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grillo-salvini-meloni-alleanza-1(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 29 gennaio 2017)

Capisco che scomodare i Led Zeppelin per parlare del M5S e come citare Einstein per parlare di Dj Francesco, ma il titolo del pezzo ricorda troppo la situazione attuale in Italia.
Arrivata finalmente la sentenza della Consulta che ha sfracellato l’ennesima legge porcata degli incapaci renziani, si potrebbe finalmente andare al voto con due leggi costituzionali: il “Legalicum” (o Italicum corretto) alla Camera e il “Consultellum” (o Porcellum corretto) al Senato. Se le due leggi insieme non dovessero piacere, si può agevolmente applicare una delle due anche all’altra Camera. Roba semplice, se non ci fosse la volontà di molti parlamentari di tirare a campare per il vitalizio fino a settembre.
In ogni caso, se andare a votare ora sarebbe semplicissimo, ben più complicato sarebbe andare a governare.

Poiché alla Camera il ballottaggio non c’è più, rimane la soglia del 40% per ottenere il premio di maggioranza del 54% dei seggi (resta da chiarire se si applichi anche alla coalizione: nell’Italicum originale si parlava solo di partito). Ora, risulta evidente che, stando così le cose, il premio non se lo aggiudicherà nessuno, a meno di spettacolari cambiamenti.
Pd e M5S veleggiano da tempo intorno al 30%, con alti e bassi. Lega e Fratelli d’Italia, se uniti, possono ambire al 20% circa. Forza Italia è sopra al 10%. Il resto se lo spartiscono gli altri partitini di minoranza.

A questo punto un dato salta all’occhio: le cosiddette forze “antisistema” (M5S, Lega e FdI) se unite, si avvicinerebbero senza grandi difficoltà al 50%, fermo restando che un accordo di governo lo si può fare sia prima, con una coalizione eterogenea, sia dopo, per la necessità di avere i numeri in Parlamento. Per tenere insieme quest’alleanza sarebbe sufficiente cavalcare il crescente sentimento antieuropeista e anti-establishment che soffia in Europa, il sovranismo, la lotta ai poteri forti, alla globalizzazione, all’Euro e all’immigrazione selvaggia, forti del risultato della Brexit, della vittoria di Trump, del trionfo del No al referendum e delle sempre più impopolari politiche messe in campo dal Pd e dall’Unione Europea.

Tutto comodo, tutto facile, tutto servito su un piatto d’argento. E invece Grillo e Casaleggio che fanno? Prima combinano il pasticcio magno del tentato ingresso nell’Alde (di cui si è trattato nell’articolo precedente), poi inviano al World Economic Forum di Davos (un ritrovo di massoni supercapitalisti che se la batte con Bilderberg e Commissione Trilaterale) Carla Ruocco, che subito dopo se ne esce con un post assolutamente inedito sulla necessità di realizzare gli Stati Uniti d’Europa (apriti cielo); successivamente impongono una linea comunicativa dittatoriale a tutti gli eletti a 5 Stelle tramite post sul blog (come se fossero di fresca nomina e inesperti); infine, ciliegina sulla torta, appena uscita la sentenza della Consulta dichiarano in pompa magna di ambire al 40% e non voler fare alleanze con nessuno.

Allora, facciamo un’analisi di tutte queste castronerie. Ridurre ulteriormente la già scarsa libertà di espressione nel 5 Stelle significa volere una serie di burattini, portavoce NON della rete e degli attivisti, bensì di Grillo e Casaleggio junior, che così impongono la loro linea ad una serie di esecutori che devono solo attuarla in accordo con lo staff comunicazione. A chi questo non sta bene, non si lascia che l’alternativa di andarsene (tra  fischi e insulti, di solito), senza tenere conto dei mal di pancia che le giravolte dei vertici possano causare a tutti gli eletti del partito. E non si venga a parlare di democrazia diretta, perché le votazioni sul blog appaiono evidentemente pilotate e una gran presa in giro, come reso evidente dal caso Alde.

Poi c’è la Ruocco a Davos. Anche qui non si venga a dire che è andata da sola e di sua spontanea volontà, dato che i vertici 5 Stelle decidono e controllano pressoché tutto, e sembra difficile che la Ruocco sia andata veramente lì “a titolo personale”, così come non lo fece Di Maio quando andò a pranzo con la Trilaterale e con lobbisti vari. E’ evidente la strategia del Movimento, in atto da tempo, di accreditarsi presso i potenti d’Europa e oltreoceano.
Poi, a giudicare della tirata sugli Stati Uniti d’Europa, alla Ruocco sembra che il post glielo abbia scritto Soros in persona (peraltro presente in quei giorni a Davos).

Infine la decisione suicida di non fare alleanze con nessuno. Come detto, sarebbe sufficiente un accordo con Salvini e Meloni (che hanno molti punti in comune con il M5S delle origini sul fronte euroscettico, anti-establishment e dell’immigrazione) per andare al governo senza particolari patemi, anche in caso di legge elettorale proporzionale pura. Correndo da soli, invece, i grillini costringeranno Lega e FdI a una nuova alleanza con Berlusconi, e – nel caso quasi certo che nessuno raggiunga il 40% – ad una nuova grossa coalizione Pd – Centrodestra per avere la maggioranza parlamentare. Lo stesso incubo del 2013 servito nuovamente, e tutto a causa della disastrosa politica grillina del “no alleanze”.
L’unica speranza è che il M5S vinca anche correndo da solo, e che per governare si allei dopo il voto con Lega e FdI (come alcuni vociferano) per portare avanti un’agenda seriamente euroscettica.
Diversamente, è difficile che i grillini diano il sostegno a un governo di Centrodestra o ad uno del Pd (il primo sicuramente preferibile per colpire l’Unione Europea e i poteri forti della finanza mondiale).
Ma a questo punto è difficile pensare che il M5S voglia veramente mordere sui temi Euro, Ue, lotta alle lobbies e ai gruppi di potere sovranazionale. Le smentite recenti in materia sono state tante ed evidenti. E Alessandro Di Battista, il più sovranista e amato della truppa, sembra sempre in secondo piano come candidato premier rispetto a Luigi Di Maio, già screditato da diverse condotte equivoche.
Quasi verrebbe da augurarsi che il 40% vada ad un centrodestra organizzato in lista unica e dominato dai temi sovranisti. E non ci saremmo mai aspettati di dover tifare per il ritorno al governo di Lega, Forza Italia e degli ex An. Ma tra tanti mali bisogna pur scegliere il minore, e sembra che il M5S da un po’ di tempo a questa parte non lo sia più.

m5s-rip(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 12 gennaio 2017)

Quando vengono posti in essere, da parte di personaggi pubblici e partiti, comportamenti del tutto inspiegabili o incomprensibili, ci sono solo due spiegazioni possibili. La prima è che si sia trattato di mosse poco ponderate, azzardate, spericolate. La seconda è che ci fosse un intento chiaro anche se poco confessabile.
Il recente pasticcio combinato dal M5S in Europa appartiene probabilmente alla prima categoria, ma non è escluso che ci sia stata una buona quantità di predeterminazione nell’ottenere esattamente l’esito che tutti sappiamo.

Come è ben noto, domenica 8 gennaio sul Blog di Grillo è stata lanciata una votazione a sorpresa (ignota persino agli stessi europarlamentari, o almeno a buona parte di loro) sull’ingresso del M5S nell’eurogruppo dell’Alde, ultraeuropeista e ultraliberista, capeggiato dal membro Bilderberg Guy Verhofstadt, e sostenuto negli anni da talebani dell’Unione come Mario Monti e Romano Prodi.
Dopo una votazione fatta in fretta e furia e dopo che il 78,5% dei votanti aveva accettato il passaggio, Verhofstadt ha sbattuto la porta in faccia a Grillo dicendo che “non c’è abbastanza terreno comune per procedere”, costringendolo a tornare in ginocchio da Nigel Farage e facendogli fare una figura barbina di livello mondiale.

Ora, già il metodo impiegato nell’operazione dimostra un assoluto sprezzo verso parlamentari, attivisti e iscritti al movimento: si sarebbe dovuto dare ampio preavviso e discutere con calma nei giorni precedenti sui pro e contro di una simile decisione.
Invece le trattative sono state condotte in segreto da pochi fedelissimi di Casaleggio (in specie David Borrelli, quello già elogiato pubblicamente da Monti la notte della Brexit), spingendo gli ignari attivisti a ratificare una decisione già presa ai piani alti. Quindi, totale spregio della decantata “trasparenza” dei 5 Stelle, totale spregio dei principi base della democrazia diretta (informare la base sulle intenzioni, discutere sul da farsi, a quel punto votare) e totale spregio dei principi fondanti del M5S, cioè l’essere contro i cardini dell’austerità, dell’Unione tecnocratica e asfissiante verso i popoli e la democrazia, del neoliberismo, dei trattati di libero scambio ammazza Pmi, spingendo per l’ingresso in un gruppo che incarna tutti i disvalori in questione.
Il tutto con l’obiettivo conclamato di “pesare di più”, rinegoziando però i propri principi: sì perché nell'”accordo prematrimoniale” con l’Alde si sanciva nero su bianco anche la necessità di mantenere la moneta unica, rinunciando ad ogni velleità sovranista.
E tanti saluti alla balla del “referendum sull’Euro”.

Un tale cocktail di violazioni dei principi fondanti del Movimento avrebbe dovuto ammazzare sul colpo tutti i veri attivisti (lasciando indenni solo quelli più stupidi o ciecamente indottrinati): nel breve termine ha avuto l’effetto di fare uscire due europarlamentari dal gruppo Efdd, per farli confluire uno (Marco Affronte) nei Verdi e l’altro (Marco Zanni) in quello di Salvini e Le Pen. Quest’ultima defezione segna una perdita importante per il M5S, perché rappresenta la fuoriuscita di uno degli elementi più (a ragione) duri nei confronti dell’eurodittatura di Bruxelles.
I mal di pancia sono stati tanti e dichiarati anche da parte degli altri europarlamentari (tra cui la quasi fuoriuscita Daniela Aiuto, Dario Tamburrano e Marco Valli), ma non si sono verificate per ora altre defezioni.

E qui si può iniziare a intravedere il dolo, da una parte e dall’altra.
Se è vero che l’Alde ha rifiutato il M5S dopo aver condotto le trattative di ingresso in segreto (e rendendole poi pubbliche), questo può anche essere stato fatto per dare un duro colpo alla immagine del M5S e all’Ukip, separando le due forze e rendendo più morbide le posizioni dei primi, prima di sputtanarli e rifiutarli.
Ma non è escluso che il “pasticcio” sia stato anche voluto dai vertici a 5 Stelle.
Mi spiego in breve.

Il M5S da tempo (e specie dopo la morte di Casaleggio padre) dimostra la volontà di flirtare con i peggiori poteri conservatori: dalla Commissione Trilaterale alle cancellerie europee, fino ai lobbisti di vario ordine e grado.
Regista di questa operazione è stato con ogni probabilità Davide Casaleggio, mentre Luigi Di Maio ne è stato l’attore principale, accreditato come probabile candidato premier, e che ha rilasciato tutta una serie di dichiarazioni sempre più accomodanti verso Ue, Euro e mercati. Almeno fino al pasticcio del 9 gennaio.
Tuttavia il M5S, fin dalla nascita, ha contenuto al suo interno in modo più o meno ordinato la rabbia anti-establishment (identificata non solo con la “Casta” dei politici italiani, ma anche con quella di Bruxelles e euro-atlantica. Chi ritiene che il Movimento abbia svolto la funzione di “gatekeeper” sostiene che ciò sia avvenuto proprio per permettere alla rabbia popolare si trovare un contenitore comune e sfogarsi in modo da non nuocere seriamente al sistema. Questa funzione, ora che il M5S avrebbe seriamente la possibilità di governare, non è più gradita. E così urgono manovre per “sfrondare” il partito da tutti quegli elementi che lo vogliono su posizioni seriamente di rottura, tenendo ai vertici invece personaggi che, come Borrelli, incarnano la mediazione con l’elite, o addirittura il suo pieno sostegno.
Per questo non è detto che “l’incidente” sia stato tanto tale: non è escluso che faccia parte di una strategia volta a ripulire il Movimento di tutti quegli elementi che lo possono spingere alla guerra contro l’oligarchia massonica-bancaria-padronale che trova espressione in gruppi come la Trilaterale e il Bilderberg, la Troika e la Nato, rendendolo progressivamente sempre più simile al Pd e quindi più “adatto a governare”, secondo i canoni montiani, bocconiani e oligarchici di commentatori come  Stefano Feltri.

Del resto, il Movimento è sostanzialmente controllato dalla Casaleggio Associati, che è stata fondata non solo da Gianroberto Casaleggio, ma anche – tra gli altri – da Enrico Sassoon, presidente del Comitato affari economici della Camera di Commercio americana in Italia e board member di Aspen Institute Italia, di cui fanno parte anche Mario Monti, Giuliano Amato, Gianni ed Enrico Letta, Emma Marcegaglia, Giulio Tremonti, John Elkann.
Uno che, insomma, curava e cura ancora gli interessi dei poteri forti euroatlantici nel Belpaese, con tanti personaggi di nostra conoscenza. Sassoon si è dimesso dal consiglio di amministrazione della Casaleggio nel 2012 in seguito a critiche e sospetti sul suo ruolo, ma ciò non significa che non abbia avuto (e forse abbia ancora) un peso decisivo nel progetto Grillo e in quello del M5S.

A questo punto resta da capire: il M5S vuole realmente governare? E se sì, vuole veramente colpire “i poteri forti” come afferma?
I suoi attivisti e sostenitori sì. I suoi parlamentari probabilmente sì. I suoi vertici (che controllano tutto il sistema con pugno di ferro) molto probabilmente no.
Si dice ultimamente che il M5S, quando è sul punto di poter governare, “faccia cazzate”. Probabilmente non si tratta di cazzate, ma di una deliberata volontà di non prendere realmente il potere o di non amministrarlo nel senso ampiamente voluto dalla base.

Per questo facciamo nostre le parole di Marco Zanni al Corriere della sera: serve un fronte comune (e trasversale) per combattere Euro, Unione Europea e gruppi oligarchici come il Bilderberg e la Commissione Trilaterale, espressioni del peggiore neoliberismo globalista ammazza welfare, ammazza popoli e ammazza sovranità nazionali. Chi, in questo progetto, non è parte della soluzione, è parte del problema. M5S incluso.

Aggiornamento del 24/1: Carla Ruocco, esponente di spicco del M5S, dopo essersi recata (non si capisce bene a che titolo, lei dice “personale” ma si fatica a crederlo) al World Economic Forum di Davos, un consesso ultracapitalista che niente ha da invidiare a Bilderberg e Commissione Trilaterale, ha espresso su Fb la necessità di procedere verso gli Stati Uniti d’Europa.
Esatto, proprio l’obiettivo che tanto farebbe felici i massoni che hanno creato la crisi, le misure di austerità e che ripetono ogni due minuti che “ci vuole più Europa” come panacea di tutti i mali.
E  questo è l’ultimo chiodo della bara europeista e pro-elite del M5S, dopo tutti i fatti riportati nell’articolo e in quelli precedenti. 

renziloni-1(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 30 dicembre 2016)

C’è indubbiamente del metodo nel modo in cui i piddini stanno fomentando gli italiani alla guerra civile. Non paghi di aver visto bocciato con un sonorissimo 60 a 40 il loro tentato colpo di Stato su commissione di JpMorgan, Troika e Stati Uniti, adesso gli abusivi che occupano senza averne titolo Parlamento e governo hanno deciso di rincarare il proprio disprezzo per il popolo italiano, con una nuova ondata di porcate da lasciare sgomenti.

Prima la nomina da parte di Mattarella di Gentiloni come premier, che spicca per essere stato uno dei convocati alla scorsa riunione della Commissione Trilaterale a Roma assieme a Boschi, Gutgeld e Guerra. Se quello di Renzi era il “terzo governo Rockefeller” (fondatore della Trilaterale), questo può dirsi il quarto.

Poi la riconferma della stessa classe “dirigente” (verso il baratro) presa a calci dagli italiani con il referendum, con alcune chicche da mandare agli annali. Tra cui:

– La promozione della sciagura vivente Boschi, la più odiata dagli italiani, con la nomina a sottosegretario della presidenza del Consiglio, nonostante l’immensa scoppola presa dalla sua riforma al referendum, gli scandali di Banca Etruria e dell’emendamento Total e le innumerevoli figure di merda collezionate;
– La conferma a ministro del Lavoro del perito tecnico Giuliano “Voucher” Poletti, che si è pure lasciato andare a commenti edificanti sugli italiani che fuggono all’estero, scatenando l’iradiddio sui social;
– La nomina a ministro dell’Istruzione di tale Valeria Fedeli, che dichiarava di essere laureata quando poi si è scoperto non essere nemmeno diplomata (da qui la battuta virale in Rete per cui “ci sono più laureati nelle cucine dei McDonald’s che nel governo Gentiloni”);
– La nomina a ministro dello Sport di Luca Lotti, fedelissimo di Renzi, subito risultato indagato nell’inchiesta sulla corruzione in Consip;
– La nomina a ministro dell’Interno di Marco Minniti, che inaugurava il suo nuovo incarico rivelando il nome degli agenti autori dell’uccisione di Amri, il tunisino accusato della strage di Berlino, esponendoli a possibili ritorsioni.

Accanto a queste dimostrazioni di fulgida meritocrazia, il prode Gentiloni confermava in sostanza gli stessi nomi del governo Renzi, e dichiarava di voler continuare sulla medesima strada di “riforme“.

Ora, forse il conte Gentiloni Silveri (Mazzanti Vien dal Mare), discendente di nobili di Macerata, Cingoli e Filottrano, non si è reso conto che gli italiani hanno già inequivocabilmente preso a calci con il voto lui e Renzi, assieme a renzini e renziani vari. Per non parlare del Parlamento illegittimo in cui il Pd continua ad avere una maggioranza drogata dal Porcellum.
Ne consegue che il conte Gentiloni, invece di parlare a vanvera di “riforme”, deve fare un’unica cosa: assicurarsi che ci sia il prima possibile una legge elettorale costituzionale (è sufficiente abrogare l’Italicum e andare al voto col Consultellum per Camera e Senato, o altrimenti utilizzare l’Italicum aggiustato dalla Consulta alla Camera e il Consultellum al Senato), fissare la data per il voto, dopodiché sparire con quei traditori della patria dei suoi compagni di partito e non farsi più vedere nel Paese.
Renzi e co. meritano di fare una fine peggiore dei Savoia.
Del resto, loro stessi avevano dichiarato di lasciare la politica in caso di sconfitta al referendum, quindi li prendiamo in parola. Tengano fede alla loro promessa e si facciano da parte, anche perché ci sono i loro danti causa della Troika  da debellare dopo di loro.
Una recente sentenza della Consulta, infatti, ha sancito l’incostituzionalità dei vincoli di bilancio, quando questi possano pregiudicare l’erogazione dei servizi essenziali quali sanità, istruzione e trasporti.
E’ del tutto evidente, quindi, che gli obblighi europei e le imposizioni della Troika (con tanto zelo seguite dal Pd) non sono solo immorali, ma anche incostituzionali.
Non resta quindi che liberarsene in via definitiva: prima uscendo dall’Euro e cancellando il pareggio di bilancio dalla Costituzione, poi lasciando l’Unione Europea e le sue regole assurde.
Appena possibile si vada al voto. E si facciano un Parlamento e un governo solidamente euroscettici.

Proxima estaciòn: Italexit

italexit-1(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 6 dicembre 2016)

Il netto trionfo del No al referendum del 4 dicembre è stato un grande segnale di risposta popolare e democratica al tentativo eversivo di tutti i poteri forti europei e americani (grandi banche d’affari, principali fondi di investimento, agenzie di rating, associazioni di industriali, top manager, governo Usa, vertici dell’Unione Europea e super-ricchi in genere, aiutati dai grandi media), che volevano per l’Italia una Carta Costituzionale meno solidaristica, meno protettiva verso i lavoratori e la gente comune, meno democratica e più prona verso il grande capitale e i suoi burattini governativi.

Rigettata questa orribile riforma, sventato il golpe, si chiude un capitolo e se ne apre un altro. La prima necessità è andare al voto il prima possibile e con una legge elettorale costituzionale per Camera e Senato. Quindi ben venga il giudizio della Consulta  sull’Italicum del 24 gennaio, dopodiché si ridia la parola ai cittadini. Niente scherzi.
Volendo velocizzare l’iter, si potrebbe semplicemente abrogare l’Italicum alla Camera: in questo modo si avrebbe automaticamente il Consultellum (Porcellum corretto dalla Consulta, praticamente proporzionale) sia alla Camera che al Senato. Ma per fare questo l’attuale Parlamento dovrebbe essere d’accordo e avere voglia di andare alle elezioni in tempi molto brevi.

Per quanto riguarda l’arco politico, in caso di legge elettorale sostanzialmente proporzionale (che sarebbe rispettosa dei dettami dei padri costituenti, con al limite un premio minimo allo schieramento vincente), è bene che si crei al più presto un’ampia coalizione con uno scopo ben preciso: riunire i partiti e movimenti sovranisti sotto una lista apertamente ostile all’Euro e all’Unione Europea, che garantisca l’ immediata uscita dell’Italia dall’Eurozona e minacci chiaramente l’uscita dall’Ue se tutto l’impianto normativo dei Trattati non viene modificato in senso soddisfacente, democratico e in tempi brevi.

Ovviamente questo Fronte di liberazione dall’Ue dovrebbe anche occuparsi della eliminazione del mortifero art. 81 (pareggio di bilancio) dalla nostra Costituzione, introdotto nel 2012 sotto i diktat europei e per il quale non fu possibile organizzare il referendum confermativo. E’ molto opportuno che il M5S aderisca a questo tipo di coalizione, abbandonando sia la sua tradizionale tendenza a correre da solo, sia la sua ambiguità sulle questioni europee.
Il referendum abrogativo dell’Euro infatti non si può fare ex art. 75 Cost.; il referendum consultivo sull’Euro è da inserire in Costituzione, ma questo avverrebbe con una procedura che prenderebbe anni e con esiti incerti; inoltre il M5S ha più volte espresso ostilità verso l’uscita dall’Ue.
Si potrebbe fare una legge costituzionale ad hoc per indire il referendum consultivo sull’uscita dall’Euro, come quella del 1989, ma in ogni caso i mercati e la Bce potrebbero massacrarci in attesa della sua organizzazione, e se l’esito fosse negativo non ci sarebbe più la possibilità di uscire dalla moneta unica. E questo è un provvedimento essenziale per fare ripartire l’economia italiana, da adottarsi per decreto.

Non affrontare di petto la questione Euro e la netta riforma/uscita dalla Ue condannerebbe l’Italia a un nuovo di susseguirsi di governi tecnici, politici servi dei poteri forti finanziari e internazionali, oppure governi con le mani legate perché “l’Europa non ce lo fa fare”. Quella fase è chiusa. Riprendiamoci tutte le sovranità.

 

cacciamo-renzi(Articolo pubblicato il 27 novembre 2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Abbiamo trattato in un articolo precedente – e in modo abbastanza approfondito – i motivi per cui è fondamentale votare No al referendum costituzionale del 4 dicembre.
Aggiungiamo ora alcuni elementi conclusivi a pochi giorni dal voto.
Orbene, la prima considerazione è che la propaganda degli aspiranti fascisti renziani ha assunto toni talmente rivoltanti che persino Goebbels ne sarebbe nauseato.
Facciamo una piccola antologia.

“Se vince il No arriva un Trump italiano”.
Come se Renzi e i suoi non siano già l’espressione più becera dell’autoritarismo, della mancanza di rispetto per la democrazia, di asservimento verso grandi banche, multinazionali e lobby di ogni tipo, di gestione del potere in senso familistico e consociativo. Non si capisce poi chi dovrebbe essere questo fantomatico Trump italiano, dato che il M5S ha un programma totalmente diverso e Salvini sembra essere ben lontano dall’avere i numeri per governare.
Si potrebbe aggiungere, tra l’altro, che Trump è stato regolarmente eletto, Renzi e i suoi scagnozzi no.

“Se vince il No si alza lo spread e si crea il panico sui mercati”
.
E chissene. Stesso argomento usato per indurre il panico nella popolazione prima della Brexit e dell’elezione di Trump (cos’è successo poi? Nulla). Stesso argomento utilizzato per far fuori Berlusconi nel 2011 e imporre un meraviglioso governo tecnico, seguito da altri due governi non legittimati dal voto popolare (per le considerazioni sulla correttezza dell’espressione “premier non eletto” si veda l‘articolo precedente).
Non si può decidere sulla Costituzione nata dalla Resistenza in base ai capricci di qualche speculatore e scommettitore da strapazzo, quali sono i famigerati “mercati”.
Se si vuole essere veramente al riparo dal giudizio di questi psicopatici in giacca e cravatta, il sistema c’è: uscire dall’Euro, riprendere la sovranità monetaria e utilizzarla per l’interesse nazionale. Ma questo ovviamente ai lecchini piddini non interessa minimamente. E’ meglio continuare ad affamare gli italiani.

“Se vince il No non cambia niente e perdiamo l’occasione di cambiare la Costituzione per i secoli dei secoli”.
E chi l’ha detto che è la Costituzione che va cambiata? Chi l’ha chiesto agli ultimi governicchi, a parte Napolitano e JpMorgan (noti baluardi di democrazia)?
Non è per cambiare la Costituzione che fu votata la coalizione di Bersani nel 2013 (non era nel programma), e all’epoca il Pd si impegnava ad ATTUARLA, non a cambiarla.
E attuare la Carta è proprio ciò che ancora va fatto, dopo tanti anni dalla sua redazione. O, se proprio si volesse fare qualche cambiamento, si potrebbe togliere di mezzo l’infausto art. 81, quello del pareggio di bilancio, inserito nel 2012. Che ovviamente non è stato neanche sfiorato dalla miracolosa riforma Renzi-Boschi-Verdini-Morgan.

“Se vince il No c’è la palude”.
Tant’è che con la “palude” del bicameralismo perfetto, anche se drogato dal Porcellum, Renzi è riuscito a realizzare Jobs Act, Buona Scuola, cancellazione dell’Art. 18, legge elettorale Italicum (o Porcellum-bis), Sblocca Italia ecc. ecc.
Niente male per un Parlamento lento e incapace di realizzare le necessarie “riforme”.
Rimane solo la Costituzione a limitare la tracotanza e arroganza dei neofascisti renziani: col referendum si cerca di eliminare l’ultimo baluardo al loro strapotere.
Non lasciamoglielo fare.
P.s. Il referendum era dovuto per legge, ovviamente, non essendo stato raggiunto il quorum dei 2/3 del Parlamento necessario ad evitarlo. Non è certo stata una “concessione” di Renzi e i suoi al pueblo. Non scherziamo.

“La Corte Costituzionale? Burocrazia”.
Le tendenze autoritarie presenti nel governo sono venute ancora una volta a galla con la bocciatura da parte della Consulta della riforma della PA attuata dal governo.
Invece di prendere atto della propria incapacità di scrivere una legge attenendosi ai dettami costituzionali, il bulletto si è scagliato, assieme al Comitato per il Sì, contro la Corte accusandola di essere “burocrazia che frena le riforme”.
Cioè, piuttosto di adattarsi alle norme fondamentali dello Stato, questi preferiscono toglierle di mezzo per farsi una Costituzione a proprio uso e consumo. Comportamenti degni di Erdogan in Turchia.

“Dobbiamo ritornare simpatici”.
Questo è stato detto durante l’ultima Leopolda da qualche sodale del regime renziano. Mentre proferiva queste parole, a Firenze veniva vietato il corteo per il No e volavano simpatiche manganellate e lacrimogeni verso  quella parte della società giustamente stufa di Renzi, delle sue balle e delle sue politiche antipopolari e antidemocratiche.
L’operazione simpatia dei renziani è continuata vietando nuovamente cortei e persino volantinaggi per il No (Benevento), vietando dibattiti universitari per il No (Roma Tre) e costringendo tutte le reti italiane ad una asfissiante campagna pubblicitaria per il Sì, con le ragioni del NO costantemente messe in minoranza.
Sempre in tema di simpatia, il governo andava a togliere i fondi già promessi ai bambini malati di tumore in Puglia (il cui governatore Emiliano è notoriamente per il No), mentre prometteva fiumi di denaro a De Luca in Campania, il quale, altrettanto simpaticamente, augurava la morte alla presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi e chiedeva ai suoi di fare “la clientela come Cristo comanda” in nome del Sì, se necessario offrendo fritture di pesce in cambio del voto.

“Dall’altra parte c’è un’accozzaglia”.
Poiché la simpatia non è mai abbastanza, Renzi e i suoi andavano a definire “accozzaglia” il fronte del No, come se la Costituzione del 1948 fosse stata realizzata da un unico partito, e non invece da un fronte composito che comprendeva, tra gli altri, socialisti, liberali, cattolici e repubblicani, con visioni anche molto diverse.
Ma riteniamo superfluo spiegare a entità così asinine e moralmente inesistenti come i renziani che una Costituzione debba rappresentare il superiore interesse collettivo nazionale, e non quello di uno stupido premier finito al governo con manovre di palazzo. L’unica risposta a tanta idiozia è un gran calcio nel sedere sotto forma di voto di massa.

Il trappolone del voto estero
Oltre alle mirabili esternazioni della nostra fantastica classe dirigente (verso il baratro), bisogna prendere in considerazione il cristallino comportamento tenuto dal governo per quanto riguarda gli italiani all’estero, ai quali è stata recapitata non solo la scheda elettorale, ma anche una lettera di propaganda per il Sì. La stessa opportunità non è stata concessa al Comitato per il No, cui è stato vietato l’accesso agli indirizzi.
Il voto estero è inoltre insidioso perché più soggetto a brogli e irregolarità di vario tipo, come riportato da una dirigente del Ministero degli Esteri nel 2013. Basti pensare che allo scorso referendum sulle trivelle, le schede nulle provenienti dall’estero furono l’8%, contro una media nazionale del 0,7%.
Per questo motivo occorre che i voti nazionali per il No siano un numero enorme, per tutelarci da brutte sorprese e trucchetti.

Parola d’ordine: fargliele pagare tutte
Questo articolo va, come detto, letto dopo quello precedente, che spiega in modo ben più tecnico i vari aspetti per cui questa riforma non può e non deve passare.
Il 4 Dicembre è un redde rationem: volete voi fargliele pagare tutte a questi infami usurpatori antidemocratici o volete tenerveli ancora per anni e anni, per giunta con una Costituzione fatta su misura per loro? Chi ha ancora un briciolo di cervello e senso del bene comune non dovrebbe avere dubbi. Prendiamoli a calci.

(Articolo pubblicato sul sito “Oltre le Barricate” il 10 novembre 2016)

Paolo Barnard è uno dei giornalisti più duri verso l’Euro, l’Unione Europea, il neoliberismo e lo strapotere della finanza internazionale, nonché il primo a portare in Italia la scuola economica Memmt.
Ma è anche uno dei critici più feroci dello Stato di Israele e del terrorismo occidentale.
In questa intervista a 360 gradi abbiamo toccato con lui i nodi fondamentali delle elezioni Usa, della Brexit, dei trattati di libero scambio, della progressiva erosione della democrazia in Europa, delle dittature mascherate da istituzioni europee, del referendum costituzionale italiano e della natura dello Stato di Israele.

war-peace-2(Articolo pubblicato il 17/10/2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Sono ormai mesi che siamo immersi nella campagna per il referendum del 4 dicembre, come se null’altro avesse importanza per Renzi e i suoi galoppini. Del resto lo stesso premier ha ammesso di essere stato nominato a Palazzo Chigi da Napolitano per fare le riforme necessarie (sempre a Napolitano e ai suoi amici, non certo al Paese reale). E’ quindi evidente che la vittoria del No significherebbe fallimento su tutta la linea per un venditore di pentole messo lì solo per far passare ogni genere di schifezza (dalla Buona scuola al Jobs Act, dall’abolizione dell’art. 18 all’Italicum) senza che gli italiani se ne rendessero pienamente conto e senza che i girotondini-quando-le-porcate-le-fanno-gli-altri si levassero a denunciare quanto stava accadendo.

E in effetti l’ipnosi renziana è durata 2 anni buoni: dopodiché, con Banca Etruria e con Trivellopoli, passando per gli 80 euro dati e poi richiesti indietro, il popolo italiano ha iniziato a capire che le pentole vendute non sono poi così buone, e ha iniziato a renderne conto con le amministrative. Ora, per mandare a casa il premier e la classe dirigente più cafona, venduta e arrogante della storia repubblicana (e forse anche monarchica), occorre assolutamente votare No al prossimo referendum costituzionale. Per chi non sopporta Renzi a priori questo è già un ottimo motivo; per chi invece vuole le motivazioni tecniche, questo articolo dovrebbe essere più che sufficiente.


Lasciamo riformare la Costituzione a questa gente?

Il primo motivo per votare e far votare No riguarda CHI sta mettendo mani sulla Carta Costituzionale, che se non è la “più bella del mondo” (come l’ha definita chi poi l’ha rinnegata per le ben note convenienze) è certamente un capolavoro di equilibrio e bilanciamento dei poteri e delle diverse “anime” dell’Italia del dopoguerra: quella cattolica, quella socialista e quella liberale.

La riforma della Costituzione viene da un premier che non è passato da elezioni politiche, e che quindi gli italiani non hanno scelto personalmente. I renziani possono sbraitare quanto vogliono che in repubblica parlamentare il premier non si elegge, ma è dal 2005 che alle elezioni politiche è possibile votare non solo per una coalizione di partiti, ma anche (e soprattutto) per un leader della coalizione, col risultato che al presidente della Repubblica non resta che “ratificare” di fatto, al momento della nomina, la volontà popolare. Se quindi a livello strettamente tecnico-giuridico il premier non viene eletto dal popolo, nella prassi questa cosa accade ormai da anni, e non è possibile ignorarla. Quindi i renziani ci risparmino la lezioncina di diritto costituzionale e si rassegnino: il loro premier/ducetto non è stato scelto dagli italiani, ma messo lì da Napolitano per servire gli interessi dei poteri forti. Come Monti e come Letta prima di lui.

Seconda questione: quella del Parlamento illegittimo. La riforma della Costituzione viene da un Parlamento che, come sappiamo, è stato eletto con il Porcellum, legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Era chiaro che, dopo la pronuncia della Corte, un Parlamento così debole e delegittimato avrebbe potuto e dovuto solo occuparsi di ordinaria amministrazione, come una nuova legge elettorale che recepisse i dettami della Consulta. Invece ha preferito occuparsi di una enormità (peraltro mai richiesta dagli italiani) come la più ampia riforma costituzionale della storia repubblicana, una cosa che non sta né in cielo né in terra. Questa decisione è stata presa solo per permettere a un partito, il Pd, di cercare di blindare il proprio potere in un momento in cui il rischio di “instabilità” costituito dall’avanzata del M5S diventava sempre più forte. Si tratta quindi di una riforma di parte, e non certo fatta per l’interesse del Paese nel suo complesso, come una vera riforma costituzionale dovrebbe essere.

Terza questione: ma si può passare dalla Costituzione di Pertini, De Gasperi e Calamandrei a quella di Verdini, Renzi e Boschi? Solamente vedere le persone che stanno mettendo mano alla Carta fondamentale, gente carica di arroganza, ignoranza e con diverse pendenze con la giustizia, dovrebbe far venire la pelle d’oca a qualsiasi italiano. La Costituzione è materia troppo importante per lasciarla nelle mani di questi soggetti.


Chi appoggia questa riforma?

JP-Morgan-RenziOltre a chi l’ha scritta e a COME è stata approvata, un altro motivo per votare No e rifiutare in blocco questa polpetta avvelenata è costituito dal fronte che sostiene la riforma. Raramente i cosiddetti poteri forti si sono espressi in modo così convinto e unanime a favore di un provvedimento legislativo. Parliamo delle superbanche d’affari JpMorgan Chase (ispiratrice della riforma già nel 2013, con la famosa indicazione ai Paesi del sud Europa di “liberarsi delle costituzioni antifasciste“), Goldman Sachs e Morgan Stanley, di Confindustria e Marchionne, del Fondo Monetario Internazionale, degli Usa (tramite l’ambasciatore Phillips), dei vertici dell’Ue, dell’agenzia di rating Fitch. Tutti si sono espressi a favore della riforma, paventando possibili “disastri” in caso di esito negativo. Lo stesso catastrofismo messo in campo prima del voto sulla Brexit, che invece non ha causato nulla di catastrofico, a parte una salutare svalutazione della sterlina che tornerà molto utile alla Gb per aumentare le esportazioni.

Il fatto stesso che personaggi che rappresentano i peggiori poteri finanziario-economici e politici si esprimano caldamente a favore della riforma dovrebbe fare capire come l’intenzione che c’è dietro sia quella di tutelare gli interessi “padronali”, rendendo stabili governi che prendano rapidamente e senza impicci i provvedimenti utili ai peggiori capitalisti oligarchici, europei e d’oltreoceano. Se anche l’Associazione Nazionale Partigiani all’unanimità e ben 11 presidenti emeriti della Corte Costituzionale si sono schierati in modo deciso contro la riforma, un motivo ci sarà.


Nel merito della riforma

A mio parere gli argomenti su riportati sono già sufficienti per votare un secco e poderoso NO il prossimo 4 dicembre, ma per chi evidentemente ha bisogno di motivazioni più tecniche, entriamo nello specifico.

– Leggi qui il testo della riforma, con a fronte la Costituzione vigente

Gli aspiranti fascistelli renziani si stanno sperticando a spiegarci che la riforma ridurrà i costi della politica, cancellerà gli sprechi, semplificherà l’ordinamento.
Si tratta perlopiù di slogan per fregare i polli oppure di caramelle avvelenate, che a fronte di qualche piccola concessione “cosmetica” fanno danni ben più grossi.

Tanto per iniziare, come ben sappiamo il Senato non viene abolito ma ridotto a 100 unità. Di questi, 95 senatori saranno nominati tra i sindaci e i consiglieri regionali (che saranno quindi scelti dalla stessa classe politica, e non eletti dai cittadini) e 5 nominati dal presidente della Repubblica. I nuovi senatori si divideranno quindi tra amministrazioni locali e Parlamento, facendo probabilmente un pessimo lavoro (se non altro, molto superficiale) su entrambi i fronti. Per non parlare della immunità che investirà i nuovi amministratori-neosenatori, che potranno così sfuggire ai numerosi processi che vedono coinvolti i consiglieri comunali e regionali d’Italia.

Così gli italiani, pensando di votare per una riduzione degli sprechi, finirebbero per votare per una riduzione della democrazia, togliendosi la possibilità di eleggere un ramo del Parlamento.

Accentramento dei poteri

La riforma prevede un poderoso accentramento dei poteri nella mani del governo. Mentre il Senato sarà controllato da chi ha la maggioranza nei consigli regionali e comunali (cioè adesso, chiaramente, il Pd) la Camera sarà controllata – se l’Italicum resterà la legge elettorale – dal partito di maggioranza, che riceverà il 54% dei seggi.
Con simili numeri il partito di governo potrà fare tutto ciò che vorrà, senza particolari ostacoli. La riforma inoltre riporta allo Stato centrale numerose competenze che prima erano delle regioni (art. 117), tra cui energia, infrastrutture e grandi opere, permettendo al governo di imporre decisioni agli enti locali senza la possibilità per questi di difendersi (avete presente l’ostilità delle regioni sulla questione trivelle? Ecco, con la riforma il governo potrà allegramente bypassarle, mentre ora hanno ancora diritto di opporsi allo Stato in un’ottica di codecisione).

Inoltre un Senato depotenziato permetterà al governo di agire molto più spedito con l’appoggio della sola Camera al suo servizio, che tra l’altro dovrà anche approvare celermente provvedimenti di legge “essenziali all’attuazione del programma di governo” (art. 72), e questo oltre all’abuso che negli ultimi anni si è fatto della decretazione d’urgenza.
Il ben misero contentino della riduzione dei costi della politica non è sufficiente, e come spiegano Zagrebelsky e co, se si volesse realmente risparmiare sarebbe sufficiente tagliare le spese militari (quali, ad esempio, l’acquisto degli inutili F35), che costano all’Erario ben più di qualche senatore.
Invece, restando sul tema delle spese militari, persino lo stato di guerra potrà essere deliberato più agevolmente, poiché sarà di competenza della sola Camera dei deputati, come detto espressione del partito di maggioranza (art. 78).
E la Camera sarà la sola, inoltre, a dare la fiducia al governo, mentre quella del Senato non sarà più necessaria, rendendo molto più difficile che un governo possa cadere per liti interne al Parlamento (art. 94). Questo aumenterà pure la “governabilità”, ma di fatto farà sì che il partito di maggioranza faccia i suoi comodi senza nessun tipo di ostacolo.

Aumentano le firme per le leggi di iniziativa popolare

Alla faccia della richiesta di democrazia diretta che arriva dall’elettorato, la riforma oltre ad abolire la possibilità di eleggere i senatori, aumenta le firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare da 50mila a 150mila, triplicandole (art. 71). Il Partito Democratico inverte così, orwellianamente, il significato del proprio nome, diventando di fatto espressione della peggiore oligarchia antidemocratica. Un po’ come il Ministero della Pace di 1984 si occupava di guerra e il Ministero dell’Amore di tortura.

Diminuiscono i controlli al potere centrale

1984-quotes-hd-wallpaper-3Anche gli organi di garanzia, quali il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, risultano depotenziati rispetto all’esecutivo, e fortemente influenzati dal partito di maggioranza.

Il presidente della Repubblica verrà nominato dai due terzi del Parlamento fino al terzo scrutinio, dopodiché basteranno i 3/5 dell’assemblea e, dal settimo scrutinio, i 3/5 dei presenti (art. 83). Un escamotage per permettere alla maggioranza di superare un eventuale stallo e far passare il nome più gradito senza doversi accordare con le minoranze. Ricordiamo che con il 54% dei seggi alla Camera (in caso di vittoria alle politiche) e con il maggiore radicamento negli enti locali (e quindi in Senato), il Pd non avrebbe difficoltà ad eleggere il “suo” presidente.

La Corte costituzionale invece sarà nominata per un terzo dal Parlamento (sotto stretto controllo del partito di maggioranza e di governo), per un terzo dal presidente della Repubblica (sempre forte espressione del partito di governo) e solo per un terzo dalle magistrature superiori (art. 135). La possibilità di avere una Corte veramente imparziale saranno così molto ridotte.

Una semplificazione che non semplifica

Renzi e i suoi amano dare un’immagine di sé come di semplificatori di un sistema assurdo. Leggendo la riforma l’effetto è proprio il contrario, come si evince da uno dei cavalli di battaglia del fronte del No, l’art. 70. Le competenze del nuovo Senato sono elencate in modo così complesso che persino esimi costituzionalisti come Zagrebelsky hanno ammesso di non averle capite, e hanno minacciato di smettere di insegnare se dovesse passare questa riforma.

La balla della necessità di velocizzare il processo legislativo

Un’altra balla clamorosa che viene raccontata dalla propaganda renziana è che il Senato deve essere riformato e la Costituzione storpiata perché “il nostro Parlamento è troppo lento nel fare le leggi”. E’ un altro slogan vuoto, dal momento che il nostro Parlamento ha prodotto dal dopoguerra più leggi di Stati Uniti, Germania, Francia e Regno Unito, come sottolinea Tony Barber sul Financial Times, e che con l’odiato bicameralismo perfetto il governo Renzi è riuscito comunque a far passare ogni porcata, dal Jobs Act allo Sblocca Italia, dalla Buona scuola all’abolizione dell’art. 18.
Cos’altro serve a Renzi e i suoi? Ah già: riformare il Senato in modo da non dover chiedere in quella sede l’appoggio di altre parti politiche (come il centrodestra) e poter completare la dittatura dell’uomo solo al comando.

In definitiva

La Costituzione attuale non ha nulla che non va, se non il fatto di non essere mai stata realmente attuata dalla classe politica e di essere “troppo antifascista”, come denunciato da JpMorgan, cioè di essere molto protettiva verso i diritti dei lavoratori e di porre una serie di limiti e freni al governo, proprio per evitare derive autoritarie quali quelle del ventennio. Ora le grandi banche e corporations, la Troika e gli Usa vogliono per l’Italia un ordinamento più facile da piegare alle necessità dell’oligarchia finanziaria e industriale, garantendo che i galoppini quali Renzi possano fare le riforme gradite ai padroni (sulla scia di quelle già fatte, come il Jobs Act e la voucherizzazione del mondo del lavoro) in modo rapido e senza incontrare particolari ostacoli.
Il succo della riforma è tutto lì.

Se gli italiani vogliono la riduzione del livello di democrazia nel loro Paese, mascherata da riduzione dei costi della politica, si accomodino pure. Se invece hanno finalmente smesso di credere alla favole e ai burattini dei grandi capitalisti, non hanno che da votare No il 4 dicembre.

mano-uomo-robotQuando si riflette sulla società del futuro, uno dei punti che più solleva preoccupazioni è la crescente automazione del lavoro.

Questo perché, a fronte di un futuro prossimo sempre più caratterizzato dall’uso di macchine nei campi più vari (inclusi quello legale, finanziario e giornalistico), tanto che si parla di Quarta rivoluzione industriale, non si vede una particolare sensibilità dei legislatori nell’affrontare la perdita di posti di lavoro “umani” che ne conseguirà.

Secondo uno studio chiamato “Il futuro dell’occupazione” di Carl Benedikt Frey e Michael Osborne della Oxford University, nei prossimi 10/20 anni il 47% dei posti di lavoro americani potrebbe sparire causa della crescente automazione. La compagnia di analisi economica McKinsey, invece, stima che entro il 2025 il 40% dei lavori nel campo della conoscenza verranno svolti dai robot.

Secondo un rapporto presentato a Davos, all’ultimo meeting del World Economic Forum, entro il 2020 i robot sottrarranno all’uomo 5 milioni di posti di lavoro nei 15 Paesi del mondo più sviluppati.

Il capo economista della Banca s’Inghilterra Andrew Haldane è ancora più pessimista. Ha parlato infatti di 15 milioni di lavoratori che perderanno il posto in Europa, di cui un terzo nella sola Inghilterra, e 80 milioni negli Usa.

Per Bart Selman, professore di Computer Science all’Università Cornell di Ithaca, nello stato di New York, il 50% dei posti di lavoro nei prossimi 30 anni è messo a rischio dai progressi dell’intelligenza artificiale. Selman è cofirmatario, assieme a Stephen Hawking e altri 400 scienziati, di una lettera aperta in cui si chiede ai governi di tutto il mondo di frenare gli sviluppi dell’IA.

In Cina è già sorta la prima fabbrica “deumanizzata”, dove gli operai di un’azienda di componenti per cellulari sono passati da 650 a 20, seguendo un programma industriale dal nome quanto mai esplicito: “Robot replace human. Dagli Usa arriva il software Wordsmith Beta, già ribattezzato il robot-giornalista, pensato per generare articoli in automatico. Sempre negli Stati Uniti è nato Prospero, l’automa-contadino, dotato di sei zampe, che cammina lungo i campi e provvede alla semina. E sempre più si sviluppano robot in grado di rimpiazzare l’uomo in campi come quello legale, medico e finanziario, campi quindi “intellettuali”, e non solo in quelli del lavoro pesante.

Ma lo sviluppo dei robot non preoccupa solo da un punto di vista lavorativo.

Nel dicembre 2014, in un’intervista alla Bbc, l’astrofisico Stephen Hawking ha lanciato l’allarme sul progressivo sviluppo dell’IA: “Lo sviluppo di una piena intelligenza artificiale può innescare la fine del genere umano – ha dichiarato lo scienziato -. Gli umani sono limitati da una lenta evoluzione biologica, non potrebbero più competere e sarebbero soppiantati”. Hawking, che ha firmato con altri 400 scienziati il menzionato documento carico di allarme, si pronuncia in un dibattito la cui importanza sarà sempre crescente, e che vede confrontarsi neopositivisti come Larry Page di Google e catastrofisti come Elon Musk di Tesla Motors (che proprio con Google sta progettando l’auto con il pilota automatico), altro firmatario del documento, il quale sostiene che l’intelligenza artificiale sia “potenzialmente più pericolosa delle armi nucleari”.

IBM Deep Blue ha vinto contro Kasparov nel 1997 – si legge nel documento firmato dagli scienziati – Siri (Apple) può capire le nostre domande e il programma Watson di IBM ha vinto al gioco TV americano Jeopardy contro i migliori concorrenti umani, dimostrando di saper capire le domande, formulare le risposte e giudicare la propria competenza. Watson viene anche usato in campi quali la diagnosi medica: capisce il contenuto di libri e articoli medici, e può usare queste informazioni per suggerire la diagnosi più probabile.
Tutti questi ed altri risultati – prosegue il documento – sono stati possibili grazie a tre fattori: la velocità sempre crescente dei computer nell’elaborare le informazioni (confermando per quasi 50 anni la legge di Moore, che dice che tale velocità raddoppia ogni 2 anni circa), la grande quantità di dati disponibili su cui testare il comportamento dei programmi e la presenza di nuovi algoritmi sviluppati dai ricercatori di IA. L’IA ha un fenomenale impatto positivo sulla società e questa tendenza continuerà nel futuro. È proprio a causa di questo enorme potenziale che è necessario capire come creare macchine intelligenti e allo stesso tempo sicure.

È quindi importante – termina il documento – capire come affrontare i problemi di una società in cui le macchine prenderanno spesso il posto degli umani. È per questo che la lettera è stata scritta: per favorire la ricerca che vuole rendere le macchine, sì più intelligenti, ma anche più sicure, in modo da massimizzare i benefici dell’IA sulla società.”

Il continuo sviluppo della tecnologia farà sì che i robot siano sempre più convenienti dal punto di vista economico degli esseri umani e sempre più efficienti nello svolgere i loro compiti, ragion per cui si parlerà sempre più di “disoccupazione tecnologica”, un termine coniato da Keynes negli anni ’20.

Negli ultimi due anni è stata prodotta la stessa quantità di dati prodotta da due anni fa all’inizio dell’universo” afferma Alessandro Curioni, vicepresidente di IBM Europa. E per gestire questa enorme e crescente mole di dati saranno sempre più necessari calcolatori intelligenti, in grado di svolgere rapidamente un lavoro proibitivo per qualsiasi essere umano.

Anche la robotica industriale è in notevolissima espansione, come spiega Paolo Rocco, docente di automatica al Politecnico di Milano. “Nel 2014, per esempio, sono stati venduti 230mila robot industriali con una crescita del 30% rispetto all’anno prima. E si prevede che sarà così anche per i prossimi anni”.

Una possibile soluzione alla questione della robotizzazione del lavoro e alla perdita di posti di lavoro umani sembra venire dalle proposte di reddito di base che vengono dagli stessi sviluppatori di macchine sempre più complesse. Per gli operatori di aziende come Google e Facebook questa sembra essere la soluzione inevitabile, assieme a forme più efficaci di redistribuzione della ricchezza. Un tema, quello del reddito di base incondizionato, che si lega strettamente a quello della riduzione dell’orario di lavoro.

Da più parti si invoca infatti come soluzione per i problemi futuri di disoccupazione una settimana lavorativa di 4 o addirittura 3 giorni, mentre c’è chi si spinge a parlare di lavorare 15 ore a settimana.
L’opinione di perditempo o utopisti vari? Se fosse così dovremmo annoverare in queste categorie anche il multimilionario messicano Carlos Slim, secondo uomo più ricco del pianeta, il quale ha offerto ai suoi dipendenti la possibilità di accorciare la settimana lavorativa a 3 giorni alla settimana, con la contropartita di andare in pensione a 75 anni. Tra la considerazione del magnate, anche quella che il mondo del lavoro è destinato ad essere sempre più automatizzato, e che quindi serviranno sempre meno impiegati full-time.

Una recente ricerca del “Melbourne Institute of Applied Economic and Social Research”, in Australia, afferma che la condizione ottimale per i lavoratori over 40 sarebbe quella di lavorare 25 ore a settimana, in pratica non più di tre giorni alla settimana, mentre ritmi di lavoro superiori sarebbero pericolosi a causa di stress e fatica psico-fisica.

Anche famosi giornalisti e scrittori come Naomi Klein e Rutger Bregman  condividono la visione di un reddito di base incondizionato da fornire a ogni cittadino e una riduzione drastica dell’orario di lavoro.

Per la prima, firma del Guardian e autrice dei best seller No Logo, Shock Economy e Una rivoluzione ci salverà, occorre portare la settimana lavorativa a 3 giorni per un massimo di 21 ore, anche per salvaguardare l’ambiente consentendo una minore produzione di rifiuti e inquinamento. Per il secondo, giornalista dell’olandese De Correspondent e autore del libro: “Utopia for realists: the case for a universal basic income, open borders and a 15-hour workweek, è possibile accorciarla addirittura a 15 ore settimanali, che era anche la previsione di John Maynard Keynes per il 2030.

Insomma, sembra che per rispondere alla “invasione dei robot” bisognerà rispolverare l’antico motto: “Lavorare meno, lavorare tutti” ed estendere forme di reddito di base incondizionato.

Ora non resta che a prendere provvedimenti in questo senso siano i legislatori di ogni nazione.

 

 

McCain isisSono ormai anni che i media sono monopolizzati, con cadenza periodica, da fatti di sangue che riguardano lo Stato Islamico. L’Isis, come Al Qaeda prima di lei, è diventata una delle principali preoccupazioni dei governi occidentali, che si chiedono come fronteggiare un nemico che sembra essere in grado di colpire ovunque, in modi imprevedibili e con grandi perdite tra la popolazione civile. Ma nel frattempo fioriscono elementi – spesso rubricati alla voce “complottismo” – che fanno sospettare che ci sia una forte complicità del “civile Occidente” con la nascita e lo sviluppo del mostro.
Con questo articolo andremo a vedere cosa c’è di vero in queste ipotesi, al di là dei sospetti privi di fondamento.

 

Hillary Clinton

Una delle prime voci che vengono in mente quando si affronta questo tema è nientedimeno che quella del candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti d’America, Hillary Clinton. La Clinton, in una intervista pubblicata il 10/8/2014 sulla rivista “The Atlantic”, ammise che la nascita dell’Isis era stata causata da un “fallimento” degli Usa nella creazione di una forza combattiva credibile contro Assad a partire dai primi spontanei gruppi ribelli, all’interno dei quali c’erano sia islamisti che laici, con tutto quello che c’è nel mezzo”. In questo “vuoto” lasciato dagli americani si sarebbe successivamente sviluppata l’Isis. La Clinton ha anche serenamente ammesso, in un’altra intervista,  l’appoggio statunitense negli anni ’80 ai mujaheddin in Pakistan e Afghanistan in funzione antisovietica, da cui sarebbe scaturita poi Al Qaeda.
Il candidato dem in quell’intervista del 2012 disse: “I nemici che stiamo combattendo oggi, noi li abbiamo sostenuti contro i sovietici“.
Due dei principali avversari dell’Occidente, quindi, sarebbero stati originati da un precedente intervento americano, finalizzato prima a combattere i russi e successivamente il presidente siriano Assad. In entrambi i casi, gli interventi americani sono poi “sfuggiti di mano”, diventando una seria minaccia per Europa e Usa.

 

Il vicepresidente americano Joe Biden e i senatori John McCain e Rand Paul

Una delle frasi che hanno fatto scalpore riguardanti l’appoggio all’Isis di Paesi amici dell’Occidente è stata pronunciata nel 2014 dal vice presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. In un discorso ad Harvard, Biden ha accusato Turchia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar (Paesi notoriamente alleati degli Usa) di finanziare l’Isis invece di combatterla, e alla Cnn il 7 ottobre 2014 ha rincarato: “Hanno fatto piovere (i Paesi citati, nda) centinaia di  milioni di dollari e decine di migliaia di tonnellate di armi nelle mani di chiunque fosse in grado di combattere contro Assad, peccato che chi ha ricevuto i rifornimenti erano… al Nusra, al Qaeda e gli elementi estremisti della Jihad provenienti da altre parti del mondo”.

Tra gli elementi che fanno sospettare una stretta cooperazione tra Usa e Isis ci sono poi le chiacchierate foto del senatore repubblicano (e secondo alcuni commentatori “ministro degli Esteri ombra americano”) John McCain accanto a un gruppo di ribelli siriani.
Negli scatti, risalenti al 27 maggio 2013, uno degli uomini incontrati dal senatore sembra essere proprio il Califfo del terrore Abu Bakr Al Baghdadi, sebbene da più parti si siano levate voci a smentire questa identificazione.
Tra gli altri soggetti fotografati assieme a McCain ci sarebbero, secondo alcuni giornalisti, Mohammad Nour,  portavoce del Fronte al Nusra (Al Qaeda in Siria) e Salem Idriss, il capo dell’Esercito siriano libero.
McCain ha anche dovuto difendersi dall’accusa di aver incontrato Mohammad Nour, smentendo decisamente qualsiasi contatto con il guerrigliero, a causa del suo coinvolgimento nel rapimento di alcuni pellegrini sciiti libanesi.

Un altro senatore americano, Rand Paul, ha dichiarato alla Cnn che gli Usa hanno combattuto “fianco a fianco con Al Qaeda e con l’Isis“, sostenendo i ribelli che hanno affrontato i russi prima e Assad poi. Di conseguenza, anche l’espansione dell’Isis è stata il prodotto di un eccessivo intervento americano nell’area, non di una sua carenza. Paul ha anche aggiunto che “stiamo ancora fornendo armi ai ribelli radicali islamici in Siria“.

 

Edward Snowden, l’ex agente Cia Kelley e l’ex Marine O’Keefe

Il Gola profonda del Nsa Edward Snowden, tra le sue rivelazioni sul governo americano, arrivò a dire che l’Isis è stata una creazione di Cia e Mossad (uno dei servizi segreti israeliani), per difendere Israele dirigendone i nemici verso altri obiettivi, e per rovesciare il presidente siriano Assad. Persino il Califfo Al Baghdadi sarebbe stato reclutato dagli Usa nel campo di prigionia americano in Iraq di Camp Bucca, e avrebbe addestrato miliziani provenienti da tutta Europa nelle basi Nato in Turchia con la collaborazione di Cia e Mi6 (il servizio di spionaggio estero britannico).

Questa versione di Snowden è stata confermata nel 2014 dall’ex agente Cia Steven Kelley, che ha parlato in un’intervista a Press Tv della creazione dell’Isis da parte della Cia, e dall’ex Marine Kenneth O’Keefe, per il quale gli obiettivi di questa montatura sarebbero stati la formazione di un esercito in grado di spodestare Assad e l’espansione di Israele nell’area mediorientale.

Anche il generale francese Vincent Desportes, docente presso la facoltà di Scienze Politiche di Parigi, ha denunciato le responsabilità americane nella creazione dell’Isis, e il sostegno fornitogli da Paesi amici dell’Occidente come Arabia Saudita, Qatar e Turchia.

 

Usa, britannici, turchi, israeliani: metà Occidente ha aiutato l’Isis

Le evidenze però non si fermano qui. Secondo le rivelazioni di un agente della Difesa britannica al Daily Star, centinaia di militari britannici hanno collaborato attivamente con i jihadisti in Iraq e Siria. Un report delle Nazioni Unite, invece, sostiene che Israele ha aiutato i “ribelli moderati” in Siria contro Assad. Nel 2014 un deputato turco ha anche denunciato lo sbarco di armi e miliziani da navi Usa in Turchia, diretti verso gli avamposti di Al Qaeda, mentre un rapporto di Human Rights Watch ha parlato di aperta collaborazione tra la stessa Turchia (membro della Nato) e le atrocità dell’Isis.
Un professore dell’Università di Ottawa, Michel Cossudovsky, economista canadese, ha indicato in 26 punti perché lo Stato islamico è un importante alleato degli Stati Uniti.

 

I dubbi dei giornalisti nostrani

Anche tra i giornalisti italiani c’è scetticismo riguardo le mani che tirano i fili dello Stato islamico.
Giulietto Chiesa
è arrivato a definire l’Isis “Una Spectre composta da pezzi di Occidente e petromonarchie del Golfo”.
Marcello Foa invece ha parlato dell’Isis come dell’ennesimo prodotto dell’Occidente, ma sfuggito di mano“L’Occidente ha spesso appoggiato formazioni militari con logiche strumentali senza poi essere più in grado di gestire le conseguenze dei propri atti – ha detto il giornalista – Isis è solo l’ultimo esempio”. Foa ha definito “di lana caprina” la distinzione tra guerriglieri estremisti e “moderati” in Siria, e ha detto che l’Occidente non ha la “reale volontà di risolvere il problema”.
Anche Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana, ha scritto come da tempo si conoscano le origini “occidentali” dell’Isis, commentando la strage di Charlie Hebdo e lamentando la scarsa determinazione di Usa e Ue nel tagliare le gambe al jihadismo.

“Dell’Isis e delle sue efferatezze sappiamo tutto da anni, non c’è nulla da scoprire – ha scritto Scaglione -. E’ un movimento terroristico che ha sfruttato le repressioni del dittatore siriano Bashar al Assad per presentarsi sulla scena: armato, finanziato e organizzato dalle monarchie del Golfo (prima fra tutte l’Arabia Saudita) con la compiacenza degli Stati Uniti e la colpevole indifferenza dell’Europa.
Quando l’Isis si è allargato troppo, i suoi mallevadori l’hanno richiamato all’ordine e hanno organizzato la coalizione americo-saudita che, con i bombardamenti, gli ha messo dei paletti: non più in là di tanto in Iraq, mano libera in Siria per far cadere Assad. Il tutto mentre da ogni parte, in Medio Oriente, si levava la richiesta di combatterlo seriamente, di eliminarlo, anche mandando truppe sul terreno. Innumerevoli in questo senso gli appelli dei vescovi e dei patriarchi cristiani, ormai chiamati a confrontarsi con la possibile estinzione delle loro comunità.
Abbiamo fatto qualcosa di tutto questo? No. La Nato, ovvero l’alleanza militare che rappresenta l’Occidente, si è mossa? Sì, ma al contrario. Ha assistito senza fiatare alle complicità con l’Isis della Turchia di Erdogan, ma si è indignata quando la Russia è intervenuta a bombardare i ribelli islamisti di Al Nusra e delle altre formazioni.”

 

In conclusione

Le tante prove e dichiarazioni riportate mostrano come sia legittimo perlomeno chiedersi che peso abbia avuto l’Occidente nella nascita e nello sviluppo dell’Isis. Se è vero che credere a tutto quello che gira in Rete è sicuramente superficiale, è anche vero che non è possibile ignorare una mole sempre crescente di voci – anche molto autorevoli – ed evidenze che indicano una precisa collaborazione, o unione di intenti, tra i Paesi occidentali e quello Stato islamico che dovrebbe esserne il nemico numero uno.
Scopo del giornalista dovrebbe essere cercare di capire dove stia la verità, senza farsi fermare dalle accuse, sempre pronte a fioccare, di fare del “complottismo”. E riguardo l’Isis, le zone grigie su cui fare chiarezza sono veramente tante.

 

israel-terrorist-state-320x207(Articolo pubblicato sul sito Oltre le Barricate il 27 luglio 2016) 

Sono ormai innumerevoli le stragi che si sono susseguite nelle ultime settimane in Europa, e che hanno fatto seguito a quelle perpetrate lo scorso anno in Francia. In alcune abbiamo visto il ritorno dell’Isis, che le ha rivendicate o con uomini che ne hanno dichiarato l’appartenenza; in altre gli attori sono stati “lupi solitari” non direttamente riconducibili allo Stato islamico.

Adesso, fermo restando quanto sappiamo sui finanziamenti e l’addestramento impartiti dall’Occidente allo Stato islamico, ci si chiede come sia possibile una simile ondata di massacri, operati da terroristi oppure no. Qualcuno parla di effetto emulazione, altri di impazzimento generale. Quello che si vuole sottolineare qui è come le stragi siano collegate da una costante: il coinvolgimento di personaggi legati ad Israele.

Ricordiamo tutti la “profezia autoavverantesi” di Netanyahu a un canale francese: “Se non siete solidali con Israele contro il terrorismo, il terrorismo arriverà in Francia”. Più che una profezia sembrava una minaccia. E in effetti, pochi mesi dopo, ci fu la strage di Charlie Hebdo. A riprenderla, fuori dalla redazione, c’era misteriosamente una troupe di una tv israeliana. Quando si dice il fiuto per la notizia.

Poi ci fu la strage al Bataclan. La comunità ebraica fu avvertita in anticipo che qualcosa stava per accadere, mentre l’intelligence francese non fu in grado di prevenire il secondo massacro, nonostante gli avvertimenti ricevuti dai servizi iracheni, sauditi e turchi. Anzi, fece intervenire le teste di cuoio con notevole ritardo, come testimoniato da alcuni di loro.
Interessante coincidenza: il Bataclan era gestito da ebrei, che lo avevano venduto l’11 settembre (!!!) dello stesso anno, prima di andare a vivere in Israele. I proprietari testimoniarono di avere ricevuto delle minacce in passato, fatto sta che dopo 40 anni di gestione, la terribile strage si è compiuta esattamente due mesi dopo la loro vendita, il venerdi’ 13 novembre (data rilevante per i Templari e la massoneria – che ne segue per certi versi le orme – perché coincide con quella dell’arresto dei membri dell’Ordine nel 1307, e guarda caso, in Francia).

Buona parte dei filmati e delle informazioni che vengono passate ai media su Isis e terrorismo islamico viene dal Site di Rita Katz, una sionista convinta e probabile spia del Mossad che costituisce quasi la “fonte ufficiale” delle informazioni sul tema. Salvo poi scoprire che si tratta in alcuni casi di falsi creati ad arte, come fu per il caso degli ostaggi sgozzati dall’Isis nel 2015.

Ma il caso più eclatante si è verificato di recente, con il giornalista Richard Gutjahr che si è trovato provvidenzialmente sia a Nizza per riprendere il massacro compiuto dal camion bianco di Bouhlel, sia a Monaco per assistere a quello davanti al McDonald’s.
Questi reporter israeliani hanno davvero una fortuna impressionante. Eh si, perché Gutjahr è sposato con una ex deputata israeliana e membro dell’ala più estrema del Likud, il partito di Netanyahu.

Tra l’altro non è la prima volta che un testimone si trova coinvolto in diverse stragi di seguito: questa incredibile coincidenza è avvenuta in almeno tre altri casi. Tra i testimoni del massacro di Bruxelles, infatti, c’era un ragazzo, tale Mason Wells, sopravvissuto a ben tre stragi: Boston 2013, Parigi Bataclan e, appunto, Bruxelles. E non era solo, perché pure il francese Lahouani Zihai era sopravvissuto anche al Bataclan. E per una incredibile coincidenza, tra i sopravvissuti del Bataclan c’era un tale scampato addirittura all’11 settembre. Ora, quante sono le probabilità che non una, ma ben 4 persone siano testimoni di più attentati terroristici avvenuti in diversi Stati? Sarebbe interessante il parere di uno statistico.

Un altro elemento che lega le stragi di Nizza e Monaco è il fatto che durante le prime ore si parlava di più killer o complici, mentre poi i media e le istituzioni si sono focalizzate sulle sole figure di Bouhlel e Sonboly, dipingendoli come pazzoidi solitari, anche se col passare dei giorni si stanno chiarendo le complicità di altri soggetti, per lo meno nell’organizzazione.

Se poi volessimo soffermarci anche sulle ultime stragi compiute da siriani legati all’Isis in Germania e Francia, va ricordato che Israele figura tra i principali sostenitori dello Stato islamico, assieme a Qatar, Turchia e Arabia Saudita, senza citare i Paesi occidentali quali Stati Uniti e Regno Unito. Edward Snowden afferma che l’Isis fu creata per riunire tutti i nemici di Israele, per poi indirizzarli verso altri obiettivi.

Aggiungiamo al quadro anche il legame di Israele con la grande finanza mondiale: ricordiamo che tra i principali finanziatori e sostenitori del movimento sionista ci fu fin dal principio la famiglia di banchieri Rothschild. In particolare, si veda la corrispondenza tra il massone britannico Lord Balfour e Lionel Rothschild nel 1917, oppure la donazione della Knesset, il Parlamento israeliano, ad opera della famiglia Rothschild. 

Insomma, non è difficile comprendere come un crescente odio antislamico e il clima da crociata o scontro di civiltà avvantaggi di molto la pulizia etnica israeliana in Palestina, un genocidio condannato anche da importanti intellettuali ebrei o di origine ebraica come Ilan Pappè e Noam Chomsky. L’Occidente sembra essere molto cauto nel condannare i crimini israeliani, mentre appare molto rapido a gettarsi in una crociata antislamica non appena si presenti l’occasione. Peccato che a giovarsi di questo clima di terrore siano sempre lo Stato ebraico, i guerrafondai neocoloniali, i tromboni del “Ci vuole più Europa” e i fautori di uno stato di sorveglianza orwelliano “per il nostro bene”.

Sembra che la profezia di Netanyahu si sia avverata. Ma forse si trattava più di una minaccia.

 

 

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