Roberto Errico, membro del Forum per una nuova finanza pubblica e sociale, ci spiega come il settore potrebbe essere riavvicinato ai bisogni dei cittadini

Palazzi_Errico-300x200(Articolo pubblicato sul numero 5 – settembre/ottobre 2013 di Barricate – L’informazione in movimento)

Dopo lo scoppio della crisi del debito, la finanza è stata oggetto delle contestazioni  di ampie fasce della popolazione, in Italia e nel mondo. Da qui la necessità di trovare idee per riformarla, almeno nei punti nei quali più si concentrano assurdità e privilegi, per riportarla alla sua corretta funzione sociale.
Ne abbiamo parlato con Roberto Errico, bancario, che assieme a numerose associazioni italiane ha avviato un Forum per cercare di rendere virtuoso un settore ormai nel centro del mirino.

Dott. Errico, ci può dire quali associazioni fanno parte del vostro Forum?

Il Forum nasce da un appello all’azione sulle questioni del debito pubblico e del credito, proveniente da associazioni come Attac, Rivolta il debito, ReCommon, Smonta il debito e Centro nuovo modello di sviluppo.

Dopo due incontri molto partecipati a Roma al Teatro Valle e alla Ri-Maflow, una fabbrica occupata alle porte di Milano, siamo sfociati nella forma di Forum formato da diversi movimenti e gruppi che vogliono lavorare su questi temi. Hanno aderito numerose realtà, tra cui posso citare i Cobas delle poste, il Forum italiano dell’acqua, alcuni pezzi di varie organizzazioni sindacali e l’Arci.

Quali sono le vostre idee per riformare la finanza, e da cosa scaturiscono?

Possiamo partire da un dato che per alcuni è falso mentre per noi è oggettivo, che è la questione dei soldi.
Il luogo comune della crisi è che non ci sono i soldi, che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e quindi dobbiamo tirare la cinghia. Noi sosteniamo al contrario che i soldi ci sono, perché innanzitutto ci sono quelli dell’evasione fiscale, che sono la punta dell’iceberg. C’è un fisco che è diventato sempre più amico dei ricchi e ha colpito con sempre maggiore violenza i ceti meno abbienti, basti pensare a come si è tirato fuori il denaro negli ultimi anni. Si è aumentata l’Iva ma non si è andato a incidere sulle rendite. Se si punta a rilanciare l’economia aumentando l’Iva, evidentemente l’obiettivo è quello di continuare a colpire i ceti sociali più bassi: disoccupati, pensionati, piccoli lavoratori autonomi.

I soldi quindi ci sono, sono nei forzieri nascosti dei paradisi fiscali, nel risparmio degli italiani, specie quello postale. Da qui la nostra campagna per una Cassa depositi e prestiti, un ente di diritto privato di proprietà del Ministero delle finanze per l’81% (al 19% delle fondazioni bancarie), che dovrebbe tirare fuori i soldi per pagare gli interessi stratosferici sul debito. Questo per noi è un tema centrale. Noi non vogliamo solo ripubblicizzare la Cdp, ma risocializzarla, il che significa riportarla a finanziare a tassi calmierati gli enti locali, rompendo il cappio del Patto di stabilità. Inoltre la Cdp e altri enti pubblici dovrebbero sostituirsi alle banche, che non fanno più credito, e fare prestiti a tasso molto agevolato alla piccola impresa che sta morendo, ai negozianti che vengono devastati dall’arrivo di outlet e megastore, e a chi vuole aprire un’attività, magari di tipo ‘ecosostenibile’. C’è da cambiare una mentalità, e in questo solco siamo criticati dai residui della sinistra radicale e del comparto riformista, secondo cui “pretendiamo troppo”.

Riguardo la sovranità monetaria e l’Euro, come vi posizionate?

Trappola Euro

Qui devo fare dei distinguo, perché nel Forum ci sono diverse sensibilità. La mia posizione è che sia un falso problema, perché uscire dall’Euro non sarebbe né una tragedia né la liberazione dal cappio dell’Europa. Semplicemente, porterebbe problemi iniziali abbastanza gravi e una stabilizzazione successiva durante la quale non cambierebbe praticamente niente. Si tornerebbe al sistema di prima con un’altra moneta e probabilmente parecchia inflazione in più. In ogni caso nel Forum si discute anche su questo.

L’Europa potrebbe anche essere una prospettiva interessante, ma è necessario rifarla da zero perché questa è l’Europa della tecnocrazia che si fa mercato. Il problema centrale è quando il settore pubblico si mette a fare il privato; bisognerebbe riorientare il pubblico a fare il pubblico. La sanità, ad esempio, o è pubblica o non è sanità, così come la scuola.

All’Europa si può anche mettere mano, ma bisogna ragionare in modo completamente opposto a come si fa adesso. È chiaro che, dal punto di vista di Paesi come la Grecia, l’Europa ha dato il peggio di sé, ed è normale che i greci vogliano uscirne, dopo essere stati ridotti in stato comatoso e non potendo certamente riuscire a restituire i prestiti. L’Europa attuale, insomma, è ‘una robaccia’, ma non è detto che si debba buttarla completamente a mare.

Nel dibattito fra neoliberisti e neokeynesiani, voi avete delle preferenze o rifiutate entrambi i modelli?

Senza dubbio siamo antiliberisti. Riguardo le politiche keynesiane, trovo che funzionino bene in un’economia chiusa. Il moltiplicatore keynesiano funziona quando le frontiere sono tendenzialmente chiuse e quando il consumo che aumenta grazie all’investimento pubblico si orienta verso prodotti interni, verso aziende interne. Fare keynesismo oggi in un Paese come l’Italia, che importa molto più di quanto esporta (pensiamo a petrolio e prodotti informatici), vorrebbe dire finanziare la crescita della Cina.

Penso che se Keynes fosse tra noi, si chiederebbe come affrontare il tema della globalizzazione, se essere chiusi o aperti. Anche su questo si discute molto. Se politiche macroeconomiche espansive potrebbero aiutare la ripresa, dobbiamo anche capire che tipo di ripresa. Negli Usa si è stampata moneta in quantità industriale, con tre round di Quantitative Easing della Federal Reserve,  i soldi sono stati dati alle banche, che invece di usarli per aiutare la popolazione hanno investito in borsa perché è più remunerativo che seguire un’impresa che cresce in 15-20 anni. Si sta creando così un’altra bolla. Anche in Giappone si sono fatte operazioni simili. Quindi alle banche conviene più investire in titoli azionari a breve termine che ragionare su come far ripartire l’economia. A riprova di questo, il 6,7% dei cittadini americani nel 2012 sono risultati sotto la soglia di povertà assoluta, e il 20% al di sotto della soglia di povertà relativa.
I dati più alti dal 1950.

Quindi stampare moneta non è tanto utile se va solo ad alimentare l’economia finanziaria. Meglio ragionare sul riprendere le leve del credito, ed ecco ritornare la campagna sulla Cassa depositi e prestiti, e ragionare su come gestire la questione del debito.

La copertina del numero 5 di "Barricate"

La copertina del numero 5 di “Barricate”

Lei ha parlato della Banca centrale americana. Visto che questa, come quella italiana, è privata, non sarebbe il caso che fossero nazionalizzate per diminuire gli oneri dello Stato verso di loro?

Si, la Banca d’Italia è di proprietà delle banche italiane. Il problema però non è nazionalizzare la Banca d’Italia, per trasformarla nell’ennesimo carrozzone del pubblico che fa gli affari suoi, dando finanziamenti in base alla provenienza territoriale del Ministro dell’Industria. Il problema è andare oltre le forme del pubblico e privato. Occorre iniziare a ragionare sul fatto che, più che banche pubbliche e basta, servono banche che siano socializzate, un pubblico che sia permeato dalle esigenze delle comunità locali. In modo che intorno a questa banca, pubblica o privata che sia, non si crei un grumo di potere che orienta il credito in un senso o nell’altro. È su questo che bisogna aprire un ragionamento. È storia che gran parte delle banche che si sono formate sul territorio erano governate da entità locali, magari potentati, ma la forma in sé già c’era, erano attività collaterali allo sviluppo del territorio. Bisognerebbe aggiornare questo modello, sostituendo al potentato dell’800 la cittadinanza.   

La banca vive dei depositi dei clienti, quindi l’interesse dei risparmiatori dovrebbe essere preponderante, accanto a quello dei lavoratori della banca e al peso della comunità locale nel suo complesso.
Va ridefinito il concetto di come si fa banca e chi ne sia proprietario.

A livello politico, come vi rapportate nei confronti dei progetti di democrazia diretta o di più democrazia diretta?

Siamo sicuramente d’accordo con i progetti di democrazia diretta, ma bisogna intendersi sul concetto di quest’ultima. Il dibattito in merito è ancora vago, e a volte si ripetono le stesse dinamiche della democrazia rappresentativa. Quello che si potrà fare in questo ambito lo vedremo strada facendo.

Direi che questa è una fase in cui non bisogna stare né con le istituzioni né contro, ma attraversarle. I conflitti vanno costruiti a partire da una relazione istituzionale, ad esempio ,con i piccoli comuni, che stanno morendo. I sindaci sono diventati dei vigili urbani del Patto di stabilità.

Altre idee per una migliore economia scaturite dal vostro Forum?

Stiamo cercando di stabilire buone relazioni con le Mag, che sono mutue autogestite, gruppi di persone che mettono assieme parte dei loro risparmi per piccoli progetti simili al microcredito, ma più imperniati sull’eticità. Poi l’altro punto riguarda le banche: le proposte dei legislatori dei vari Paesi partono dal presupposto che non si deve negare la banca universale, che è quella che gestisce i depositi dei propri clienti ma fa anche operazioni strumentali e così via. Il vero tema su cui confrontarsi è come separare il risparmio dalla speculazione.
Per fare questo ragionamento occorre capire come è possibile risocializzare alcuni istituti. È necessaria una banca pubblica che sia permeata dalle necessità locali che emergono dal basso, che faccia quello che non fa più nessuno in nessuna parte del mondo, cioè prestiti a tasso agevolato per le cose di pubblica utilità o per aiutare le persone che sono state più colpite dalla crisi. Non penso che stiamo parlando di assaltare il Palazzo d’Inverno. Eppure potremmo essere accusati di radicalismo, perché in questo momento chiunque non segua i diktat che vengono espressi dall’alto è un radicale, uno che vive fuori dal mondo, uno che vuole vivere al di fuori delle proprie possibilità. Noi rigettiamo tutte queste accuse, che non hanno niente di concreto ma che spesso vengono rilanciate dai media.

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