Perché non deve essere solo l’Oms a farci ridurre il consumo

Pork

(Articolo pubblicato su Barricate – L’informazione in movimento, il 12/11/2015) 

Il recente allarme lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sui pericoli derivanti dal mangiare carne (specialmente insaccati e sughi pronti, un po’ meno per le carni rosse), si inserisce in un dibattito sulla consapevolezza alimentare iniziato da tempo, specialmente in Rete. Gli effetti nocivi di certi tipi di carne non sono nuovi a chi si informa in modo attento, ma la scelta di ridurne il consumo non deve essere legata solo al fatto (già di per sé più che sufficiente) che l’alimento non sia salutare. Si può infatti obiettare che la carne di qualità, allevata secondo metodi più naturali e sani, non sia così dannosa. E l’argomento sarebbe corretto.

I problemi legati al consumo di carne – come per tutte le cose – sono strettamente legati al suo abuso, e all’eccessiva richiesta dell’alimento. Gli allevamenti intensivi rispondono proprio a questa smodata richiesta di carne a buon mercato, con tutte le conseguenze che ne derivano.

Per chi non sa cosa accade negli allevamenti intensivi di maiali, mucche, polli e tacchini, consiglio l’ottimo libro di Jonathan Safran Foer, “Se niente importa”, che descrive in modo dettagliato la realtà disgustosa degli allevamenti negli Usa.

Dalla dissezione degli animali ancora vivi e coscienti al confezionamento di polli e tacchini sporchi e ripieni di feci, dall’alimentazione degli animali con mangime di scarsissima qualità alla imbottitura che gli viene somministrata di farmaci e ormoni, fino alle violenze compiute su di loro, che spesso vivono in spazi ristrettissimi, senza luce né aria, con le ossa rotte e i muscoli intorpiditi, il libro porta il lettore in una galleria degli orrori dopo i quali è difficile assaporare un pezzo di carne come prima. Non a caso, dice Safran Foer, l’industria alimentare fa di tutto per tenere nascosti al pubblico i metodi impiegati nell’allevamento e macellazione degli animali, ben sapendo l’impatto che questa consapevolezza avrebbe sugli ignari consumatori.

Foer

La copertina del libro di Jonathan Safran Foer, versione inglese e italiana

Anche questa crescente coscienza è alla base dell’aumento del numero dei vegani nel mondo, che come sappiamo non mangiano carne, pesce né altri derivati animali come latte e uova, essendo a conoscenza dei maltrattamenti subiti dagli animali negli allevamenti intensivi e della nocività per la salute dei prodotti che ne derivano.

Quindi la questione del non consumare carne (o ridurla, come il pesce e altri derivati animali) si lega strettamente non solo all’impatto che questo prodotto ha sulla salute umana (la cui negatività è ormai piuttosto provata) ma anche a motivazioni di tipo etico, una volta approfondita la orribile realtà di questo tipo di allevamenti, che ormai rappresentano la norma nell’industria alimentare globale.

Come se non bastassero le motivazioni sanitarie e quelle etiche, a dare ragione a coloro che chiedono una riduzione nel consumo complessivo di carne si aggiungono le motivazioni ambientali. Gli allevamenti intensivi, infatti, rappresentano la seconda causa per importanza del surriscaldamento climatico dopo l’elettrificazione degli edifici, come riportato da Jeremy Rifkin – tra gli altri – in “La civiltà dell’empatia”.

Ridurne il consumo, quindi, aiuterebbe anche a disinnescare una delle principali minacce per il futuro prossimo dell’umanità.

E’ importante sottolineare che non basta mangiare meno carne per avere una dieta salutare: l’epidemiologo Franco Berrino ha spiegato bene quali sono le principali cause di cancro, e come alimentarsi per evitarlo: cerali integrali, legumi, frutta e verdura biologiche sono alla base di una alimentazione corretta. Alimenti come carne, pesce e latticini vanno ridotti in modo considerevole, assieme a farina, zucchero e sale raffinati.

Senza dimenticare che la qualità dell’aria che respiriamo e dell’ambiente che ci circonda sono altrettanto importanti di quello che ingeriamo, quindi la lotta per una buona alimentazione si lega inevitabilmente alla lotta per mantenere l’aria pulita e l’ambiente non contaminato.

Infine una riflessione sul consumismo imperante: come già rilevato nell’ultimo articolo di Barricate sul surriscaldamento climatico, un altro dei problemi per il futuro prossimo sarà la sovrappopolazione collegata al consumo eccessivo delle risorse. Il mondo non può sostenere oltre 7 miliardi di avidi consumatori, né si può permettere che la gente muoia di fame.

La soluzione è ridurre consapevolmente la popolazione e i consumi, facendo meno figli ed adottando uno stile di vita più ecosostenibile. Pensare di moltiplicarsi all’infinito e divorare in modo sconsiderato le risorse del mondo è stupido e arrogante. Occorre quindi ristabilire un’etica di armonia ed equilibrio con il pianeta, mettendo da parte la visione biblica e capitalista di sfruttamento selvaggio della Madre Terra e delle sue risorse.

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