Euro e Unione Europea hanno favorito solo la Germania, distruggendo le economie del sud Europa. L’unica soluzione è nel riprendere la moneta nazionale e sottrarsi alle assurde regole di Maastricht, che stanno condannando l’Italia a un’ eterna schiavitù. L’economista e docente universitario Alberto Bagnai ci parla delle sue ricerche, riassunte nel libro “Il tramonto dell’Euro”

bandiera-germania-europa(Articolo pubblicato sui numeri 7  e 8 di Barricate – L’informazione in movimento)

Da diversi numeri ormai Barricate si occupa delle questioni Euro ed Unione Europea, e non senza un preciso motivo. Il totale asservimento della maggior parte dei media, per ovvie ragioni politiche ed economiche, ai dogmi dell’irreversibilità dell’Euro e della inattaccabilità delle regole europee, rendeva sempre più urgente dare voce alle motivazioni di chi, da tempo, ha rilevato che in tutto questo sistema le cose che non quadrano sono tante. L’insistenza su debito pubblico e deficit in rapporto al Pil, con un accanimento che ha dell’insensato, le politiche di austerità imposte come un male necessario, il trionfo delle dottrine neoliberiste a danno del bene della popolazione, ignorato anche di fronte ai casi più gravi di impoverimento e suicidi con una indifferenza che sfocia nella psicopatia: in tutto ciò i grandi media hanno avuto un ruolo fondamentale, e un giorno dovranno seriamente risponderne. Così come dovranno risponderne i politici che hanno avallato misure distruttive e accordi scellerati, andati a tutto vantaggio di un ristretto gruppo di banchieri, corporations e colleghi di casta. Il peggior crimine di questo connubio media-politica-industria-banche è stato l’aver costretto la gente a pensare che doveva subire in silenzio ogni tipo di privazione, che “non ci fosse altra scelta”. Ora sappiamo che si è sempre e solo trattato di un gioco truccato, per arricchire i pochi distruggendo e sottomettendo i molti.

Negli scorsi numeri Barricate ha sentito Paolo Barnard, Nino Galloni, Roberto Errico, Antonio Miclavez, Daniel Estulin: tutte voci lontane dal circuito mainstream e tutte concordi nel ritenere il sistema politico-economico vigente, in Italia e in Europa, un “gioco per pochi”, in cui i comuni cittadini possono (e devono) solo obbedire a quanto viene deciso dalle elite. Elite che – com’è ovvio – si distinguono nient’altro che per censo, e per la comune protezione che accordano ai propri privilegi. In questo numero abbiamo intervistato un altro economista profondamente critico verso l’Unione Europea e l’Euro, Alberto Bagnai, docente all’Università “D’Annunzio” di Chieti-Pescara e autore del libro “Il tramonto dell’Euro”.

Prof. Bagnai, nel suo libro lei afferma che, visti i vantaggi che ne trae la Germania, più che di Unione Europea bisognerebbe parlare di annessione. Ci può spiegare i motivi di questo giudizio?

Il giudizio è largamente condiviso oramai da un’ampia parte della letteratura scientifica internazionale, e si basa su un’evidenza facile da afferrare: se un Paese a valuta forte si unisce a un Paese a valuta debole, la loro valuta comune avrà un valore medio rispetto a quelle originarie. Ciò significa che ora la Germania ha un Euro che per lei è come una Lira mascherata, l’Italia ha lo stesso Euro, che per lei è un Marco mascherato. Quindi entrando nell’Euro la Germania è come se avesse fatto una svalutazione competitiva, la Lira è come se avesse apprezzato il suo cambio, danneggiando le sue esportazioni. È un gioco che non può durare a lungo, perché se di fatto la Germania svaluta entrando nell’Euro per aumentare le sue esportazioni (che infatti sono esplose), va in surplus che corrisponde al deficit di altri Paesi, i quali si indebitano per acquistare i prodotti del Paese forte. Alla lunga il sistema diventa insostenibile e crolla per tutti. Ora infatti anche la Germania non è in ottima salute economica e il suo atteggiamento sta innervosendo partner importanti come gli Stati Uniti e il Giappone.

Fin dall’unificazione le elite tedesche erano pienamente consapevoli che, imponendo un cambio troppo forte a un Paese vicino col quale si vuole creare un’unione economica, lo si distrugge economicamente e lo si “mette in vendita”. Nel caso della Germania Est l’unione monetaria venne fatta con il Marco uno a uno, quando prima ci volevano 4 marchi dell’Est per comprarne uno dell’Ovest. Così i prezzi dell’Est quadruplicarono, l’impatto sulla competitività fu devastante e i tedeschi dell’Ovest si presero le persone più qualificate e le risorse naturali più interessanti dell’Est. Con l’Euro è successa una cosa analoga: la mancanza di flessibilità del cambio ha consentito agli squilibri di accumularsi e ora l’Italia è in svendita dopo 10 anni un po’ come la Germania Est fu in svendita a 10 mesi dall’introduzione del Marco uno a uno. Un euro italiano per un euro tedesco è un’operazione altrettanto assurda di un marco dell’Est per un marco dell’Ovest di allora.

Il professor Alberto Bagnai, economista e autore del libro "Il tramonto dell'Euro"

Il professor Alberto Bagnai, economista e autore del libro “Il tramonto dell’Euro”

L’Italia oggi è priva di sovranità monetaria. Il problema, lei spiega, risale non solo all’adozione dell’Euro, ma anche al divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia del ‘81. Ci parla delle conseguenze negative di questi due passaggi?

L’Euro si inserisce nel processo storico della globalizzazione, che significa soprattutto libertà dei movimenti di capitale. Se questi sono liberi gli investitori possono portare i loro denari laddove i rendimenti sono maggiori.  Quando i Paesi si uniscono con un cambio più o meno fisso, i capitali affluiscono verso il Paese che offre il tasso di interesse più alto. All’inizio degli anni ’80, con l’entrata nel Sistema monetario europeo (Sme) dell’Italia e di altri Paesi, nacque l’esigenza per diversi Paesi europei di adattarsi alle condizioni del mercato monetario dettate dalla Germania, che era quello più importante. Infatti quando questa alzava il tasso di interesse, se non lo avessero fatto anche loro, i capitali sarebbero tutti fuggiti verso di lei. I Paesi europei dall’entrata nello Sme e dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale degli anni ‘90, non potevano più determinare in modo autonomo il tasso di interesse. Il divorzio si situa in questo contesto: il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi decisero che il governo per finanziarsi si doveva rivolgere ai mercati, perché la Banca d’Italia non avrebbe provveduto alle necessità finanziarie del governo emettendo moneta.
Così il divorzio, assieme alla necessità di seguire i tassi di interesse tedeschi rialzati dopo l’unificazione, contribuì a mettere in grave crisi l’Italia.

Con l’Euro non siamo più in grado di sganciarci senza gravi traumi, come avvenne alla fine del ’92. Allora dopo la crisi ci sganciammo, la svalutazione permise alla nostra economia di ripartire e di alleviare il peso dei debiti esteri, accumulati in un contesto di cambio quasi fisso.

Nel libro lei insiste proprio sulla necessità di svalutare la moneta, che permetterebbe all’Italia di superare le sue difficoltà ma che non si può fare rimanendo nell’Euro. Perché svalutare ci aiuterebbe?

L’Euro è praticamente fatto per impedire alla Germania di rivalutare. Se ci fosse il Marco, per acquistare automobili tedesche dovremmo comprare marchi, e il loro prezzo salirebbe. Il Marco si rivaluta, la Lira si svaluta. Svalutare non vuol dire che siamo più cattivi, ma che ci piacciono di più i beni di quel Paese. Se il mercato valutario funziona, la valuta del Paese che fa un bene molto desiderato si apprezza: questo rende quel bene meno conveniente. Così chi vive lì gode dei benefici di una moneta più forte e dopo un po’ la situazione si riequilibra.

Il problema dell’Unione Europea è che vuole essere un’economia di mercato,  ma che impedisce con una ferocia da regime sovietico al più importante dei mercati, quello valutario, di funzionare. Se non c’è l’aggiustamento dato dalla compravendita delle valute nazionali e dall’allineamento del cambio, gli squilibri così creati si scaricano sul mercato del lavoro. Come? Con le austerità. Tagli la spesa pubblica, crei un po’ di disoccupazione, i lavoratori accettano di essere pagati di meno e il Paese diventa più competitivo. Che è quello che ha fatto il presidente Monti. Questo tipo di aggiustamento però è molto più doloroso per le popolazioni. Un sistema di cambi fissi come l’Euro è incompatibile con una democrazia a suffragio universale, perché determina costi sociali incompatibili con l’esercizio del diritto di voto dei cittadini, che dopo un po’ ne avranno le tasche piene. Non è un caso che l’Unione Europea sia retta da due organismi che non sono eletti democraticamente, la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea.

La copertina del numero 7 di Barricate

La copertina del numero 7 di Barricate

L’Europa sembra preda di ricette economiche che non fanno che peggiorare le cose. Lei critica sia i parametri di Maastricht che le politiche di austerità. Perché queste ricette non funzionano, e tuttavia vengono imposte come un male necessario?

La critica ai parametri di Maastricht è vecchia come i parametri di Maastricht. Già nel 1993, subito dopo che il trattato fu firmato, economisti autorevolissimi come Nouriel Rubini, Giancarlo Corsetti e Willem Buiter parlavano del non senso di questi parametri, sottolineandone le incongruenze. Se le politiche sbagliate continuano ad essere riproposte è perché queste sono sbagliate rispetto agli obiettivi dichiarati, ma sono giuste rispetto a quelli non dichiarati. Se non puoi rivalutare il cambio, la flessibilità si recupera attraverso la flessibilità del salario: per diventare competitivo devi pagare meno i lavoratori. Questo puoi farlo solo se c’è una disoccupazione importante, perché solo così il lavoratore accetterà dei contratti più precari, retribuzioni meno elevate, ecc. L’austerità, quindi, serve a questo: a creare disoccupazione in modo che i salari si abbassino e il Paese ridiventi competitivo, e a ridurre i redditi in modo che le famiglie consumino di meno e il Paese importi di meno. Così si riequilibrano i rapporti con l’estero e l’austerità viene presentata dicendo che abbiamo una crisi di finanza pubblica. Ma nel maggio scorso il vicepresidente della Bce Vitor Constancio ha detto quel che gli economisti sanno da tempo, cioè che la crisi non è di finanza pubblica. I Paesi che sono andati gambe all’aria per primi (Spagna, Irlanda…) avevano i conti pubblici a posto, surplus di bilancio e debito pubblico sotto il 40% del Pil. Sono saltati perché famiglie e imprese – quindi il settore privato – avevano forti debiti con le banche private del Nord, che avevano prestato loro soldi per comprare beni del Nord. Queste politiche vengono giustificate con una narrazione della crisi falsa, e perseguono benissimo il riequilibrio dei conti esteri ma non l’obiettivo dichiarato, cioè l’equilibrio dei conti pubblici, perché questi si riaggiustano con la crescita e non con i tagli.

Qualcuno quindi trae vantaggio dal mantenere alta la disoccupazione, tenere bassi i salari e mettere in ginocchio i Paesi più deboli. Chi è il “regista” di questa Unione Europea?

L’Euro facilita meccanismi tipici del capitalismo globalizzato, che si basa sul contenimento dei salari. Ma se il potere di acquisto delle famiglie diminuisce, si crea il problema di come far acquistare i beni che vengono prodotti. Quando – agli inizi degli anni ’80 – i salari reali negli Usa e in Europa rallentano la loro crescita, assistiamo a un aumento del debito, prima pubblico e poi privato. Se la gente non ha soldi, per comprare deve indebitarsi.

A chi conviene questo gioco? Inizialmente ai capitalisti di qualsiasi forma e dimensione, specie a quelli che operano nei mercati finanziari, che guadagnano dall’erogazione del credito.
Alla fine ci perdono tutti, perché quando il gioco diventa insostenibile saltano anche le banche, con la differenza che se salta una famiglia nessuno si preoccupa, se salta una banca lo Stato mette le mani nelle tasche dei contribuenti e le ripiana i conti. Questo è successo ovunque nel mondo, ma più nell’Eurozona perché l’Euro favorisce l’integrazione finanziaria e permette allo spagnolo di indebitarsi più facilmente col tedesco di quando c’erano monete diverse, eliminando il rischio del cambio per il tedesco.
Il capitale nasce internazionale mentre il lavoro nasce locale. Se il lavoratore non accetta diminuzioni di stipendio, l’imprenditore delocalizza: a questo serve la libertà di movimento dei capitali. Da quando è cominciata, a partire dagli anni ‘80 in Inghilterra, il debito ha cominciato a salire.

Quest’Europa è un regime estremamente totalitario, che ha imposto una moneta che è un assurdo economico e che finirà, e regole altrettante assurde. Il modello italiano ha funzionato benissimo finché non è stato schiacciato da queste regole, e potrebbe continuare a funzionare se avesse maggiore autonomia decisionale in tanti settori. Da questi regolamenti qualcuno ci guadagna, evidentemente.

Il tramonto dell'Euro

Il libro di Alberto Bagnai, “Il tramonto dell’Euro”

Sicuramente uscire dall’Euro per l’Italia sarebbe un bene, da quanto ci dice. Se questo accadesse, dopo quali misure economiche bisognerebbe prendere per evitare problemi di altro tipo?

Per la diagnosi, tutti gli economisti sono d’accordo, a parte una sparuta minoranza che deve venire a compromessi con la propria coscienza per motivi politici e mentire su ciò che la letteratura internazionale dice da 60 anni, cioè che l’Europa è fatta di Paesi troppo diversi per potersi permettere una moneta unica.

Per la terapia, l’uscita dall’Euro non sarebbe così catastrofica come i media ce la propongono. Sicuramente nel medio termine sarebbe un bene, ma nel breve termine non sarebbe una passeggiata, perché l’uscita dell’Italia causerebbe la fine dell’Eurozona aprendo ad esiti imprevedibili, ma comunque gestibili.

Questo scenario non è politicamente proponibile; più proponibile è che si arrivi ad una segmentazione dell’Eurozona che parta da un’iniziativa dei Paesi più competitivi. I Paesi del sud sono come limoni cui è stato spremuto tutto il succo, quindi la Germania ora ha davanti a sé due strade: o tenta una vera e propria annessione, camuffando da Stati Uniti d’Europa un giochetto come quello che ha fatto con la Germania Est; oppure cerca di sganciarsi, perché se non dà un reale respiro ai mercati del sud che sono stati fino a un anno fa i suoi mercati più importanti, la sua economia rischia di andare in sofferenza.

Perché si arrivi ad una soluzione pacifica e condivisa occorre una consapevolezza dei problemi: questa in Italia non c’è perché i partiti evitano accuratamente il dibattito su questi temi. Lo ha fatto soprattutto il Pd, ma anche il Pdl.

Potendo decidere, dovremmo tornare alla Lira o lei propone un Euro di serie A per i Paesi più forti e uno di serie B per quelli più deboli?

Io penso ciò che pensano i migliori economisti mondiali, e cioè che l’Italia trarrebbe vantaggio dall’avere una propria valuta; in questo momento non ce l’ha e bisogna trovare un percorso razionale per tornarci.

Per me e altri economisti, come ad esempio Stiglitz, la Germania dovrebbe tornare al Marco. Questo darebbe un enorme respiro all’economia europea. Il secondo passaggio sarebbe quello di far uscire l’Italia, che ne trarrebbe sicuramente un beneficio. Potremmo però trovarci presto di fronte ad un evento traumatico, come una crisi del sistema bancario, per cui dovremmo decidere se ricapitalizzare le banche in euro rivolgendoci alla Troika, o in lire sganciandoci dall’Eurozona e riprendendoci la sovranità.

La sinistra italiana è stata complice del più distruttivo progetto della finanza liberista che la storia dell’umanità abbia sperimentato. Una sinistra così massicciamente dalla parte del capitale ora non può tollerare che qualcuno le dica che dovrebbe schierarsi dalla parte del lavoro.

Cosa bisognerebbe fare? Per prima cosa riprendere gli strumenti di politica economica, in particolare quella valutaria sganciandosi dall’Euro; poi quella monetaria riportando la Banca Centrale sotto il controllo politico. In terzo luogo recuperare lo strumento della politica fiscale, stracciando le regole assurde di Maastricht, che peraltro sono state stracciate dalla Germania e dalla Francia quando potevano farlo senza che gli altri Paesi membri potessero dire nulla. Ciò permetterebbe un riequilibrio della crescita dei Paesi, basandola non sulla ricerca affannosa della competitività e sul taglio dei salari per inseguire la domanda estera, ma sulla domanda interna da alimentare attraverso investimenti non in grandi ma in piccole opere, nell’istruzione, nel capitale umano italiano che rimane di eccellente qualità, nella ricerca. Questi investimenti vanno fatti dallo Stato, spendendo e abbandonando la retorica dell’austerità. Bisogna tornare a pensare in termini di sistema Paese, di interesse nazionale e di domanda interna, basta a questa falsa internazionalizzazione. Perciò il recupero dell’autonomia valutaria, monetaria e fiscale è assolutamente essenziale. In questo momento la vocazione deflazionistica della Germania si pone di traverso a qualsiasi tentativo degli altri Paesi di rilanciare la propria crescita.

Ceccon

Vignetta di Davide Ceccon

In Italia, chi ha avuto (in termini politici) le maggiori responsabilità della consegna del Paese a questi potentati, e quindi della sua perdita di sovranità?

In Italia, come in Germania, i politici sono gli stessi da 20-30 anni: i vari Monti e Draghi giravano per il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia già agli inizi degli anni ’80, quando questa storia è iniziata. Un sistema nel quale gli aggiustamenti a shock esterni si scaricano sui lavoratori non è un sistema sano, quindi per me la principale responsabilità è dei partiti di sinistra, in particolare di quello che oggi chiamiamo Partito Democratico, perché attraverso un percorso tortuoso e assolutamente non democratico ha imposto a questo Paese un regime dove gli shock si scaricano sulle classi subalterne. Anche Berlusconi e il Pdl sono stati sempre acquiescenti alle imposizioni dell’Europa, ma un conto è se un progetto di globalizzazione finanziaria lo difende un capitalista, più o meno immorale e corrotto, un conto è se lo difende un partito che dovrebbe difendere i lavoratori. La maggiore responsabilità rimane quindi del Pd, anche perché, in questa fase storica in cui i nodi stanno venendo al pettine, continua compattamente a negare il problema e a soffocare il dibattito su questi temi. E lo fa prendendosi un’enorme responsabilità storica, perché quando dovremo affrontare l’esito finale della crisi, cioè lo sganciamento, saremo un Paese acefalo, privo di una testa che possa capire e comandare, specie per colpa della negazione del dibattito che tuttora il Pd persegue con una ostinazione che ha veramente dell’incredibile. Da tre anni faccio attività di ricerca e divulgazione rivolgendomi soprattutto alla sinistra, ma ho ottenuto solo l’interessamento della destra, che – se non altro opportunisticamente – ha capito che è arrivata l’ora di parlare di queste cose.

Annunci