Category: Poteri Occulti


(Articolo pubblicato il 15 aprile 2019 sui siti REvoluzione e Oltre le Barricate)

La recente notizia dell’arresto di Julian Assange dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra è stata un pugno nello stomaco nei confronti di tutti gli amanti dell’informazione libera. Ne è la prova il fatto che buona parte dei media nostrani, scendiletto di Usa e Ue ormai sempre più screditati, hanno fatto a gara per dipingerlo come un pericoloso criminale.
Assange è stato accusato di stupro in Svezia, è vero, anche se le accuse sono state ritirate due anni fa per l’impossibilità di procedere in sua assenza. La polizia britannica, invece, lo ha arrestato su richiesta degli Usa in base a un trattato di estradizione. L’accusa che viene mossa a lui e a Chelsea Manning è di cospirazione finalizzata alla pirateria informatica, un’accusa definita “debole e scioccante” da Edward Snowden.

Ma al di là di quelli che possono essere stati i suoi reati, commessi in ambito privato oppure nell’esercizio della sua attività di hacker e divulgatore, Assange era ovviamente da tempo nel mirino degli Usa per le sue esplosive rivelazioni sulle attività dei servizi di intelligence e del governo americano.
Ripercorriamo alcuni dei più importanti leaks tra gli oltre 10 milioni di documenti classificati pubblicati in 15 anni, come efficacemente sintetizzati dal sito Mission Verdad. 

1) Le torture di Guantanamo

Nel 2007 WikiLeaks, la fondazione guidata da Assange, ha pubblicato migliaia di documenti sul carcere americano nella base di Guantanamo, Cuba, inaugurato da Bush figlio nel 2002.
Negli archivi sono riportati dettagli sui prigionieri e i metodi di tortura utilizzati contro di loro, nell’ambito di un programma per il trattamento dei sospetti terroristi. Questo nonostante la Croce Rossa abbia più volte confermato che non tutti i prigionieri del carcere lo fossero.

2) Le guerre in Afghanistan e Iraq

Nel 2010 WikiLeaks ha pubblicato War Diaries, consistente in 400mila documenti riguardanti le guerre in Iraq e Afghanistan dal 2004 al 2009.
Nei leaks sono riportate informazioni sulle attrezzature militari dell’esercito Usa, sugli obiettivi militari e civili colpiti, su abusi e torture subiti dai prigionieri di guerra.

3) Cablegate: il modus operandi della “diplomazia” Usa

Nel 2010 Assange e i suoi hanno pubblicato il CableGate, milioni di messaggi riservati scritti tra il 1966 e il 2010 che rendono note le opinioni dei capi della diplomazia di Washington (tra cui Henry Kissinger) e le istruzioni date ai loro diplomatici per spiare politici stranieri. 

4) I Global Intelligence Files: sorveglianza di massa interna ed esterna

Tra il 2012 e il 2013 sono state pubblicate oltre 5 milioni di e-mail della compagnia di intelligence privata statunitense Stratfor. Questi documenti, denominati Global Intelligence Files, hanno svelato alcuni dettagli della rete interna di sorveglianza di massa negli Stati Uniti con la NSA come protagonista, assieme alle operazioni segrete svolte da Washington in Siria, tutto tra il 2004 e il 2011, mettendo a nudo l’intimo legame tra l’intelligence americana, alcune aziende che funzionano come loro teste di ponte e organizzazioni non governative al servizio delle élite.

5) TTIP, TPP, TISA. I trattati di libero scambio antidemocratici

Dal 2013 al 2016 WikiLeaks ha pubblicato documenti sui trattati di libero scambio che gli Usa stavano segretamente negoziando, quali il famigerato TTIP (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, riguardante Usa e Ue), il TPP (Partenariato transpacifico, con Giappone, Australia e altri paesi asiatici e americani) e TISA (Accordo sugli scambi di servizi, negoziato tra 23 membri dell’Organizzazione mondiale del commercio, tra cui l’Ue).
Questi accordi si sono sempre distinti per la scarsa trasparenza, per cui persino i rappresentanti del Parlamento europeo e di quello italiano hanno avuto modalità di accesso ristrettissime ai documenti. Tra le clausole più discusse di questi trattati, la possibilità di demandare la risoluzione di controversie legali tra Stati e aziende a tribunali creati appositamente, al di fuori del territorio nazionale.

6) Lo spionaggio globale della NSA

Nel 2016 abbiamo appreso che l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA) ha intercettato, tra gli altri, i telefoni della cancelliera tedesca Angela Merkel e dell’ex segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, rubato messaggi riservati della diplomazia italiana per conoscere le conversazioni tra l’ex premier Silvio Berlusconi e il premier israeliano Benjamin Netanyahu su Obama, spiato le comunicazioni dei ministri di Ue e Giappone per apprendere dei loro accordi per limitare l’ingerenza degli Usa, e tanto altro.

7) Hillary Clinton

Nel 2016 sono state pubblicate 44mila e-mail del Comitato Nazionale del Partito Democratico americano, che hanno evidenziato la campagna di sabotaggio contro Bernie Sanders e a favore di Hillary Clinton all’interno del partito. 30mila di queste mail appartengono o erano indirizzate alla Clinton quando era segretario di Stato nell’era Obama, e rivelano il suo ruolo nel golpe in Honduras del 2009, la corruzione della fondazione Clinton ad Haiti, i suoi piani per intervenire nella guerra in Siria, i milioni di dollari guadagnati per dare lezioni a banche e compagnie americane.
Si ritiene che tutte queste informazioni siano state determinanti per la sua sconfitta contro Trump nello stesso anno.

8) La cyber-CIA

Nel 2017 è stato il turno di Vault 7, la più grande pubblicazione di documenti della Central Intelligence Agency (CIA) avvenuta fino ad ora.
Il leak ha messo in luce l’immenso arsenale di computer hacking dell’agenzia, paragonabile a quello della NSA.
I funzionari della CIA e gli hacker al loro servizio hanno a disposizione strumenti come malware (software infetti), virus, trojan e sistemi di controllo remoto dei computer, che gli permettono di accedere virtualmente a qualsiasi terminale sul pianeta per spiarlo, rubarne le informazioni e sabotarlo.
Non solo: grazie a questo arsenale, sarebbero stati in grado di utilizzare IPhone, telefoni cellulari e televisori di milioni di persone in Europa, Africa e Medio Oriente come microfoni da cui attingere informazioni, e avrebbero spiato top manager, aziende e membri del Congresso americano.

 

Se questa carrellata non fosse sufficiente, bisogna aggiungere il lavoro svolto da Edward Snowden, ex collaboratore di CIA e NSA ora rifugiato in Russia, che ha contribuito a scoperchiare il vaso di Pandora del controllo globale dell’intelligence Usa, e le rivelazioni di Udo Ulfkotte, giornalista tedesco defunto due anni fa, che dopo anni di collaborazione con la Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha descritto nel suo libro “Giornalisti comprati” come la maggioranza dei media occidentali faccia sostanzialmente da ripetitore per le veline della CIA e di altre agenzie di intelligence affini. Alla faccia del giornalismo come “cane da guardia della democrazia”.

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(Articolo pubblicato il 9 aprile 2019 sui siti “REvoluzione” e “Oltre le Barricate“)

Quando si è faticosamente formato il governo M5S-Lega, nel giugno 2018, le aspettative degli italiani erano altissime: finalmente il Pd e le sue politiche venivano ricacciati in un angolo oscuro della nostra storia, e salivano al potere due forze che si definivano anti-sistema: il M5S, che faceva dell’onestà e della lotta alle “caste” la sua ragione sociale, e la Lega che si poneva in funzione anti-immigrazione (e quindi contro i fautori della “Open Society” – leggi immigrazione selvaggia – come Soros) e anti-Ue, ingaggiando pezzi da novanta quali Borghi e Bagnai in squadra.

A neanche un anno di distanza è forse troppo presto per dare giudizi tranchant, tenendo pure conto dei continui attacchi che la strana alleanza riceve ogni giorno, ma una cosa è certa: la “guerra all’Ue” promessa dai due partiti per anni non si è minimamente realizzata e alcuni elementi della compagine di governo sono in aperto contrasto con la mission “antisistema” che la maggioranza si era data. Certamente c’è stato lo zampino del Quirinale su alcune nomine (ricordiamo anche il veto su Sapellipremier), ma ciò non toglie che adesso i tempi siano maturi perché i “corpi estranei” nel governo vengano rimossi.

Il primo corpo estraneo è certamente il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Tutti ricordano come il nome scelto dai partiti di maggioranza per il dicastero fosse Paolo Savona, e di come su quel nome stesse per naufragare il governo giallo-verde con l’arrivo di Cottarelli.
Bene, adesso Tria ha dimostrato in più di un occasione di essere inadatto al suo ruolo: sia Salvini che i 5 Stelle mostrano una progressiva insofferenza (ultimo caso, il rimborso ai truffati dalle banche) verso un ministro che sembra più attento alla volontà dell’Ue e dei “mercati” (al punto da dire che, in caso di sue dimissioni, questi si rivolterebbero) che della sua compagine di governo.
Tria ha persino incassato il plauso del francese Moscovici (sì, quello che insultava gli italiani …), che lo ha definito “l’uomo giusto al posto giusto”, e questo certo non depone a suo favore. Ciliegina sulla torta: suo figlio è nel team della nave Mare Jonio, quella di Casarini e della Ong Mediterranea. Direi che ci sono tutti gli estremi perché la maggioranza ne pretenda le dimissioni.

Il secondo corpo estraneo è Moavero Milanesi. Membro dell’Aspen Institute(un’emanazione dei Rockefeller al pari di Bilderberg e Trilaterale), già ministro di Monti e Letta, filoeuropeista, filo-Nato, Moavero è un altro membro del “partito del Quirinale” e sembra tutto ciò contro cui 5 Stelle e Lega si sono sempre scagliati. Che ora rappresenti all’estero il “governo sovranista” è assolutamente ridicolo.

Il terzo elemento estraneo, ma non voluto da Mattarella, è invece la grillina doc Giulia Grillo.
L’attuale ministro della Salute si è scagliata con durezza contro il decreto Lorenzin alla sua presentazione, definendolo un “decreto folle”, e “fatto senza alcuna logica dalla testa ai piedi”. All’epoca la Grillo si diceva contraria all’obbligo vaccinale e favorevole alla raccomandazione, sparando sui social frasi ad effetto come “La libertà è un diritto che la Lorenzin non può togliere con 4 righe su un pezzo di carta”.
A pochi mesi di distanza, tutto dimenticato: ora la Grillo sembra più invasata di Burioni, vuole vaccinare pure gli adulti per i concorsi pubblici o l’Erasmus, e ripete le solite palle sulla terrificante minaccia del morbillo, nuova peste nera.
Ricordiamo un po’ di dati sul terribile pericolo morbillo: nel 2018 (in pieno regime Lorenzin) sono decedute 8 persone, di cui un solo bambino e 7 adulti (dati ISS). Nel 2017 ci sono stati 4 decessi, di cui 3 bambini. Nel 2016, 2015 e 2014 non si è verificato alcun decesso. Ricordiamo che la banalissima influenza stagionale, da ottobre 2018 a inizio febbraio 2019, ha causato ben 52 morti. Un olocausto, al confronto.
Tutta questa isteria contro il morbillo (che peraltro NON SI PUO’ ERADICARE, come ammesso dalla stessa Grillo), risulta quindi completamente fuori luogo, e non giustifica ovviamente l’imposizione vaccinale di tipo nazistoide per ben altre 9 patologie, alcune delle quali non trasmissibili, come il tetano.
Nel frattempo aumentano a dismisura i casi di autismo e le misteriose “morti in culla”, che gli stessi bugiardini e sentenze di tribunale attribuiscono ai vaccini, ma che evidentemente per la Glaxo sono insignificanti effetti collaterali sulla via del profitto.
La cosa più vergognosa è stata vedere bambini perfettamente sani cacciati a marzo dalle scuole perché non in regola con tutte le vaccinazioni obbligatorie, come se nelle poche settimane rimanenti di asilo questi rappresentino un pericolo mortale rispetto ai mesi precedenti.

Poi il M5S si interroga sul perché stia perdendo consensi ad ogni elezione: se i grillini vogliono un consiglio spassionato, caccino la Grillo, cancellino l’obbligo vaccinale come avevano promesso e tirino fuori gli attributi nei confronti dell’Unione Europea. Se si comportano come il Pd, faranno presto la stessa fine di Renzi e compagni.

Aumenta le disuguaglianze, avvantaggia solo la Germania, impedisce la crescita. Queste le opinioni del Premio Nobel per l’Economia sulla moneta unica. E i parametri europei non sono “basati sulla scienza economica”

(Articolo pubblicato su Il Giornale.it il 31 ottobre 2018)

L’Euro aumenta le disuguaglianze, avvantaggia solo la Germania, impedisce la crescita.

E i parametri di Maastricht non sono basati sulla scienza economica.

Queste le opinioni del premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, autore nel 2017 di un libro dal titolo “L’Euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa”, il quale ritiene che, dopo anni di stagnazione della crescita, la colpa sia della struttura dell’Eurozona e non dei singoli Paesi.
“L’Euro sembra fatto apposta per fallire. Se un Paese va male la colpa è sua, ma se ad andare male sono tutti i Paesi, allora la colpa è del sistema” ha affermato recentemente il professore, cattedra alla Columbia University e premio Nobel nel 2001.

Per Stiglitz “quando hanno creato l’Euro hanno sottratto ai Paesi il controllo del tasso di interesse e quello di cambio, due strumenti di aggiustamento necessari in caso di shock, ma non li hanno sostituiti con nulla. In questo modo hanno legato le mani all’Europa”. Inoltre sul fatto che “non si possa fare un deficit superiore al 3% o un indebitamento oltre al 60%, quei numeri sono inventati, non si basano sulla scienza economica”.
La conseguenza è stata che “invece di unire l’Europa, l’Euro e le regole europee hanno portato stagnazione e divergenza, i ricchi si sono arricchiti e i poveri impoveriti”.

Il professore vede nella Germania l’unico beneficiario della moneta unica: “La Germania ha questa eccedenza incredibile: esporta più delle importazioni e questo fa progredire la sua economia, ma il risultato è l’indebolimento del resto d’Europa”. E sull’austerità: “Non ha mai funzionato, ma si continua ad andare in questa direzione. In tempi di crisi l’economia va stimolata”.

All’Italia quindi conviene uscire? Su questo Stiglitz è più cauto.
“L’Italia avrebbe fatto bene a non entrare. Ora che è dentro, uscire potrebbe avere un costo significativo.
Andrebbe fatta una riforma dell’Eurozona, ma il problema è la politica. E’ possibile avere un assenso dalla Germania sulle riforme necessarie?”

In caso di risposta negativa, tuttavia, l’Italexit sembra essere una soluzione da prendere seriamente in considerazione.
“Sarebbe possibile creare delle piccole zone valutarie comuni tra Paesi differenti. Quando si lascia la zona Euro si potrebbero avere problemi, ma se non la si lascia, le prospettive di crescita potranno essere molto buie.
E L’Italia è abbastanza grande, con economisti sufficientemente bravi e creativi per gestire un’uscita de facto istituendo una doppia valuta flessibile che potrebbe favorire un ritorno della prosperità”.

E guardando all’esempio della Grecia: “Il Paese ellenico ha avuto una vera depressione, peggiore della Grande Depressione degli Usa. Il Pil è del 25% inferiore rispetto all’inizio della crisi, la disoccupazione giovanile è al 50%, il sistema sanitario è devastato. Non c’è futuro e sta diventando un Paese del Terzo Mondo. A paragone di questo, andarsene dall’Euro sarebbe il male minore”.

Referendum sull’Euro, linea dura verso l’Ue, vaccini, sanzioni alla Russia, Tap, Ilva. Tutte le volte che i 5 Stelle hanno fatto l’esatto contrario di quanto promesso ai loro elettori

(Articolo pubblicato il 30 ottobre 2018 su Il Giornale.it)

Il cambiamento lo hanno portato di sicuro. Se non altro, il cambiamento delle loro stesse opinioni. Parliamo ovviamente del Movimento 5 Stelle, che, presentatosi ai suoi elettori come rivoluzionario e anti-establishment, si è poi ritrovato a fare l’esatto contrario di quanto promesso, e su un numero impressionante di temi di prima grandezza.
Euro, guerra all’Ue, vaccini, Tap, Ilva, sanzioni alla Russia: sono innumerevoli le volte che i 5 Stelle hanno cambiato linea in modo radicale, sconcertando i propri elettori.

Euro sì, euro no

La giravolta più macroscopica è stata probabilmente quella sull’euro. Per anni Di Maio e compagni hanno cavalcato il sentimento euroscettico degli italiani proponendo un fantomatico referendum consultivo sulla moneta unica (privo di valore legale, poiché in Italia l’unico referendum ammesso è quello abrogativo e non si applica ai trattati internazionali), per poi abbandonare completamente ogni velleità di uscire dalla moneta unica a pochi giorni dalle elezioni di marzo. Sono celebri in tal senso le parole di Di Maio dopo le consultazioni al Quirinale, quando il capo politico del 5 Stelle rassicurò tutti sulla sua intenzione di “restare nell’Euro, nell’Ue e nella Nato”.
Una bella mazzata per i grillini più rivoluzionari.

Faremo la guerra all’Ue. Forse

Restando in ambito europeo, non si possono dimenticare le roboanti minacce di Di Maio dopo il caso Diciotti, quando l’intera Europa lasciò l’Italia da sola a gestire l’ennesimo carico di migranti che Malta aveva rifiutato. “Noi siamo pronti a tagliare i fondi all’Ue e porteremo il Ceta in Parlamento per bocciarlo” tuonò il vicepremier infuriato. Benissimo, pensarono i grillini più euroscettici, anche perché la bocciatura del Ceta (il trattato di libero scambio col Canada) è nel contratto di governo. Come è andata a finire? Il governo ha pagato regolarmente la sua quota di contributi all’Ue e il Ceta è ancora in vigore, mentre basterebbe una pronuncia negativa del Parlamento italiano per farlo decadere in via definitiva. Quando si dice adottare la linea dura.

Sanzioni alla Russia? Riconfermate

Sul piano internazionale, il M5S aveva promesso la fine delle sanzioni alla Russia e la ripresa di rapporti cordiali con Putin, impegno ribadito anche nel contratto di governo. Le sanzioni sono state puntualmente rinnovate a giugno.

L’obbligo vaccinale: da abrogarlo a potenziarlo

Un’altra battaglia di pura propaganda dei 5 Stelle è stata quella sui vaccini. Durante l’iter di conversione del decreto Lorenzin, l’estate scorsa l’attuale ministro della Salute Giulia Grillo dichiarava che il decreto era “fatto senza logica, dalla testa ai piedi”, che “alla coercizione noi preferiamo la raccomandazione”, che dal dl andava “tolta ogni sanzione e multa” e che il M5S intendeva “lasciare invariata la legislazione precedente“. Dopo tutte queste proteste accalorate, una volta al Ministero la Grillo e il suo partito non hanno in alcun modo toccato la legge Lorenzin, inviando persino i Nas nelle scuole per controllare le avvenute vaccinazioni ed escludendo i bimbi non in regola dalle lezioni, mentre il disegno di legge sull’obbligo “flessibile” potrebbe addirittura aumentare il numero di vaccinazioni obbligatorie in base al calo delle coperture, e coinvolgere anche adulti e operatori sanitari. Il superamento della Lorenzin quindi ci sarà: nel senso che l’obbligo sarà ancora più esteso.

Dimissioni in caso di avviso di garanzia

Uno dei principi su cui i 5 Stelle hanno fatto rapidamente dietrofront è stato poi quello delle dimissioni in caso di avviso di garanzia. Anni fa Di Maio e Di Battista urlavano che bastava ci fossero indagini a carico di un politico investito di funzioni pubbliche per determinarne l’obbligo di dimissioni. Lo stesso principio non è stato applicato dopo i rinvii a giudizio a carico di Virginia Raggi e Chiara Appendino e l’avviso di garanzia a Filippo Nogarin. Due pesi e due misure.

Ilva

Tema caldo è stato pure quello dell’Ilva di Taranto. In campagna elettorale i grillini si sono espressi numerose volte per la chiusura e la bonifica del territorio circostante, ricevendo i voti degli ambientalisti e della popolazione stremata da tumori e altri tipi di malattie. Appena al governo, Di Maio ha sostanzialmente confermato la linea del suo predecessore allo Sviluppo Economico Calenda, cedendo l’Ilva al gruppo franco-indiano Arcelor Mittal e abbandonando definitivamente soluzioni come la chiusura, la riconversione o la nazionalizzazione, decisamente più in linea con i sentimenti del suo elettorato.

Tap

Sempre restando al sud e in particolare in Puglia, Di Maio e i suoi sono riusciti a far infuriare non solo i tarantini più sensibili ai temi della salute e dell’ambiente, ma anche gli abitanti del Salento, dopo aver promesso per mesi lo stop al gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) e averlo invece riconfermato negli scorsi giorni. I salentini hanno risposto con significativi roghi di bandiere M5S e di schede elettorali, oltre che con il consueto bombardamento di proteste social.

Una lunga scia di contraddizioni

Questa serie di tradimenti mostra il carattere ambiguo di un movimento che, lungi dal combattere i “poteri forti” come si proponeva, ha finito per farsene fedele servo. È noto l’incontro di due anni fa di Luigi Di Maio con i vertici della Commissione Trilaterale italiana e Mario Monti presso l’Ispi, così come è rimasto ben impresso nella memoria collettiva il tentativo dei grillini di entrare, ad inizio 2017, nell’Alde, il gruppo più europeista e neoliberista del Parlamento Europeo, ricevendone peraltro una sonora porta in faccia.

Soros, banche d’affari, multinazionali, il business dell’utero in affitto. Quando il grande capitale si sposa con le “famiglie arcobaleno”

(Articolo pubblicato su Il Giornale.it il 25/10/2018)

Quando si pensa al mondo Lgbt, l’immagine che viene spesso in mente è quella di minoranze discriminate e oggetto di aggressioni, e per questo bisognose di tutela.
Ma cosa accade quando i cosiddetti diritti civili delle famiglie “arcobaleno” sono in realtà sospinti e sponsorizzati da alcuni degli uomini e delle organizzazioni più potenti del pianeta?

A quel punto le lobby Lgbt, lungi dall’essere deboli e discriminate, finiscono per disporre di una potenza di fuoco capace di condizionare la politica, i media e la società civile.
Al punto da imporre la propria agenda e mettere a tacere le voci dissenzienti con le paroline magiche del politically correct: omofobia e discriminazione.


Soros

La carrellata non può che cominciare con quello che è considerato il re dei cospiratori globalisti: quel George Soros che, oltre a finanziare Ong e progetti a sostegno delle migrazioni di massa, con la sua Open Society Foundation foraggia associazioni per la promozione dei diritti Lgbt in tutto i mondo. In Italia sono celebri i 99.690 dollari elargiti nel 2014 all’Arcigay, che ha confermato nella relazione allegata al bilancio consuntivo del 2017 (senza specificarne l’entità), e in quelle dei due anni precedenti, nuovi finanziamenti della fondazione del magnate.
Se non viene specificato l’ammontare dei contributi del singolo donatore, è indicativo che i finanziamenti da “privati”, tra cui spicca l’Open Society, pesino per il 46% dei ricavi complessivi.

È noto anche, e visibile sui documenti dell’Open Society, il rapporto di “affidabilità” che lega numerosi europarlamentari Pd, partito che ha legalizzato in Italia le unioni civili, a George Soros.

Fuori dall’Italia, Soros ha sostenuto nel 2013 con 100mila dollari la Gay Straight Alliance, un’associazione per la promozione dei diritti Lgbt con sede ad Oakland e molto attiva in California, e nello stesso anno ha beneficiato di detrazioni fiscali per 2,7 milioni di dollari per avere supportato la causa dei matrimoni gay e dei diritti Lgbt.
Nel 2014 il finanziere ha elargito 525mila dollari a Justice at Stake, un’organizzazione americana promotrice della presenza Lgbt nei tribunali. Non sia mai si dovesse incorrere in qualche magistrato troppo tradizionalista.


Multinazionali e banche d’affari

Ma non è solo il finanziere ebreo-ungherese a sostenere il variegato mondo Lgbt.
Nel 2015 ben 379 tra le più importanti banche d’affari e multinazionali del globo hanno inviato una lettera alla Corte Suprema chiedendo una sentenza favorevole al riconoscimento dei matrimoni gay su tutto il territorio americano. Un impeto di amore per i diritti civili? Macché.
Le imprese sostenevano che ciò fosse necessario per il business, poiché, si legge nella lettera: “L’attuale quadro legale sui matrimoni tra persone dello stesso sesso è confuso e comporta oneri significativi per i datori di lavoro e per i loro dipendenti, rendendo spesso difficile portare avanti l’attività lavorativa”.
Questo poiché per le imprese poteva risultare complicato reclutare o trasferire talenti Lgbt, restii a lavorare in Stati dove questi diritti non fossero tutelati, oppure garantire benefici a coppie di fatto ma non riconosciute dalla legge.
Insomma: gli affari non vogliono complicazioni legate agli orientamenti sessuali.


Il ricco business dell’utero in affitto

Un settore che è considerato in pieno sviluppo, poi, è quello del cosiddetto utero in affitto, o maternità surrogata.
A Bruxelles si è tenuta poche settimane fa la quarta edizione del convegno “Men having babies”, che promette ai gay di tutto il mondo una facile “maternità”, alla portata di tutti e al giusto prezzo.
Questo nonostante la pratica della maternità surrogata sia vietata in numerosi Paesi europei, tra cui Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Germania.
Nei Paesi in cui questa pratica è legale, invece, i prezzi sono variabili: negli Usa è possibile spendere oltre 100mila dollari per avere un figlio da una madre surrogata, mentre in Paesi come Ucraina e India è possibile “cavarsela” con 30-40mila dollari.
È evidente che, anche in questo caso, il motore di tutto è il business: non sono prezzi alla portata di tutte le tasche, tuttavia il “mercato” è in crescita e frutta oltre 6 miliardi di dollari l’anno. Sospinto da perfetti slogan pubblicitari come “Love is Love”.


Le polemiche italiane

I temi delle adozioni gay e dell’utero in affitto sono ritornati di stretta attualità dopo l’affissione di alcuni cartelli da parte delle associazioni Pro Vita e Generazione Famiglia per le strade di Roma, Milano, Napoli e Torino, per protestare contro la prassi delle rispettive amministrazioni di trascrivere le “famiglie arcobaleno”, pur in presenza di bimbi generati all’estero con la pratica illegale dell’utero in affitto.
Ma, come già rivelato da Il Giornale qualche mese fa, i grillini avrebbero ricevuto finanziamenti dalla Open Society di George Soros pochi mesi prima delle elezioni di marzo e il finanziere ungherese è stato ricevuto in pompa magna a Palazzo Chigi da Gentiloni lo scorso anno. Si tratterebbe, quindi, del classico cerchio che si chiude.

 

 

 

Leggi anche: “Roma, arriva la multa in città per i cartelli contro l’utero in affitto

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 10 settembre 2018)

Chiariamo una volta per tutte per quali motivi gli italiani hanno votato M5S e Lega alle ultime elezioni, oltre all’immensa volontà di mandare al diavolo il Pd.
Il primo motivo è stato il desiderio di porre fine alla sudditanza all’Ue, all’Euro e alle politiche di austerità, dato che entrambi i partiti sposavano una linea apertamente euroscettica.
Il secondo motivo era l’immigrazione, percepita come eccessiva e insostenibile: questo punto ha garantito il boom della Lega e discreti consensi anche ai 5 Stelle che con Di Maio hanno contestato il comportamento delle Ong nel Mediterraneo e difeso il Pm di Catania Zuccaro durante le sue denunce.
Il terzo punto è stato il decreto Lorenzin: entrambi i partiti promettevano la fine dell’obbligo vaccinale e il ritorno alla disciplina previgente, senza sanzioni né lo spauracchio dell’esclusione sociale per i propri figli.
A tutto ciò si può senz’altro aggiungere il peso della promessa del reddito di cittadinanza al Sud (5 Stelle) e la politica “securitaria” della Lega (ma di tutto il Centrodestra, in realtà) al Nord, e soprattutto il fatto che entrambi i partiti fossero percepiti come oppositori di quei poteri forti bancari, industriali e massonici che invece il Pd ha sempre riverito.

Premesso questo, non si può non rilevare che il M5S abbia per l’ennesima volta tradito i propri elettori. Dopo essersi schierato con l’Euro, con l’Ue e con la Nato poco dopo le consultazioni con Mattarella, tradendo così tutti i sovranisti che nel Movimento ponevano fiducia, pochi giorni fa il M5S (con la Lega, sì, ma la spinta maggiore è venuta dai pentastellati) ha proposto la conservazione dell’obbligo vaccinale, cancellando l’emendamento Taverna che lo posticipava di un anno come requisito per entrare a scuola. Oltre a ciò, nel Milleproroghe è comparso un emendamento che, se approvato dalle Camere, estenderà le 10 vaccinazioni al personale scolastico e sanitario. Un totale capovolgimento delle promesse fatte in campagna elettorale. Questa estensione della legge Lorenzin agli adulti  avrebbe anche la benedizione del ministro Giulia Grillo, che si è pronunciata a suo favore qualche giorno fa in Tv. Tutto ciò in totale spregio di quanto detto lo scorso anno, quando veniva imposto il decreto Lorenzin. Un’inversione a U francamente intollerabile.

Per questo motivo, chiediamo le immediate dimissioni del ministro Grillo, una persona eletta con i voti dei No Vax e dei Free Vax con uno scopo preciso, e che invece si è piegata alle più becere logiche commerciali delle case farmaceutiche, oltre che al progetto-sperimentazione avviato da Obama nel 2014, che fa dei bimbi italiani delle cavie da laboratorio. Un simile voltafaccia non è accettabile, e qualificherebbe il Governo del Cambiamento come Governo del Tradimento.
Dispiace che questo veda anche la Lega protagonista, che fino ad ora era stata coerente con le promesse fatte.
Sulla salute pubblica non si gioca, e per introdurre nuovi trattamenti sanitari obbligatori (con relative sanzioni) occorrono motivi più che seri, che né l’anno scorso né quest’anno si sono palesati. In assenza di questi, si rischia un diluvio di reazioni avverse (come quelle riportate in calce) sostanzialmente immotivate e soprattutto si viola il diritto costituzionalmente tutelato (art. 32)  alla libertà di scelta in ambito sanitario, come ben spiegato in questa intervista dalla avvocatessa Maria Carmela Longo.
Si tratta quindi evidentemente solo di un grande assist agli Usa e ai profitti privati della Glaxo, azienda produttrice dei vaccini in questione, così come l’introduzione del vaccino per l’epatite B avvenne in seguito a mazzette all’allora ministro della Sanità De Lorenzo (curiosa assonanza con Lorenzin).
Null’altro giustifica questa improvvisa ossessione acefala per le vaccinazioni multiple, e se il governo non intende porvi rimedio sarà bene che vada a casa al più presto.

 

 

Codacons: le reazioni avverse ai vaccini 2014-2016

25.000 indennizzi per danni da vaccino dovuti dallo Stato

L’obbligo vaccinale: chi decide sulla salute dei bambini?

Convegno Firenze 2 settembre 2018: “Vaccini: tra nuovi obblighi e diritto alla libertà di scelta”

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 25 agosto 2018)

Con la squallida vicenda della nave Diciotti e del suo (ennesimo) carico di immigrati clandestini, si è accertata una volta per tutte l’inconsistenza di qualsiasi utopica Unione Europea “dei popoli”, “della pace” o “della solidarietà”.
Non è bastato il massacro sociale fatto in Grecia a colpi di austerità, privatizzazioni, strozzinaggio, disoccupazione e precariato di massa.
Non sono bastati i tanti referendum – bellamente ignorati – con i quali i popoli hanno detto più volte No al progetto di una maggiore unificazione europea (Francia e Olanda su Costituzione Europea, Irlanda su Trattato di Lisbona, Grecia sui piani di “salvataggio” della Troika, e Brexit, su cui si vorrebbe addirittura far rivotare gli inglesi).

Adesso a certificare la natura dittatoriale e anti-solidale dell’Ue è arrivata la questione migranti, con l’Italia lasciata sola a gestire l’ennesimo carico di disgraziati dal Continente Nero, mentre il resto d’Europa blinda i confini.
Sulla Diciotti, ricordiamolo, c’è un concorso di colpe. C’è Malta che ha impedito che un barcone di immigrati soccorso nella loro zona di ricerca SAR sbarcasse da loro, dirottandoli nelle acque territoriali italiane.
Ci sono i vertici di Diciotti e Guardia Costiera, nominati dal Pd, che sembrano impegnati con zelo a favorire il traffico di migranti, invece di obbedire alla linea dura del nuovo governo.
C’è la sinistra e i suoi galoppini che stanno cercando, assieme a qualche Pm siciliano compiacente (iscritto a Magistratura Democratica), di forzare la mano al governo, costringendolo a chinare il capo e far entrare l’ennesimo carico di carne umana.
E poi c’è l’Ue che, invece di contribuire alla risoluzione del problema redistribuendo i 177 tra diversi Paesi europei, sta lasciando l’Italia a gestire in solitudine la questione. E non è la prima volta, dato che anche nel caso dei 500 sbarcati a Pozzallo, solo la Francia ne ha effettivamente presi in carico 45, mentre gli altri Paesi che avevano promesso di farlo (Germania, Spagna, Portogallo, Irlanda, Malta) hanno clamorosamente tradito le loro stesse dichiarazioni.

Di fronte a questo ennesimo fallimento della conclamata “solidarietà europea”, e di fronte alle pesanti imposizioni in materia economica che ci arrivano dall’Ue (pareggio di bilancio, legge Fornero, divieto di aiuti di Stato per rilanciare l’economia, religione del neoliberismo) non resta che prendere l’unica decisione sensata per l’Italia: chiudere i confini facendo entrare solo chi vogliamo (inasprendo le pene per chi, nelle istituzioni, remi contro il governo), stampare i minibot come da programma condiviso, e preparare l’Italexit, sia dal’Euro che dall’Ue.
L’Ue non ci dà nulla tranne che imposizioni sempre più intollerabili, e prende da noi più soldi di quanti ce ne restituisce. E’ tempo di farla deflagrare assieme a quella moneta per soli banchieri che è l’Euro.
Noi non siamo la Grecia e non vogliamo diventarlo.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 22 luglio 2018)

Antonio Rinaldi è un economista e docente universitario, anima del sito Scenari Economici e coautore del recente libro “La sovranità appartiene al popolo o allo spread?”.
In questa intervista abbiamo parlato con lui delle politiche del nuovo governo, del Piano B per l’uscita dall’Euro di Scenari Economici, di pareggio di bilancio e Fiscal Compact, del tema immigrazione di massa e dei trattati di libero scambio quali il Ceta e il Jefta.
Intervista a cura di Domenico Alessandro Mascialino.

NaziMatta(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 28 maggio 2018)
Ciò che è accaduto ieri, 27 maggio 2018, va ben oltre ogni immaginazione. Un presidente della Repubblica, esponente di un partito uscito devastato dalle ultime elezioni e nominato da un Parlamento dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale, si è arrogato il diritto di porre il veto su un ministro, Paolo Savona, democraticamente scelto dalle due forze vincitrici delle ultime elezioni, M5S e Lega.
E lo ha fatto sulla base delle idee troppo “euroscettiche” del ministro proposto, senza che la Costituzione gliene desse la facoltà, come confermato dagli stessi padri costituenti che quella Costituzione la scrissero.
Questo rifiuto ha causato le dimissioni del premier incaricato Conte, espressione del contratto di governo M5S-Lega, e la chiamata al Quirinale di Carlo Cottarelli, prezzemolino televisivo caldeggiato da mesi dai poteri forti e proveniente dal Fondo Monetario Internazionale e dal governo Letta.
E’ chiaro a tutti che il nuovo governo nella mente del PdR, sarebbe un altro governo tecnico, un Monti bis, peraltro privo della maggioranza in Parlamento necessaria ad avere la fiducia. Per cui si dovrà chiaramente tornare a nuove elezioni al più presto.

Ma a cosa servirebbe tornare al voto se, con ogni probabilità, l’esito sarà identico salvo un rafforzamento dei due partiti rifiutati da Mattarella?
E una volta riformato il Parlamento, si dovrà ripetere lo stesso teatrino all’infinito finché le forze politiche propongano un nome sinceramente europeista all’Economia?
Ma se gli italiani continueranno a votare per partiti euroscettici (ancora con più decisione, a questo punto) che senso ha continuare a fare resistenza? Mattarella è il garante della Costituzione italiana o della stabilità dei mercati e dell’Eurozona?
Risponde agli italiani o alla Merkel e ai parametri di Maastricht?
Da questa impasse si esce in un solo modo: o Mattarella cede (cosa che ha dimostrato di non voler fare), o non resta che metterlo in stato d’accusa ai sensi dell’art.90 della Costituzione. Le fattispecie previste sono alto tradimento e attentato alla Costituzione.

Il reato di alto tradimento consiste in “un comportamento doloso che, offendendo la personalità interna ed internazionale dello Stato, costituisca una violazione del dovere di fedeltà alla Repubblica. Esso presuppone una intesa del Capo dello Stato con potenze straniere atta a pregiudicare gli interessi nazionali o, addirittura, a sovvertire l’ordinamento costituzionale“.
Ed è ciò che si può ipotizzare in questo caso, nel momento in cui il PdR tutela più gli interessi dei mercati, dell’Ue, della Germania e dell’Eurozona, rispetto alla libera e democratica volontà degli italiani di liberarsi di tutte le loro imposizioni, espressa in modo inequivocabile il 4 marzo con il boom di partiti euroscettici come M5S e Lega, a fronte del crollo dei partiti europeisti (Pd, Più Europa, Forza Italia con Tajani premier). Inoltre Mattarella si è opposto alla nomina a ministro dell’Economia di Paolo Savona, solo perché questi ha espresso in passato posizioni euroscettiche e antitedesche, sebbene sia ormai risaputo che l’Ue così com’è sta solo avvantaggiando la Germania, e che l’Euro e le politiche di austerità imposte da Maastricht in poi hanno progressivamente distrutto il tessuto economico e sociale italiano.
Quindi l’ipotesi di intesa con potenze straniere, pregiudizio degli interessi nazionali e sovversione dell’ordinamento costituzionale, non è assolutamente da escludere.

L’attentato alla Costituzione, invece, comprende “ogni comportamento doloso diretto a sovvertire le istituzioni costituzionali o a violare la Costituzione.”
Anche in questo caso, nel momento in cui il PdR si arroga il diritti di rifiutare un ministro senza averne i poteri, in contrasto con le forze politiche che quel ministro sostengono, solo per delle divergenze di opinioni politiche (in questo caso sulla “sacralità dell’Eurozona”), è evidente che si pone ben oltre le prerogative a lui assegnate della Costituzione. A sostenere la tesi che il PdR non possa imporre i nomi dei ministri o porre veti su di essi, non sono solo i padri costituenti citati in precedenza, ma anche i principali autori di testi universitari di diritto pubblico e illustri presidenti onorari della Corte Costituzionale quali Valerio Onida.
Per entrambi i reati, il Presidente della Repubblica è messo in stato d’accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri, ed è giudicato dalla Corte costituzionale.

Di fronte a questi comportamenti assurdi, e con ogni probabilità al di fuori della legalità costituzionale, i partiti non hanno che da prendere questa via (cosa che sia la Meloni che Di Maio hanno detto di voler fare), e incitare i cittadini a farsi sentire sotto il Quirinale e nelle piazze di tutt’Italia per chiedere a gran voce le dimissioni di Mattarella.
Il presidente della Repubblica deve fare gli interessi della popolazione italiana e garantire il rispetto della Costituzione. Non certo fare il paladino dell’Ue, dell’Euro, dei mercati e delle idee fuori di testa e ampiamente rifiutate dagli italiani del Pd.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 25 aprile 2018)

Il 24 aprile 2018 sarà ricordato come il giorno in cui il M5S ha ufficialmente mostrato il suo vero volto: quello di stampella del Pd e delle elite globaliste.
Dopo aver impedito la nascita di un governo che realmente rispecchiasse il voto degli italiani, ovvero un Centrodestra-M5S (che ci fosse Berlusconi in mezzo o no era irrilevante: FI ha comunque contribuito in modo determinante alla vittoria della coalizione di Cdx, quindi sarebbe stato democratico includerla nell’accordo di governo, e in ogni caso non si capisce perché escludere anche Fratelli d’Italia), ieri Di Maio ha chiuso ogni spiraglio alla Lega, aprendo senza riserve a un accordo di governo col Pd.

Questa decisione folle fa a pugni con l’inequivocabile messaggio lanciato dagli elettori il 4 marzo: il voto ha punito duramente (con il 70% diviso tra Centrodestra e M5S) il Pd e tutto il centrosinistra, le politiche di austerità, l’europeismo e l’immigrazionismo; lo stesso MòViMento è stato votato perché percepito come alternativo a tutto ciò.
E i 5 Stelle ora che fanno? Decidono di resuscitare un partito cacciato a calci dagli italiani, chiudendo le porte in faccia ai veri vincitori delle politiche: la Lega e il Centrodestra tutto.
Questo comportamento inqualificabile fa pendant con le dichiarazioni di Di Maio dopo le prime consultazioni con Mattarella – quando Giggino a sorpresa giurò fedeltà assoluta all’Ue, all’Euro e alla Nato – e con le sue dichiarazioni dopo l’attacco dei banditi anglo-franco-americani alla Siria, basato su clamorose fake news: anche in quel caso Di Maio non espresse alcuna condanna ma “vicinanza agli alleati e all’Ue”, sebbene con una timida richiesta di approfondire quanto accaduto a Douma.
L’ambiguità democristiana di Di Maio e i suoi ha veramente stufato, specie se nasconde – come nasconde – solo la volontà di rubare i voti e le speranze di un elettorato stremato, per riportarli nel consueto alveo atlantista, europeista, neoliberista e pro-austerità.
E adesso questo è ancora più chiaro con la chiusura verso la Lega e il tentato accordo con il Pd e la sua agenda europeista, anti-sovranista e anti-populista, quando l’unico governo realmente rispettoso del voto del 4 marzo sarebbe “l’alleanza populista” tra M5S, Lega e Fratelli d’Italia, con staffetta per il premier tra Salvini e Di Maio.

Il M5S si conferma così la stampella del potere euro-atlantico, globalista e neoliberista in Italia: si guardi anche alla giunta Appendino, che a Torino ha da poco riconosciuto il primo figlio di due donne nel nostro Paese pur in assenza di una legge specifica, in perfetta continuità con le stronzate gender del centrosinistra sorosiano.
Non resta che dire sul M5S ciò che da tempo si è detto del Pd: M5S delendus est, il M5S  va distrutto al più presto.
Se i 5 Stelle avessero un po’ di palle farebbero ora naufragare ogni accordo col Pd, modificherebbero la legge elettorale con un congruo premio di maggioranza e riporterebbero il Paese alle urne il prima possibile: potrebbero così immediatamente verificare quanto gli italiani hanno gradito le giravolte che li hanno visti protagonisti.