mano-uomo-robotQuando si riflette sulla società del futuro, uno dei punti che più solleva preoccupazioni è la crescente automazione del lavoro.

Questo perché, a fronte di un futuro prossimo sempre più caratterizzato dall’uso di macchine nei campi più vari (inclusi quello legale, finanziario e giornalistico), tanto che si parla di Quarta rivoluzione industriale, non si vede una particolare sensibilità dei legislatori nell’affrontare la perdita di posti di lavoro “umani” che ne conseguirà.

Secondo uno studio chiamato “Il futuro dell’occupazione” di Carl Benedikt Frey e Michael Osborne della Oxford University, nei prossimi 10/20 anni il 47% dei posti di lavoro americani potrebbe sparire causa della crescente automazione. La compagnia di analisi economica McKinsey, invece, stima che entro il 2025 il 40% dei lavori nel campo della conoscenza verranno svolti dai robot.

Secondo un rapporto presentato a Davos, all’ultimo meeting del World Economic Forum, entro il 2020 i robot sottrarranno all’uomo 5 milioni di posti di lavoro nei 15 Paesi del mondo più sviluppati.

Il capo economista della Banca s’Inghilterra Andrew Haldane è ancora più pessimista. Ha parlato infatti di 15 milioni di lavoratori che perderanno il posto in Europa, di cui un terzo nella sola Inghilterra, e 80 milioni negli Usa.

Per Bart Selman, professore di Computer Science all’Università Cornell di Ithaca, nello stato di New York, il 50% dei posti di lavoro nei prossimi 30 anni è messo a rischio dai progressi dell’intelligenza artificiale. Selman è cofirmatario, assieme a Stephen Hawking e altri 400 scienziati, di una lettera aperta in cui si chiede ai governi di tutto il mondo di frenare gli sviluppi dell’IA.

In Cina è già sorta la prima fabbrica “deumanizzata”, dove gli operai di un’azienda di componenti per cellulari sono passati da 650 a 20, seguendo un programma industriale dal nome quanto mai esplicito: “Robot replace human. Dagli Usa arriva il software Wordsmith Beta, già ribattezzato il robot-giornalista, pensato per generare articoli in automatico. Sempre negli Stati Uniti è nato Prospero, l’automa-contadino, dotato di sei zampe, che cammina lungo i campi e provvede alla semina. E sempre più si sviluppano robot in grado di rimpiazzare l’uomo in campi come quello legale, medico e finanziario, campi quindi “intellettuali”, e non solo in quelli del lavoro pesante.

Ma lo sviluppo dei robot non preoccupa solo da un punto di vista lavorativo.

Nel dicembre 2014, in un’intervista alla Bbc, l’astrofisico Stephen Hawking ha lanciato l’allarme sul progressivo sviluppo dell’IA: “Lo sviluppo di una piena intelligenza artificiale può innescare la fine del genere umano – ha dichiarato lo scienziato -. Gli umani sono limitati da una lenta evoluzione biologica, non potrebbero più competere e sarebbero soppiantati”. Hawking, che ha firmato con altri 400 scienziati il menzionato documento carico di allarme, si pronuncia in un dibattito la cui importanza sarà sempre crescente, e che vede confrontarsi neopositivisti come Larry Page di Google e catastrofisti come Elon Musk di Tesla Motors (che proprio con Google sta progettando l’auto con il pilota automatico), altro firmatario del documento, il quale sostiene che l’intelligenza artificiale sia “potenzialmente più pericolosa delle armi nucleari”.

IBM Deep Blue ha vinto contro Kasparov nel 1997 – si legge nel documento firmato dagli scienziati – Siri (Apple) può capire le nostre domande e il programma Watson di IBM ha vinto al gioco TV americano Jeopardy contro i migliori concorrenti umani, dimostrando di saper capire le domande, formulare le risposte e giudicare la propria competenza. Watson viene anche usato in campi quali la diagnosi medica: capisce il contenuto di libri e articoli medici, e può usare queste informazioni per suggerire la diagnosi più probabile.
Tutti questi ed altri risultati – prosegue il documento – sono stati possibili grazie a tre fattori: la velocità sempre crescente dei computer nell’elaborare le informazioni (confermando per quasi 50 anni la legge di Moore, che dice che tale velocità raddoppia ogni 2 anni circa), la grande quantità di dati disponibili su cui testare il comportamento dei programmi e la presenza di nuovi algoritmi sviluppati dai ricercatori di IA. L’IA ha un fenomenale impatto positivo sulla società e questa tendenza continuerà nel futuro. È proprio a causa di questo enorme potenziale che è necessario capire come creare macchine intelligenti e allo stesso tempo sicure.

È quindi importante – termina il documento – capire come affrontare i problemi di una società in cui le macchine prenderanno spesso il posto degli umani. È per questo che la lettera è stata scritta: per favorire la ricerca che vuole rendere le macchine, sì più intelligenti, ma anche più sicure, in modo da massimizzare i benefici dell’IA sulla società.”

Il continuo sviluppo della tecnologia farà sì che i robot siano sempre più convenienti dal punto di vista economico degli esseri umani e sempre più efficienti nello svolgere i loro compiti, ragion per cui si parlerà sempre più di “disoccupazione tecnologica”, un termine coniato da Keynes negli anni ’20.

Negli ultimi due anni è stata prodotta la stessa quantità di dati prodotta da due anni fa all’inizio dell’universo” afferma Alessandro Curioni, vicepresidente di IBM Europa. E per gestire questa enorme e crescente mole di dati saranno sempre più necessari calcolatori intelligenti, in grado di svolgere rapidamente un lavoro proibitivo per qualsiasi essere umano.

Anche la robotica industriale è in notevolissima espansione, come spiega Paolo Rocco, docente di automatica al Politecnico di Milano. “Nel 2014, per esempio, sono stati venduti 230mila robot industriali con una crescita del 30% rispetto all’anno prima. E si prevede che sarà così anche per i prossimi anni”.

Una possibile soluzione alla questione della robotizzazione del lavoro e alla perdita di posti di lavoro umani sembra venire dalle proposte di reddito di base che vengono dagli stessi sviluppatori di macchine sempre più complesse. Per gli operatori di aziende come Google e Facebook questa sembra essere la soluzione inevitabile, assieme a forme più efficaci di redistribuzione della ricchezza. Un tema, quello del reddito di base incondizionato, che si lega strettamente a quello della riduzione dell’orario di lavoro.

Da più parti si invoca infatti come soluzione per i problemi futuri di disoccupazione una settimana lavorativa di 4 o addirittura 3 giorni, mentre c’è chi si spinge a parlare di lavorare 15 ore a settimana.
L’opinione di perditempo o utopisti vari? Se fosse così dovremmo annoverare in queste categorie anche il multimilionario messicano Carlos Slim, secondo uomo più ricco del pianeta, il quale ha offerto ai suoi dipendenti la possibilità di accorciare la settimana lavorativa a 3 giorni alla settimana, con la contropartita di andare in pensione a 75 anni. Tra la considerazione del magnate, anche quella che il mondo del lavoro è destinato ad essere sempre più automatizzato, e che quindi serviranno sempre meno impiegati full-time.

Una recente ricerca del “Melbourne Institute of Applied Economic and Social Research”, in Australia, afferma che la condizione ottimale per i lavoratori over 40 sarebbe quella di lavorare 25 ore a settimana, in pratica non più di tre giorni alla settimana, mentre ritmi di lavoro superiori sarebbero pericolosi a causa di stress e fatica psico-fisica.

Anche famosi giornalisti e scrittori come Naomi Klein e Rutger Bregman  condividono la visione di un reddito di base incondizionato da fornire a ogni cittadino e una riduzione drastica dell’orario di lavoro.

Per la prima, firma del Guardian e autrice dei best seller No Logo, Shock Economy e Una rivoluzione ci salverà, occorre portare la settimana lavorativa a 3 giorni per un massimo di 21 ore, anche per salvaguardare l’ambiente consentendo una minore produzione di rifiuti e inquinamento. Per il secondo, giornalista dell’olandese De Correspondent e autore del libro: “Utopia for realists: the case for a universal basic income, open borders and a 15-hour workweek, è possibile accorciarla addirittura a 15 ore settimanali, che era anche la previsione di John Maynard Keynes per il 2030.

Insomma, sembra che per rispondere alla “invasione dei robot” bisognerà rispolverare l’antico motto: “Lavorare meno, lavorare tutti” ed estendere forme di reddito di base incondizionato.

Ora non resta che a prendere provvedimenti in questo senso siano i legislatori di ogni nazione.

 

 

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