Category: Poteri Occulti


Aumenta le disuguaglianze, avvantaggia solo la Germania, impedisce la crescita. Queste le opinioni del Premio Nobel per l’Economia sulla moneta unica. E i parametri europei non sono “basati sulla scienza economica”

(Articolo pubblicato su Il Giornale.it il 31 ottobre 2018)

L’Euro aumenta le disuguaglianze, avvantaggia solo la Germania, impedisce la crescita.

E i parametri di Maastricht non sono basati sulla scienza economica.

Queste le opinioni del premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, autore nel 2017 di un libro dal titolo “L’Euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa”, il quale ritiene che, dopo anni di stagnazione della crescita, la colpa sia della struttura dell’Eurozona e non dei singoli Paesi.
“L’Euro sembra fatto apposta per fallire. Se un Paese va male la colpa è sua, ma se ad andare male sono tutti i Paesi, allora la colpa è del sistema” ha affermato recentemente il professore, cattedra alla Columbia University e premio Nobel nel 2001.

Per Stiglitz “quando hanno creato l’Euro hanno sottratto ai Paesi il controllo del tasso di interesse e quello di cambio, due strumenti di aggiustamento necessari in caso di shock, ma non li hanno sostituiti con nulla. In questo modo hanno legato le mani all’Europa”. Inoltre sul fatto che “non si possa fare un deficit superiore al 3% o un indebitamento oltre al 60%, quei numeri sono inventati, non si basano sulla scienza economica”.
La conseguenza è stata che “invece di unire l’Europa, l’Euro e le regole europee hanno portato stagnazione e divergenza, i ricchi si sono arricchiti e i poveri impoveriti”.

Il professore vede nella Germania l’unico beneficiario della moneta unica: “La Germania ha questa eccedenza incredibile: esporta più delle importazioni e questo fa progredire la sua economia, ma il risultato è l’indebolimento del resto d’Europa”. E sull’austerità: “Non ha mai funzionato, ma si continua ad andare in questa direzione. In tempi di crisi l’economia va stimolata”.

All’Italia quindi conviene uscire? Su questo Stiglitz è più cauto.
“L’Italia avrebbe fatto bene a non entrare. Ora che è dentro, uscire potrebbe avere un costo significativo.
Andrebbe fatta una riforma dell’Eurozona, ma il problema è la politica. E’ possibile avere un assenso dalla Germania sulle riforme necessarie?”

In caso di risposta negativa, tuttavia, l’Italexit sembra essere una soluzione da prendere seriamente in considerazione.
“Sarebbe possibile creare delle piccole zone valutarie comuni tra Paesi differenti. Quando si lascia la zona Euro si potrebbero avere problemi, ma se non la si lascia, le prospettive di crescita potranno essere molto buie.
E L’Italia è abbastanza grande, con economisti sufficientemente bravi e creativi per gestire un’uscita de facto istituendo una doppia valuta flessibile che potrebbe favorire un ritorno della prosperità”.

E guardando all’esempio della Grecia: “Il Paese ellenico ha avuto una vera depressione, peggiore della Grande Depressione degli Usa. Il Pil è del 25% inferiore rispetto all’inizio della crisi, la disoccupazione giovanile è al 50%, il sistema sanitario è devastato. Non c’è futuro e sta diventando un Paese del Terzo Mondo. A paragone di questo, andarsene dall’Euro sarebbe il male minore”.

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Referendum sull’Euro, linea dura verso l’Ue, vaccini, sanzioni alla Russia, Tap, Ilva. Tutte le volte che i 5 Stelle hanno fatto l’esatto contrario di quanto promesso ai loro elettori

(Articolo pubblicato il 30 ottobre 2018 su Il Giornale.it)

Il cambiamento lo hanno portato di sicuro. Se non altro, il cambiamento delle loro stesse opinioni. Parliamo ovviamente del Movimento 5 Stelle, che, presentatosi ai suoi elettori come rivoluzionario e anti-establishment, si è poi ritrovato a fare l’esatto contrario di quanto promesso, e su un numero impressionante di temi di prima grandezza.
Euro, guerra all’Ue, vaccini, Tap, Ilva, sanzioni alla Russia: sono innumerevoli le volte che i 5 Stelle hanno cambiato linea in modo radicale, sconcertando i propri elettori.

Euro sì, euro no

La giravolta più macroscopica è stata probabilmente quella sull’euro. Per anni Di Maio e compagni hanno cavalcato il sentimento euroscettico degli italiani proponendo un fantomatico referendum consultivo sulla moneta unica (privo di valore legale, poiché in Italia l’unico referendum ammesso è quello abrogativo e non si applica ai trattati internazionali), per poi abbandonare completamente ogni velleità di uscire dalla moneta unica a pochi giorni dalle elezioni di marzo. Sono celebri in tal senso le parole di Di Maio dopo le consultazioni al Quirinale, quando il capo politico del 5 Stelle rassicurò tutti sulla sua intenzione di “restare nell’Euro, nell’Ue e nella Nato”.
Una bella mazzata per i grillini più rivoluzionari.

Faremo la guerra all’Ue. Forse

Restando in ambito europeo, non si possono dimenticare le roboanti minacce di Di Maio dopo il caso Diciotti, quando l’intera Europa lasciò l’Italia da sola a gestire l’ennesimo carico di migranti che Malta aveva rifiutato. “Noi siamo pronti a tagliare i fondi all’Ue e porteremo il Ceta in Parlamento per bocciarlo” tuonò il vicepremier infuriato. Benissimo, pensarono i grillini più euroscettici, anche perché la bocciatura del Ceta (il trattato di libero scambio col Canada) è nel contratto di governo. Come è andata a finire? Il governo ha pagato regolarmente la sua quota di contributi all’Ue e il Ceta è ancora in vigore, mentre basterebbe una pronuncia negativa del Parlamento italiano per farlo decadere in via definitiva. Quando si dice adottare la linea dura.

Sanzioni alla Russia? Riconfermate

Sul piano internazionale, il M5S aveva promesso la fine delle sanzioni alla Russia e la ripresa di rapporti cordiali con Putin, impegno ribadito anche nel contratto di governo. Le sanzioni sono state puntualmente rinnovate a giugno.

L’obbligo vaccinale: da abrogarlo a potenziarlo

Un’altra battaglia di pura propaganda dei 5 Stelle è stata quella sui vaccini. Durante l’iter di conversione del decreto Lorenzin, l’estate scorsa l’attuale ministro della Salute Giulia Grillo dichiarava che il decreto era “fatto senza logica, dalla testa ai piedi”, che “alla coercizione noi preferiamo la raccomandazione”, che dal dl andava “tolta ogni sanzione e multa” e che il M5S intendeva “lasciare invariata la legislazione precedente“. Dopo tutte queste proteste accalorate, una volta al Ministero la Grillo e il suo partito non hanno in alcun modo toccato la legge Lorenzin, inviando persino i Nas nelle scuole per controllare le avvenute vaccinazioni ed escludendo i bimbi non in regola dalle lezioni, mentre il disegno di legge sull’obbligo “flessibile” potrebbe addirittura aumentare il numero di vaccinazioni obbligatorie in base al calo delle coperture, e coinvolgere anche adulti e operatori sanitari. Il superamento della Lorenzin quindi ci sarà: nel senso che l’obbligo sarà ancora più esteso.

Dimissioni in caso di avviso di garanzia

Uno dei principi su cui i 5 Stelle hanno fatto rapidamente dietrofront è stato poi quello delle dimissioni in caso di avviso di garanzia. Anni fa Di Maio e Di Battista urlavano che bastava ci fossero indagini a carico di un politico investito di funzioni pubbliche per determinarne l’obbligo di dimissioni. Lo stesso principio non è stato applicato dopo i rinvii a giudizio a carico di Virginia Raggi e Chiara Appendino e l’avviso di garanzia a Filippo Nogarin. Due pesi e due misure.

Ilva

Tema caldo è stato pure quello dell’Ilva di Taranto. In campagna elettorale i grillini si sono espressi numerose volte per la chiusura e la bonifica del territorio circostante, ricevendo i voti degli ambientalisti e della popolazione stremata da tumori e altri tipi di malattie. Appena al governo, Di Maio ha sostanzialmente confermato la linea del suo predecessore allo Sviluppo Economico Calenda, cedendo l’Ilva al gruppo franco-indiano Arcelor Mittal e abbandonando definitivamente soluzioni come la chiusura, la riconversione o la nazionalizzazione, decisamente più in linea con i sentimenti del suo elettorato.

Tap

Sempre restando al sud e in particolare in Puglia, Di Maio e i suoi sono riusciti a far infuriare non solo i tarantini più sensibili ai temi della salute e dell’ambiente, ma anche gli abitanti del Salento, dopo aver promesso per mesi lo stop al gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) e averlo invece riconfermato negli scorsi giorni. I salentini hanno risposto con significativi roghi di bandiere M5S e di schede elettorali, oltre che con il consueto bombardamento di proteste social.

Una lunga scia di contraddizioni

Questa serie di tradimenti mostra il carattere ambiguo di un movimento che, lungi dal combattere i “poteri forti” come si proponeva, ha finito per farsene fedele servo. È noto l’incontro di due anni fa di Luigi Di Maio con i vertici della Commissione Trilaterale italiana e Mario Monti presso l’Ispi, così come è rimasto ben impresso nella memoria collettiva il tentativo dei grillini di entrare, ad inizio 2017, nell’Alde, il gruppo più europeista e neoliberista del Parlamento Europeo, ricevendone peraltro una sonora porta in faccia.

Soros, banche d’affari, multinazionali, il business dell’utero in affitto. Quando il grande capitale si sposa con le “famiglie arcobaleno”

(Articolo pubblicato su Il Giornale.it il 25/10/2018)

Quando si pensa al mondo Lgbt, l’immagine che viene spesso in mente è quella di minoranze discriminate e oggetto di aggressioni, e per questo bisognose di tutela.
Ma cosa accade quando i cosiddetti diritti civili delle famiglie “arcobaleno” sono in realtà sospinti e sponsorizzati da alcuni degli uomini e delle organizzazioni più potenti del pianeta?

A quel punto le lobby Lgbt, lungi dall’essere deboli e discriminate, finiscono per disporre di una potenza di fuoco capace di condizionare la politica, i media e la società civile.
Al punto da imporre la propria agenda e mettere a tacere le voci dissenzienti con le paroline magiche del politically correct: omofobia e discriminazione.


Soros

La carrellata non può che cominciare con quello che è considerato il re dei cospiratori globalisti: quel George Soros che, oltre a finanziare Ong e progetti a sostegno delle migrazioni di massa, con la sua Open Society Foundation foraggia associazioni per la promozione dei diritti Lgbt in tutto i mondo. In Italia sono celebri i 99.690 dollari elargiti nel 2014 all’Arcigay, che ha confermato nella relazione allegata al bilancio consuntivo del 2017 (senza specificarne l’entità), e in quelle dei due anni precedenti, nuovi finanziamenti della fondazione del magnate.
Se non viene specificato l’ammontare dei contributi del singolo donatore, è indicativo che i finanziamenti da “privati”, tra cui spicca l’Open Society, pesino per il 46% dei ricavi complessivi.

È noto anche, e visibile sui documenti dell’Open Society, il rapporto di “affidabilità” che lega numerosi europarlamentari Pd, partito che ha legalizzato in Italia le unioni civili, a George Soros.

Fuori dall’Italia, Soros ha sostenuto nel 2013 con 100mila dollari la Gay Straight Alliance, un’associazione per la promozione dei diritti Lgbt con sede ad Oakland e molto attiva in California, e nello stesso anno ha beneficiato di detrazioni fiscali per 2,7 milioni di dollari per avere supportato la causa dei matrimoni gay e dei diritti Lgbt.
Nel 2014 il finanziere ha elargito 525mila dollari a Justice at Stake, un’organizzazione americana promotrice della presenza Lgbt nei tribunali. Non sia mai si dovesse incorrere in qualche magistrato troppo tradizionalista.


Multinazionali e banche d’affari

Ma non è solo il finanziere ebreo-ungherese a sostenere il variegato mondo Lgbt.
Nel 2015 ben 379 tra le più importanti banche d’affari e multinazionali del globo hanno inviato una lettera alla Corte Suprema chiedendo una sentenza favorevole al riconoscimento dei matrimoni gay su tutto il territorio americano. Un impeto di amore per i diritti civili? Macché.
Le imprese sostenevano che ciò fosse necessario per il business, poiché, si legge nella lettera: “L’attuale quadro legale sui matrimoni tra persone dello stesso sesso è confuso e comporta oneri significativi per i datori di lavoro e per i loro dipendenti, rendendo spesso difficile portare avanti l’attività lavorativa”.
Questo poiché per le imprese poteva risultare complicato reclutare o trasferire talenti Lgbt, restii a lavorare in Stati dove questi diritti non fossero tutelati, oppure garantire benefici a coppie di fatto ma non riconosciute dalla legge.
Insomma: gli affari non vogliono complicazioni legate agli orientamenti sessuali.


Il ricco business dell’utero in affitto

Un settore che è considerato in pieno sviluppo, poi, è quello del cosiddetto utero in affitto, o maternità surrogata.
A Bruxelles si è tenuta poche settimane fa la quarta edizione del convegno “Men having babies”, che promette ai gay di tutto il mondo una facile “maternità”, alla portata di tutti e al giusto prezzo.
Questo nonostante la pratica della maternità surrogata sia vietata in numerosi Paesi europei, tra cui Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Germania.
Nei Paesi in cui questa pratica è legale, invece, i prezzi sono variabili: negli Usa è possibile spendere oltre 100mila dollari per avere un figlio da una madre surrogata, mentre in Paesi come Ucraina e India è possibile “cavarsela” con 30-40mila dollari.
È evidente che, anche in questo caso, il motore di tutto è il business: non sono prezzi alla portata di tutte le tasche, tuttavia il “mercato” è in crescita e frutta oltre 6 miliardi di dollari l’anno. Sospinto da perfetti slogan pubblicitari come “Love is Love”.


Le polemiche italiane

I temi delle adozioni gay e dell’utero in affitto sono ritornati di stretta attualità dopo l’affissione di alcuni cartelli da parte delle associazioni Pro Vita e Generazione Famiglia per le strade di Roma, Milano, Napoli e Torino, per protestare contro la prassi delle rispettive amministrazioni di trascrivere le “famiglie arcobaleno”, pur in presenza di bimbi generati all’estero con la pratica illegale dell’utero in affitto.
Ma, come già rivelato da Il Giornale qualche mese fa, i grillini avrebbero ricevuto finanziamenti dalla Open Society di George Soros pochi mesi prima delle elezioni di marzo e il finanziere ungherese è stato ricevuto in pompa magna a Palazzo Chigi da Gentiloni lo scorso anno. Si tratterebbe, quindi, del classico cerchio che si chiude.

 

 

 

Leggi anche: “Roma, arriva la multa in città per i cartelli contro l’utero in affitto

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 10 settembre 2018)

Chiariamo una volta per tutte per quali motivi gli italiani hanno votato M5S e Lega alle ultime elezioni, oltre all’immensa volontà di mandare al diavolo il Pd.
Il primo motivo è stato il desiderio di porre fine alla sudditanza all’Ue, all’Euro e alle politiche di austerità, dato che entrambi i partiti sposavano una linea apertamente euroscettica.
Il secondo motivo era l’immigrazione, percepita come eccessiva e insostenibile: questo punto ha garantito il boom della Lega e discreti consensi anche ai 5 Stelle che con Di Maio hanno contestato il comportamento delle Ong nel Mediterraneo e difeso il Pm di Catania Zuccaro durante le sue denunce.
Il terzo punto è stato il decreto Lorenzin: entrambi i partiti promettevano la fine dell’obbligo vaccinale e il ritorno alla disciplina previgente, senza sanzioni né lo spauracchio dell’esclusione sociale per i propri figli.
A tutto ciò si può senz’altro aggiungere il peso della promessa del reddito di cittadinanza al Sud (5 Stelle) e la politica “securitaria” della Lega (ma di tutto il Centrodestra, in realtà) al Nord, e soprattutto il fatto che entrambi i partiti fossero percepiti come oppositori di quei poteri forti bancari, industriali e massonici che invece il Pd ha sempre riverito.

Premesso questo, non si può non rilevare che il M5S abbia per l’ennesima volta tradito i propri elettori. Dopo essersi schierato con l’Euro, con l’Ue e con la Nato poco dopo le consultazioni con Mattarella, tradendo così tutti i sovranisti che nel Movimento ponevano fiducia, pochi giorni fa il M5S (con la Lega, sì, ma la spinta maggiore è venuta dai pentastellati) ha proposto la conservazione dell’obbligo vaccinale, cancellando l’emendamento Taverna che lo posticipava di un anno come requisito per entrare a scuola. Oltre a ciò, nel Milleproroghe è comparso un emendamento che, se approvato dalle Camere, estenderà le 10 vaccinazioni al personale scolastico e sanitario. Un totale capovolgimento delle promesse fatte in campagna elettorale. Questa estensione della legge Lorenzin agli adulti  avrebbe anche la benedizione del ministro Giulia Grillo, che si è pronunciata a suo favore qualche giorno fa in Tv. Tutto ciò in totale spregio di quanto detto lo scorso anno, quando veniva imposto il decreto Lorenzin. Un’inversione a U francamente intollerabile.

Per questo motivo, chiediamo le immediate dimissioni del ministro Grillo, una persona eletta con i voti dei No Vax e dei Free Vax con uno scopo preciso, e che invece si è piegata alle più becere logiche commerciali delle case farmaceutiche, oltre che al progetto-sperimentazione avviato da Obama nel 2014, che fa dei bimbi italiani delle cavie da laboratorio. Un simile voltafaccia non è accettabile, e qualificherebbe il Governo del Cambiamento come Governo del Tradimento.
Dispiace che questo veda anche la Lega protagonista, che fino ad ora era stata coerente con le promesse fatte.
Sulla salute pubblica non si gioca, e per introdurre nuovi trattamenti sanitari obbligatori (con relative sanzioni) occorrono motivi più che seri, che né l’anno scorso né quest’anno si sono palesati. In assenza di questi, si rischia un diluvio di reazioni avverse (come quelle riportate in calce) sostanzialmente immotivate e soprattutto si viola il diritto costituzionalmente tutelato (art. 32)  alla libertà di scelta in ambito sanitario, come ben spiegato in questa intervista dalla avvocatessa Maria Carmela Longo.
Si tratta quindi evidentemente solo di un grande assist agli Usa e ai profitti privati della Glaxo, azienda produttrice dei vaccini in questione, così come l’introduzione del vaccino per l’epatite B avvenne in seguito a mazzette all’allora ministro della Sanità De Lorenzo (curiosa assonanza con Lorenzin).
Null’altro giustifica questa improvvisa ossessione acefala per le vaccinazioni multiple, e se il governo non intende porvi rimedio sarà bene che vada a casa al più presto.

 

 

Codacons: le reazioni avverse ai vaccini 2014-2016

25.000 indennizzi per danni da vaccino dovuti dallo Stato

L’obbligo vaccinale: chi decide sulla salute dei bambini?

Convegno Firenze 2 settembre 2018: “Vaccini: tra nuovi obblighi e diritto alla libertà di scelta”

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 25 agosto 2018)

Con la squallida vicenda della nave Diciotti e del suo (ennesimo) carico di immigrati clandestini, si è accertata una volta per tutte l’inconsistenza di qualsiasi utopica Unione Europea “dei popoli”, “della pace” o “della solidarietà”.
Non è bastato il massacro sociale fatto in Grecia a colpi di austerità, privatizzazioni, strozzinaggio, disoccupazione e precariato di massa.
Non sono bastati i tanti referendum – bellamente ignorati – con i quali i popoli hanno detto più volte No al progetto di una maggiore unificazione europea (Francia e Olanda su Costituzione Europea, Irlanda su Trattato di Lisbona, Grecia sui piani di “salvataggio” della Troika, e Brexit, su cui si vorrebbe addirittura far rivotare gli inglesi).

Adesso a certificare la natura dittatoriale e anti-solidale dell’Ue è arrivata la questione migranti, con l’Italia lasciata sola a gestire l’ennesimo carico di disgraziati dal Continente Nero, mentre il resto d’Europa blinda i confini.
Sulla Diciotti, ricordiamolo, c’è un concorso di colpe. C’è Malta che ha impedito che un barcone di immigrati soccorso nella loro zona di ricerca SAR sbarcasse da loro, dirottandoli nelle acque territoriali italiane.
Ci sono i vertici di Diciotti e Guardia Costiera, nominati dal Pd, che sembrano impegnati con zelo a favorire il traffico di migranti, invece di obbedire alla linea dura del nuovo governo.
C’è la sinistra e i suoi galoppini che stanno cercando, assieme a qualche Pm siciliano compiacente (iscritto a Magistratura Democratica), di forzare la mano al governo, costringendolo a chinare il capo e far entrare l’ennesimo carico di carne umana.
E poi c’è l’Ue che, invece di contribuire alla risoluzione del problema redistribuendo i 177 tra diversi Paesi europei, sta lasciando l’Italia a gestire in solitudine la questione. E non è la prima volta, dato che anche nel caso dei 500 sbarcati a Pozzallo, solo la Francia ne ha effettivamente presi in carico 45, mentre gli altri Paesi che avevano promesso di farlo (Germania, Spagna, Portogallo, Irlanda, Malta) hanno clamorosamente tradito le loro stesse dichiarazioni.

Di fronte a questo ennesimo fallimento della conclamata “solidarietà europea”, e di fronte alle pesanti imposizioni in materia economica che ci arrivano dall’Ue (pareggio di bilancio, legge Fornero, divieto di aiuti di Stato per rilanciare l’economia, religione del neoliberismo) non resta che prendere l’unica decisione sensata per l’Italia: chiudere i confini facendo entrare solo chi vogliamo (inasprendo le pene per chi, nelle istituzioni, remi contro il governo), stampare i minibot come da programma condiviso, e preparare l’Italexit, sia dal’Euro che dall’Ue.
L’Ue non ci dà nulla tranne che imposizioni sempre più intollerabili, e prende da noi più soldi di quanti ce ne restituisce. E’ tempo di farla deflagrare assieme a quella moneta per soli banchieri che è l’Euro.
Noi non siamo la Grecia e non vogliamo diventarlo.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 22 luglio 2018)

Antonio Rinaldi è un economista e docente universitario, anima del sito Scenari Economici e coautore del recente libro “La sovranità appartiene al popolo o allo spread?”.
In questa intervista abbiamo parlato con lui delle politiche del nuovo governo, del Piano B per l’uscita dall’Euro di Scenari Economici, di pareggio di bilancio e Fiscal Compact, del tema immigrazione di massa e dei trattati di libero scambio quali il Ceta e il Jefta.
Intervista a cura di Domenico Alessandro Mascialino.

NaziMatta(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 28 maggio 2018)
Ciò che è accaduto ieri, 27 maggio 2018, va ben oltre ogni immaginazione. Un presidente della Repubblica, esponente di un partito uscito devastato dalle ultime elezioni e nominato da un Parlamento dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale, si è arrogato il diritto di porre il veto su un ministro, Paolo Savona, democraticamente scelto dalle due forze vincitrici delle ultime elezioni, M5S e Lega.
E lo ha fatto sulla base delle idee troppo “euroscettiche” del ministro proposto, senza che la Costituzione gliene desse la facoltà, come confermato dagli stessi padri costituenti che quella Costituzione la scrissero.
Questo rifiuto ha causato le dimissioni del premier incaricato Conte, espressione del contratto di governo M5S-Lega, e la chiamata al Quirinale di Carlo Cottarelli, prezzemolino televisivo caldeggiato da mesi dai poteri forti e proveniente dal Fondo Monetario Internazionale e dal governo Letta.
E’ chiaro a tutti che il nuovo governo nella mente del PdR, sarebbe un altro governo tecnico, un Monti bis, peraltro privo della maggioranza in Parlamento necessaria ad avere la fiducia. Per cui si dovrà chiaramente tornare a nuove elezioni al più presto.

Ma a cosa servirebbe tornare al voto se, con ogni probabilità, l’esito sarà identico salvo un rafforzamento dei due partiti rifiutati da Mattarella?
E una volta riformato il Parlamento, si dovrà ripetere lo stesso teatrino all’infinito finché le forze politiche propongano un nome sinceramente europeista all’Economia?
Ma se gli italiani continueranno a votare per partiti euroscettici (ancora con più decisione, a questo punto) che senso ha continuare a fare resistenza? Mattarella è il garante della Costituzione italiana o della stabilità dei mercati e dell’Eurozona?
Risponde agli italiani o alla Merkel e ai parametri di Maastricht?
Da questa impasse si esce in un solo modo: o Mattarella cede (cosa che ha dimostrato di non voler fare), o non resta che metterlo in stato d’accusa ai sensi dell’art.90 della Costituzione. Le fattispecie previste sono alto tradimento e attentato alla Costituzione.

Il reato di alto tradimento consiste in “un comportamento doloso che, offendendo la personalità interna ed internazionale dello Stato, costituisca una violazione del dovere di fedeltà alla Repubblica. Esso presuppone una intesa del Capo dello Stato con potenze straniere atta a pregiudicare gli interessi nazionali o, addirittura, a sovvertire l’ordinamento costituzionale“.
Ed è ciò che si può ipotizzare in questo caso, nel momento in cui il PdR tutela più gli interessi dei mercati, dell’Ue, della Germania e dell’Eurozona, rispetto alla libera e democratica volontà degli italiani di liberarsi di tutte le loro imposizioni, espressa in modo inequivocabile il 4 marzo con il boom di partiti euroscettici come M5S e Lega, a fronte del crollo dei partiti europeisti (Pd, Più Europa, Forza Italia con Tajani premier). Inoltre Mattarella si è opposto alla nomina a ministro dell’Economia di Paolo Savona, solo perché questi ha espresso in passato posizioni euroscettiche e antitedesche, sebbene sia ormai risaputo che l’Ue così com’è sta solo avvantaggiando la Germania, e che l’Euro e le politiche di austerità imposte da Maastricht in poi hanno progressivamente distrutto il tessuto economico e sociale italiano.
Quindi l’ipotesi di intesa con potenze straniere, pregiudizio degli interessi nazionali e sovversione dell’ordinamento costituzionale, non è assolutamente da escludere.

L’attentato alla Costituzione, invece, comprende “ogni comportamento doloso diretto a sovvertire le istituzioni costituzionali o a violare la Costituzione.”
Anche in questo caso, nel momento in cui il PdR si arroga il diritti di rifiutare un ministro senza averne i poteri, in contrasto con le forze politiche che quel ministro sostengono, solo per delle divergenze di opinioni politiche (in questo caso sulla “sacralità dell’Eurozona”), è evidente che si pone ben oltre le prerogative a lui assegnate della Costituzione. A sostenere la tesi che il PdR non possa imporre i nomi dei ministri o porre veti su di essi, non sono solo i padri costituenti citati in precedenza, ma anche i principali autori di testi universitari di diritto pubblico e illustri presidenti onorari della Corte Costituzionale quali Valerio Onida.
Per entrambi i reati, il Presidente della Repubblica è messo in stato d’accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri, ed è giudicato dalla Corte costituzionale.

Di fronte a questi comportamenti assurdi, e con ogni probabilità al di fuori della legalità costituzionale, i partiti non hanno che da prendere questa via (cosa che sia la Meloni che Di Maio hanno detto di voler fare), e incitare i cittadini a farsi sentire sotto il Quirinale e nelle piazze di tutt’Italia per chiedere a gran voce le dimissioni di Mattarella.
Il presidente della Repubblica deve fare gli interessi della popolazione italiana e garantire il rispetto della Costituzione. Non certo fare il paladino dell’Ue, dell’Euro, dei mercati e delle idee fuori di testa e ampiamente rifiutate dagli italiani del Pd.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 25 aprile 2018)

Il 24 aprile 2018 sarà ricordato come il giorno in cui il M5S ha ufficialmente mostrato il suo vero volto: quello di stampella del Pd e delle elite globaliste.
Dopo aver impedito la nascita di un governo che realmente rispecchiasse il voto degli italiani, ovvero un Centrodestra-M5S (che ci fosse Berlusconi in mezzo o no era irrilevante: FI ha comunque contribuito in modo determinante alla vittoria della coalizione di Cdx, quindi sarebbe stato democratico includerla nell’accordo di governo, e in ogni caso non si capisce perché escludere anche Fratelli d’Italia), ieri Di Maio ha chiuso ogni spiraglio alla Lega, aprendo senza riserve a un accordo di governo col Pd.

Questa decisione folle fa a pugni con l’inequivocabile messaggio lanciato dagli elettori il 4 marzo: il voto ha punito duramente (con il 70% diviso tra Centrodestra e M5S) il Pd e tutto il centrosinistra, le politiche di austerità, l’europeismo e l’immigrazionismo; lo stesso MòViMento è stato votato perché percepito come alternativo a tutto ciò.
E i 5 Stelle ora che fanno? Decidono di resuscitare un partito cacciato a calci dagli italiani, chiudendo le porte in faccia ai veri vincitori delle politiche: la Lega e il Centrodestra tutto.
Questo comportamento inqualificabile fa pendant con le dichiarazioni di Di Maio dopo le prime consultazioni con Mattarella – quando Giggino a sorpresa giurò fedeltà assoluta all’Ue, all’Euro e alla Nato – e con le sue dichiarazioni dopo l’attacco dei banditi anglo-franco-americani alla Siria, basato su clamorose fake news: anche in quel caso Di Maio non espresse alcuna condanna ma “vicinanza agli alleati e all’Ue”, sebbene con una timida richiesta di approfondire quanto accaduto a Douma.
L’ambiguità democristiana di Di Maio e i suoi ha veramente stufato, specie se nasconde – come nasconde – solo la volontà di rubare i voti e le speranze di un elettorato stremato, per riportarli nel consueto alveo atlantista, europeista, neoliberista e pro-austerità.
E adesso questo è ancora più chiaro con la chiusura verso la Lega e il tentato accordo con il Pd e la sua agenda europeista, anti-sovranista e anti-populista, quando l’unico governo realmente rispettoso del voto del 4 marzo sarebbe “l’alleanza populista” tra M5S, Lega e Fratelli d’Italia, con staffetta per il premier tra Salvini e Di Maio.

Il M5S si conferma così la stampella del potere euro-atlantico, globalista e neoliberista in Italia: si guardi anche alla giunta Appendino, che a Torino ha da poco riconosciuto il primo figlio di due donne nel nostro Paese pur in assenza di una legge specifica, in perfetta continuità con le stronzate gender del centrosinistra sorosiano.
Non resta che dire sul M5S ciò che da tempo si è detto del Pd: M5S delendus est, il M5S  va distrutto al più presto.
Se i 5 Stelle avessero un po’ di palle farebbero ora naufragare ogni accordo col Pd, modificherebbero la legge elettorale con un congruo premio di maggioranza e riporterebbero il Paese alle urne il prima possibile: potrebbero così immediatamente verificare quanto gli italiani hanno gradito le giravolte che li hanno visti protagonisti.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” l’8 aprile 2018)

Avere sempre ragione alla lunga può rivelarsi fastidioso. E’ quello che ci vien da pensare negli ultimi giorni dopo l’uscita allo scoperto di Di Maio, novello Tsipras che – come pronosticato già due anni fa –  ha puntualmente fatto naufragare ogni possibilità di un governo populista ed euroscettico, poco dopo le prime consultazioni con Mattarella.
Col popolo leoni e davanti al PdR coglioni, potrebbe essere il nuovo motto dei 5 Stelle.
Come tutti sanno Di Maio, dopo il colloquio al Quirinale, ha improvvisamente dismesso gli abiti populisti e ambiguamente euroscettici per abbracciare l’ortodossia neoliberista più pura e mortifera: si all’Ue, sì all’Euro e sì alla Nato, con uno zelo degno della peggiore Bonino.
E, non contento, ha aperto al Pd senza se e senza ma, come se un’alleanza con Renzi e i suoi fosse migliore di un patto con Berlusconi.
E’ chiaro ed evidente che Mattarella, probabimente imbeccato da Napolitano, ha spiegato a Giggino che per diventare premier deve abbandonare ogni velleità populista e quindi ogni accordo con il Centrodestra, rassicurando tutti i poteri forti possibile: “mercati” (ossia speculatori e grandi banche d’affari), Unione Europea, Fmi e Bce, Stati Uniti e gli altri “alleati” della Nato. Da qui le stupefacenti affermazioni di Di Maio, del tutto in controtendenza con quanto predicato per anni, pur con diverse ambiguità, dai grillini.
Ci chiediamo: quanti voti avrebbe preso Di Maio se avesse dichiarato queste posizioni  in modo chiaro PRIMA del voto? Probabilmente non avrebbe raggiunto il 20%.
Se le cose dovessero mettersi così, con un accordo di governo tra M5S, Pd e Leu, non solo si realizzerebbe quanto da noi paventato prima delle elezioni, ma si consumerebbe il SECONDO COLPO DI STATO a danno del Centrodestra dopo il 2011: prima il golpe dello spread ai danni di Berlusconi, adesso l’estromissione della coalizione vincente alle elezioni, il Centrodestra guidato da Salvini con il suo 37%, dal governo del Paese.

Di Maio sta per macchiarsi – e macchiare tutto il M5S – di un atto di gravità inaudita nella storia del Paese, riportando al potere un partito, il Pd, detestato dagli italiani, punito più e più volte alle urne e responsabile di politiche distruttive nei  confronti della Nazione. Ha ancora tempo per evitare questo disastro.
Meglio un accordo col Centrodestra, e anche con un Berlusconi sempre meno influente e destinato a farsi da parte tra pochi anni per evidenti motivi anagrafici, che riesumare gli appestati del Pd e riportarli al governo.
Giggino avvisato, mezzo salvato.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 27 marzo 2018)

Mentre in Italia, dopo l’elezione dei presidenti delle Camere  grazie all’accordo tra M5S e Centrodestra, si guarda con sempre maggiore attesa verso una possibile alleanza “populista” di governo tra Di Maio e Salvini, all’estero i poteri forti sovranazionali hanno già iniziato le manovre per azzoppare o ridurre all’obbedienza il nuovo esecutivo.

Prima è stato il Commissario europeo per gli affari economici Moscovici a dire – con un rispetto istituzionale degno di Riina – che “Se l’Italia dovesse aumentare il debito per creare aiuti sociali, lo spread salirà di nuovo” (9 marzo).
Poi è sceso in campo il Fmi, intimando agli italiani di tornare a tagliare le pensioni(contro la volontà di Lega e M5S di abolire la Fornero), di cancellare la quattordicesima e ridurre la tredicesima, nonché abolire i sussidi alla maternità. (16 marzo)
Infine si è fatta sentire pure BlackRock, la più grande società d’investimento al mondo, annunciando una posizione di “underweight” (significa sottopesare) dei Btp italiani, che potrebbe preludere a una serie di vendite, con conseguente aumento dello spread. (20 marzo)
A ciò vanno sommate le problematiche legate al Def (Documento di Economia e Finanze), da presentare a Bruxelles entro il 10 aprile, ben spiegate qui da Alberto Micalizzi.

Tutto questo dà la misura di quanta pressione si stia addensando sul nuovo esecutivo in Italia, specie se dovesse esprimere una linea di rottura con l’establishment finanziario  ed europeista pro-austerità.
Se tutti conosciamo la Troika, qui ben rappresentata da Moscovici e il Fmi, ben pochi conoscono il fondo BlackRock e il suo peso sulla finanza globale.
BlackRock è – come detto – la più grande società d’investimento al mondo, guidata da Larry Fink, con un patrimonio di oltre quattro mila miliardi di dollari.
E’ il principale investitore Usa di lungo periodo in Italia e detiene ingenti quote di Atlantia (la nuova Autostrade), Telecom, Enel, Banco Popolare, Fiat, Eni, Generali, Finmeccanica, Mediaset, Banca Popolare di Milano, Fonsai,  Mediobanca, Ubi; è entrata anche nella gestione del risparmio della privatizzata Poste.
BlackRock ha per advisor l’onnipresente George Soros.
BlackRock controlla le agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s (e quindi eventuali declassamenti annunciate da queste sarebbero sempre farina del suo sacco).
BlackRock detiene quote essenziali (attorno al 5%) di tutte le principali banche italiane, tra cui Unicredit e Intesa San Paolo, che a loro volta detengono la maggioranza delle quote della Banca d’Italia.
BlackRock  è l’azionista principale di Deutsche Bank e lo era anche nel 2011, quando fu avviata la massiccia vendita di titoli di Stato che portò all’innalzamento dello spread e conseguente caduta del governo Berlusconi.

Adesso BlackRock riscende in campo quando si sta delineando la possibilità di un governo populista, euroscettico, antisistema e sostanzialmente sovranista, quale sarebbe quello composto da M5S, Lega e Fratelli d’Italia.
La guerra dei poteri forti ai cittadini italiani e al voto del 4 marzo è cominciata, e si arricchisce di un dettaglio fondamentale: con l’attacco frontale del Fmi ai sussidi di maternità, si palesa ancora una volta la volontà dei poteri forti di distruggere la natalità in Italia, dopo le misure di austerità, il pareggio di bilancio e il Fiscal Compact imposti in piena crisi, e dopo il folle decreto Lorenzin che – su ordine di Obama – ha costretto i piccoli italiani a dieci vaccinazioni ingiustificate, rendendoli esposti come non mai agli effetti collaterali che ne possono conseguire.
I poteri forti dell’oligarchia finanziaria/massonica euroatlantica non vogliono solo impoverire gli italiani e saccheggiare le ricchezze che hanno accumulato in decenni di lavoro e sacrifici, ma anche ESTINGUERE la popolazione italiana autoctona, sostituendola con carrettate di immigrati generosamente portate dalle Ong gestite dagli stessi esponenti dell’oligarchia finanziaria.
L’obiettivo è chiaro: distruggere l’identità nazionale, l’orgoglio per la propria storia e le proprie radici, per rendere ciò che rimarrà degli italiani dei “bravi cittadini europei”, proni ai diktat di Bruxelles, Berlino e della finanza sovranazionale, in modo che il saccheggio del Belpaese continui senza che nessuno abbia la forza o la volontà di ribellarsi.

Il tempo di ribellarsi è ora: il voto del 4 marzo e il referendum del 4 dicembre 2016 hanno espresso con chiarezza qual’è la volontà della maggioranza degli italiani: quella di riprendersi le chiavi di casa e rispedire al mittente ogni ingerenza esterna, che sia delle banche d’affari, dell’Ue, del Fmi, di Stati esteri come gli Usa, la Germania o la Francia, delle Ong portamigranti, di Soros o di chiunque altro.
Perciò diciamo a Salvini e Di Maio: fate rapidamente un governo che faccia l’interesse nazionale e mandiamoli al diavolo,  come ordinato dalla maggioranza degli italiani.