L’Italia, come gli altri Stati dell’Eurozona, ha abdicato alla propria sovranità monetaria aderendo all’Euro. Il risultato è la dipendenza da ogni forma di potere esterno, dai mercati e la Bce fino agli Stati più forti. Ne abbiamo parlato con un economista critico verso l’attuale sistema monetario. Per cercare le possibili vie d’uscita.

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(Articolo pubblicato sul numero 4 – luglio/agosto 2013 di Barricate – L’informazione in movimento)

È possibile essere sovrani su un territorio e nel contempo essere schiavi pressoché di ogni potere esterno? È il paradosso nel quale si trova ogni giorno il popolo italiano, titolare ex Costituzione della sovranità e in realtà ‘confinato a bordo campo’, citando una canzone di qualche anno fa.

Tralasciamo per un momento la lieve invadenza sulla vita del nostro popolo di Chiesa, Massoneria, Stati Uniti, mafie, lobby industriali, lobby sindacali e chi più ne ha, più ne metta.

Concentriamoci invece su un aspetto che negli ultimi anni è diventato di importanza sempre crescente: il controllo della moneta.

Ora, della moneta e del suo funzionamento si sono occupate finora solo due categorie di persone.
E cioè: 1) Chi con la moneta ci lavora professionalmente (banchieri, economisti, grandi aziende, politici ecc.); 2) I cosiddetti ‘complottisti’, che su Internet denunciano da tempo quella che considerano una truffa ai danni dell’umanità, chiamata “signoraggio”. Che consiste nella differenza tra il valore nominale della moneta in termini di beni e servizi (es. tutto ciò che può essere acquistato con 100 euro) e il valore intrinseco della moneta all’atto dell’emissione dalla banca centrale (es. il costo di carta, inchiostro, lavorazione). Le banche centrali, spesso private, sono accusate di accumulare profitti ai danni degli Stati e dei cittadini, che si indebitano (impegnando beni reali) per farsi prestare, fondamentalmente, carta straccia.

Questo prima della crisi. Adesso, con l’avvento dell’Euro e la crescente influenza dell’Unione Europea, sommati alla scarsità di lavoro e ammortizzatori sociali, la questione monetaria è diventata un argomento di primo piano. Giornalisti, professori, membri delle istituzioni sempre più si interrogano se l’adesione alla moneta unica sia stata, o no, un bene per il nostro Paese.

Illustrazione di Elibee (www.elibee.net)

Illustrazione di Eli Bee (www.elibee.net)

Le leve della ricchezza di una nazione

Per sovranità monetaria si intende la capacità dello Stato di stampare una propria moneta, attraverso una Banca centrale nazionale o il ministero del Tesoro. In questo caso, è lo Stato a decidere quanta moneta immettere in circolo e quanta ritirarne, manipolando leve come l’inflazione e la spesa pubblica. Viceversa, quando non si ha moneta propria ma la si prende a prestito (come nel caso dell’Euro, che viene immesso dalla Banca centrale europea nei mercati di capitali privati), gli Stati sono costretti a procurarsela da chi la detiene, cioè investitori, banche, altri Stati e così via. Ne consegue che la capacità dello Stato in questione di essere ‘affidabile’ per restituire i prestiti e la sua ‘competitività’ sui mercati internazionali diventano questione di vita e di morte.

Nel senso letterale del termine perché, nel caso in cui il Paese rimanga a secco di prestiti, il risultato è non avere più i mezzi per pagare le spese necessarie alla cittadinanza, come stipendi di dipendenti pubblici e pensioni. Aggiungeteci le richieste di austerity che ci vengono dall’Europa anche grazie al Fiscal Compact, e si spiega perché lo Stato non può a norma di legge intervenire per salvare tutti quei poveracci che non riescono più a tirare avanti. E che crescono di giorno in giorno.

Per capire l’importanza della questione, potremmo citare l’aforisma attribuito al banchiere tedesco Mayer Amschel Rothschild (1744-1812), che osservò: “Datemi il controllo della moneta di una nazione e me ne infischierò di chi ne scriverà le leggi”.

Cercare soluzioni

Restando in tema di citazioni, due anni fa il premio Nobel per l’economia, Paul Krugman, affermava: “Adottando l’Euro l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo, che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica”.

Nel numero precedente, Barricate ha intervistato il giornalista Paolo Barnard, che riteneva che il problema della sovranità monetaria fosse da risolvere uscendo dalla moneta unica, tornando a stampare valuta nazionale e impostando politiche di stampo neokeynesiano per sostenere famiglie e imprese.
Sul sito del giornalista è possibile consultare il “Programma di salvezza economica per l’Italia”, stilato con gli economisti della scuola Memmt (Mosley Economic Modern Money Theory).

A livello politico, negli ultimi tempi si è interessato alla questione anche il Movimento 5 Stelle, che con un intervento alla Camera del deputato Carlo Sibilia, ha denunciato il fenomeno del signoraggio, chiedendo al presidente Letta, “uomo Bilderberg, come il suo predecessore Mario Monti e come il presidente della Bce, Mario Draghi” per quale motivo “se la moneta è di proprietà dei cittadini, dello Stato, banche private ce la prestano”.

Tra le realtà che si interessano del problema c’è l’Unione dei Movimenti, un progetto nato nel maggio 2012. I suoi promotori in alcuni comunicati denunciano “una deriva oligarchico-finanziaria del sistema, gestita da poteri e forze che hanno deviato la nostra democrazia e lo spirito della Costituzione”, tra cui “massonerie infiltratesi nei gangli delle istituzioni, delle professioni e dei poteri tramite ricatti e minacce”. Nel loro progetto per una nuova politica, prevedono “la sovranità monetaria e la nazionalizzazione della Banca d’Italia”.

Per questo numero, Barricate ha sentito uno dei suoi promotori, l’economista Nino Galloni, in passato direttore del Ministero del Lavoro e funzionario del Ministero del Bilancio.

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L’economista Nino Galloni, in passato direttore del Ministero del Lavoro

Intervista a Nino Galloni.

Dott. Galloni, sul tema della sovranità monetaria lei è molto critico verso la cessione che ne è stata fatta. Ci spiega il motivo?

La sovranità monetaria viene di solito esercitata dallo Stato o da un’istituzione che ne ha il potere e consiste nell’attribuire valore legale alla moneta. Ciò vuol dire che nessuno può rifiutarla per estinguere i propri crediti, nemmeno lo Stato. I cittadini potrebbero, in teoria, esercitare direttamente questa sovranità, in modo complementare o esclusivo.

Il problema è che oggi merci e servizi abbondano, mentre la moneta scarseggia anche per gli investimenti socialmente necessari.

Ciò significa che la sovranità monetaria è male amministrata. Gli Stati nazionali, come l’Italia, se ne sono privati, invece avevano solo il potere di delegarla a un’autorità sovraordinata come la Bce.
Quest’ultima ha garantito liquidità per migliaia di miliardi di euro alle banche (che li perdono in attività speculative assurde e poi fanno scarseggiare il credito all’economia reale), però nulla arriva alle imprese e alle famiglie.

Quindi, o la Bce riporta la moneta alla sua funzione, oppure non c’è stata delega di sovranità, ma la sua cancellazione, e questo gli Stati non potevano farlo. Se la Bce non esercita la sovranità monetaria per conto dei popoli e degli Stati, questi ultimi se la devono riprendere.

La questione della sovranità monetaria si lega a quella dell’economia italiana. Lei ha affermato che, a un certo punto, qualcuno ha voluto frenare l’espansione industriale del Paese. Chi è stato e perché?

Alla fine degli anni ’70 l’Italia stava avvicinando la Francia e preoccupava la stessa Germania, dopo aver superato l’Inghilterra. Questo grazie ad agevolazioni alle industrie private, sviluppo delle partecipazioni statali e valorizzazione delle capacità del nostro popolo. Eravamo competitivi, ma anche molto macchiati da corruzione, clientelismi e sprechi.

Così nel 1981 si decise di porre fine a tale situazione, senza preoccuparsi di travolgere anche il buono che c’era nella nostra economia, costringendo lo Stato a finanziare il proprio fabbisogno monetario ricorrendo direttamente al mercato (in realtà le grandi banche che ne approfittarono) senza la collaborazione della Banca d’Italia.

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Illustrazione di Eli Bee

Dopo una decina d’anni maturarono le condizioni che avrebbero portato all’Euro. Ma questo non sarebbe stato possibile se, dopo la caduta del muro di Berlino, la Germania non avesse rinunciato al marco e la Francia non avesse accettato la riunificazione tedesca in cambio di un indebolimento industriale e produttivo dell’Italia.

Nel corso del 1989 Mitterand e Kohl si erano messi d’accordo, in Italia, con gli stessi che avevano voluto interrompere gli investimenti pubblici e l’uso della leva del cambio (Carli, Ciampi, Confindustria, ecc.), ma l’ago della bilancia era Giulio Andreotti, passato da una posizione poco europeista a consentire il fatidico passaggio. Molti approfittarono, nel decennio successivo, della svendita del patrimonio pubblico a scandalosi prezzi di magazzino e l’Italia perse gran parte dei suoi strumenti industriali.

Lei è piuttosto critico anche verso questa Unione Europea. Cosa le contesta?

La evidente insensatezza e insostenibilità delle varie misure di austerity, che (vedi il MES e il Fiscal Compact) sono costosissime in termini produttivi, sociali e finanziari. Anche i vincoli di Maastricht erano arbitrari e assurdamente uguali per tutti: invece di tendere alla convergenza, mettevano sullo stesso piano chi aveva molte risorse da valorizzare (disoccupazione) e chi no.
La solita storia: il debole che diventa ancora più debole e il forte che diventa ancora più forte.

Se l’Italia decidesse di tornare alla moneta nazionale, cosa occorrerebbe fare poi?

Se l’Euro non riesce a finanziare quegli investimenti  che ci porteranno all’equilibrio economico sociale, allora è meglio tornare alle valute nazionali. Quindi, o i leader tornano ad aiutare i deboli, oppure ognuno per sé.

La difficoltà per l’Italia non sta nell’abbandonare l’Euro, gestire i debiti o predisporsi a una crescita dei prezzi delle importazioni necessarie (che sarebbero compensate da maggiori esportazioni e minori importazioni non necessarie), ma nel capire come questo esercito di disoccupati e precari non qualificati possa impegnarsi in modo produttivo.

Ovviamente dovremmo tornare alla situazione pre-81 e non a quella pre-Euro.

Lei ha ipotizzato anche soluzioni come il ricorso alla moneta complementare. L’Euro potrebbe convivere con una o più monete nazionali?

Sì, nel passato abbiamo avuto doppie e triple circolazioni monetarie: moneta internazionale, moneta nazionale, moneta dei piccoli acquisti.

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