucherizzazione del mondo del lavoro) in modo rapido e senza incontrare particolari ostacoli.
Il succo della riforma è tutto lì.

Se gli italiani vogliono la riduzione del livello di democrazia nel loro Paese, mascherata da riduzione dei costi della politica, si accomodino pure. Se invece hanno finalmente smesso di credere alla favole e ai burattini dei grandi capitalisti, non hanno che da votare No il 4 dicembre.

Voto arma(Articolo pubblicato sul sito Oltre le Barricate il 17 giugno 2016)

Questi ballottaggi sono una grande occasione per porre fine al renzismo. Dopo il referendum sulle trivelle e prima di quello costituzionale, gli italiani hanno l’opportunità di far sentire forte e chiaro cosa pensano del governo e del Pd. E con lo strumento che più può far loro male: il voto.

Se il Pd subirà una debacle in tutte le città più importanti (soprattutto a Roma, Milano e  Torino) l’effetto che ne verrà fuori sarà quello di una bomba atomica su Renzi e i suoi fascistelli col Mac, con una ricaduta immensamente salutare per la democrazia di questo Paese.
Dopo che Napoli si è sanamente derenzizzata, ora lo stesso devono fare le altre città al ballottaggio. A Roma Giachetti ha il pieno sostegno dei Casamonica, come prevedibile. A Torino la Appendino è temuta dai migliori amici del Pd: i banchieri.
Quanto a Milano, Sala è l’uomo di fiducia di Renzi, e questo basta per far convergere il voto verso il candidato opposto, cioè Parisi. Per non parlare delle minacce degli ultimi giorni da parte della Boschi sui finanziamenti che non arriverebbero a Torino in caso di vittoria dei 5 Stelle.

Dopo il Jobs Act (passato senza proteste, per l’immane vergogna di tutti coloro che avrebbero dovuto proteggere i diritti dei lavoratori), l’Italicum (che con il suo premio di maggioranza del 54% per la lista vincente apre la strada a una vera dittatura della maggioranza) e con lo spettro della riforma costituzionale made in JpMorgan, anche chi di solito non vota dovrebbe recarsi alle urne, per votare CONTRO questi distruttori di democrazia.

Servono ulteriori motivazioni? Banca Etruria; Mafia capitale; Trivellopoli e il “quartierino” che controlla mezzo governo secondo le intercettazioni della Guidi; Napolitano che continua a dettare cosa fare agli italiani per conto dei grandi gruppi di potere; il ministro Calenda che difende a spada tratta il TTIP e il CETA, chiedendo all’Europa di esautorare il Parlamento italiano dalla ratifica; i verdiniani e cosentiniani a supporto del Pd; lo sterminato numero di indagati, imputati e condannati nelle file “dem”; la presenza dei poteri fortissimi tra gli influencer del governo (come la Commissione Trilaterale, la superbanca JpMorgan, le multinazionali del petrolio); i legami dei genitori di Renzi e Boschi con piduisti bancarottieri come Flavio Carboni; la riprivatizzazione dell’acqua nonostante il referendum del 2011; lo spettro di una svolta autoritaria in Italia gradita alla finanza internazionale (mascherata col termine “governabilità”); il totale asservimento ai dogmi sacri del neoliberismo, dell’Euro e dei trattati Ue; l’immensa arroganza cafona di Renzi e dei suoi sodali; le uscite della Boschi sui “partigiani veri” e quelli finti, e sui votanti No al referendum equiparati a Casapound; l’aver usato una maggioranza dichiarata illegittima dalla Consulta per cambiare la Carta fondamentale (operazione duramente criticata anche dai presidenti emeriti della Corte Costituzionale); l’occupazione militare della Rai e degli altri media, con relative epurazioni; gli 80 euro promessi e poi tolti ai poveracci, e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.

Sono da considerare motivi sufficienti per votare contro questa gente? O serve che i piddini compiano stragi di primogeniti?

Gli italiani hanno un’ottima occasione per prendere a calci questa feccia in modo assolutamente democratico.
Ne facciano buon uso.

Voto arma(Articolo pubblicato sul sito Oltre le Barricate il 3 giugno 2016)

Queste elezioni amministrative sono una grande occasione. Dopo il referendum sulle trivelle e prima di quello costituzionale, gli italiani hanno l’opportunità di far sentire forte e chiaro cosa pensano del governo e del Pd. E non tramite sondaggi che lasciano il tempo che trovano, ma con lo strumento che più può far loro male: il voto.

Se il Pd subirà una debacle in tutte le città più importanti (e sono tante: Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna…) l’effetto che ne verrà fuori sarà quello di uno schiaffone a Renzi e ai suoi fascistelli col Mac, con una ricaduta immensamente salutare per la democrazia di questo Paese.

Dopo il Jobs Act (passato senza proteste, per l’immane vergogna di tutti coloro che avrebbero dovuto proteggere i diritti dei lavoratori), l’Italicum (che con il suo premio di maggioranza del 54% per la lista vincente apre la strada a una vera dittatura della maggioranza) e con lo spettro della riforma costituzionale made in JpMorgan, anche chi di solito non vota dovrebbe recarsi alle urne, per votare CONTRO questi distruttori di democrazia. Fosse pure per mettere una X sul partito delle casalinghe.

Servono motivazioni? Banca Etruria, Trivellopoli e il “quartierino” che controlla mezzo governo secondo le intercettazioni della Guidi, Napolitano che continua a dettare cosa fare agli italiani per conto dei grandi gruppi di potere, Calenda che difende a spada tratta il TTIP, i verdiniani e cosentiniani a supporto del Pd, lo sterminato numero di indagati, imputati e condannati nelle file “dem”, la presenza dei poteri fortissimi tra gli influencer del governo (come la Commissione Trilaterale, la superbanca JpMorgan, le multinazionali del petrolio), i legami dei genitori di Renzi e Boschi con piduisti bancarottieri come Flavio Carboni, la riprivatizzazione dell’acqua nonostante il referendum del 2011, lo spettro di una svolta autoritaria in Italia gradita alla finanza internazionale (mascherata col termine “governabilità”), il totale asservimento ai dogmi sacri del neoliberismo, dell’Euro e dei trattati Ue, l’immensa arroganza cafona di Renzi e dei suoi sodali, le uscite della Boschi sui “partigiani veri” e quelli finti, e sui votanti No al referendum equiparati a Casapound, l’aver usato una maggioranza dichiarata illegittima dalla Consulta per cambiare la Carta fondamentale, l’occupazione militare della Rai e degli altri media, con relative epurazioni, e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.

Sono da considerare motivi sufficienti per votare contro questa gente? O serve che i piddini compiano stragi di primogeniti?

Gli italiani hanno un’ottima occasione per prendere a calci questa feccia in modo assolutamente democratico.
Ne facciano buon uso.

Francia vs Italia

(Articolo pubblicato il 28 maggio 2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Inizio a pensare che per svegliare gli italiani li si debba prendere a ceffoni uno per uno. Allora forse reagiscono. Non si spiega diversamente l’inedia di un popolo che sembra pronto a subire tutto e da tutti.
Sarà forse la millenaria influenza della Chiesa, col suo costante invito a stare zitti, buoni e non alzare mai la voce verso “l’autorità” (magari legittimata da Dio).
Per carità, qualche contestazione al duo sciagura Renzi & Boschi c’è stata, ma niente di serio in paragone alle porcate fatte. Nel frattempo va avanti la terrificante agenda di distruzione dei diritti – qui come altrove – per il piacere di superbanche, industriali, Troika. Come abbiamo detto, secondo un’agenda globale.

In Francia la protesta contro il Jobs Act locale, la Loi Travail, prosegue ormai da quasi tre mesi. Tre mesi di manifestazioni ininterrotte, con tutti i mezzi a disposizione.
Negli ultimi giorni i francesi sono arrivati a bloccare le raffinerie e le centrali nucleari, soprattutto grazie alla mobilitazione del sindacato Cgt. E la lotta continua, finché la contestata riforma del lavoro non sarà ritirata.

In Italia lo stesso Jobs Act e l’Italicum (una legge evidentemente antidemocratica, specie per il premio di maggioranza spropositato, contestata persino da parlamentari del Pd come Bersani) hanno prodotto si e no un belato. Le sparute proteste sono state lasciate ai cosiddetti “antagonisti” dei centri sociali (manganellati sistematicamente dalla democratica polizia renziana), a studenti e a qualche intellettuale.

Intendiamoci: dopo il progetto di riforme autoritarie, il Jobs Act, e i casi del Salva Banche e Trivellopoli, l’Italia ora dovrebbe trovarsi in uno stato di guerra civile permanente, per costringere un premier non eletto, un governo indegno  e un Parlamento illegittimo a ritirare i provvedimenti liberticidi e andare a casa.
Invece niente, si aspettano gli europei e magari si spera che ad ottobre vinca il No, per liberarsi di questa manica di traditori e venduti. Come se nel frattempo non possano fare valanghe di altri disastri.

A sottolineare la natura “padronale” delle riforme, ci hanno pensato l’Unione Europea, che tramite il commissario agli affari economici, Pierre Moscovici, ha definito la riforma francese come “indispensabile” (tanto per ribadire da che parte sta), e la Confindustria italiana che, con il Fmi, ha applaudito a quelle renziane (già commissionate dalla JpMorgan e dalla Bce, con la famosa lettera del 2011).
Insomma: banchieri, industriali e Troika appassionatamente e massonicamente uniti nella distruzione dei diritti dei lavoratori (e di quelli dei comuni cittadini) nel nome dei propri profitti e della propria insaziabile sete di potere. E su tutto questo processo aleggia l’ombra del TTIP, il trattato commerciale Usa-Europa visto da molti commentatori come un pericolo per la salute e la democrazia, e come sempre sponsorizzato dalle grandi corporations.

I francesi hanno ragione a dire che “non vogliono farsi fregare come gli italiani“. I nostri cari concittadini, finora, si sono fatti turlupinare come allocchi, anche grazie ad una stampa asservita in modo stomachevole e a dei sindacati sonnecchianti.
Lo faranno anche a ottobre? Nel frattempo, qualche segnale di vita sarebbe gradito.

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(Articolo pubblicato il 21 maggio 2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Mentre la premiata ditta Renzi & Boschi – un duo che neanche Stanlio e Ollio – gioca a chi colleziona più insulti ad ogni uscita pubblica (oggi Renzi ha cominciato il tour per promuovere il sì, tra i soliti fischi e manganellate a chi protesta), tutto nel nome delle Sacre Riforme volute da JpMorgan e scritte con Verdini, il Paese scopre a poco a poco che anche la cosiddetta opposizione è in realtà farlocca.

Mi spiego meglio: come già scritto nel primo post di questa mini saga, Di Maio qualche settimana fa ha pranzato con i membri italiani della Commissione Trilaterale, è stato coperto da Fico che non ha neanche voluto sollevare il problema della presenza della presidente Rai Monica Maggioni al meeting Trilaterale di Roma, ed è stato pure applaudito dal vicedirettore del Fatto, tale Stefano Feltri, il quale ha detto che Di Maio “ha fatto benissimo a incontrare i membri della Trilaterale”.

Ora, non ci vogliamo soffermare di nuovo su cosa sia la Commissione Trilaterale e quali i suoi scopi, perché è già stato scritto nei post precedenti e c’è abbondante letteratura disponibile su questi pazzi oligarchi, fanatici dell’austerità per i popoli e del’arricchimento indebito per se stessi.
Spostiamo l’attenzione, invece, sulla posizione ambigua dei 5 Stelle su Euro e Ue, e su quella del Fatto sul TTIP.

Di recente, Di Maio è stato interrogato numerose volte sulla questione Euro, e ha sempre detto che i 5 Stelle “non vogliono uscire dall’Ue” e che “se l’Europa non dà all’Italia ciò che chiede, loro sono disposti ad indire un referendum per uscire dall’Euro”.

Adesso, qui si pone più di un problema. Se i 5 Stelle non vogliono uscire dall’Ue, significa che vogliono rimanere all’interno dei parametri di Maastricht e delle regole del Trattato di Lisbona, che sono quelle che ci stanno condannando a una fine stile Grecia, in presenza di una crisi che sappiamo non si risolverà a breve.

I 5 Stelle affermano che vogliono eliminare il Fiscal Compact e rinegoziare tutto. Bene, ma se quello che viene chiesto non viene dato dai tecnocrati europei, come già accaduto per la Grecia? Allora l’idea è di organizzare il famoso referendum.

euro-fuoridalleuro-rinaldi-m5s-bce-thumb-660x371-51105Di referendum però ne esistono solo due tipi per le questioni nazionali: uno abrogativo, che però non si può effettuare per i trattati internazionali (e quindi per abrogare l’utilizzo dell’Euro, ex art. 75 Cost.), e l’altro confermativo, in caso di modifica costituzionale.
Quindi, o i 5 Stelle inseriscono in Costituzione il referendum consultivo (cosa che prenderebbe anni, e con esiti incerti, anche se dovessero andare al governo) oppure al posto del referendum, al limite, possono organizzare un sondaggione senza valore legale.
Insomma, ci spieghino qual’è la loro idea di referendum, perché allo stato attuale uno non si può fare e l’altro prevede (bene che vada) tempi biblici.
In entrambi i casi si sprecherebbe tempo inutilmente, mentre agli italiani serve liberarsi del cappio composto da Euro-Fiscal Compact-parametri capestro di Maastricht il prima possibile. Sarebbe molto preferibile, quindi, che i 5 Stelle si decidessero ad avere una linea di aperta rottura con i potentati oligarchici europei, per ridare agli italiani tutta la sovranità qualora andassero al governo. La proposta di una Banca d’Italia in mano pubblica è buona, ma da sola non è sufficiente.
Tralasciamo poi i vari viaggi di “accreditamento” fatti da Di Maio di recente, per rendersi gradito alla cancellerie di mezza Europa.

E torniamo così al Fatto Quotidiano, che ci regala un’altra perla grazie al suo vicedirettore, bocconiano e “montiano di ferro” secondo l’Antidiplomatico.
Il prode Feltri, dopo essersi scagliato lancia in resta in difesa dei suoi padrini dell’Ispi e della Trilaterale (notare lo stretto legame di Monti con Trilaterale, Ispi e Bocconi) ha deciso di completare l’opera difendendo il TTIP e la “democraticità” dell’Ue.
Nei prossimi articoli, il Feltri andrà ad analizzare gli enormi vantaggi dell’austerity, la Grecia come “grande successo dell’Euro”, perché il neoliberismo salverà il mondo e di come ai poveri che protestano puzzi l’alito e non abbiano neanche un capo firmato addosso.

Faccio presente che questo individuo non è un pellegrino che passa di lì, scrive qualche minchiata e va via, bensì quello che dirige la truppa quando Travaglio è in giro a presentare i suoi libri.

Si può allora stare ben sereni che il Fatto, come il M5S, non è che scalpiti dalla voglia di colpire i poteri forti (tra cui: Usa, Nato, grandi banche, corporations, Ue ed Euro, massoneria internazionale), ma sembra piuttosto molto condiscendente nei loro confronti. E’ sempre più comodo concentrarsi su “casta, corruzione, sprechi, finanziamenti pubblici ecc. ecc.” lasciando perdere i veri manovratori.

renzi fascio

(Articolo pubblicato il 10 maggio 2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

C’è ancora qualcuno in Italia che crede allo squallido duo Renzi-Boschi? Se la risposta della maggioranza è no, perché dovremmo aspettare ottobre per vedere questi distruttori del bene pubblico togliersi di torno?

Il primo ha dimostrato in tante di quelle occasioni di essere inaffidabile che non si vede come si possa ancora credere a una parola di quel che dice. E quindi è capacissimo di rimangiarsi la parola sulle sue dimissioni in caso di vittoria del No.
La seconda causa un disastro ogni volta che respira. Ultimamente, Maria Etruria Bostik (perché incollata alla poltrona) è riuscita, dopo i fasti di Banca Etruria (su cui la magistratura ha accertato la responsabilità dei vertici per la vendita di titoli rischiosi ai clienti) e dell’emendamento Total, a farsi pizzicare ad un meeting della Commissione Trilaterale (oligarchi antidemocratici rappresentanti del peggior capitalismo internazionale) e poi ad assimilare i votanti No al referendum di ottobre a CasaPound.
E’ un po’ un messaggio subliminale agli italiani e ai veri partigiani. Significa, a saperlo decodificare: “venite a cacciarmi a calcioni”. E gli italiani farebbero bene ad esaudirla.

A questa gente evidentemente non bastano le contestazioni, urla e insulti che si beccano ogni volta che mettono il naso fuori dalla porta e sui social: hanno veramente deciso di irritare i cittadini italiani fino alle estreme conseguenze.
Francamente ci aspettiamo per le prossime manifestazioni anche un upgrading a base di lanci di uova, pomodori marci e monetine, inevitabile conseguenza per un governo non eletto da nessuno e colpito da scandali a valanga, ma che insiste nella stupida pretesa di rappresentare un Paese che li ha licenziati da tempo, e di modificare le istituzioni in senso autoritario.
Arroganti, fascisti, abusivi, servi delle lobby e autorefenziali: difficilmente troveremo chi farà di peggio.  Anche perché siamo pure di fronte a un Parlamento illegittimo, che continua a legiferare grazie al colpevole permissivismo di Corte Costituzionale e presidente della Repubblica, come sottolineato dall’avvocato Mori.

E i risultati di tutte queste assurdità si vedono. Nell’ultimo sondaggio per Piazza Pulita si è certificato il sorpasso nelle intenzioni di voto degli italiani: il M5S è diventato il primo partito d’Italia, prendendo il posto del Pd. Contemporaneamente, quasi uno scandalo giudiziario al giorno colpisce il Partito Delinquenziale, in un quadro ben riassunto nell’ultimo post di Grillo.
Persino Le Monde si è pronunciato qualche giorno fa, dicendo che Renzi “ne ha per poco”.

Dall’altra parte, il M5S lascia qualche perplessità nell’elettorato per la vicenda Nogarin e, soprattutto, per il recente avvicinamento di Luigi Di Maio ai poteri forti della Commissione Trilaterale (vedi post precedente) quindi ci si augura fortemente che anche i 5S non finiscano per flirtare con gli stessi poteri che sono nati per combattere. Chi scrive ha francamente più simpatia per Alessandro Di Battista, che in diverse interviste ha affermato di essere per il recupero di “tutte le sovranità“, quindi c’è da sperare che sia lui il candidato premier del M5S, e non un Di Maio che ultimamente sembra un po’ troppo conciliante con certi poteri.

Ma in ogni caso, togliere di mezzo un Pd e un renzismo arroganti, ignoranti, fascistoidi illegittimi e collusi con ogni potere marcio possibile, totalmente indifferenti al bene pubblico, resta la priorità assoluta. Ognuno dovrebbe fare la propria parte in questo senso: nelle piazze, nelle urne, nelle istituzioni, sui media e nelle aule giudiziarie.

 

napoli-sfiducia-renzi(Articolo pubblicato il 10/4/2016 sul sito web “Oltre le Barricate“)

Sugli scandali che stanno colpendo il governo in questi giorni è stato già scritto tutto in questo post, per cui non occorre aggiungere altro. Ora va però spostata l’attenzione su alcuni degli ultimi sondaggi che riguardano da vicino Renzi e i suoi.

Secondo una rilevazione pubblicata il 10 aprile su Repubblica, il 45% degli italiani chiede le dimissioni dell’intero governo. In un’altra realizzata per la trasmissione Ballarò e pubblicata il 6 aprile, il 54% vuole le dimissioni del ministro Boschi.
Per un sondaggio trasmesso da Agorà l’8 aprile, invece, Renzi risulterebbe “amico delle lobby” secondo il 44% degli intervistati (contro il 32% che non sarebbe d’accordo).
E non si può dire che Repubblica e Rai 3 siano fonti vicine a Grillo.

Ora, la cosa raccapricciante è che un governo inquinato dagli scandali al punto tale che il suo premier invoca una nuova legge per bloccare la pubblicazione delle intercettazioni (in perfetto stile berlusconiano), ha fatto approvare in via definitiva la riforma della Costituzione. La votazione definitiva si è tenuta alla Camera il 12 aprile, ed occorrerà aspettare il mese di ottobre per poterne bloccare l’effetto via referendum.

Ricordiamo che il ministro delle Riforme è proprio quella Maria Elena Boschi che più di mezza Italia vuole dimissionata. E che quasi metà del Paese vuole che l’intero governo vada a casa.

L’assurdità è tale che il presidente Mattarella avrebbe dovuto intervenire con decisione e bloccare tutto, sciogliendo le Camere e indicendo nuove elezioni. Ancora una volta (come quando, da giudice della Corte Costituzionale, permise alle Camere di continuare a legiferare nonostante la pronuncia di incostituzionalità sul Porcellum), il suo silenzio è stato complice della “dittatura morbida” renziana.

Un Parlamento già delegittimato alla radice (perché eletto con una legge poi dichiarata incostituzionale) e un governo delegittimato in primis dal non essere vera espressione della volontà popolare, e poi da tutti gli scandali che lo hanno colpito da Banca Etruria in poi, non potrebbero nemmeno occuparsi di ordinaria amministrazione. Figurarsi cambiare la Carta fondamentale.

JP-Morgan-RenziAppare quindi evidente che sia in atto un  vero e proprio colpo di Stato mascherato, per portare avanti il progetto di grandi poteri economici e finanziari come la JpMorgan, che chiedeva agli Stati del sud Europa di “liberarsi dalle Costituzioni antifasciste“. Tra l’altro Renzi ha incontrato in passato più volte Tony Blair nella sua nuova veste di superconsulente della banca d’affari, prima e dopo l’elezione a premier, quindi molte cose tornano: la sua rapida ascesa e la sua  gran voglia di mettere mani alla Carta.

E sentite quali sono gli ostacoli, secondo JpMorgan (denunciata dal governo americano per aver scatenato la crisi dei subprime, da cui deriva la crisi attuale in Europa) alla serena applicazione delle tanto amate politiche di austerità nei Paesi del sud: “Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. (…)
I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo.”

Tutti elementi considerati in modo negativo. Viene in mente niente rispetto alle politiche dell’esecutivo?

E tanto per rafforzare i dubbi, questo governo ha già dimostrato in più occasioni di rispondere solo agli interessi dei poteri forti, banchieri e petrolieri in primis, e non certo a quelli della cittadinanza.
Sarebbe gradito quindi se ora gli italiani si facessero sentire votando Si al referendum sulle trivelle del 17 aprile (in attesa di quello di ottobre sulle riforme costituzionali) e chiedendo a gran voce di mettere la parola fine a questa squallida parentesi di governo.


L’amichevole accoglienza dei veronesi a Renzi l’11 aprile al Vinitaly

(Articolo aggiornato al 12 aprile 2016)

Tempo scaduto

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(Articolo pubblicato il 3/4/2016 sul sito web “Oltre le Barricate“)

Quando è tempo di andare a casa, certa gente dovrebbe avere l’intelligenza di rendersene conto (anche se capiamo che non è un dono da tutti).
Dopo l’ennesimo scandalo che ha colpito il Governo dei Non Eletti, coinvolgendo non solo l’ex ministro Guidi, ma anche il ministro Boschi e Matteo Renzi, quel tempo è arrivato.

Non bastava un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta, e sulla sentenza della quale ci sono forti dubbi che la Corte abbia oltrepassato i propri poteri permettendo alle Camere di continuare a legiferare (leggi l’articolo:Giuristi contro la legittimità del Parlamento: “La Consulta è andata oltre i propri poteri”);
non bastava un governo non eletto in regolari elezioni (il terzo dal 2011), con un capo del governo nominato da un presidente della Repubblica fortemente sospettato dicoinvolgimento nelle trattative Stato-mafia;
non bastava che il governo fosse stato beccato a fare leggi per favorire le banche a scapito dei cittadini, tra cui quella del padre della Boschi (indagato per bancarotta fraudolenta);
non bastava l’accordo con Verdini, condannato e plurimputato;
non bastava Mafia capitale, con tanto di foto ritraente il ministro Poletti intento a cenare, nel 2010, con Buzzi e Panzironi (arrestati nell’ambito dell’inchiesta);
non bastava che pure il padre di Renzi fosse indagato per bancarotta fraudolenta (tanto per non farci mancare niente);
non bastava che nonostante tutto ciò un governo di nani volesse mettere mani alla Costituzione stilata dai giganti (somma dissacrazione) oltre che alla legge elettorale;
la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata con l’ennesimo scandalo all’interno del governo , che ha coinvolto l’ex ministro Guidi, pizzicata a far inserire nella legge di stabilità 2015 un emendamento diretto a favorire il proprio compagno, Gianluca Gemelli, in rapporto d’affari con la Total e ora indagato dalla Dda di Potenza.


Il servizio di Tagadà su La7 riguardante le intercettazioni che coinvolgono l’ex ministro Guidi e il ministro Boschi

Le dimissioni del ministro sono state un atto dovuto dopo la pubblicazione delle intercettazioni che la riguardano, ma ancora più dovute sono quelle del ministro Boschi, chiamata in causa direttamente dalla Guidi (“se Maria Elena è d’accordo”) nelle chiamate, e di Matteo Renzi, che è addirittura arrivato a dichiarare la propria responsabilità riguardo quell’emendamento, facendo sfoggio una volta di più della sua consueta arroganza (ci mancava solo l’”embé?”).
Che entrambi non sapessero nulla del “leggero conflitto di interessi” del ministro Guidi, dopo la richiesta esplicita di questa di inserire l’emendamento nella legge di stabilità, è ridicolo.

Tanto più che con la pubblicazione di nuove intercettazioni del caso Guidi si è appreso che anche il ministro dell’Economia Padoan sarebbe stato scelto dalla stessa “combriccola” di petrolieri e affaristi di Gemelli. E che questa combriccola, accusata di associazione per delinquere, avesse in mano foto ritraenti il ministro Delrio assieme a mafiosi.  Lo stesso Delrio chiamato in causa da Gemelli in altre intercettazioni (“stanno portando avanti la nostra nomina”).
L’intero governo (comprese le ministre Madia e Pinotti) appare, insomma, esplicitamente manovrato da una cordata di affaristi di vario genere e coinvolto in affari molto opachi.

Boschi petrolio

La vignetta di Vauro sul Fatto Quotidiano

Se la Boschi era un’anatra già più che zoppa dopo il caso Banca Etruria, ora non si vede con quale faccia tosta possa ancora occupare il suo posto. Non ci sono più le condizioni, così come non c’erano già ai tempi del decreto salva-banche.
A certificare la sfiducia nei suoi confronti è anche un sondaggio di Ballarò del 6 aprile, per cui il 54% degli italiani vuole le sue dimissioni. E il suo nome salta fuori nuovamente in alcune intercettazioni delcapo di stato maggiore della Marina De Giorgi (“come mi aveva promesso la Boschi”).

E se Renzi ammette candidamente di aver voluto emendamenti che, di fatto, sono un regalo alle multinazionali del petrolio (come altri erano regali alle banche), oltre che favori personali ad altri ministri, è evidente che siamo di fronte ad un governo che è autoreferenziale e dichiaratamente servo dei soliti poteri forti economici e finanziari, in totale dispregio sia del bene della cittadinanza che di quello dell’ambiente.
Se ne sono resi conto anche gli italiani, che in un sondaggio per Agorà (Rai 3) hanno definito Renzi “amico delle lobby” con un risultato del 44% (31% per il No).
Tanto più che l’emendamento incriminato della Guidi (tuttora in vigore) andrebbe ad impattare ulteriormente su zone già martoriate dall’inquinamento come Taranto (in seguito al potenziamento dell’attività dello stabilimento Eni) e la Basilicata (al centro dell’inchiesta sullo sversamento di rifiuti altamente tossici nei pozzi, sempre da parte di Eni).
E tutto ciò è avvenuto in contemporanea con le condanne degli ex vertici della Total per un’inchiesta della procura di Potenza del 2008, proprio riguardanti il giacimento di Tempa Rossa, e con un disastro ambientale avvenuto in Francia causato dalla rottura di una conduttura della stessa Total.

E’ tempo quindi di dimettersi, o di essere dimesso, per l’intero governo Renzi, un governo che ha fatto solo gli interessi di amici e parenti dei suoi ministri, oltre che di lobby e banche.
E’ tempo di andare a casa e permettere al Paese di avere le nuove elezioni che agogna da quando la Consulta ha dichiarato incostituzionale il Porcellum (e il Parlamento con esso eletto).

 

(Articolo aggiornato al 8/4/2016)