Ad attaccare la moneta unica, consigliando all’Italia di uscirne, sono stati per ultimi Christopher Pissarides e James Mirrlees. Che si vanno a sommare ad altri economisti premiati con l’insigne riconoscimento, quali Paul Krugman, Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Milton Friedman. Sei mostri sacri dell’economia concordi nel ravvisare gravi errori nel progetto Euro 

(Articolo proposto al “Fatto Quotidiano” il 17/12/2013. Ma non pubblicato)

In un periodo di forte contestazione nei confronti dell’Unione Europea e delle politiche di austerità, sono sempre più numerose le voci che si levano a criticare la moneta unica, vista come un fattore di impoverimento per il popolo italiano e per gli altri Paesi del sud Europa.

E se nelle piazze negli ultimi giorni a sbandierare la critica verso l’Euro è stato un crogiuolo di “forconi”, piccoli imprenditori, esponenti di estrema destra e gente impoverita e infuriata con i politici, nei più quieti studi degli intellettuali le accuse non sono certo meno forti.

Lo dimostrano le recenti prese di posizione di altri due premi Nobel per l’economia, James MirrleesChristopher Pissarides, che si vanno ad aggiungere a quelle più datate – ma non meno nette – di Paul Krugman, Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Milton Friedman.

L’Euro non sta facendo altro che dividere l’Europaha detto il 12 dicembre alla London School of Economics il cipriota-britannico Christopher Pissarides, vincitore del importante premio nel 2010. La moneta unicadovrebbe essere smantellata in maniera ordinata, oppure bisognerebbe fare il più rapidamente possibile le necessarie riforme per salvaguardare crescita e occupazione, in modo da ripristinare la fiducia che una volta i Paesi europei avevano tra di loro”.

Il premio Nobel ha poi rincarato la dose: “L’Euro ha creato una generazione perduta di disoccupati senza futuro. Questo non è quello che i suoi “padri fondatori” avevano promesso”. Il discorso di Pissarides è stato ripreso, tra le altre testate, dal Telegraph e dal Daily Mail

L’economista, che in passato era stato tra i principali sostenitori della moneta unica, ha dichiarato di aver commesso un errore: “Non pensavamo che congelando i tassi di cambio i Paesi del sud avrebbero subito queste sofferenze. È chiaro che ci sbagliavamo”.

A favore dell’uscita – anche se in modo più cauto – si era espresso pochi giorni prima a Venezia il premio Nobel James Mirrlees, economista scozzese vincitore del riconoscimento nel 1996. Il 5 dicembre, nel suo intervento all’Auditorium Santa Margherita per il ciclo ‘Nobels colloquia 2013′ dell’Università Ca’ Foscari, aveva detto: “Non voglio suggerire politiche per mutare la situazione attuale e mi sento a disagio nel fare raccomandazioni altisonanti, perché non ho avuto il tempo di valutarne le conseguenze. Però, guardando dal di fuori, dico che non dovreste stare nell’Euro, ma uscirne adesso”. Ha poi aggiunto: “L’uscita dall’Euro non risolverebbe in automatico i problemi dell’Italia, visto che, ad esempio, rimarrebbero le questioni derivanti dalle politiche adottate dalla Germania. Ma non è comunque corretto collegare le conseguenze di un’eventuale uscita da Eurolandia al venir meno della lealtà e fedeltà come membri dell’Unione europea. Finché l’Italia resterà nell’Euro non potrà espandere la massa di moneta in circolazione o svalutare: ecco perché si impone la necessità di decidere se rimanere o meno nella moneta unica, questione non facile da dirimere”.

Paul Krugman, premio Nobel nel 2008, già da tempo aveva accusato duramente l’Euro. Il 15 aprile scorso scrisse sul suo blog del New York Times: Non potremo mai ammettere che l’Euro è un fallimento – rispondendo alla domanda di un lettore –. Troppa storia, troppe dichiarazioni e troppo ego sono stati investiti in una singola valuta perché coloro che ne sono stati gli artefici possano ammettere che forse si sono sbagliati. Anche se il progetto termina in un totale disastro, insisteranno che non è stato l’Euro a far fallire l’Europa, ma l’Europa a far fallire l’Euro.

Nello stesso articolo Krugman accusò anche le politiche di austerity: “L’austerity sta fallendo anche nelle sue condizioni. Misure chiave come il rapporto debito/Pil sono peggiorate, non migliorate. I funzionari europei continuano a negare i fondamenti della situazione: indicano come origine del problema la dissolutezza fiscale e continuano a dichiarare il successo dell’austerità. Questo è il punto a cui siamo ed è difficile immaginare un lieto fine”.

Nel settembre 2012 in un’intervista a “L’Express” Krugman definì l’Euro un “progetto campato in aria”. “Sì, penso che l’Euro fosse un’idea sentimentale, un bel simbolo di unità politica – disse l’economista – ma una volta abbandonate le valute nazionali avete perso moltissimo in flessibilità. Non è facile rimediare alla perdita di margini di manovra. In caso di crisi circoscritta esistono due rimedi: la mobilità della manodopera per compensare la perdita di attività e soprattutto l’integrazione fiscale per ripianare la perdita di entrate. Da questa prospettiva, l’Europa era molto meno adatta alla moneta unica rispetto agli Stati Uniti”. E Krugman descrisse alcune differenze tra i due sistemi: “Florida e Spagna hanno avuto una stessa bolla immobiliare e uno stesso crollo. Ma la popolazione della Florida ha potuto cercare lavoro in altri stati meno colpiti dalla crisi. Ovunque l’assistenza sociale, le assicurazioni mediche, le spese federali e le garanzie bancarie nazionali sono di competenza di Washington, mentre in Europa non è così”.

Di Euro come “idea orribile” ha parlato Amartya Sen, economista indiano e premio Nobel nel 1998, in un’intervista del 21 maggio al Corriere della sera. La moneta unica “è nata con lo scopo di unire il continente e ha finito per dividerlo” ha detto Sen. “È stato un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata. Una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa. I punti deboli economici hanno un effetto-rottura invece che di legame. Le tensioni che si sono create sono l’ultima cosa di cui l’Europa ha bisogno. Chi scrisse il Manifesto di Ventotene combatteva per l’unità dell’Europa con alla base un’equità sociale condivisa, non una moneta unica”. E l’economista ha aggiunto: “Quando tra i diversi Paesi hai differenziali di crescita e di produttività, servono aggiustamenti dei tassi di cambio. Non potendo farli, si è dovuto seguire la via degli aggiustamenti nell’economia, cioè più disoccupazione, la rottura dei sindacati, il taglio dei servizi sociali. Costi molto pesanti che spingono verso un declino progressivo”. E anche Sen ha contestato le misure di austerità dicendo che: “È come se avessi bisogno di aspirina ma il medico decide di darmela solo abbinata a una dose di veleno: o quella o niente. No, le riforme si fanno meglio senza austerità, le due cose vanno separate”.

Joseph Stiglitz, premio Nobel nel 2001, dal canto suo lo scorso marzo ha sottolineato: “L’Unione monetaria ed economica dell’UE è stata concepita come uno strumento per arrivare ad un fine, non un fine in sé stesso. L’elettorato europeo sembra aver capito che, con le attuali disposizioni, l’Euro sta mettendo a rischio gli stessi scopi per cui è stato in teoria creato”. E ancora: “Il progetto europeo, per quanto idealista, è sempre stato un impegno dall’alto verso il basso. Ma incoraggiare i tecnocrati a guidare i vari Paesi è tutta un’altra questione, che sembra eludere il processo democratico, imponendo politiche che portano ad un contesto di povertà sempre più diffuso. Mentre i leader europei si nascondono al mondo, la realtà è che gran parte dell’Unione europea è in depressione. La perdita di produzione in Italia dall’inizio della crisi è pari a quella registrata negli anni ’30”. Stiglitz si lasciò anche andare a una stoccata contro chi accusa i leader euroscettici di “populismo”: “In breve, non è stato né il populismo né la miopia che ha portato i cittadini a rifiutare le politiche che gli sono state imposte, ma è la modalità errata con cui sono state portate avanti”.

Il sesto premio Nobel a criticare la moneta unica è stato Milton Friedman, vincitore del riconoscimento nel 1976 e non molto popolare tra i contestatori dell’Ue in quanto uno dei principali “padri” del neoliberismo.

Già nel 1997 Friedman scriveva: “La creazione dell’Euro è stata motivata dalla politica, non dall’economia. Lo scopo era quello di legare Germania e Francia in modo così stretto da rendere una futura guerra europea impossibile, e preparare il campo per gli Stati Uniti d’Europa.

Io credo che l’adozione dell’Euro avrà l’effetto contrario. L’unità politica può aprire la strada all’unità monetaria. L’unità monetaria, imposta sotto condizioni sfavorevoli, si dimostrerà una barriera al raggiungimento della unità politica”.

Inoltre, faceva notare Friedman: “Il mercato comune europeo rappresenta una situazione sfavorevole per una moneta comune. È composto da nazioni separate, i cui abitanti parlano lingue diverse, hanno usanze differenti, e hanno una lealtà e un attaccamento molto più grandi verso la propria nazione che verso il mercato comune o l’idea di Europa

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