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Avere a che fare con attivisti dei gruppi Occupy/Indignados può permettere a volte degli utili scambi di idee. Di recente ci sono stati diversi incontri, sia a Roma che a Firenze, con membri dei movimenti provenienti da ogni parte del mondo.
In alcuni di questi incontri si sono buttate giù proposte e idee su un’ipotetica “società futura” degli indignati, o “il mondo che vorremmo”. Si è fatto quindi uno sforzo di immaginazione creativa, tentando però di mantenersi sul concreto.
Da questo brain storming, sono uscite alcune interessanti idee, che potrebbero costituire domani (sempre se condivise nelle varie assemblee) il timone dell’azione dei vari gruppi. Le vado a riportare di seguito:

1) Politica. Il movimento Occupy tende ad agire in maniera assembleare e quindi applicando la democrazia diretta e la regola del consenso. Nessuno crede più che il sistema parlamentare, così com’è concepito oggi, possa veramente consentire la sovranità popolare e tutti credono che la soluzione sia in un riappropriamento della gestione della cosa pubblica da parte dei cittadini stessi.  Nelle assemblee tutti ascoltano e tutti hanno diritto di parola, alla fine dello scambio si decide per consenso quale decisione è quella soddisfacente per la comunità e che comporta il minor “fastidio” per ciascuno. Il sistema assembleare, applicato in grande, significherebbe autogestione diretta nei territori della politica da parte del popolo, che deciderebbe in prima persona sul proprio quartiere, in costante scambio dialettico con gli altri quartieri per le questioni comuni e inviando tramite delega portavoce ai livelli superiori, sempre organizzati in assemblee.

Ogni quartiere delegherebbe alcuni portavoce per l’assemblea cittadina, che a sua volta ne delegherebbe per quella provinciale e così via, fino al livello nazionale e internazionale. Ogni delegato dovrebbe essere solo un portavoce delle decisioni consensuate in assemblea, e per di più monitorabile tramite i media durante gli incontri e quindi direttamente revocabile se non dovesse rispettare la volontà popolare. Quindi partecipazione diretta di tutti i cittadini alla gestione della cosa pubblica e assoluta revocabilità dei delegati. Ciascuna assemblea potrebbe nominare al suo interno delegati (sempre revocabili) alle varie commissioni: lavoro, istruzione, infrastrutture eccetera. Le decisioni delle assemblee superiori sulle materie che riguardano la regione, la nazione eccetera prevarrebbero su quelle delle assemblee inferiori, che però regolerebbero le questioni di loro competenza. Questo sistema implica una costante partecipazione di tutti alle decisioni e una grande importanza alla formazione permanente dei cittadini.

2) Economia. Il sistema capitalista/bancario è considerato il principale colpevole della crisi mondiale e di una serie enorme di altri crimini: indottrinamento delle masse a falsi valori come competitività sfrenata e arrivismo, culto del denaro e dell’accumulo, sfruttamento dei lavoratori (e della povertà altrui) per la logica del profitto, impoverimento e disperazione di moltitudini a causa della mancanza di lavoro e denaro, distruzione dell’ecosistema e delle specie animali, peggioramento delle condizioni di salute dovute a inquinamento e utilizzo di agenti chimici, guerre per il possesso di risorse, atomizzazione della società e spersonalizzazione degli individui (con perdita del senso di comunità), insegnamento di dottrine mirate a far accettare il sistema come “inevitabile” e “immutabile”, approvazione di sistemi giuridici ormai diffusi in tutto il mondo che difendono a spada tratta la proprietà dei mezzi di produzione da parte di privati e in generale gli interessi dei grandi capitalisti, dandogli di fatto il governo del pianeta.

Per questi motivi, l’autogestione delle comunità dovrebbe portare anche ad una autogestione economica. Questo significa che ogni territorio dovrebbe provvedere ai bisogni della comunità, in primis a quelli primari. Dare cibo e alloggio gratuiti per tutti non è un miraggio se ciascun membro di ogni comunità agisce in questa direzione, in costante scambio con le comunità di altri quartieri, città e così via. Questo presuppone un ritorno dei mezzi di produzione in mani pubbliche, quindi terreni e aziende dovrebbero essere gestite da delegati delle assemblee cittadine, regionali, nazionali in rapporto alle loro dimensioni. Il vero scopo primario dell’economia sarebbe quello di assicurare, tramite gestione pubblica, innanzitutto i beni e i servizi primari a tutti i cittadini: questo include cibo, alloggio, acqua corrente, riscaldamento ed energia elettrica, sanità primaria, istruzione ed informazione, connessione internet (perché lo scambio rapido di informazioni sarebbe fondamentale per la vita della comunità), trasporti essenziali di persone e merci. Scienza e tecnologia dovrebbero essere gestite per garantire il massimo benessere a ciascun cittadino.

Il lavoro nelle comunità dovrebbe essere garantito tramite le assemblee, che dovrebbero ripartire sia i beni materiali, in modo da dare a ciascuno ciò di cui ha necessità, sia il lavoro, tramite l’assegnazione di incarichi necessari alla vita della comunità a chi è più competente e volenteroso. Il denaro dovrebbe essere l’incentivo dato ai membri della comunità per svolgere lavori necessari ma particolarmente onerosi, per cui occorre che la stampa di moneta sia rigorosamente in mano pubblica. Le aziende che offrono servizi di tipo nazionale o sovranazionale dovrebbero essere regolate e i loro membri pagati dalle assemblee di riferimento. La sopravvivenza dell’individuo non dovrebbe essere legata al possesso di moneta, perché la comunità dovrebbe provvedere ai bisogni materiali di ciascuno, considerando cibo e alloggio diritti umani. Il possesso di moneta sarebbe il compenso per il lavoro svolto per la comunità, e permetterebbe l’accesso a dei beni “extra”, cioè sopra il livello della sussistenza. Maggiore l’importanza dell’incarico svolto e la sua onerosità, maggiore il compenso percepito dalla comunità. La produzione di beni e servizi secondari potrebbe essere gestita da privati, purché nel rispetto dei principi di utilità sociale. Le assemblee avrebbero facoltà di chiudere attività private che causano danni sociali o ambientali.

Potrebbero sorgere difficoltà per risorse necessarie presenti solo in alcuni Paesi, per questo è necessario che la Rete assembleare tenda all’internazionalizzazione e sia in continuo interscambio con i membri delle altre comunità, in modo da consentire uno scambio di risorse quanto più proficuo e bilaterale possibile almeno per quel che riguarda i beni fondamentali. Si potrebbero creare serie di monete che vanno da quella emessa nel quartiere, a quella cittadina, provinciale, eccetera fino a una moneta globale, che servirebbero ad acquistare beni e servizi non basilari nei diversi territori. Chi svolge un lavoro di interesse internazionale riceverebbe moneta globale, chi uno di interesse nazionale moneta nazionale e così via. La moneta dovrebbe essere la ricompensa della comunità per un servizio reso, ai livelli più alti si tratterebbe della comunità globale. Il denaro avrebbe la forma di un “buono d’acquisto” di un certo valore certificato dalla assemblea che lo emette e rilascia. Sarebbe necessaria una forte educazione civica e sanitaria a livello mondiale per prevenire una natalità eccessiva rispetto alle risorse del pianeta.

3) Sistema giudiziario. Ogni assemblea delegherebbe ad alcuni membri (polizia, magistrati) il compito di far rispettare l’ordine pubblico e le regole stabilite dalla comunità. I magistrati vigilerebbero anche per evitare che la comunità prenda decisioni vessatorie/lobbistiche nei confronti di singoli e minoranze. Ogni decisione discriminatoria della comunità verso il cittadino potrebbe essere impugnata presso assemblee di livello superiore o magistrati di livello superiore.

4) Istruzione e formazione. La comunità accademica e scientifica dovrebbe essere incaricata dalle assemblee di mettere a disposizione e diffondere gratuitamente tutto il sapere necessario alla formazione ed elevazione di buoni cittadini. Dovrebbero ovviamente essere ricompensati dalle assemblee per il lavoro svolto. La formazione di nuovi lavoratori nei vari campi dovrebbe essere avviata dalle assemblee tenendo conto dell’interesse della comunità e delle aspirazioni di ciascuno. Attività “sperimentali” o “avanguardistiche”, per cui necessitano anni di ricerca, potrebbero essere proposte alle comunità ed eventualmente finanziate se considerate meritevoli.
E’ necessario che lo spirito assembleare non porti ad un appiattimento e conformismo degli individui, ma tenda sempre all’elevazione del cittadino e a tirare fuori da ognuno il massimo del suo potenziale nel campo scelto e nei campi utili alla collettività, evitando quelli che possono essere fenomeni di invidia, gelosia e contrasto delle persone più dotate. Le eccellenze devono essere incoraggiate, premiate e fungere da esempio per il bene individuale e comune, mai frenate.

5) Diritti della Terra. Poiché il destino degli esseri umani è legato a quello del pianeta e dell’ecosistema, ogni comunità dovrebbe vivere in un costante scambio armonico con questi. Animali, piante e ambiente in generale dovrebbero essere trattati col massimo rispetto, il consumo di carne andrebbe ridotto e la qualità degli allevamenti migliorata, ogni prodotto seriamente dannoso per l’ambiente e le specie viventi andrebbe abolito.

Questo brain storming su una società ideale ha portato anche ad interrogarsi se sia possibile realizzare un simile progetto e con quali mezzi. I gruppi Occupy aderiscono allo spirito non violento, di conseguenza la vie preferite sono quelle della diffusione culturale, educazione e costituzione in organizzazioni e movimenti che possano influire anche (forse soprattutto) politicamente. La cosa più importante è un cambio di paradigma mentale: dal subire decisioni politiche ed economiche alla partecipazione alle decisioni politiche ed economiche; dal competere al cooperare; dall’aggressività alla solidarietà; dallo sfruttamento degli altri esseri viventi e dell’ecosistema all’armonia con loro (nei limiti della sicurezza umana); dalla privatizzazione dei beni comuni alla gestione pubblica di tutto ciò che è essenziale alla vita umana; dall’impero del profitto e del possesso di moneta alla redistribuzione o condivisione gratuita di tutti i beni fondamentali e all’uso di moneta (gestita da organismi pubblici) solo per l’acquisto di beni non essenziali. Soprattutto, occorre ragionare considerando l’umanità come un’unica grande famiglia e la Terra come un’unica grande casa, realizzando l’uguaglianza tra bene generale e bene individuale.

Talking with activists of the movements Occupy/Indignados, it is sometimes possible to have a good exchange of ideas. In the last times there have been several meetings in Rome and Florence with activists from many countries. In some of these meetings the theme of discussion had been: “What is the world we’d like to live in” or “our ideal society”. So the members of the movements contributed with their “creative imagination”, trying to keep as realistic as possible.  Here are the most interesting ideas which have emerged from this “brain storming”, they could lead the movements if shared and approved in the assemblies of the world.

1) Politics. The Occupy movement decides with assemblies, applying direct democracy and the “rule of consensus”.  Nobody believes that the parliamentary system, as it is today, can really realize the true democracy. Everybody agrees that the solution lies in the direct management of the politics by the people themselves. In the assemblies everybody listens and has the right to speak. At the end of each session, decisions made have to be of general consensus, avoiding measures that can be disturbing for the members of the group. This system, if applied to the country, would mean self-management of the politics in the territories. The people would decide in their own community or neighbourhood, in a continuous communication with the other districts for common issues, and sending representetives to the higher levels, revoking them if they don’t do what the assembly wants.

Each district would send representatives to the city assemblies, which will in turn send someone to the provincial one, and so on for the regional and national assembly until the international level. Each representative should only be the spokeperson for what has been consensually agreed during the preceding assemblies, under the control of the media, so he could be revoked in each moment  if he does not respect the will of the people. Each assembly could assign somebody to the various committees: employment, education, health etc. The decisions of the higher level assemblies (national, regional) should take precedence over the lower level ones (provincial, city, quarter), but the latter will regulate matters within their competence. This system requires a constant partecipation of everyone in decisions and a great importance to the education of the citizens.

2) Economy. The capitalist/banking system is considered the main culprit of the crisis and a huge range of other crimes: indoctrination of false values to the masses like unbridled competition, religion of money, enslavement of workers for the thirst for profit, poverty and despair of multitudes because of the lack of money and work, destruction of the environment and endangering animal species, deterioration of health due to pollution and wide use of chemical substances, wars for resources, atomization of the society and depersonalization of the individuals (with loss of the sense of community), teaching of doctrines aimed for general acceptance of the system as inevitable and immutable, approval of legal systems all over the world which strongly defend private property of firms and productive lands and make the interests of the big capitalists, giving them effectively the control of the world.

For these reasons, the self management of the community should lead to a self management of the economy. This means, each territory should provide the needs of the community, the primary as first priority. Providing food and lodgings to everyone should not be impossible, if everybody work in this direction, in constant exchange with the communities in other districts, cities and so on. This means a return of  the production of basic goods and services into public hands, so the productive lands and the most important firms should be managed by people sent by the assemblies of the city, region, nation in relation to their size. The real purpose of the economy should be to ensure to everyone, through public management, first of all the basic needs of the people: this includes shelter, food, water, heating and electricity, basic health service, education and information, internet connection (because in this society a quick exchange of information would be essential), basic transportation of people and goods. Science and technology should be managed in order to grant the maximum comfort for every citizen.

The work in the community should be granted through the assemblies, which should distribute the food, according to everyone’s needs, and the work, by assigning tasks necessary to the life of community to whom is competent and willing. Money should be the incentive given to the people who carry out work necessary for the community but challenging, for this reason the printing of money should be strictly in public hands. Firms that offer national or supranational services should be managed and their workers paid by the respective assemblies. The survival of each citizen should not be tied to the possession of money, because the community should provide to the needs of everyone, reputing food and shelter as human rights. The possession of money should be the reward for a well-done job for the community, and should allow to buy secondary goods, not essential for surviving. The more important and challenging the job, the higher the “payment” by the community. The production of secondary goods could be given to privates, according to the social usefulness. Assemblies should have the authority to terminate private activities considered dangerous for social or environmental health.

Problems may arise for resources available only in some countries: for this reason it is important that the Assembly Net should be international and in constant exchange with the members of other communities, to allow an exchange of resources as satisfactory and bilateral as possible, at least with regards to basic goods. There could be the creation of a series of money ranging from one emitted in the district to the city, province, and so up to the global currency, that would serve to buy not basic goods and services in the different territories. Who performs work of national interest should receive national money, who a international one global money and so on. The money should be the reward of the community for a service rendered, at the highest levels it should be for the global community. The money should have the form of a voucher of a certain value certified by the issuing assembly. It should be necessary a deep education to avoid an excessive birth rate than the planet’s resources.

3) Judiciary system. Each assembly should delegate some members (police, judges) the duties of enforcing the rules established by the members of the assemblies. The magistrates should monitor and prevent discriminations against individuals and minorities. Each discriminatory decision towards individuals could be contested and judged by higher level assemblies and judges.

4) Education and information. The academic and scientific community should be mandated by the assemblies to provide free education to the masses, necessary to educate good citizens. They should obviously be paid for the service. The training of new workers should be initiated by the assembly, taking into account the interests and the aspirations of the community and the will of everyone. Avant-garde activities could be financed if considered worthy by the community.

5) Earth rights. As the destiny of human beings depends largely on the conditions of our environment, every community should live in constant harmony with it. Animals, plants and the environment in general should be treated with utmost respect, consumption of meat should be minimized and the use of toxic products abolished.

This brain storming about an ideal society had led also to the question of whether it is possible to realize such a society and how. The Occupy spirit is non-violent, so the preferred measures are through education, communication and organizing of campaigns that could have a cultural and political influence.

The most important issue is the change in people’s mindset: from mere acceptance of economical and political decisions to active participation; from competing to cooperating; from aggressivity to solidarity; from exploitation of the other living beings and of the environment to the harmony with them (within the limits of human safety); from the privatization of the common goods to the public management of all that is essential for the human life; from the empire of profit and possession of money to the redistribution or free sharing of all things essential and the use of money just for secondary goods and services.
Most importantly, we need a total change of mindset, and start seeing humanity as one big family and Earth as one big home.

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     La Goldman Sachs, si è capito, è una grande amica dell’euro. E questo risulta abbastanza evidente, a giudicare da come i suoi ex collaboratori trattano la moneta unica europea. Monti difende l’euro manco fosse il motivo di esistenza dell’intera Europa (mandando nel contempo in malora con serenità la classe media).
Draghi e la Commissione Europea al pari del nostro presidente del Consiglio, affermano che l’euro è “irreversibile“, come se fosse planato dall’alto dei cieli.
E’ il caso di ricordare che l’euro è stato adottato in seguito al Trattato di Maastricht del 1992, cui seguirono una serie di referendum che riguardarono l’adesione all’Ue.
All’epoca però nessuno in Europa era in grado di valutare con precisione cosa avrebbe comportato per gli Stati l’ingresso nella moneta unica.
Ne consegue che,  in un quadro completamente mutato, è giusto che i popoli europei possano dire (con la giusta e dovuta informazione in materia) se questa “benedetta” moneta gli piace ancora oppure no.
Senza farsi prendere da facili reazioni emotive, ma comunque avendo la libertà di decidere (se siamo ancora in democrazia…) del futuro del loro Paese e del continente.
Per cui, ben vengano le proposte, di cui si sta ultimamente parlando, riguardo consultazioni popolari per decidere se i vari Stati vogliono o no rimanere nella moneta unica.

Con buona pace di presidenti e commissari che continuano a venderla come una misura irreversibile. E dei loro amici banchieri.

Le mani di Goldman Sachs sulla crisi europea (Repubblica)

Goldman Sachs is a big friend of the euro. It seems quite clear, if we look at how his former collaborators view the EU common currency. The italian premier Mario Monti defends the euro as it was the only reason for the existence of the EU (without caring too much about the problems of the middle class). The president of ECB, Mario Draghi, and the European Commission agreed with Monti that the euro is “irreversible”, as it was a gift from the Skies.
We have to remember that the euro was adopted after the Maastricht Treaty in 1992. This was followed by a series of referendum to allow the admission of many countries in the EU.
At that time, however, nobody exactly knew what entering into the common currency would mean.
Hence now, in a completely different scenario, it is right that the European people can express if having the common currency is still good for them or it isn’t anymore.
Without being driven by volatile emotions, but having the right to decide (if the EU is still democratic) on the future of their country and continent.
For that reason, the proposals of referendum and votes on the euro are welcome as signs of life in the European democracy.
And who cares about presidents and chairmen who state that the common currency is irreversible. And who cares about their fellow bankers.

     La domanda non e’ retorica. Quando pensiamo al modo in cui banche e governi stanno gestendo la crisi, viene da pensare che anche le proteste di strada (che pure non sembrano essere proporzionate alla gravita’ della situazione) non siano piu’ un metodo sufficiente per operare una vera contestazione.
I governi come quello spagnolo e italiano stanno assecondando i capricci dello “spread” con misure volte a tagliare la spesa pubblica e aumentare la pressione fiscale nel tentativo di aggiustare i conti ed essere meritevoli dei prestiti di Ue, Bce e Fmi. Le banche dal canto loro sembrano non avere alcuna intenzione di riformarsi in senso virtuoso, visto che anche negli ultimi tempi abbiamo visto da parte di istituti di primaria importanza, come Barclays e Hsbc, un comportamento non esattamente esemplare.
Forse quei gruppi che fanno riferimento agli Indignados o a “Occupy Wall Street” dovrebbero prendere in considerazione l’idea di “punire” gli istituti che continuano ad abusare dei loro privilegi (essere salvati con soldi pubblici perche’ “troppo grandi per fallire”) organizzando in maniera sistematica il ritiro di denaro dai loro conti.
Questo strumento e’ stato utilizzato solo in pochissimi casi finora e ha addirittura portato all’arresto (illegale!) di alcuni manifestanti.
Credo che questo e il boicottaggio dei prodotti delle aziende “poco etiche” siano strumenti di lotta, se organizzati come si deve, ben piu’ efficaci di proteste di strada che finiscono per disperdersi dopo alcuni giorni.
E l’alternativa, una protesta armata di massa, non credo sia uno strumento apprezzabile, ne’ per la gente comune, ne’ per le istituzioni.

It is not a easy question. When we think about how banks and governments are managing the crisis, we could say that even the manifestations on the streets are not enough (and I think not so many people went down the streets, if compared with the damages made by banks and finance, and the measures of austerity).
Governments such as in Spain and Italy are following the orders of the “spread” with measures aimed to cut public spending and raise taxes, in an attempt to adjust the counts and deserve the aid of EU, ECB and IMF.
Banks, on their side, do not seem to have the will to reform themselves, and in the last times too we have seen examples of scandalous behaviors (such as those involving Barclays and Hsbc).
Maybe groups which refers to Indignados and Occupy Wall Street should consider the idea to “punish” banks and corporations which did not behave so ethically by organizing mass withdrawals of money, or not buying their products. The first instrument has been put in action just in a few number of cases (sometimes it led to the illegal arrest of some people!).
I think these – if organized in the best way – could be more effective ways of fighting the worst aspects of capitalism and banking system than street protests.
Otherwise, what is left are armed street protests, but i don’t think this is a very appealing prospective, for the people and for governments.

L’Unione Europea ha un deficit democratico, questa e’ una affermazione condivisa in piu’ sedi.
La sua istituzione e i trattati che l’hanno resa cio’ che e’ sono sempre stati opera piu’ dei governi che della volonta’ dei popoli europei.
A dir la verita’, quelle poche volte che la decisione e’ spettata ai cittadini degli Stati membri (come nel caso della Costituzione Europea e del Trattato di Lisbona) la risposta non e’ mai stata particolarmente entusiasta, con la bocciatura nel 2005 della Costituzione da parte di Francia e Olanda e il rifiuto degli irlandesi di ratificare il Trattato di Lisbona nel 2008 (poi riproposto e accettato dopo insistenti pressioni sullo Stato irlandese).
Adesso questo deficit rischia di ingrandirsi ulteriormente.
Con il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, l’Europa si sta muovendo progressivamente verso una piu’ stretta unione bancaria, economica e fiscale, con un ruolo sempre piu’ attivo della Banca Centrale Europea e dei fondi salva stati (Efsf e Esm), per non parlare delle voci sempre piu’ insistenti sulla creazione di dei veri e propri “Stati Uniti d’Europa”. Queste decisioni, assieme ad altre come gli eurobond, vanno nella direzione di “proteggere” gli Stati piu’ deboli dalla speculazione internazionale e dall’assalto dei mercati.
L’emergenza spread, dicono i leader europei, impone decisioni rapide nel senso di una maggiore integrazione tra gli Stati. In questo non ci sarebbe nulla di male, se non fosse per il fatto che misure che hanno implicazioni enormi sulla vita degli stati europei (e dei loro cittadini) stanno per essere prese senza che nessuno si prenda la briga di chiedere ai cittadini di Italia, Spagna e via dicendo se sono d’accordo. La presenza di governi tecnici poi, non favorisce certo il dialogo, non essendo espressione della volonta’ popolare, ma spesso delle stesse istituzioni bancarie che hanno favorito coi loro comportamenti la crisi in cui siamo invischiati dal 2008 .
La parola “emergenza”, come ormai sappiamo, e’ una specie di lasciapassare che permette a governi e potentati economici di attuare tutta una serie di misure scavalcando la legittimazione democratica.
C’e’ solo da sperare che la nuova Europa che nascera’ dalla crisi del debito non sia solo un eurogoverno di tecnocrati di Bruxelles e Francoforte, eletti su pressioni lobbistiche e che sindachera’ su tutto cio’ che riguardera’ l’economia degli Stati membri, ma un organismo che effettivamente badera’ agli interessi delle popolazioni coinvolte. I dubbi in merito, al momento, sono molti.

The EU has a “democratic deficit”, it is often said. Its institution and the treaties which made it that way have been decisions of the governments and not of the people of Europe. Effectively, those times in which EU citizens have been called to decide (e.g. for the European Constitution and the Treaty of Lisbon) the answer has never been so positive,  with France and Netherlands saying no to the Constitution in 2005 and the refusal of Irish people to accept the Treaty of Lisbon.
Now this deficit seems doomed to increase.
After the European Council held on 28th-29th of June, Europe is moving constantly towards a more cohesive bank and economic union, with a more active role played by ECB and the funds EFSF and ESM, and the growing voices around the creation of the “United States of Europe“.
These decisions, joined with Eurobonds, go in the direction to “protect” the weakest states by markets and international speculators.
The “spread emergency” – as European leaders say – asks for quick decisions towards a tighter union between the states.
This is not necessarily a bad move, except for the fact that measures of enormous importance for the member states are taken without consulting the European people.
Technical governments do not help too, due to their close relationship with the same institutions that caused the crisis affecting the continent since 2008.
The term “emergency” has become a magic word which allows governments and economic institutions to take a series of measures overcoming democratic legitimacy.
We can only hope that the new Europe, re-born from the ashes of the debt crisis,  will not only be dominated by a few technocrats in Bruxelles and Frankfurt, elected after some lobby’s pressures, who will be making decisions on every economic subject concerning the member states, but will care for the very necessities of the EU population. For now, there is much uncertainty about it.

Un movimento globale contro il sistema economico-finanziario globale.
C’è da chiedersi come mai non sia nato prima.
Dopo una serie allucinante di porcherie fatte da banche, agenzie di rating, speculatori, aziende, governi di vari Paesi, e con il livello imperante di precariato, era giusto e naturale che il malcontento si incanalasse in questa direzione.
C’è da dire che un movimento così non sarebbe mai nato senza l’apporto fondamentale dei social network, che ha permesso la nascita di una forma di coordinamento globale tra gli “indignati” delle varie parti del mondo.

Dopo la mobilitazione del 15 ottobre, il rischio che si corre (oltre all’uso della violenza, che può distogliere l’attenzione di media e cittadini comuni dagli obiettivi reali del movimento) è quello di una scarsa coesione degli “indignati” di tutto il mondo, nel senso di possibili divisioni nei mezzi da utilizzare per combattere il nemico comune.
Fondamentalmente ciò che serve è un programma, una serie di proposte concrete e attuabili da imporre ai palazzi della finanza e della politica, in modo che la forza della piazza riesca a ottenere modifiche sostanziali e durature del sistema.
Non tanto di un leader o una serie di leaders si sente il bisogno, quanto di un programma riconoscibile e attuabile da tutti, una serie di obiettivi da raggiungere nei singoli Stati e anche a livello europeo (istituzioni UE ) e americano (Wall Street, Fed, governo) senza dimenticare l’influsso di corporations e grandi speculatori.

Per far ciò occorrono:

1) Conoscenza della materia trattata;

gli attivisti del movimento devono darsi quante più informazioni possibile sul sistema politico-economico nazionale e globale, e sapere cosa va modificato nel sistema e in quale senso;

2) Coesione sulle proposte da chiedere e attuare:

se il movimento si disperde in mille rivoli e in mille proposte e approcci diverse, si indebolisce e non porta a nulla. Bisogna alla fine approvare una linea unica su cosa va chiesto ai poteri attuali, e quali invece sono completamente da rovesciare e eventualmente rifondare su basi diverse;

3) Rivoluzione culturale:

se non si scardina un modo di pensare basato su potere e profitto, non si fa altro che scacciare chiodo con chiodo. Oltre a cercare di cambiare un sistema politico-economico, occorre innanzitutto modificare un modello psichico-culturale collettivo, incentrato su valori consumistico-capitalistici, sulla logica della competizione, del profitto e dell’accumulo di risorse, per sostituirla con idee basate su cooperazione, gestione ecosostenibile di territorio e risorse, redistribuzione delle ricchezze in eccesso nelle mani di pochi verso i più poveri, tecnologie che non impattino sulla salute umana ma che la favoriscano,  rispetto di ambiente e specie animali, ecc.

4) Azione:

la gente nelle piazze deve muoversi non solo in un’astratta protesta contro le istituzioni colpevoli della crisi e della situazione attuale, ma agire in modo concreto e con proposte concrete PER una serie di obiettivi ben definiti e concretamente raggiungibili, passando dalla opposizione alla proposta, dalla distruzione alla modifica e costruzione del nuovo.
In più occorre trovare forme di protesta che siano incisive, legate alle nuove tecnologie e al sistema mediatico, in modo da puntare più sull’aspetto culturale-visivo della protesta che sul semplice scontro di piazza (che può sempre far bollare il movimento come violento).

Occorre quindi che si apra un dibattito di portata mondiale su questi temi, di modo da trovare soluzioni alla crisi (globale) che siano attuate e condivise anch’esse a livello globale.

 

A global indignation against global injustice     

A global movement against a global economic and financial system.
Strange it was not born before.
After an incredible number of unbearable things made by banks, investors, rating agencies, governements and corporations, added to the growing uncertainty of the working conditions all over the world, it was right and natural an evolution like this.
Surely such a movement could not have been born without the fundamental support of the social networks, which led to the birth of a form of global coordination of the “indignados” in different countries.

After the 15 october, these is the risk (other than violence, which can turn the attention of media and people from the real objectives of the movement) of a weak cohesion of the indignados worldwide, and a lack of a common view of the means to fight the common enemies.
What the movement need is a program, a serie of concrete proposals that have to be imposed to political and economical palaces, to make square”s force obtain substantial and enduring modifications of the system.
There is no big need for a leader or a group of leaders, but for a program recognizable for all, a number of goals to reach in the states, in Europe and in the US , keeping in mind the influence of corporations and big investors.

How can we do this?

1)  Knowing he matter;
the members of the movement must gain more information possible about the national and global political-economic system, becoming aware on what has to be modified and in which sense;

2)  Cohesion on the proposals to advance and acts to perform;
if the movement loses itself in one thousand rivers, it becomes weak and useless. At last it requires a unique direction on the requests to advance to the actual powers, and about the institutions that have to be removed and eventually refounded on new basis.

3) Cultural revolution;
if you don’t change a way of thinking based on profit and competition, you exchange a problem with another.  Other than change a political-economic system, we need to modify a collective psychic-cultural model,  centered on consumistic-capitalistic values, on the logic of competition and profit, and change it with ideas based on cooperation, eco-sustainable management of environment and resources, redistribution of wealth from the richest to the poorest of the world, human-friendly technologies, respect of environnment and animal species et cetera.

4) Action;
people on the squares have to perform not just an abstract protest, but act in concrete ways to reach defined and reachable goals. To do this we need new ways of contestation, more tied with media and new technologies, and less with square fights.

For these reasons, there is the need of a worldwide debate on these themes, in order to find global solutions – clear to all – to a global crisis.

 

Quando cade un dittatore, il mondo diventa più bello. Tutto l’apparato mediatico si affanna a raccontarci quanto il tiranno sia stato cattivo e quanto sia stato necessario, per le filantropiche nazioni occidentali, intervenire per toglierlo di mezzo e restituire così ai popoli locali diritti, libertà e democrazia. E’ stato così in Iraq, in Afghanistan, ora in Libia e in tanti altri Paesi è successo e succederà.

Leggevo recentemente un’ottimo excursus storico-mitologico su un famoso quotidiano nazionale, nel quale si raccontava come la fine dei dittatori di tutti i tempi sia stata “inelluttabile”: hanno mantenuto il potere tiranneggiando il popolo, per una forma di castigo divino sono stati rovesciati e il loro potere è stato ritrasferito al popolo stesso. Da un punto di vista etico potrei essere perfettamente d’accordo, lo sono un po’ meno se parliamo di verità storica. E’ raro che le rivoluzioni le faccia – da solo – il popolo: le più grandi rivoluzioni (vincenti) della storia hanno visto come protagonista la ricca borghesia locale (francese, americana, italiana ecc.) spesso riunita in confraternite massoniche. Oppure sono state pilotate da Stati esteri, come i colpi di stato in Cile nel 1973 (Pinochet, appoggiato da Cia e lobby americane) e  in Venezuela nel 2002 . Il mito della rivoluzione dal basso va un tantino sfatato e quando c’è un movimento rivoluzionario vincente, bisogna sempre valutare se non sia stato appoggiato da qualche forza ben poco “popolare”. Prendiamo l’attuale esempio della Libia. Il diabolico dittatore Gheddafi finalmente espropriato del suo potere, dopo anni di tirannide. C’è da chiedersi perchè le forze occidentali non si siano mosse prima, così come per molti anni avevano tollerato pacificamente il regime di Saddam Hussein in Iraq. Parlavo nello scorso post di strategie belliche dell’Impero Romano: un’altra molto in voga consisteva nel mettere, nei territori in cui fosse difficile creare un proprio controllo diretto, dei “governi fantoccio“, composti da uomini del luogo ma fedeli a Roma. E’ chiaro che questo rapporto idillico poteva durare solo fino a quando gli uomini preposti avessero adottato politiche favorevoli all’Impero. Gli Stati Uniti non hanno voluto discostarsi da questo modello, favorendo occasionalmente dittature che tornavano loro utili. Ciò che gli Yankee non tollerano però è chi non “riga dritto”. Orbene, che aveva fatto Gheddafi di così malvagio da essere rimosso? E’ presto detto: Gheddafi aveva installato un sistema di telecomunicazioni indipendente dalle aziende occidentali, voleva creare una Banca Centrale Africana, un Fondo Monetario Africano e una Banca Africana del Prestito (leggere questo interessantissimo documento per approfondire). Tutto per rendere il continente finanziariamente indipendente dalle potenti e analoghe istituzioni occidentali. Se a questo sommiamo le ingenti risorse petrolifere (e non solo) della Libia, che Gheddafi vendeva al miglior offerente (in primis l’Italia), capiamo come il personaggio fosse diventato un po’ troppo audace e autonomo per mantenere il potere e come risultasse ormai molto più conveniente levarlo di mezzo e intascare il ricco bottino libico. Che verrà puntualmente spartito tra i soliti noti: Stati Uniti, Francia, Inghilterra. Le filantropiche democrazie nemiche giurate dei dittatori: sempre quelli ricchi di petrolio e risorse, però. E che non rigano dritto.

La Rivoluzione francese come rivoluzione borghese (e capitalistica)

Con le Rivoluzioni francese e americana la borghesia diventa la forza dominante 

Rivoluzione francese, americana e massoneria

Divide et impera

L’Impero Romano aveva due strategie consolidate per mantenere il controllo su una moltitudine  di territori e popoli differenti. La prima era chiamata “Panem et circenses” e consisteva nella distribuzione periodica di grano alle masse in periodi di carestia e nella istituzione di giochi che avevano il compito di divertire le folle e farle astenere da qualsiasi proposito rivoluzionario. Oggi si parlerebbe di armi di distrazione di massa e contentini vari. La seconda, più raffinata, consisteva nel “Divide et impera”. In pratica si riteneva che, se i popoli assoggettati dalla macchina militare romana si fossero uniti contro l’Impero, questi avrebbero potuto prendere il sopravvento anche disponendo di un’organizzazione tattica meno elaborata. Da qui la necessità di dividere i popoli assoggettati, metterli in contrasto gli uni con gli altri e impedire così la formazione di un fronte comune. Questa tattica vincente è stata replicata innumerevoli volte nella storia, ed è ben conosciuta da chiunque abbia ambizioni egemoniche. Dopo il crollo dell’Impero Romano, il suo posto è stato preso dalla Chiesa di Roma, che è stata il collante dell’Europa per un millennio buono (non a caso corrispondente al Medioevo). Mentre gli Stati europei si facevano la guerra tra di loro, la benedizione del Papa era ciò che legittimava il potere di un sovrano e c’era la corsa fra i vari regnanti ad assicurarsi il titolo di “Difensore della cristianità” contro eretici e “infedeli” (es. Saraceni). Anche l’Italia, curiosamente, è sempre stata fortemente litigiosa e i suoi Comuni hanno sempre avuto forti caratterizzazioni, rivalità e differenze, mentre la Chiesa ha sempre fatto da trait d’union per l’intero Paese… Ai giorni nostri forti rivalità etniche sussitono ancora ad esempio negli Stati africani, dove le multinazionali occidentali prendono risorse a prezzi stracciati mantenendo di fatto nella povertà le popolazioni locali. E una forte differenziazione sussiste ancora all’interno dell’Unione Europea, nella quale i vari Stati, come già scritto in un post precedente, sono uniti in una confederazione nella quale l’unione politica è flebile, mentre l’unione economico-monetaria procede in modo ben più rapido. Scrivevo nel post che l’euro e il sistema economico sono ciò che concretamente unisce l’Europa, mentre dal lato politico una vera unione è ancora un miraggio: la logica ci dice che le istituzioni monetarie diverranno ben presto la forza che manderà avanti il sistema. Leggete ad esempio questo articolo di Romano Prodi (articolo di oggi, vedere la parte sugli Eurounionbond), uomo proveniente da Goldman Sachs (vedi qui) importante banca d’affari americana. Si vuole per il futuro dell’Europa, che le risorse – anche auree – dei vari Stati aderenti confluiscano ulteriormente in un fondo comune per far fronte alle crisi del debito e agli assalti della speculazione internazionale, con un enorme potere per chi gestirà questi fondi. Accentrato il potere economico, diviso il potere politico, per l’appunto.

Divide et impera

The Roman Empire had two main strategies to keep control over different lands and people. The first was called: “Panem et circenses”, and consisted in periodic distributions of wheat to the masses in hard times and in the institution of games with the purpose to avoid rebellions. Today we would call them “weapons of massive distraction”. The second strategy was called “Divide et impera” (divide and conquer). The Romans believed that, if united, the people subdued by their war machine could rise against the empire and win, though their tactical inferiority. For this reason, it was necessary to divide them, put everyone of them against each other, in order to avoid the birth of a common hostile force. After the fall of the Roman Empire, its place was taken by the Roman Church, which has been the “glue” of Europe for one thousand years (the Middle Age). While the european kingdoms fought for the primacy, the blessing of the Pope had the power to legitimate crowns, and the kings tried to please the Holy See fighting heretics and “infidels” to gain the title of “defender of Christianity”. Italy too has always been a land of strifes and struggles between the different towns and territories, while the Church has always played a central role… In these days big ethnic divisions still exist, for example, in the african states, where western corporations take important resources at small cost keeping in poverty local populations. And strong differences remain in the European Union, in which many states are joined in a confederation where the political union is weak, while the economic union increases quickly. The EU is kept together by the euro and the economic system, while a real political union is still not at sight: this means the monetary institutions will soon become the engine of the european system. Yesterday Romano Prodi (italian ex-premier and formerly man of big investment-bank Goldman Sachs) proposed the “Eurounionbond” as solution for the debt crisis: he asked for the raising of a central european fund, with gold and assets of the different states as guarantee, to win the international speculation and come out from the crisis. It will give an enormous power to people that will control it. Centralized the economic power, divided the political one, just like we said before.

L’Unione Europea è nata, come sappiamo, sulle basi della vecchia Comunità Economica Europea: uno spazio commerciale libero da vincoli e restrizioni, creato per consentire la libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali. L’UE, con i suoi organi, è stata il frutto della volontà di dare una parvenza di unione politica e giuridica a una struttura nata per finalità fondamentalmente commerciali. Col Trattato di Maastricht e col Trattato di Lisbona si è cercato di consolidare la struttura “politica” dell’Ue, ma con scarsi risultati. La questione è questa: siamo inseriti in una confederazione in cui gli Stati aderenti hanno la stessa moneta (l’euro) ma delle caratteristiche nazionali ancora piuttosto marcate, per cui un italiano non si sentirà più di tanto affratellato a un tedesco o a un greco, perchè manca un senso di identità comune. Si potrebbe dire: “fatta l’Europa, bisogna fare gli europei“. Questo deficit di integrazione culturale e politica fra i vari Stati (che causa anche discordanze sul da farsi per risolvere i problemi comuni, vedi battibecchi tra il duo Merkel-Sarkozy e il resto d’Europa) va per alcuni commentatori risolto con una maggiore centralizzazione dei poteri europei: di fronte alla attuale crisi del debito, ad esempio, per molti la soluzione è in una più stretta integrazione economica. Sarebbe sufficiente creare degli eurobond (titoli di debito pubblico europei e non legati ai singoli Stati), potenziare l’Efsf (European Financial Stability Facility, il c.d. fondo salva-Stati, pagato ovviamente dai contribuenti europei) e creare magari un Ministro delle Finanze Europeo che gestisca i fondi provenienti dai vari Stati e tutto sarebbe a posto. Crisi scongiurata. Mi permetto di non essere d’accordo con una visione tanto ottimistica. Il problema è alla radice, nell’aver voluto creare una unione economica-monetaria priva di una vera unione culturale-politica e in cui tutti gli Stati sono stati legati agli stessi parametri di bilancio (quando era ovvio che alcuni Stati erano più inguaiati degli altri). L’Unione Europea doveva procedere in modo più graduale, aspettando che si realzzasse una vera integrazione dei popoli europei: così facendo invece, ne hanno tratto beneficio solo i grandi imprenditori e i grandi operatori finanziari, che hanno potuto lucrare sul nuovo mercato unico europeo, privo delle restrizioni del passato. Adesso si cerca di rimediare dando ancora più potere a organi centralizzati dell’Unione e levandolo ai poveri Stati nazionali, che ben presto saranno ridotti al rango di meri esecutori di ciò che viene deciso a Bruxelles e Francoforte. Un Unione frammentata che ha il suo fattore unificante nella moneta non può che dare un enorme potere a chi la moneta la rappresenta e gestisce: Banca Centrale, Ministri delle Finanze, grandi gruppi economici. Con buona pace dell’Europa dei popoli e dei diritti.

Interessante, sul tema, questo articolo  di Fabrizio Galimberti dal Sole 24 ore di ieri, a dimostrazione di come per molte firme l’unica soluzione sia quella di rafforzare un controllo centralizzato dell Ue (e delle sue finanze).

The currency that unified Europe

The European Union was born on the basis of the old European Economic Community, a  commercial space free from restrictions created to allow the circulation of goods, people, services and capitals. The EU, with its organs, has been created to put the dress of a political-juridical union to a structure first-of-all born for economic purposes. With the Maastricht and Lisboa Treaties they tried to consolidate the political structure of EU, but without great results. This is the point: we’re in a confederation with a unique currency (euro), but different languages and identities, so an italian will not feel a great sense of brotherhood with a greek or a german. We could say: “Europe has been made, let’s make the europeans“. This lack in cultural and political integration (which often leads to discussions between european leaders) can be solved, according to many analysts, with more centralization of european powers: for example, more economic integration would help in solving the present crisis. Creation of eurobonds, enpowerment of the Efsf (European Financial Stability Facility) and the institution – why not – of the European Finance Minister, with the duty to manage the finance of the whole Europe, should be the solutions. I don’t agree with a so optimistic view. The problem was born with the creation itself of an economic union lacking of a political and cultural union, a union in which States are bonded to the same budget parameters, though some State were clearly more at risk of others. EU had to proceed more slowly, waiting for a real integration of european people: in this way, instead, just big corporations and investors gained profit from the new european common market, free from old restrictions. The remedy now proposed is giving more power to centralized institutions of EU taking it away from the poor States, that will soon become mere executors of orders given by Bruxelles and Frankfurt. A fractioned union, joined together just by the currency can’t avoid to give an enormous power to people who hold and represent that currency: Central Bank, Financial Ministers, big corporations. And who cares about the Europe of people and rights.

E’ una sfida impari quella a cui assistiamo in questi giorni. Il sistema politico degli Stati-nazione e la flebile unione politica dell’Ue sembrano destinati a collassare sotto i colpi delle dinamiche (definite “esoteriche” da alcuni commentatori del Corsera) del sistema finanziario globale. Prima la minaccia dei mercati e della speculazione dei grandi investitori, poi l’intervento della Banca centrale europea a sostegno dell’Italia (mentre negli Usa la Fed si appresta a un nuovo “Quantitative easing”, cioè all’ immissione di denaro nel sistema con l’acquisto di titoli di Stato americani), intervento che ha avuto, come in precedenza per la Grecia, un costo non indifferente. Costo che possiamo vedere in queste stesse ore, nelle quali Tremonti e Berlusconi stanno presentando i provvedimenti necessari per placare il mostro sacro dei mercati e ringraziare il salvataggio “provvidenziale” della Bce: più privatizzazioni, più liberalizzazioni, tagli alla spesa pubblica, più forza ai contratti aziendali rispetto a quelli collettivi, maggiore facilità nel licenziare, un nuovo prelievo fiscale chiamato pietosamente “contributo di solidarietà” come se fosse un atto volontario. In quello che  è stato definito un “commissariamento” dell’Italia da parte della Bce si può ravvisare tutta l’impotenza degli Stati di fronte ai meccanismi finanziari: mentre i primi sono lenti e la loro azione ristretta al territorio di loro competenza, i secondi sono ultrarapidi (vedi high frequency trading) ed estesi all’intero globo. Non è un caso se uno dei 4 pilastri del diritto dell’Unione Europea sia la libera circolazione dei capitali (oltre alle merci, persone e servizi). La finanza agisce in modo fulmineo e globale, mossa dall’appetito per il profitto dei vari investitori/speculatori, che hanno il solo interesse ad acquistare titoli e compiere operazioni che li arricchiscano il più possibile. Poco importa se ciò implica il disastro di interi Stati e popolazioni: è anzi provato che quanto più uno Stato versa in cattive acque, tanto più se ne possono acquistare i gioielli di famiglia a prezzi stracciati. E’ il solito “capitalismo dei disastri”, come l’ha ribattezzato l’ottima Naomi Klein, e ad andarci di mezzo – ora più che mai- è la cara vecchia Europa.

Local politics against global finance

In these days we can see an uneven struggle. The political system of the sovereign States and the weak political union of the EU seem doomed to collapse under the fire of the global financial system’s mechanisms  (called “esotheric” by Corriere della sera’s analysts).  

After markets’ menace and the great investors’ speculation, there has been European Central Bank’s aid to Italy (while in the Us the Fed is preparing another Quantitative easing, immission of money in the system by buyings of Treasurys), which have had a significant cost for the Mediterranean nation. Yesterday, in fact, finance minister Giulio Tremonti and premier Silvio Berlusconi have presented the measures to calm down the market monster and to please the Ecb: privatizations, liberalizations, cuts to the public spending, facilitations in dismissing workers, more power to corporate contracts of work (and less to national contracts), a new tax called ironically “solidarity contribution”, as it was voluntary. In the so-called “Italy’s compulsory administration” by the Ecb we can see all the impotence of the States towards financial mechanisms: governments are slow, finance is hyper-quick (see high frequency trading) and has a global range. It’s not accidental if one of the four columns of European Union’s Law is the free circulation of money (other than goods, people and services). Finance acts in immediate and global way, moved just by the appetite for profit of investors and speculators, who have the only interest in acquiring assets and do operations the more profitable. Who cares if this leads to entire States and populations’ disaster: otherwise, it’s proved, the more a State is at risk of cracking, the more you can buy its family jewels for a short price. It’s the well-known “disaster capitalism”, as it has been defined by the great Naomy Klein, and in the storm center today there is the good old Europe, more than ever.

Inizia con questo una serie di post legati al mondo dell’economia e della finanza e in particolare all’attuale crisi economica.

L’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti sono scossi da una crisi finanziaria senza precedenti e cercherò con i miei post di rendere più chiara la situazione, per quanto possibile in base alle mie conoscenze e letture.

In questo primo post vorrei riportare, per iniziare, uno spezzone di un articolo del “Sole 24 ore” del 10/08/2011, che illustra bene come, dopo la crisi greca e con il recente acquisto di titoli di debito pubblico italiani da parte della Bce, stia cambiando la modalità con cui gli Stati vengono “aiutati” a gestire i loro debiti pubblici. Il pezzo è il seguente:

“L’espansione del contagio a Italia e Spagna ha inaugurato la settimana scorsa modalità diverse: niente programma sottoscritto in modo formale con le controparti internazionali, niente troika (Ue, Bce, Fmi), niente finanziamenti diretti ai governi. Si è assistito però a un commissariamento di fatto, con una combinazione di pressioni fortissime dei mercati finanziari, della Bce (in cambio dell’acquisto di debito sul mercato secondario), delle altre capitali (Berlino e Parigi): una combinazione che si è rivelata, anche per effetto dell’emergenza, più efficace dello strumentario formale adottato in passato”.

In parole povere, le forze internazionali, se riguardo alla Grecia l’hanno costretta ad adottare le misure volute con prestiti da parte di Fmi, Ue e Bce, con l’Italia stanno ottenendo lo stesso effetto con la pressione dei mercati finanziari e con l’intervento della Bce nell’acquisto del debito pubblico: nel frattempo Francia e Germania fanno pressioni perchè, in caso di fallimento dello Stato Italia e di istituzione del fondo Efsf (il cosiddetto Fondo europeo salva-Stati), una buona parte del denaro necessario a risollevare il Belpaese verrebbe da loro, Paesi tra i più importanti (e notevoli contribuenti) dell’Eurozona. Cambiano i mezzi ma la sostanza è la stessa: intanto il Governo italiano si prepara a varare nuove misure fiscali restrittive (tagli alla spesa pubblica, liberalizzazioni, privatizzazioni). Tutto grazie alla “speculazione internazionale” sui mercati finanziari, che ha enormemente aumentato i rendimenti dei nostri titoli di debito pubblico e quindi il rischio di insolvenza del nostro Paese.