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(Articolo pubblicato su Barricate – L’informazione in movimento, il 3 maggio 2015)

È passato un anno dalla sentenza della Corte Costituzionale (1/2014) che ha dichiarato parzialmente incostituzionale il Porcellum e contemporaneamente legittimato il Parlamento, ma gli effetti di quella pronuncia non cessano di essere oggetto di dibattito. Specie mentre in Aula si discute la nuova legge elettorale, altro tema caldo che sta alimentando lo scontro dei renziani con le opposizioni e la minoranza Pd.

Ciò che ancora viene contestato da alcuni giuristi è il sostanziale “abuso di poteri” con cui la Corte Costituzionale ha deciso di rendere legittimo il Parlamento invece che rendere nulle le elezioni del febbraio 2013, sancendo la necessità di tornare alle urne.

“Il problema non è stato posto e risolto, se non, con una certa fretta, in termini di validazione della piena operatività delle attuali Camere scrive sul suo blog Luciano Barra Caracciolo, presidente della V sezione del Consiglio di Stato.

“La sentenza, senza aver compiuto alcun accertamento al riguardo – cosa che avrebbe presupposto un’istruttoria relativa agli atti di convalida degli eletti nelle due Camere, procedura al tempo non ancora compiuta – ritiene che costituiscano “un rapporto esaurito” sia le elezioni, sia le operazioni che avevano condotto alla proclamazione degli eletti.

E tale procedimento di verifica – prosegue Barra Caracciolo – ritenuta nel suo sviluppo una giurisdizione speciale costituzionalmente sancita, implicava la rinnovata applicazione della legge elettorale dichiarata illegittima, anche nelle parti interessate dalla sentenza della Corte.

Da tali rilievi, fondati sull’art. 66 Cost. e sulle procedure che ne conseguono presso le rispettive Camere, sorge il dubbio che la Corte abbia errato nel definire “esaurito” anche il solo mero rapporto inerente alla fattispecie della elezione dei singoli componenti”.

Per Barra Caracciolo, la sentenza “Non spiega quanto a lungo, e in funzione di quali attività, le Camere elette con la legge dichiarata illegittima potevano conservare i propri poteri operativi”.

Il presidente del Consiglio di Stato contesta poi il principio di “continuità dello Stato”, invocato dalla Consulta per giustificare la vigenza del Parlamento eletto con il Porcellum: “E’ pur vero che le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non devono perdere la loro capacità di deliberare (ma sempre nei limiti previsti dalla Costituzione), ma tale affermazione non ha nulla a che vedere con la dichiarazione di incostituzionalità della legge elettorale.

Il venir meno di “una” composizione non ha nulla a che vedere con la permanenza dell’organo (che è il vero fatto istituzionale tutelato implicitamente dalle norme costituzionali).”

Per cui, per Barra Caracciolo: “Questo travisamento di oggetto della continuità dello Stato è ancor meno comprensibile proprio nel momento in cui quella composizione soggettiva dell’organo viene non solo ritenuta contraria all’art 67 Cost., ma nella stessa sentenza, vengono indicate quali norme elettorali risultano comunque operative dopo l’intervento della Corte; cioè allorché, all’interno della stessa pronuncia, ci si preoccupi di rendere possibile la “continuità dello Stato” correttamente intesa, con lo svolgimento di nuove elezioni e la conseguente, e certamente preferibile, individuazione di una nuova composizione delle Camere non affetta da illegittimità costituzionale”.

Un altro punto critico della sentenza è il “salvacondotto” dato dalla Consulta agli atti posti in essere dal Parlamento così legittimato: “Affermare come ha fatto la Corte, su questa scarna premessa (della continuità dello Stato), che “nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali”, significa confondere la continuità degli organi “essenziali” dello Stato  con la continuità della posizione di vantaggio acquisita dai singoli individui che compongono accidentalmente uno di tali organi.
È, in altri termini, come affermare che, nonostante il vizio di rappresentatività che soffre l’individuazione di “quegli” individui” (eletti con legge incostituzionale), questi e solo questi possono svolgere le funzioni che l’organo deve svolgere a norma di Costituzione! Una giustificazione ben difficile da fornire, se si guarda alla realtà che dovrebbe contraddistinguere una democrazia!”

Il presidente del Consiglio di Stato chiude con un interrogativo: “E allora quale sarebbe stato il vulnus di un immediato ritorno a elezioni secondo regole elettorali costituzionalmente legittime, che la Corte aveva individuato, sancendo la fine della composizione delle Camere da essa dichiarata incostituzionale, potendo oltretutto ricorrersi per le “urgenze” previste dalla Costituzione al principio (costituzionale) della prorogatio? Un interrogativo che, duole dirlo, non riesce ad avere risposta e che fa dubitare della concreta capacità della Corte di rendere coerenti le proprie decisioni con le premesse ed i principi che essa stessa richiama. Questo sì un vulnus per la integrità e la continuità della vita della Costituzione.” 

 

Alle critiche di Barra Caracciolo si aggiungono quelle dell’avvocato Marco Mori, celebre per la sua causa in corso sul contrasto tra i trattati europei e i principi supremi dell’ordinamento italiano.

Non è possibile che questo Parlamento continui a legiferare e tantomeno è possibile che si possa mettere mano alla Costituzione. Le ratio della mia presa di posizione è assai semplice.

L’art. 136 Cost. dispone: “Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”. Dunque è la Costituzione a determinare quali siano gli effetti della declaratoria d’incostituzionalità e non la Corte Costituzionale, che ovviamente non può vantare poteri superiori a quelli conferiti dalla legge.

Per definizione gli effetti dell’incostituzionalità non possono moltiplicarsi ulteriormente nell’ordinamento a seguito della sentenza, dunque gli effetti devono cessare. Ovviamente se il Parlamento continua a legiferare gli effetti non solo non cessano, ma addirittura si moltiplicano nell’ordinamento. Se il Parlamento arriva addirittura a modificare la Costituzione si è davvero davanti ad un corto circuito clamoroso. La Costituzione che cambia senza il rispetto della sovranità popolare.

Era ovvio che il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto immediatamente procedere con lo scioglimento delle Camere. A quel punto, proprio in forza del principio della continuità dello Stato e della natura indefettibile e necessaria del Parlamento stesso, avrebbe potuto operare l’istituto della prorogatio. Ovvero, ai sensi dell’art. 61 Cost. è effettivamente previsto che il Parlamento possa legiferare anche a seguito dello scioglimento delle Camere in caso fosse necessario.”

 

Mori, come Barra Caracciolo, cita l’articolo 66 della Costituzione, che prevede la necessità per le Camere di giudicare delle cause di sopravvenuta ineleggibilità dei suoi componenti:

Risulta assolutamente fuori luogo ritenere che, senza il previo scioglimento delle Camere, le stesse possano continuare a legiferare anche in forza del dettato dell’art. 66 Cost. Tale norma non consente di ritenere fatto giuridico esaurito la nomina di qualsivoglia parlamentare. Infatti è previsto che ciascuna Camera decida, anche dopo le elezioni, dei titoli di ammissione dei suoi componenti per cause sopraggiunte di ineleggibilità. Non si vede causa maggiore di ineleggibilità di una declaratoria di incostituzionalità della norma che ha consentito ad un soggetto non legittimato di sedere in Parlamento.

Siamo dunque innanzi ad una vera usurpazione del potere politico cui purtroppo la stessa Corte Costituzionale ha prestato il fianco, con una sentenza in cui è andata oltre i suoi poteri.

Vale inoltre la pena sottolineare che, non essendo gli effetti dell’incostituzionalità a disposizione della Corte Costituzionale per le ragioni letterali spiegate, e non essendo oggetto del giudizio della sentenza n. 1/2014 la valutazione della legittimità di successivi provvedimenti del Parlamento, le parti della sentenza che si esprimono sul tema non hanno alcun valore di giudicato.

 

Ai dubbi dei due giuristi si aggiungono quelli di Antonio Riviezzo, ricercatore in Diritto Costituzionale presso l’Università di Sassari:

“Che la vera chiave su cui si regge tutto l’apparato argomentativo sia costituita dal principio di continuità dello Stato (in generale, e delle Camere in particolare) pare dimostrato dalla seguente circostanza: è già stato rilevato in dottrina che far derivare l’“esaurimento” del rapporto giuridico dalla mera proclamazione degli eletti – atto meramente amministrativo – finirebbe con lo svuotare di qualsiasi portata precettiva l’art. 66 Cost., il quale pare viceversa costituire il punto di riferimento indefettibile della materia; né pare seriamente credibile che i giudici costituzionali non abbiano avuto presente tale disposizione al momento di giustificare la loro decisione; così come appare impraticabile, in quanto palesemente circolare, l’argomento del rapporto esaurito: esso non può costituire, in senso proprio, “motivazione” (in diritto) della sentenza, ma, al limite, “esito” della qualificazione della fattispecie controversa, idoneo a orientare l’irretroattività del dispositivo. Più credibile è allora l’idea che la Corte abbia pensato che un’applicazione draconiana degli effetti di annullamento avrebbe fatto venir meno le Camere attuali, elette sulla base di una legislazione costituzionalmente illegittima, ed abbia quindi cercato un congegno credibile (accettabile?) che arginasse una simile eventualità.

Sulla decisione della Consulta di salvare il Parlamento, Riviezzo obietta: “Ci si sarebbe potuti/dovuti orientare in modo diverso, evitando di collegare la declaratoria di annullamento direttamente al Parlamento anziché ai singoli parlamentari e conseguentemente, evitando di utilizzare il principio di continuità in quanto a quel punto non necessario.
In altre parole, si sarebbe potuta/dovuta salvare quella parte di parlamentari certamente eletti secundum Constitutionem, e provvedere quindi alla sostituzione degli altri secondo le prassi conosciute (che la cosa fosse complicata o meno, è giuridicamente irrilevante), ovvero, se proprio la cosa fosse stata ritenuta, a torto o a ragione, concretamente impossibile, convocare – in extrema ratio – nuovi comizi elettorali per l’espletamento di elezioni suppletive. In definitiva, il principio di continuità pare invocato a sproposito, dato che la decisione, propriamente, non sembra incidere sull’organo-Parlamento, bensì sui singoli parlamentari (con una differenza meramente quantitativa rispetto alle ipotesi in cui normalmente occorre procedere alla sostituzione di coloro risultino privi dei titoli di legittimazione).”

 

Insomma, la Corte ha voluto “salvare” il Parlamento senza che ciò fosse necessario né auspicabile? A sentire i giuristi citati, sembrerebbe di sì. Ma cosa si dovrebbe fare adesso per riportare tutto nella piena legalità?

“L’intervento del presidente della Repubblica è fortemente auspicabile”, afferma l’avvocato Mori, riferendosi al potere del Capo dello Stato di sciogliere le Camere indicendo nuove elezioni, unico modo per sanare l’incostituzionalità di questo Parlamento.

Ad oggi ogni nuova legge emanata dal Parlamento è potenzialmente passibile di essere dichiarata illegittima dalla stessa Corte Costituzionale, che del tutto legittimamente potrebbe (anzi dovrebbe) mutare l’orientamento espresso in via unicamente incidentale nella sentenza di cui si dibatte e magari scusarsi con il popolo italiano per avere omesso di svolgere correttamente i suoi compiti istituzionali.

Costituzionalmente parlando vi è anche un altro organo istituzionale che ha il potere, anzi il dovere, di porre fine a questa situazione di potenziale cortocircuito dovuta dall’apertura di una fase di grave incertezza del diritto che potrebbe esplicitarsi anche tra molti anni con conseguenze catastrofiche: trattasi del Presidente della Repubblica, unico soggetto giuridico che può sciogliere le Camere. Ma prima Napolitano ed oggi Mattarella, in cui comunque nutro ancora qualche flebile speranza, hanno latitato.”

 

Anche Beppe Grillo sul suo blog (in un post a firma di Aldo Giannuli) ha lanciato un appello a Mattarella per porre fine a questa situazione di anomalia giuridica: ora non resta che aspettare la risposta del Quirinale.

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