Dopo il crack del 2008, l’Islanda ha letteralmente mandato al diavolo banchieri, governo e Fondo Monetario Internazionale. E scritto una nuova Costituzione con l’aiuto dei cittadini e dei social media. Risultato: la sua economia ora va a gonfie vele. Nel silenzio dei media industriali.

(ArtiIslandacolo pubblicato sul numero 3 – maggio/giugno 2013 di “Barricate – L’informazione in movimento“)

Edoardo Bennato cantava l’Isola che non c’è, Francesco Guccini l’Isola non trovata. Quest’Isola invece c’è eccome, eppure se ne parla molto poco. Forse perché ha avuto l’ardire di fare qualcosa che è visto come un sacrilegio da banchieri, corporations e ideologi neoliberisti, buoni a snocciolare termini economici ma pessimi nel nascondere gli effetti devastanti delle loro idee sulle popolazioni.

Parliamo dell’Islanda naturalmente, l’Ultima Thule delle leggende precristiane.

La terra di ghiaccio e del sole a mezzanotte ha fatto qualcosa di molto semplice: di fronte alla crisi scatenata nel 2008 dalla finanza internazionale e dall’operato delle banche, ha sottoposto ai suoi cittadini tramite referendum la decisione su quale politica adottare nei confronti del debito.

Dopo il crack del 2008 innescato dalla crisi dei subprime negli Usa, il governo islandese fu costretto a nazionalizzare le tre banche principali dell’isola e farsi carico del debito che queste non erano più in grado di sostenere. Il Fondo Monetario Internazionale a quel punto, chiamato in causa dal governo Haarde, intervenne con un prestito da 2 miliardi e 200 milioni di dollari (che si sommavano ai 2 miliardi e mezzo erogati da altri Paesi nordici) per evitare al Paese la bancarotta.
Ma, come al solito, il Fmi propose che, a fronte dei finanziamenti erogati, venissero applicate nei confronti della popolazione le arcinote misure di austerità per ripagare i debiti contratti nei confronti delle banche estere, soprattutto britanniche e olandesi. Più precisamente, si chiedeva al popolo islandese di pagare circa 3.500 milioni di euro (qualcosa come 100 euro al mese a persona) in 15 anni, con un interesse del 5,5%.

Dopo il crack bancario e le richieste del Fmi, si susseguirono numerose proteste di piazza e davanti ai palazzi istituzionali, le ‘caceroladas’, o proteste con pentole e coperchi.

Le manifestazioni portarono alle dimissioni del governo Haarde e a nuove elezioni nell’aprile 2009, vinte dalla coalizione socialdemocratica guidata da Jòhanna Siguroardòttir.

Quando anche il nuovo governo propose il pagamento del debito nei confronti delle banche estere secondo i dettami del Fmi, ci furono nuove manifestazioni di piazza. A quel punto, il capo dello Stato, Olafur Ragnar Grìmsson, si rifiutò di promulgare la legge e decise di indire il referendum invocato dalla popolazione.

Nel marzo 2010 il referendum sancì, con il 93% dei consensi, che il popolo islandese non avrebbe dovuto pagare un debito causato soprattutto dall’avventatezza delle banche e della classe politica, oltre che dalla speculazione internazionale. Poco dopo il Fmi si affrettò a congelare gli aiuti concessi all’isola.

Nel novembre 2010 venne eletta un’assemblea costituente, composta da 25 cittadini non coinvolti con la politica, nominati su una lista di 522 candidati. Unici requisiti: la maggiore età e l’appoggio sottoscritto di almeno 30 persone.

La nuova Costituzione fu riscritta in un modo assolutamente innovativo. Per stilare quest’ultima, infatti, furono chiamati in causa tutti i cittadini, che poterono dare il loro contributo attraverso i social media (Facebook, Twitter, Youtube). Ogni riunione del Consiglio costituente fu trasmessa in streaming.
Ne venne fuori una costituzione che dà una centralità assoluta alla libertà di stampa e pone l’economia al servizio dei cittadini. La cosiddetta ‘rivoluzione delle pentole’, oltre a mandare a casa l’intero governo, insediò anche un parlamento composto per quasi la metà da donne. Un altro primato non da poco.

Nel frattempo venne istituita una commissione per perseguire tutti i responsabili del crack del 2008, il cui operato continua tutt’oggi. Lo ‘sceriffo’ Olafur Hauksson, proveniente da un paesino di pescatori, ha spedito in galera, tra gli altri, due ex dirigenti della banca Byr e l’ex direttore del gabinetto del ministro delle finanze.

E qualche mese fa, in un’intervista a Bloomberg Businessweek,persino il capo della missione del Fmi nell’isola ha dovuto ammettere che la ripresa del Paese è stata “sorprendentemente forte”, a riprova di come il ‘metodo Islanda’ sia forse il migliore per uscire dalla crisi. La crescita prevista per il Paese, quest’anno, è attestata al 2,9%.

A fine gennaio, inoltre, la Corte europea del libero scambio ha dato ragione a Reykjavik contro Gran Bretagna e Olanda, per quanto riguarda il risarcimento dei correntisti di Icesave. Londra e Amsterdam in un ricorso avevano chiesto 2 miliardi e mezzo di euro per risarcire le perdite dei correntisti della banca Landesbanki, ma la Corte ha stabilito che dovranno accontentarsi dei 20mila euro previsti dagli accordi Ue.

Eppure dal referendum del 2010 in poi l’Islanda è diventata una specie di Cuba europea: osannata da tutti i movimenti di lotta alla finanza selvaggia ma uno spauracchio per politici, economisti e giornalisti neoliberisti, che vedono nell’isola un pericoloso precedente che potrebbe ‘contagiare’ gli altri Paesi e contrastare le tanto invocate misure di austerità. Come dire: la crisi è stata scatenata dalle banche, ma se ne esce solo con tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e tanta austerità per gli ingordi popoli europei.  Una visione che fa molto comodo ai soliti noti.

In realtà l’essenza della ‘rivoluzione gentile’ islandese sta in un semplice principio di buon senso: il fatto che, in caso di crisi, la priorità dell’economia e della politica nazionale debba essere quella di salvaguardare il benessere della popolazione, anteponendolo a quello di banche e creditori privati.
Esattamente il contrario di quello che viene richiesto ai Paesi europei per uscire dalla crisi.

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