John Perkins ci racconta la sua esperienza come “Economic Hit Man”, al servizio delle multinazionali nello sfruttamento delle risorse dei Paesi in via di sviluppo. E di come il debito venga usato come arma di ricatto dai Paesi ricchi per ottenere vantaggi di natura economica e politica

(Articolo pubblicato sul numero 8 – marzo/aprile di Barricate – L’informazione in movimento)

Il best-seller di John Perkins

Il best-seller di John Perkins

John Perkins è un uomo che ha vissuto due vite: la prima, dal 1971 al 1981, trascorsa ai quattro angoli del mondo al servizio di multinazionali nella ricerca di risorse da sfruttare per incrementare i loro profitti; la seconda come attivista in prima linea per la creazione di un mondo migliore, più equo, più sostenibile. In una parola, più umano.

La “conversione” di John alla causa dei diritti umani e dell’ecologia ha prodotto il suo best-seller, “Confessioni di un sicario dell’economia”, pubblicato nel 2004 e tuttora considerato il suo capolavoro. La materia è stata ripresa anche nel successivo “La storia segreta dell’Impero americano” (2007).

Leggendo le sue pagine viene da rabbrividire pensando alle strategie messe in atto dal governo americano e dalle multinazionali per presentarsi come portatori di democrazia e sviluppo economico, quando sono sempre e solo le logiche del profitto a dettare le decisioni.

E fa gelare il sangue vedere come la legittima resistenza delle popolazioni indigene all’inquinamento e allo sfruttamento dei loro territori venga annientata con metodi subdoli, tra cui una pervasiva disinformazione da parte dei grandi media, per sfociare nei casi più ostinati nell’assassinio e nella guerra aperta.

La politica dell’”indebitare per governare”, la “corporatocrazia”, la “guerra in nome della democrazia” sono concetti che Perkins ha visto concretamente applicare nella sua carriera in ogni parte del mondo prima che diventassero tristemente familiari, per esperienza diretta, anche a noi europei.

John, ci spiega qual’era il suo compito come Economic Hit Man?

Ho fatto molte cose, ma la più comune era identificare Paesi con risorse che le multinazionali volevano, come il petrolio, e poi organizzare per quei Paesi un corposo prestito, attraverso la Banca Mondiale o una delle sue organizzazioni gemelle. I soldi però non andavano mai alla popolazione, perché finivano nelle mani delle nostre aziende, che lì realizzavano infrastrutture, centrali elettriche, zone industriali, autostrade. Cose di cui beneficiavano solo le nostre compagnie e un pugno di famiglie agiate di quei Paesi, che controllavano il commercio e l’industria locale, ma di cui non beneficiava la maggioranza degli abitanti. Questi non potevano permettersi di acquistare l’elettricità, non potevano lavorare nelle zone industriali perché non c’erano assunzioni, non avevano macchine da guidare sulle autostrade. Per cui queste persone non traevano nessun vantaggio, e in più vedevano il loro Paese soffrire a causa di un enorme debito da ripagare, che sottraeva risorse all’educazione, alla sanità o ad altri servizi sociali.

Alla fine il Paese colpito non era comunque in grado di sdebitarsi, per cui a quel punto noi tornavamo dicendo: “Visto che non siete in grado di pagare il debito, vendeteci a basso costo le vostre risorse, petrolio o altro, senza restrizioni ambientali o regolazioni sociali. Oppure permetteteci di costruire basi militari sul vostro suolo, o ancora vendete il vostro settore pubblico alle nostre multinazionali: le compagnie elettriche, gli acquedotti, la rete fognaria, le scuole…” in modo da privatizzare tutto. Così siamo riusciti a creare un impero globale, ma non si tratta di un impero americano, bensì di un impero di multinazionali. E nei pochi casi in cui fallivamo, entravano in scena gli “sciacalli”, i quali spodestavano o uccidevano quei presidenti e capi di Stato che si rifiutavano di stare al gioco.

La copertina del numero 8 di Barricate

La copertina del numero 8 di Barricate

Lei infatti afferma che, laddove i “sicari dell’economia” non riuscivano a convincere un capo di Stato a seguire la linea voluta dalle grandi aziende o da Washington, intervenivano gli “sciacalli” e poi la guerra aperta. Ci può fare qualche esempio, in base alle sue esperienze?

Due casi di cui parlo nel libro sono quelli di Jaime Roldos in Ecuador e di Omar Torrijos in Panama: non riuscimmo a corromperli o a convincerli e poco dopo furono entrambi assassinati.

Ma la stessa fine fecero Allende in Cile, Lumumba in Congo, Mossadegh in Iran, Arbenz in Guatemala e la lista potrebbe continuare a lungo. Di recente il presidente dell’Honduras Zelaya è stato spodestato da un golpe organizzato dalla Cia nel 2009. Per cui questo modello continua a ripetersi.

Nel caso in cui anche gli “sciacalli” falliscano, a quel punto intervengono i militari. Gli sciacalli non riuscirono ad uccidere Saddam Hussein, i sicari dell’economia non riuscirono a corromperlo, così fu inviato l’esercito. E la stessa cosa sta accadendo ora in Siria e in Afghanistan: quando altri mezzi falliscono, inviamo i militari.

Nel suo libro lei parla di un mondo dominato dalla “corporatocrazia”. Quali sono le caratteristiche di questo regime?

“Corporatocrazia” è una parola che ho utilizzato riferendomi ai vertici del mondo degli affari, del sistema bancario e del governo. In questo periodo portano avanti lo stesso copione. Si tratta sopratutto dei capi delle grandi multinazionali, ma questi spesso hanno anche ruoli importanti nel governo. Spesso presidenti e ministri dipendono dalle multinazionali per finanziare le loro campagne elettorali e questo li rende vulnerabili alle loro richieste: ad esempio il presidente ha di recente assunto il capo di una compagnia petrolifera per dirigere l’agenzia federale che controlla le compagnie petrolifere. È un classico esempio di porte girevoli: gente che passa da posizioni di rilievo nelle grandi aziende a posizioni di rilievo nel governo, per poi tornare nelle aziende. E lo vediamo anche nelle banche, a Wall Street, nell’esercito. È a questo intreccio che ho dato il nome “corporatocrazia”.

È interessante come questo sistema veda un coinvolgimento a tutto tondo da parte di governi, multinazionali, banche e media. Come possono i cittadini difendersi e avviare un processo di cambiamento in meglio?

Penso che il processo stia già avvenendo: in tutto il mondo la gente si sta rivoltando contro questo sistema. Lo stiamo vedendo in Italia, in Turchia, in America col movimento Occupy, ovunque.

Le persone stanno iniziando a capire che le multinazionali fanno gli interessi solo dell’infimo 1 per cento, anzi potremmo dire del 0,0001 per cento della popolazione. Cioè degli 85 individui che posseggono metà della ricchezza mondiale. Sono solo loro a trarre vantaggio da questo sistema e la gente ne ha abbastanza. Quello che possiamo e che dovremmo fare è comunicare tutto ciò e accendere la rivolta: le proteste nelle strade sono importanti, ed è anche importante riconoscere che il mercato può essere democratico se noi scegliamo di renderlo tale.

Ogni volta che si acquista qualcosa si esprime un voto: se ad esempio vogliamo che la Nike la smetta con le sue politiche di sfruttamento schiavistico in luoghi come l’Indonesia, occorre rifiutarsi di acquistare i loro prodotti e allo stesso tempo inviare loro una mail, dicendogli: “Mi piacciono i vostri prodotti, li comprerei volentieri ma lo farò solo quando avrete dato ai vostri lavoratori un salario adeguato”. Questo è molto importante, il messaggio arriva in modo diretto. Ho visto tante aziende e banche fallire perché non si sono comportate in modo corretto. La gente ha un tremendo potere sul mercato, deve solo imparare ad esercitarlo e lanciare il giusto messaggio.

John Perkins

John Perkins

Uno dei suoi libri più recenti è “La storia segreta dell’Impero americano”. Gli Stati Uniti posseggono tutte le caratteristiche di un impero?

Nel libro ho fatto una lista di tutti gli elementi tipici di un impero, e sfortunatamente gli Stati Uniti li posseggono tutti. Il dollaro è la moneta ufficiale di riferimento a livello mondiale, utilizzata per acquistare beni di ogni genere – specialmente petrolio – sui mercati internazionali. Questo è uno degli elementi più importanti. Poi gli Stati Uniti sono presenti militarmente in più di 137 Paesi, un numero impressionante. L’Inglese è la lingua più diffusa al mondo, specie nell’ambito degli affari.

Tuttavia si tratta sempre di un impero di multinazionali, perché sono queste a controllare gli Stati Uniti. Il presidente Obama non ha poi molto potere. I posti chiave del governo sono controllati dagli uomini che lo hanno fatto eleggere e finanziato la sua campagna elettorale. Il presidente sa che può perdere il posto in ogni momento in seguito a uno scandalo sessuale o a uno scandalo per droga. Non è neanche necessario che l’accusa sia fondata, basta una voce. Non serve ucciderlo, è sufficiente distruggere la sua reputazione. È successo con Clinton, che fu costretto alle dimissioni da uno scandalo sessuale. È ormai evidente quindi che ci ritroviamo governati da una corporatocrazia.

Lei ha scritto che una possibile soluzione per abbattere l’imperialismo americano sarebbe quello di rifiutare il dollaro come valuta standard sul mercato internazionale, per sostituirgli una valuta di riferimento più democratica. È ancora di questo avviso?

Si, penso che il dollaro abbia un ruolo fondamentale in questo sistema. Mi piace l’idea che si possano creare e utilizzare monete locali, complementari eccetera. Per prendere il posto del dollaro in ogni caso occorre una grande moneta. Quando un Paese prova a distaccarsi dal dollaro la situazione si fa molto pericolosa per i suoi leader. Gheddafi cercò di fare una cosa del genere, vendendo petrolio in cambio di oro. Così anche Saddam Hussein. L’Iran ha di recente parlato di creare una “Borsa del petrolio”, dove scambiarlo con oro o altre valute. Quando accadono cose come queste, gli Stati Uniti diventano molto nervosi. Questi sono stati fattori determinanti della caduta di Gheddafi e di Saddam, e delle minacce verso l’Iran. Quando qualcuno cerca di rimpiazzare il dollaro con altre valute e mezzi di scambio, in genere va incontro a un mare di guai.

Tuttavia l’idea di creare monete e sistemi alternativi è viva e la si sta realizzando in questi giorni in molti luoghi. Ci stiamo muovendo in questa direzione ed è necessario continuare così.

 

 (Article published on the magazine Barricate – L’informazione in movimento, issue of March-April 2014)

MonopoliJohn, can you explain us what was your duty as an EHM?

I did a lot of different things, but the most common was to identify a country with resources that our corporations want, like oil. Then arrange a huge loan to that country through the World Bank or one of her sister organizations. But the money never actually went to the country, instead it went to our own corporations to do infrastructure projects in that country like power plants, industrial parks, highways, things that benefited our own companies that built these projects and a few wealthy families in those countries, who own most of the commercial and industrial establishments but would not benefit the majority of the people: most of the people could not afford to buy much of electricity, could not have jobs in industrial parks because they are not hiring people, do not have cars to drive on the highways. So they didn’t really benefit, but they went through a huge debt and will see their country suffer, because the country have to try to pay their debt instead of investing money in education, healthcare and other social services, and then in the end that country can never pay off its debt anyway, so in that moment we went back and said: “Hey, since you can’t repay your debt,  sell your resources, oil or whatever, cheap to our companies, without any environmental restrictions or social regulations, or let us build military bases on your soil, or sell off all of your public sector, businesses like utility companies, electrics, waters, sewers, your schools, your jails, to our private corporations” in order to privatize. So in that way we really managed to create a worldwide empire, but it’s really not an American empire, it is a corporate empire. And in the few cases where we fail, the “jackals” got right in and either overthrow or kill the presidents or the leaders of the country who refuse to play the game with us, I talk in my books about what happened to them, like in Ecuador Jamie Roldos or Omar Torrijos in Panama. We failed to corrupt and we failed to bring them around and they were both assassinated.

You say that, in the past, when the EHMs failed in convincing some president to follow the line which corporations and the government wanted, the “jackals” arrived, followed by open war as extreme measure. Can you give us some examples, based on your experiences?

I talked about Jamie Roldos, president of Ecuador, and Omar Torrijos of Panama, both of whom were my clients, and I could not bring them around, so they were assassinated. Also Allende in Chile, Arbenz of Guatemala, Lumumba of Congo, Mossadegh of Iran, there is a very very long list. More recently, president Zelaya of Honduras was overthrown by a CIA coup in 2009,  and so it continues, this thing is still going on. In the case where the jackals also fail, such as for Saddam Hussein, then the military goes in. The jackals could not assassinate Saddam Hussein, the Economic Hit Man could not corrupt him, and so the military was sent in, that’s what happening also in Syria now, and in Afghanistan. Where all else fails we send in the military.

This scheme is still valid, or has it somewhat been surpassed?

Yes, it is still happening. 

The best-seller of John Perkins

The best-seller of John Perkins

In your book you describe a world dominated by “corporatocracy”. What are the characteristics of this regime?

Corporatocracy is a word I used to refer to the heads of the business, banking and government. They basically are running the whole show, these days. Those primarily are big corporations, so they are the heads of the big corporations, but they also have high jobs in the government, so the president of the US owes a great deal to the corporations that finance these campaigns, and is also very vulnerable to them on many levels, so he ends up hiring a lot of the same people. For example, he recently hired the head of an oil company to run the government agency that is the watchdog for oil companies, and so this is revolving door, what we call revolving door of the top rank. People who go from high positions in corporations to high positions in government and back to corporations, so in banking, in Wall Street, and also with the military.

So these are the people I refer to collectively as corporatocracy.

It’s interesting how the system you describe sees the full cooperation of governments, corporations, banks and media.
What can the common people do to defend themselves and start a process of change for a better world? 

Well I think it’s happening, it’s happening all over the world, people are revolting against this. We are seeing it in Italy, we are seeing it in Turkey, we are seeing it everywhere, in the United States with the Occupy movement. People are beginning to understand that the corporations are really there to benefit the infimus 1 per cent, which is really more like the 0,0001 per cent, the 85 individuals who own a half of the world’s assets. These are the ones who are benefiting and people all around the world are fed up with this. What we can do and what we really ought to do is to communicate this and start it up: demonstrations in the streets are important, it is also important to recognize that the market place is a democracy if we choose to make it better. Whenever you buy something you are casting a vote: so, for example, if you want to see Nike change its policies on slave labour in places like Indonesia, you don’t buy from Nike but you also send an e-mail to them, saying: “I love your products, I will love to buy them again and I will as soon as you pay your workers a fair wage”. That’s very important, the message gets through.

I have seen a lot of big corporations fail because they did not behave properly. Sony is an example, Sony is still in existence but it’s not the powerful house that it used to be. Big banking houses, the Wall Street firms that we know they ran out of existence for thew same reason. You see this over and over. People have the tremendous amount of power in the market place, they just have to exercise it and send a message.

John Perkins

John Perkins

One of your latest books is “The secret history of the American Empire”. Why the United States fulfill all the characteristics of an empire?

This is a very interesting situation, I listed in the book a number of characteristics typical of an empire, and unfortunately the dollar is the official world currency, that is what people do use to buy whatever, especially things like oil in the international oil markets. Then, United States has the military presence in something over 137 countries. That’s a tremendous number of countries. English is the most common language, it’s spoken in business and all around the world. There are a lot of characteristics that are typical of an empire and the US exhibit those. However what is fascinating is this is really not an American empire, but has become a corporate empire. Corporations are controlling the United States still, the president Obama doesn’t really have very much power; the people who put him in office, the ones who finance his campaign, the corporatocracy now run all of his major cabinet positions, and he is very very vulnerable. The president of the US knows he can be brought down by a rumor, a sexual rumor, a drug rumor. It doesn’t even have to be true, his career can be destroyed and he knows that. The big corporations and the media really can understand and the FBI can bring him down very easily. They don’t have to kill him, they just destroy his reputation, it happened to Clinton, he was impeached because of a sex scandal. So we know this is truly a corporate empire now, an empire run by corporatocracy.

You wrote that a possible solution to bring down the American imperialism would be to refuse the dollar as the standard currency in the international market, and to substitute it with a more democratic currency. Do you still think so?

Yes  I think the dollar is very much part of our system. I love the idea of local currencies, back currencies et cetera. We are moving in that direction and we need to continue to move in that direction.

There could be another currency that could take the place of the dollar?

It’s happening, it’s a visionary currency, a big currency more than a local currency. When a country tries to do this it becomes very dangerous for the leaders. It’s one of the things Gheddafi tried to do, to sell oil for the gold; it’s one of the things Saddam Hussein tried to do too.  Iran has talked about setting up an oil bourse, an oil exchange, who will accept gold and other than the dollar. When such things happen, the United States gets very upset.

This is not the only reason for what happened to Gheddafi, but one of the factors. Also with Saddam Hussein, also with the threat against Iran. So when countries try to replace the dollar or set up a system whereby they can sell more of something for other than dollars, the leaders tend to get into a lot of trouble.

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