L’Unione Europea ha un deficit democratico, questa e’ una affermazione condivisa in piu’ sedi.
La sua istituzione e i trattati che l’hanno resa cio’ che e’ sono sempre stati opera piu’ dei governi che della volonta’ dei popoli europei.
A dir la verita’, quelle poche volte che la decisione e’ spettata ai cittadini degli Stati membri (come nel caso della Costituzione Europea e del Trattato di Lisbona) la risposta non e’ mai stata particolarmente entusiasta, con la bocciatura nel 2005 della Costituzione da parte di Francia e Olanda e il rifiuto degli irlandesi di ratificare il Trattato di Lisbona nel 2008 (poi riproposto e accettato dopo insistenti pressioni sullo Stato irlandese).
Adesso questo deficit rischia di ingrandirsi ulteriormente.
Con il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, l’Europa si sta muovendo progressivamente verso una piu’ stretta unione bancaria, economica e fiscale, con un ruolo sempre piu’ attivo della Banca Centrale Europea e dei fondi salva stati (Efsf e Esm), per non parlare delle voci sempre piu’ insistenti sulla creazione di dei veri e propri “Stati Uniti d’Europa”. Queste decisioni, assieme ad altre come gli eurobond, vanno nella direzione di “proteggere” gli Stati piu’ deboli dalla speculazione internazionale e dall’assalto dei mercati.
L’emergenza spread, dicono i leader europei, impone decisioni rapide nel senso di una maggiore integrazione tra gli Stati. In questo non ci sarebbe nulla di male, se non fosse per il fatto che misure che hanno implicazioni enormi sulla vita degli stati europei (e dei loro cittadini) stanno per essere prese senza che nessuno si prenda la briga di chiedere ai cittadini di Italia, Spagna e via dicendo se sono d’accordo. La presenza di governi tecnici poi, non favorisce certo il dialogo, non essendo espressione della volonta’ popolare, ma spesso delle stesse istituzioni bancarie che hanno favorito coi loro comportamenti la crisi in cui siamo invischiati dal 2008 .
La parola “emergenza”, come ormai sappiamo, e’ una specie di lasciapassare che permette a governi e potentati economici di attuare tutta una serie di misure scavalcando la legittimazione democratica.
C’e’ solo da sperare che la nuova Europa che nascera’ dalla crisi del debito non sia solo un eurogoverno di tecnocrati di Bruxelles e Francoforte, eletti su pressioni lobbistiche e che sindachera’ su tutto cio’ che riguardera’ l’economia degli Stati membri, ma un organismo che effettivamente badera’ agli interessi delle popolazioni coinvolte. I dubbi in merito, al momento, sono molti.

The EU has a “democratic deficit”, it is often said. Its institution and the treaties which made it that way have been decisions of the governments and not of the people of Europe. Effectively, those times in which EU citizens have been called to decide (e.g. for the European Constitution and the Treaty of Lisbon) the answer has never been so positive,  with France and Netherlands saying no to the Constitution in 2005 and the refusal of Irish people to accept the Treaty of Lisbon.
Now this deficit seems doomed to increase.
After the European Council held on 28th-29th of June, Europe is moving constantly towards a more cohesive bank and economic union, with a more active role played by ECB and the funds EFSF and ESM, and the growing voices around the creation of the “United States of Europe“.
These decisions, joined with Eurobonds, go in the direction to “protect” the weakest states by markets and international speculators.
The “spread emergency” – as European leaders say – asks for quick decisions towards a tighter union between the states.
This is not necessarily a bad move, except for the fact that measures of enormous importance for the member states are taken without consulting the European people.
Technical governments do not help too, due to their close relationship with the same institutions that caused the crisis affecting the continent since 2008.
The term “emergency” has become a magic word which allows governments and economic institutions to take a series of measures overcoming democratic legitimacy.
We can only hope that the new Europe, re-born from the ashes of the debt crisis,  will not only be dominated by a few technocrats in Bruxelles and Frankfurt, elected after some lobby’s pressures, who will be making decisions on every economic subject concerning the member states, but will care for the very necessities of the EU population. For now, there is much uncertainty about it.

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