(Articolo pubblicato su Barricate – L’informazione in movimento, il 1/4/2015)

Costituzione igienicaVedere due fenomeni come la Boschi e Renzi diventare padri costituenti, a rigor di logica, dovrebbe scatenare il raccapriccio di tutto il mondo civilizzato, e forse anche di qualche altro corpo celeste. Soprattutto questo dovrebbe capitare nella terra della Costituzione più bella – nonché meno applicata – del mondo.

Tralasciamo il fatto che a modificare la legge fondamentale dello Stato sia un personaggio non eletto a debite elezioni politiche (sebbene si sia affrettato a considerare il risultato delle europee come equivalente), la vera domanda è: come la mettiamo con la sentenza della Corte Costituzionale? Quel famoso premio di maggioranza illegittimo del Porcellum, il Parlamento pieno di abusivi e quant’altro?

Nella sentenza della Corte si legge che l’elezione delle nuove Camere (e i relativi atti) resta valida per il principio di “continuità dello Stato”, ma può un Parlamento eletto con una legge elettorale e un premio di maggioranza incostituzionali, usare quella stessa abbondante maggioranza per modificare la Costituzione?

Non si tratta di un fatto eversivo, golpista, fascista, che repelle al buon senso?

Sarebbe interessante, una volta che il ridicolo spettacolo del passaggio delle “riforme” alle Camere sia terminato, sentire cosa la Corte pensa in proposito.

Non solo su questo tema, ma anche sul possibile conflitto di questa riforma con i cosiddetti “principi supremi” dell’ordinamento, che per loro natura non sono modificabili. Uno di questi principi è che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti dalla Costituzione”.

Ora, con la Fantastica Riforma si vogliono portare le firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare a 250mila (rispetto alle 50mila precedenti) e quelle per il referendum  abrogativo a 800mila (da 500mila). Questi non sono forse casi di lesione, o forte compressione, della sovranità popolare? Per non parlare del Senato, che non verrebbe più eletto dai cittadini italiani ma da consiglieri regionali e comunali (e quindi dai partiti).

Altro elemento da far presente alla Corte è se sia nello spirito dei (veri) Costituenti cambiare la Costituzione con una maggioranza sostanzialmente incostituzionale, tenendo conto che la doppia votazione a maggioranza assoluta in seconda battuta fu adottata proprio per evitare cambiamenti poco ponderati della Carta. 

Noi di Barricate abbiamo posto queste domande all’avvocato Marco Mori, celebre per la sua causa in corso sul contrasto tra i trattati europei e la Costituzione italiana.

 

Dott. Mori, è possibile che venga approvata una riforma Costituzionale da parte di una maggioranza sostanzialmente abusiva, come rilevato dalla Consulta con la sentenza sul Porcellum? In quella sentenza la Corte permetteva alle Camere di continuare a legiferare per il principio della “continuità dello Stato”, ma può un Parlamento eletto con una legge elettorale e un premio di maggioranza incostituzionali avvalersene per modificare la Costituzione stessa? Sembra un po’ grottesco…

La risposta alla sua domanda non può che essere negativa. Non è possibile che questo Parlamento continui a legiferare e tantomeno è possibile che si possa mettere mano alla Costituzione. Le ratio della mia presa di posizione è assai semplice.

L’art. 136 Cost. dispone: Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”. Dunque è la Costituzione a determinare quali siano gli effetti della declaratoria d’incostituzionalità e non la Corte Costituzionale, che ovviamente non può vantare poteri superiori a quelli conferiti dalla legge.

Per definizione gli effetti dell’incostituzionalità non possono moltiplicarsi ulteriormente nell’ordinamento a seguito della sentenza, dunque gli effetti devono cessare. Ovviamente se il Parlamento continua a legiferare gli effetti non solo non cessano, ma addirittura si moltiplicano nell’ordinamento. Se il Parlamento arriva addirittura a modificare la Costituzione si è davvero davanti ad un corto circuito clamoroso. La Costituzione che cambia senza il rispetto della sovranità popolare.

Era ovvio che il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto immediatamente procedere con lo scioglimento delle Camere. A quel punto, proprio in forza del principio della continuità dello Stato e della natura indefettibile e necessaria del Parlamento stesso, avrebbe potuto operare l’istituto della prorogatio. Ovvero, ai sensi dell’art. 61 Cost. è effettivamente previsto che il Parlamento possa legiferare anche a seguito dello scioglimento delle Camere in caso fosse necessario. Ma appunto tale regime sussiste solo previo scioglimento delle Camere stesse.

A Camere sciolte, qualora fosse stato ritenuto necessario, si sarebbe potuta approvare una nuova legge elettorale. Necessità che peraltro non vi era. Si poteva votare infatti con le norme previgenti.

Per la verità, la stessa Corte Costituzionale con la sentenza n. 1/2014 ha menzionato l’istituto della prorogatio, senza però avere il coraggio di chiarire i termini della questione. Anzi la Corte, colpevolmente, ha finito per dare legittimità al Parlamento e ciò, come detto, senza avere alcun potere di farlo.

Risulta assolutamente fuori luogo ritenere che, senza il previo scioglimento delle Camere, le stesse possano continuare a legiferare anche in forza del dettato dell’art. 66 Cost. Tale norma non consente di ritenere fatto giuridico esaurito la nomina di qualsivoglia parlamentare. Infatti è previsto che ciascuna Camera decida, anche dopo le elezioni, dei titoli di ammissione dei suoi componenti per cause sopraggiunte di ineleggibilità. Non si vede causa maggiore di ineleggibilità di una declaratoria di incostituzionalità della norma che ha consentito ad un soggetto non legittimato di sedere in Parlamento.

Siamo dunque innanzi ad una vera usurpazione del potere politico cui purtroppo la stessa Corte Costituzionale ha prestato il fianco, con una sentenza in cui è andata oltre i suoi poteri.

Vale inoltre la pena sottolineare che, non essendo gli effetti dell’incostituzionalità a disposizione della Corte Costituzionale per le ragioni letterali spiegate, e non essendo oggetto del giudizio della sentenza n. 1/2014 la valutazione della legittimità di successivi provvedimenti del Parlamento, le parti della sentenza che si esprimono sul tema non hanno alcun valore di giudicato.

Con questa riforma, non è possibile ravvisare un conflitto con i cosiddetti “principi supremi” dell’ordinamento, quali la sovranità popolare? La riforma innalza sia le firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare (quintuplicate) che quelle necessarie per i referendum. Inoltre, i senatori non vengono più eletti dai cittadini, ma dai consiglieri regionali e comunali. Non si tratta di una forte compressione (se non lesione) del principio di sovranità popolare?

Mi trova indubbiamente d’accordo anche sotto tale profilo. Ai sensi dell’art. 1 della Costituzione, la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. L’art. 75 Cost. che disciplina lo strumento del referendum, dunque, è la naturale esplicazione pratica di questo principio fondamentale dell’ordinamento.

Posto che, come confermato dalla Corte Costituzionale, i principi fondamentali dell’ordinamento ed i diritti inalienabili dell’uomo costituiscono il cardine della forma Repubblicana dello Stato, non è possibile procedere alla loro revisione (Art. 139 Cost.).

Ovviamente i principi fondamentali non sono solo gli articoli dall’uno al dodici della nostra carta, ma anche quelli che ne costituiscono la più puntuale disciplina, come appunto l’art. 75 Cost. Ne consegue che la riforma di tale precetto costituzionale sarebbe possibile solo “in melius”, ovvero riducendo il numero di cittadini necessari alla richiesta del referendum.

Modificare la Carta fondamentale in questo modo, con una maggioranza praticamente illegittima,non tradisce anche lo spirito dei Costituenti, che con il cosiddetto procedimento di revisione “aggravato” volevano evitare facili cambiamenti?

Vale quanto detto prima. Il procedimento di revisione Costituzionale è un cardine della forma Repubblicana dello Stato e dunque non è possibile la sua modifica nel senso di ridurre la possibilità di esercizio della sovranità popolare.

Quindi come possiamo uscire da questa situazione, a parte sperare che i cittadini boccino la riforma tramite referendum?

Salvi improbabili interventi della magistratura che avesse coraggio di rilevare reati in ciò che sta accadendo, credo che l’unica via sia far comprendere alla gente quanto accade. Ovvero che questa crisi economica è semplicemente un trucco per cancellare la democrazia costituzionale. La falsa emergenza contabile diventa la scusa per accettare una svolta autoritaria. Il graduale smantellamento della sovranità auspicato dall’attuale governo illegittimo.

E’ il caso di chiedere una nuova pronuncia della Corte per violazione dei principi supremi, oppure un intervento del presidente della Repubblica? 

L’intervento del Presidente è fortemente auspicabile. In caso contrario, certamente l’unica azione possibile – se dovesse passare anche il referendum – sarebbe agire per cercare di portare la riforma all’attenzione della Corte Costituzionale, azione possibile solo incidentalmente.

 

 

Il popolo italiano, la Corte e il presidente della Repubblica dovranno decidere se vogliono realmente lasciar cambiare la Costituzione nata dalla Resistenza a un premier golpista non eletto in regolari elezioni politiche e alla sua maggioranza abusiva.

Una loro ratifica di questa aberrazione giuridica sarebbe la conferma che questo Paese non ha più alcuna speranza di essere una vera democrazia.

 

 

 

Sito web dell’avvocato Marco Mori:

http://www.studiolegalemarcomori.it/

 

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