guy_fawkes_fire_616(Articolo pubblicato sul secondo numero di “Barricate”, in edicola dall’8 marzo)

Se c’è una cosa positiva, a volerla trovare, in questa crisi, questa è l’opportunità di potersi fermare a riflettere sul sistema politico-economico che ci hanno costruito attorno.

Dopo il crack bancario del 2008 negli Stati Uniti e le difficoltà che ne sono derivate per i vari istituti di tutto il mondo, e dopo gli interventi dei governi a loro sostegno, i problemi principali, per ciò che riguarda la zona euro, sono diventati l’eccessivo indebitamento di alcuni Stati (i famosi PIIGS: Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna), l’incapacità di questi di far fronte alle obbligazioni contratte e la perdita di fiducia dei mercati, con il rischio default. Ciò è andato di pari passo con una bassa crescita generalizzata e con le difficoltà del settore bancario, che hanno richiesto a più riprese iniezioni di denaro pubblico.  Il timore degli investitori che gli Stati in questione (in particolare la Grecia, colpevole di aver mascherato il reale stato dei propri bilanci) non potessero far fronte ai loro impegni, li ha portati a disinvestire, facendo così crescere lo “spread”, e quindi il tasso di interesse che questi Stati hanno dovuto promettere per ottenere i finanziamenti.

Ciò che non sarebbe stato così grave se questi Paesi avessero una moneta propria (come nel caso del Giappone, il cui debito è ben superiore a quello degli Stati europei più in difficoltà), è invece diventato un dramma a causa dell’adesione alla moneta unica e agli obblighi dati dalla membership dell’Unione.

In particolare, uno dei parametri più famosi fissati dal Trattato di Maastricht è il rapporto tra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo, che non deve superare il 60% per ciascun Paese dell’Ue.
I Paesi che attualmente non rientrano in questo parametro, col nuovo Patto di bilancio europeo (o Fiscal Compact, in vigore dal 1 gennaio 2013) si sono impegnati ad adeguarsi entro i prossimi 20 anni.

Se questo vincolo era già stretto, per Paesi come l’Italia, quando l’euro entrò in vigore (nel 2002 il nostro rapporto debito/Pil era del 105,7%), adesso è diventato una specie di contratto capestro, che sta costringendo (assieme all’andamento dello spread) gli Stati meno “virtuosi” alle note riforme lacrime e sangue per poter rimettersi in linea, accedere agli aiuti della Troika (Ue, Bce, Fmi) e “calmare i mercati”. Tanto più che va ad aggiungersi ad altre misure concordate nel Patto, quali il mantenimento del deficit strutturale nei limiti dello 0,5% annuo per i Paesi più indebitati, che vuol dire molto rigore per i tempi a venire, e l’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio.

La crisi economica scatenata dalla finanza statunitense, sommata alla gestione un po’ troppo superficiale dei conti da parte degli stessi PIIGS, ha precipitato rapidamente la situazione. La mancanza di fiducia dei mercati, con una buona componente di speculazione, ha creato un circolo vizioso, per cui i Paesi in questione, per ottenere gli aiuti, hanno dovuto promettere maggiori interessi agli investitori , incrementando il debito e alimentando ancor più la fuga di capitali e la speculazione. L’intervento della Troika con le sue politiche di “salvataggio” fatte di prestiti in cambio di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e liberalizzazioni, si inserisce in questo contesto.

Al fine di rientrare nel parametro debito/Pil, dunque, così come degli altri parametri dell’Unione come il rapporto deficit/Pil (che non deve superare il 3% annuo), e l’inflazione (che non può superare dell’1,5% quella dei tre Paesi più virtuosi), si sta arrivando a sacrificare anche quei settori della spesa pubblica fondamentali al mantenimento di una buona qualità della vita della popolazione, quali la sanità, l’istruzione e le pensioni.

Secondo alcuni analisti, è a causa dell’adozione del parametro debito pubblico/Pil che sembra che la situazione italiana sia così tragica rispetto ad altri Paesi, per via della nostra bassa crescita peggiorata dalla recessione. Se invece si fosse adottato, ad esempio, il parametro del rapporto debito pubblico/ricchezza privata, che dimostrerebbe la nostra “assoluta sostenibilità finanziaria”, non ci sarebbe la crisi di fiducia che vediamo da parte degli investitori.

Proprio per questo, del resto, si sono richiesti all’Europa meccanismi come i fondi salva Stati e alla Bce gli interventi di acquisto dei titoli di Stati in difficoltà: per dare nuova fiducia ai mercati sulla solvibilità dei loro debitori.  Accanto al rispetto di rigidi parametri numerici, infatti, compiacere i mercati ad ogni costo sembra essere diventato un altro principio cardine di questa Unione Europea.

L’aver fondato l’Unione su basi come la moneta unica, lo spazio commerciale comune e il rispetto di una serie di parametri economici, piuttosto che sul benessere e sull’assicurazione dei servizi fondamentali ai cittadini europei, è forse uno degli aspetti che più andrebbero rivisti di un sistema che sta inesorabilmente strangolando chi non regge il passo dei Paesi economicamente più forti.

eurozona

(Article published in the Italian bimonthly review “Barricate”, March/April 2013 issue)

If there is anything we can benefit from this crisis, it is the opportunity to stop and think about the political-economic system they have built around us.

After the crack of the banking system in 2008 in the USA and the hard times faced by the banks all over the world, followed by the government measures to help them, the main problems of the Euro zone have been: the excessive debt of some States (the so-called PIIGS: Portugal, Italy, Ireland, Greece, Spain); their incapacity to face the obligations stipulated and the market’s loss of confidence in them, with the default risk.

This went side by side with a low growth and the problems of the banking system, that required repeatedly injections of public money. The fear of the investors that these States (above all Greece, guilty of covering-up the actual situation of its finances) could not face their duties, brought them to disinvest, raising the spread and the interest rate that these countries had to commit to obtain their loans.

This would not have been so damaging if these countries had their own currencies (like Japan, who is more indebted than the European States in crisis); instead became a tragedy due to the membership of the EU.

In particular, one of the most famous parameters is the public debt to GDP ratio, that cannot surpass 60% for each EU country.

The countries which are currently not under this parameter, with the new Fiscal compact (effective since 1st January 2013) must adapt themselves in the next 20 years.

If this obligation was already stringent for countries like Italy when the Euro was adopted, it has now become a noose, forcing (alongside with the spread) the most indebted countries to the “blood and tears” reforms to get in line, obtain the help of the Troika and calm the markets.

Moreover, it adds to the other measures of the Fiscal compact, like the limit of the structural debt within the 0.5% per year (which means hard times for the years to come), and the “golden rule” to keep the balance even.

The economic  crisis started from the finance of USA , adding to the superficial management of the counts from the PIIGS States, quickly worsened the situation.  The lack of confidence in the markets, with an important role played by the speculation, created a vicious cycle. Hence these countries, to obtain help, should promise higher interest rates to investors, raising the debt and feeding further the flight of the capitals and the speculation.

The intervention of the Troika, with their policies of “aid” consisting of loans in exchange with cuts in public spending, privatizations and liberalizations, inserts into this contest.

To stay under the parameters of the public debt to GDP ratio, and in other parameters of the Union like the deficit to GDP ratio (that cannot surpass the 3% per year) and the inflation (that cannot surpass the 1.5% of the top countries), they are sacrificing those sections of the public spending necessary to maintain a good quality of life for the population, like health, education and pensions.

For some analysts, it is due to the adoption of the public debt to GDP ratio that the Italian situation seems so tragic with respect to the other countries, due to our low growth worsened by recession.

If Italy had adopted, for example, the “ public debt to private wealth ratio” which proves our “absolute financial sustainability”, there would not be the loss of confidence from the investors that we are now facing.

For this reason they requested from Europe mechanisms such as the EFSF and the ESM, and from the ECB the intervention to buy the bonds from indebted countries: to give new confidence to the markets on the capability of their debtors to return the money. Side by side with inflexible numeric parameters, to please the markets no matter what has become another basic principle of this European Union.

To have founded the Union on basis such as the unique currency, the common commercial space and the respect of inflexible economic parameters, more than on the wealth and the basic services for European citizens, is maybe one of the elements that should be reviewed on a system which is slowly strangling whoever that does not follow the economical stronger countries.

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