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McCain isisSono ormai anni che i media sono monopolizzati, con cadenza periodica, da fatti di sangue che riguardano lo Stato Islamico. L’Isis, come Al Qaeda prima di lei, è diventata una delle principali preoccupazioni dei governi occidentali, che si chiedono come fronteggiare un nemico che sembra essere in grado di colpire ovunque, in modi imprevedibili e con grandi perdite tra la popolazione civile. Ma nel frattempo fioriscono elementi – spesso rubricati alla voce “complottismo” – che fanno sospettare che ci sia una forte complicità del “civile Occidente” con la nascita e lo sviluppo del mostro.
Con questo articolo andremo a vedere cosa c’è di vero in queste ipotesi, al di là dei sospetti privi di fondamento.

 

Hillary Clinton

Una delle prime voci che vengono in mente quando si affronta questo tema è nientedimeno che quella del candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti d’America, Hillary Clinton. La Clinton, in una intervista pubblicata il 10/8/2014 sulla rivista “The Atlantic”, ammise che la nascita dell’Isis era stata causata da un “fallimento” degli Usa nella creazione di una forza combattiva credibile contro Assad a partire dai primi spontanei gruppi ribelli, all’interno dei quali c’erano sia islamisti che laici, con tutto quello che c’è nel mezzo”. In questo “vuoto” lasciato dagli americani si sarebbe successivamente sviluppata l’Isis. La Clinton ha anche serenamente ammesso, in un’altra intervista,  l’appoggio statunitense negli anni ’80 ai mujaheddin in Pakistan e Afghanistan in funzione antisovietica, da cui sarebbe scaturita poi Al Qaeda.
Il candidato dem in quell’intervista del 2012 disse: “I nemici che stiamo combattendo oggi, noi li abbiamo sostenuti contro i sovietici“.
Due dei principali avversari dell’Occidente, quindi, sarebbero stati originati da un precedente intervento americano, finalizzato prima a combattere i russi e successivamente il presidente siriano Assad. In entrambi i casi, gli interventi americani sono poi “sfuggiti di mano”, diventando una seria minaccia per Europa e Usa.

 

Il vicepresidente americano Joe Biden e i senatori John McCain e Rand Paul

Una delle frasi che hanno fatto scalpore riguardanti l’appoggio all’Isis di Paesi amici dell’Occidente è stata pronunciata nel 2014 dal vice presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. In un discorso ad Harvard, Biden ha accusato Turchia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar (Paesi notoriamente alleati degli Usa) di finanziare l’Isis invece di combatterla, e alla Cnn il 7 ottobre 2014 ha rincarato: “Hanno fatto piovere (i Paesi citati, nda) centinaia di  milioni di dollari e decine di migliaia di tonnellate di armi nelle mani di chiunque fosse in grado di combattere contro Assad, peccato che chi ha ricevuto i rifornimenti erano… al Nusra, al Qaeda e gli elementi estremisti della Jihad provenienti da altre parti del mondo”.

Tra gli elementi che fanno sospettare una stretta cooperazione tra Usa e Isis ci sono poi le chiacchierate foto del senatore repubblicano (e secondo alcuni commentatori “ministro degli Esteri ombra americano”) John McCain accanto a un gruppo di ribelli siriani.
Negli scatti, risalenti al 27 maggio 2013, uno degli uomini incontrati dal senatore sembra essere proprio il Califfo del terrore Abu Bakr Al Baghdadi, sebbene da più parti si siano levate voci a smentire questa identificazione.
Tra gli altri soggetti fotografati assieme a McCain ci sarebbero, secondo alcuni giornalisti, Mohammad Nour,  portavoce del Fronte al Nusra (Al Qaeda in Siria) e Salem Idriss, il capo dell’Esercito siriano libero.
McCain ha anche dovuto difendersi dall’accusa di aver incontrato Mohammad Nour, smentendo decisamente qualsiasi contatto con il guerrigliero, a causa del suo coinvolgimento nel rapimento di alcuni pellegrini sciiti libanesi.

Un altro senatore americano, Rand Paul, ha dichiarato alla Cnn che gli Usa hanno combattuto “fianco a fianco con Al Qaeda e con l’Isis“, sostenendo i ribelli che hanno affrontato i russi prima e Assad poi. Di conseguenza, anche l’espansione dell’Isis è stata il prodotto di un eccessivo intervento americano nell’area, non di una sua carenza. Paul ha anche aggiunto che “stiamo ancora fornendo armi ai ribelli radicali islamici in Siria“.

 

Edward Snowden, l’ex agente Cia Kelley e l’ex Marine O’Keefe

Il Gola profonda del Nsa Edward Snowden, tra le sue rivelazioni sul governo americano, arrivò a dire che l’Isis è stata una creazione di Cia e Mossad (uno dei servizi segreti israeliani), per difendere Israele dirigendone i nemici verso altri obiettivi, e per rovesciare il presidente siriano Assad. Persino il Califfo Al Baghdadi sarebbe stato reclutato dagli Usa nel campo di prigionia americano in Iraq di Camp Bucca, e avrebbe addestrato miliziani provenienti da tutta Europa nelle basi Nato in Turchia con la collaborazione di Cia e Mi6 (il servizio di spionaggio estero britannico).

Questa versione di Snowden è stata confermata nel 2014 dall’ex agente Cia Steven Kelley, che ha parlato in un’intervista a Press Tv della creazione dell’Isis da parte della Cia, e dall’ex Marine Kenneth O’Keefe, per il quale gli obiettivi di questa montatura sarebbero stati la formazione di un esercito in grado di spodestare Assad e l’espansione di Israele nell’area mediorientale.

Anche il generale francese Vincent Desportes, docente presso la facoltà di Scienze Politiche di Parigi, ha denunciato le responsabilità americane nella creazione dell’Isis, e il sostegno fornitogli da Paesi amici dell’Occidente come Arabia Saudita, Qatar e Turchia.

 

Usa, britannici, turchi, israeliani: metà Occidente ha aiutato l’Isis

Le evidenze però non si fermano qui. Secondo le rivelazioni di un agente della Difesa britannica al Daily Star, centinaia di militari britannici hanno collaborato attivamente con i jihadisti in Iraq e Siria. Un report delle Nazioni Unite, invece, sostiene che Israele ha aiutato i “ribelli moderati” in Siria contro Assad. Nel 2014 un deputato turco ha anche denunciato lo sbarco di armi e miliziani da navi Usa in Turchia, diretti verso gli avamposti di Al Qaeda, mentre un rapporto di Human Rights Watch ha parlato di aperta collaborazione tra la stessa Turchia (membro della Nato) e le atrocità dell’Isis.
Un professore dell’Università di Ottawa, Michel Cossudovsky, economista canadese, ha indicato in 26 punti perché lo Stato islamico è un importante alleato degli Stati Uniti.

 

I dubbi dei giornalisti nostrani

Anche tra i giornalisti italiani c’è scetticismo riguardo le mani che tirano i fili dello Stato islamico.
Giulietto Chiesa
è arrivato a definire l’Isis “Una Spectre composta da pezzi di Occidente e petromonarchie del Golfo”.
Marcello Foa invece ha parlato dell’Isis come dell’ennesimo prodotto dell’Occidente, ma sfuggito di mano“L’Occidente ha spesso appoggiato formazioni militari con logiche strumentali senza poi essere più in grado di gestire le conseguenze dei propri atti – ha detto il giornalista – Isis è solo l’ultimo esempio”. Foa ha definito “di lana caprina” la distinzione tra guerriglieri estremisti e “moderati” in Siria, e ha detto che l’Occidente non ha la “reale volontà di risolvere il problema”.
Anche Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana, ha scritto come da tempo si conoscano le origini “occidentali” dell’Isis, commentando la strage di Charlie Hebdo e lamentando la scarsa determinazione di Usa e Ue nel tagliare le gambe al jihadismo.

“Dell’Isis e delle sue efferatezze sappiamo tutto da anni, non c’è nulla da scoprire – ha scritto Scaglione -. E’ un movimento terroristico che ha sfruttato le repressioni del dittatore siriano Bashar al Assad per presentarsi sulla scena: armato, finanziato e organizzato dalle monarchie del Golfo (prima fra tutte l’Arabia Saudita) con la compiacenza degli Stati Uniti e la colpevole indifferenza dell’Europa.
Quando l’Isis si è allargato troppo, i suoi mallevadori l’hanno richiamato all’ordine e hanno organizzato la coalizione americo-saudita che, con i bombardamenti, gli ha messo dei paletti: non più in là di tanto in Iraq, mano libera in Siria per far cadere Assad. Il tutto mentre da ogni parte, in Medio Oriente, si levava la richiesta di combatterlo seriamente, di eliminarlo, anche mandando truppe sul terreno. Innumerevoli in questo senso gli appelli dei vescovi e dei patriarchi cristiani, ormai chiamati a confrontarsi con la possibile estinzione delle loro comunità.
Abbiamo fatto qualcosa di tutto questo? No. La Nato, ovvero l’alleanza militare che rappresenta l’Occidente, si è mossa? Sì, ma al contrario. Ha assistito senza fiatare alle complicità con l’Isis della Turchia di Erdogan, ma si è indignata quando la Russia è intervenuta a bombardare i ribelli islamisti di Al Nusra e delle altre formazioni.”

 

In conclusione

Le tante prove e dichiarazioni riportate mostrano come sia legittimo perlomeno chiedersi che peso abbia avuto l’Occidente nella nascita e nello sviluppo dell’Isis. Se è vero che credere a tutto quello che gira in Rete è sicuramente superficiale, è anche vero che non è possibile ignorare una mole sempre crescente di voci – anche molto autorevoli – ed evidenze che indicano una precisa collaborazione, o unione di intenti, tra i Paesi occidentali e quello Stato islamico che dovrebbe esserne il nemico numero uno.
Scopo del giornalista dovrebbe essere cercare di capire dove stia la verità, senza farsi fermare dalle accuse, sempre pronte a fioccare, di fare del “complottismo”. E riguardo l’Isis, le zone grigie su cui fare chiarezza sono veramente tante.

 

israel-terrorist-state-320x207(Articolo pubblicato sul sito Oltre le Barricate il 27 luglio 2016) 

Sono ormai innumerevoli le stragi che si sono susseguite nelle ultime settimane in Europa, e che hanno fatto seguito a quelle perpetrate lo scorso anno in Francia. In alcune abbiamo visto il ritorno dell’Isis, che le ha rivendicate o con uomini che ne hanno dichiarato l’appartenenza; in altre gli attori sono stati “lupi solitari” non direttamente riconducibili allo Stato islamico.

Adesso, fermo restando quanto sappiamo sui finanziamenti e l’addestramento impartiti dall’Occidente allo Stato islamico, ci si chiede come sia possibile una simile ondata di massacri, operati da terroristi oppure no. Qualcuno parla di effetto emulazione, altri di impazzimento generale. Quello che si vuole sottolineare qui è come le stragi siano collegate da una costante: il coinvolgimento di personaggi legati ad Israele.

Ricordiamo tutti la “profezia autoavverantesi” di Netanyahu a un canale francese: “Se non siete solidali con Israele contro il terrorismo, il terrorismo arriverà in Francia”. Più che una profezia sembrava una minaccia. E in effetti, pochi mesi dopo, ci fu la strage di Charlie Hebdo. A riprenderla, fuori dalla redazione, c’era misteriosamente una troupe di una tv israeliana. Quando si dice il fiuto per la notizia.

Poi ci fu la strage al Bataclan. La comunità ebraica fu avvertita in anticipo che qualcosa stava per accadere, mentre l’intelligence francese non fu in grado di prevenire il secondo massacro, nonostante gli avvertimenti ricevuti dai servizi iracheni, sauditi e turchi. Anzi, fece intervenire le teste di cuoio con notevole ritardo, come testimoniato da alcuni di loro.
Interessante coincidenza: il Bataclan era gestito da ebrei, che lo avevano venduto l’11 settembre (!!!) dello stesso anno, prima di andare a vivere in Israele. I proprietari testimoniarono di avere ricevuto delle minacce in passato, fatto sta che dopo 40 anni di gestione, la terribile strage si è compiuta esattamente due mesi dopo la loro vendita, il venerdi’ 13 novembre (data rilevante per i Templari e la massoneria – che ne segue per certi versi le orme – perché coincide con quella dell’arresto dei membri dell’Ordine nel 1307, e guarda caso, in Francia).

Buona parte dei filmati e delle informazioni che vengono passate ai media su Isis e terrorismo islamico viene dal Site di Rita Katz, una sionista convinta e probabile spia del Mossad che costituisce quasi la “fonte ufficiale” delle informazioni sul tema. Salvo poi scoprire che si tratta in alcuni casi di falsi creati ad arte, come fu per il caso degli ostaggi sgozzati dall’Isis nel 2015.

Ma il caso più eclatante si è verificato di recente, con il giornalista Richard Gutjahr che si è trovato provvidenzialmente sia a Nizza per riprendere il massacro compiuto dal camion bianco di Bouhlel, sia a Monaco per assistere a quello davanti al McDonald’s.
Questi reporter israeliani hanno davvero una fortuna impressionante. Eh si, perché Gutjahr è sposato con una ex deputata israeliana e membro dell’ala più estrema del Likud, il partito di Netanyahu.

Tra l’altro non è la prima volta che un testimone si trova coinvolto in diverse stragi di seguito: questa incredibile coincidenza è avvenuta in almeno tre altri casi. Tra i testimoni del massacro di Bruxelles, infatti, c’era un ragazzo, tale Mason Wells, sopravvissuto a ben tre stragi: Boston 2013, Parigi Bataclan e, appunto, Bruxelles. E non era solo, perché pure il francese Lahouani Zihai era sopravvissuto anche al Bataclan. E per una incredibile coincidenza, tra i sopravvissuti del Bataclan c’era un tale scampato addirittura all’11 settembre. Ora, quante sono le probabilità che non una, ma ben 4 persone siano testimoni di più attentati terroristici avvenuti in diversi Stati? Sarebbe interessante il parere di uno statistico.

Un altro elemento che lega le stragi di Nizza e Monaco è il fatto che durante le prime ore si parlava di più killer o complici, mentre poi i media e le istituzioni si sono focalizzate sulle sole figure di Bouhlel e Sonboly, dipingendoli come pazzoidi solitari, anche se col passare dei giorni si stanno chiarendo le complicità di altri soggetti, per lo meno nell’organizzazione.

Se poi volessimo soffermarci anche sulle ultime stragi compiute da siriani legati all’Isis in Germania e Francia, va ricordato che Israele figura tra i principali sostenitori dello Stato islamico, assieme a Qatar, Turchia e Arabia Saudita, senza citare i Paesi occidentali quali Stati Uniti e Regno Unito. Edward Snowden afferma che l’Isis fu creata per riunire tutti i nemici di Israele, per poi indirizzarli verso altri obiettivi.

Aggiungiamo al quadro anche il legame di Israele con la grande finanza mondiale: ricordiamo che tra i principali finanziatori e sostenitori del movimento sionista ci fu fin dal principio la famiglia di banchieri Rothschild. In particolare, si veda la corrispondenza tra il massone britannico Lord Balfour e Lionel Rothschild nel 1917, oppure la donazione della Knesset, il Parlamento israeliano, ad opera della famiglia Rothschild. 

Insomma, non è difficile comprendere come un crescente odio antislamico e il clima da crociata o scontro di civiltà avvantaggi di molto la pulizia etnica israeliana in Palestina, un genocidio condannato anche da importanti intellettuali ebrei o di origine ebraica come Ilan Pappè e Noam Chomsky. L’Occidente sembra essere molto cauto nel condannare i crimini israeliani, mentre appare molto rapido a gettarsi in una crociata antislamica non appena si presenti l’occasione. Peccato che a giovarsi di questo clima di terrore siano sempre lo Stato ebraico, i guerrafondai neocoloniali, i tromboni del “Ci vuole più Europa” e i fautori di uno stato di sorveglianza orwelliano “per il nostro bene”.

Sembra che la profezia di Netanyahu si sia avverata. Ma forse si trattava più di una minaccia.

 

 

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nizza camion-2-2(Articolo pubblicato sul sito Oltre le Barricate il 17 luglio 2016)

Non è la prima volta che su questo sito ci occupiamo di stragi in Francia (sta diventando una macabra abitudine), e non è la prima volta che viene spontaneo fare delle considerazioni che spesso passano sotto silenzio nella narrazione ufficiale.Come per i precedenti massacri, quelli di Charlie Hebdo e del Bataclan, la prima cosa che viene in mente è: com’è possibile che i vertici della polizia e dei servizi segreti francesi continuino a rimanere saldamente al loro posto dopo ben tre stragi avvenute in meno di due anni sul loro territorio? Stanno operando bene secondo il loro governo e i loro cittadini?
Misteri della fede. Intanto ci piace ricordare che le indagini della procura di Lilla per la strage di Charlie Hebdo furono bloccate dal ministro dell’Interno Cazeneuve, che impose il segreto di Stato: sembra che la pista delle armi fornite ai terroristi portasse dritta ai servizi segreti francesi e ad alcuni loro collaboratori, quali Claude Hermant.
E altrettanto strana è la testimonianza di alcune teste di cuoio sulla strage del Bataclan, che hanno affermato di essere stati pronti a intervenire quella sera, ma che l’autorizzazione non fu data se non con grande ritardo.

L’ultima strage è diversa dalle altre, per il carattere apparentemente “di lupo solitario” dell’autore, anche se politici e commentatori di ogni ordine e grado si sono affrettati a dare la colpa al terrorismo islamico. La rivendicazione dell’Isis in effetti è arrivata (due giorni dopo), mentre a dire la verità l’unico ad aver parlato da subito di legami col jihadismo radicale è stato il premier Valls, e senza nessuna prova, visto che alle fonti investigative risultava che l’assassino fosse solo uno squilibrato senza legami con l’Isis, anche se con parenti legati all’estremismo islamico.
Parliamo, tra l’altro, dello stesso Valls che ha imposto la famigerata Loi Travail scavalcando il Parlamento e nonostante 4 mesi di proteste popolari. Personaggio molto affidabile.

Adesso l’Isis rivendica la strage e afferma che Bouhlel era “un loro uomo”, i politici non vedono l’ora di dare la colpa alle organizzazioni terroristiche, mentre per gli investigatori si è trattato dell’atto di un pazzo solitario, al limite influenzato dalla propaganda jihadista. A questo punto tocca distinguere.
Se si è trattato dell’atto di un folle isolato, ha poco senso prendersela con l’Islam in generale ed evocare lo scontro di civiltà. Un pazzo è un pazzo, al di là di credo, colore e etnia. Ci può essere stato un indottrinamento, ma questo è come dire che ogni bianco può compiere atti criminali su impulso di organizzazioni simili al Ku Klux Klan o ai movimenti neonazisti.

Se invece c’erano complici, allora la situazione si fa più ingarbugliata. E in ogni caso si complica in modo relativo: se, come sembra, l’assassino non era legato in modo stretto all’Isis, allora la rivendicazione dello Stato Islamico è puramente strumentale.
Se, invece, il legame con l’Isis si chiarisce e si rinforza, rimangono pur sempre forti le responsabilità occidentali nella creazione e nel supporto del mostro, come documentato fino alla nausea negli articoli precedenti sulle stragi francesi.

Sembra difficile dire che Bouhlel, come Salah, fosse un estremista islamico. Dalle informazioni che abbiamo sul personaggio, questo beveva alcol, mangiava carne di maiale, si drogava e aveva una vita sessuale disordinata. E non andava mai in moschea, come testimoniato dal fratello. Non esattamente un jihadista modello.

Inoltre c’è qualche dettaglio che fa sospettare che non si sia trattato del gesto di un pazzo solitario. Per iniziare, la cronaca ci ha raccontato di un autista che “guidava a zig zag e sparava sulla folla“. Questo appare decisamente anomalo, poiché fare le due cose insieme sembra alquanto difficile. E infatti un testimone ha detto di aver visto  “altri 3 complici” uscire dal camion. Ma questa versione è stata presto ignorata dai media, anche perché non sono spuntati fuori altri testimoni a confermarla.

Sembra anche un po’ farsesca l’idea che durante la festa nazionale un camion possa passare controlli e transenne semplicemente dicendo di consegnare gelati: successivamente ci hanno detto che invece ha sfondato le transenne. E come al solito lo stragista aveva con sé i documenti, indispensabili in ogni massacro che si rispetti, ed è stato ammazzato: nessuno viene mai preso vivo in eventi come questi, anche se si può capire la necessità di fermare ad ogni costo un camion lanciato a tutta velocità.
Ancora una volta l’assassino era noto alle forze di polizia, ma non ai servizi e non c’erano precedenti per terrorismo o militanza in gruppi radicali. C’era anche stata nei giorni precedenti un’allerta su possibili attentati con veicoli a motore.
Negli ultimi giorni, inoltre, si è diffuso in Rete un video che mostra un uomo che viene arrestato, malmenato e portato via dalla polizia accanto al camion bianco. Gli autori suggeriscono che sia Bouhlel, in realtà preso vivo.

In definitiva, sarebbe interessante capire se è effettivamente attendibile la testimonianza di chi ha parlato di “altri complici” all’interno del camion, perché a quel punto si sarebbe trattato di un commando, e non di uno squilibrato solitario. E occorre fare chiarezza sul video che negli ultimi giorni gira sul Web.
Appare inoltre molto sospetto che l’ennesima strage si sia consumata esattamente il giorno in cui Hollande aveva deciso di porre fine allo stato d’emergenza, che tanto utile si era dimostrato per reprimere i lavoratori in protesta contro la padronale Loi Travail. Ora grazie al gesto di “un pazzo”, lo stato d’emergenza sarà prorogato, con la conseguente limitazione delle libertà civili. I poteri oligarchici ringraziano, così come tutte le forze xenofobe e anti-islamiche d’Occidente.
Per non parlare del partito del “Ci vuole più Europa”, suonato a dovere con la Brexit e che ora gioisce nell’avere di nuovo un nemico comune che dia senso al progetto.

Infine, per chi ama la simbologia (tanto cara ai massoni), anche questo evento contiene coincidenze molto interessanti.
La strage è avvenuta il giorno della presa della Bastiglia, festa in cui si celebrano i valori della Rivoluzione francese, sul Lungomare degli Inglesi e a Nizza, città natale di Garibaldi. Se non fosse opera di un pazzo solitario, gli obiettivi non solo materiali, ma anche simbolici della strage si sprecherebbero.

(Aggiornamento del 27/7/2016)
A gettare ulteriori ombre sulla vicenda, ci si sono messe le pressioni dell’antiterrorismo  e della magistratura francese sul Comune di Nizza per distruggere i filmati del massacro, e quelli del ministero dell’Interno sul capo della sorveglianza locale per rivedere la sua versione sulla presenza della polizia nazionale sulla Promenade des Anglais.
Al punto tale che l’agente Bertin è diventata una specie di eroina nazionale per essersi rifiutata di mentire sulla vicenda, dichiarando che non vi erano agenti della polizia nazionale, al contrario di quanto voleva il governo.

Hellone(Articolo pubblicato sul sito Oltre le Barricate il 3 luglio 2016)

Sono anni che ci raccontiamo di quanto la Ue e la Troika siano ingiuste, con le loro politiche di austerità, il predominio tedesco, i trattati fuori di testa, la natura elitaria dei principali organi Ue, il rifiuto dei basilari principi democratici.Poi, non appena uno dei suoi membri decide di uscire, apriti cielo! Tutti si scoprono profondamente europeisti e attaccano i cattivi, ignoranti e sconsiderati britannici che hanno votato Leave.

La Brexit ha ulteriormente scoperchiato la vena profondamente anti-democratica della Ue e dei tanti politici, giornalisti e commentatori che la sostengono.
Volendo fare una piccola antologia, si va dagli ottimi Monti e Napolitano che parlano di “abuso di democrazia” e di “azzardo sconsiderato“, a Saviano che ricorda come il popolo nel ’38 “acclamava Hitler e Mussolini“, al solito sciagurato vice-direttore del Fatto (utile al miglioramento della società quanto la peste bubbonica nel Medioevo e non a caso montiano) che parla di “uso irresponsabile del voto“, fino ad arrivare ai piddini come il sindaco di Bergamo Gori che vorrebbero limitare il diritto di voto per determinate categorie di persone.

Tutti aspiranti feudatari, in cerca di tanti servi della gleba da poter trattare come bestie senza diritti. E’ inutile dire che le stesse persone, se avesse vinto il Remain, avrebbero parlato di grande vittoria della democrazia, di popolo evoluto e responsabile, di Leave espressione di minoranze insignificanti eccetera.

Per non parlare delle ipotesi catastrofiste ventilate per la Gb in caso di Brexit, tant’è che la borsa di Londra, dopo qualche fisiologica scossa, è tornata in pochi giorni al livello pre-referendum. Oppure della ridicola petizione per ripetere il voto, strombazzata su tutti i giornaloni e per la quale poteva votare chiunque, più volte, semplicemente dichiarandosi residente in Uk.

Insomma, giorni di follia pura, che hanno dimostrato la tendenza delle “elite” e dei loro servitori a ignorare e voler ribaltare qualsiasi voto popolare che non sia di loro gradimento, come testimoniato dall’ex presidente di Goldman Sachs International, che ha parlato di “necessità di annullare il voto, in ogni modo“.
Veramente magnifica questa democrazia in salsa europeista.

Del resto non è la prima volta che si cerca di invalidare un voto popolare su questioni europee. Prima successe con la Costituzione europea, rifiutata da Olanda e Francia nel 2005 tramite referendum e poi riproposta uguale nel Trattato di Lisbona. La stessa cosa si ripeté nel 2008, allorché l’Irlanda fu chiamata a esprimersi sullo stesso Trattato di Lisbona. Unica nazione chiamata al referendum osò dire no, e fu costretta a ripetere il voto pochi mesi dopo, questa volta con esito positivo.
Poi è stata la volta della Grecia, che nel 2015 si è espressa per rifiutare il nuovo accordo con la Troika, ma il governo Tsipras ha deciso, dopo quello che è stato definito un “waterboarding politico” da parte delle istituzioni europee, di tradire la volontà di elettori e partito. La Brexit è quindi solo l’ennesimo caso in cui la volontà popolare cozza con i desiderata delle oligarchie europeiste, e queste si muovono per invalidarne arrogantemente le decisioni. Vedremo cosa cercheranno di architettare in questo caso specifico. In tal senso, non è un buon segnale l’abbandono della corsa per la premiership dei principali leader euroscettici: Boris Johnson e Nigel Farage. Ricorda ciò che successe con Varoufakis in Grecia, e non è escluso che vi siano state pressioni (più o meno legali) come accadde con Tsipras.

BrexitPer quanto riguarda la politica italiana, la Brexit ha fatto nuovamente venire a galla le ambiguità insite nella linea europea del Movimento 5 Stelle. Partito con connotati fortemente antieuropeisti, il M5S si è annacquato al punto da non mettere minimamente in discussione la permanenza nella Ue in caso di ascesa al governo (emblematico il caso del punto 10 sulla Brexit, modificato sul blog di Grillo nel corso di una notte), e da minacciare – in modo neanche troppo deciso – un eventuale referendum sull’Euro in caso di disaccordo con le politiche comunitarie.
Peccato che, come detto in post precedenti, il referendum abrogativo non si possa fare nel nostro caso per i Trattati internazionali, e quello consultivo non è previsto dall’ordinamento. Se i 5 Stelle volessero inserirlo in Costituzione si imbarcherebbero in un procedimento lungo anni e con esiti incerti.
Insomma, stiamo ancora aspettando chiarimenti su come indire un referendum simile in modo “smart” e senza aspettare tempi biblici. Senza citare poi le critiche di chi afferma che in caso di referendum sull’Euro, il Paese subirebbe l’attacco dei poteri finanziari e rischierebbe di ritrovarsi le banche chiuse ben prima di saperne l’esito.

Ma poi perché tutta questa ostilità verso l’Ue? I 5 Stelle non fanno bene a diventare “moderati”?

Per chi scrive (su questi temi, ormai da anni) la “moderazione” con l’Ue è pura follia, e si può meglio descrivere con la parola collaborazionismo. I motivi possono essere elencati così:

  • La Ue è una costruzione oligarchica, neoliberista e antidemocratica, nata sulle basi di un mercato unico per merci, servizi e capitali. L’Unione politica è venuta dopo, non è ancora stata completata e non è mai stata la priorità;
  • La Ue si basa su parametri economici (quelli di Maastricht) ridicoli che vincolano i singoli Stati ad assurde politiche di austerità e contenimento della spesa pubblica, che in tempo di crisi strozzano i governi nazionali, causando privatizzazioni, distruzione dello stato sociale, svendita degli asset nazionali, impoverimento generale. Raggiungere il 60% del debito pubblico/Pil, quando l’Italia è attualmente al 133%, significa un massacro sociale per gli anni a venire;
  • Il Fiscal compact peggiora ulteriormente questo quadro, costringendo gli Stati a nuovi sacrifici nel corso dei prossimi 20 anni, per raggiungere gli obiettivi fissati nei Trattati. Con il pareggio di bilancio inserito in Costituzione si taglia le gambe ad ogni possibilità di spesa statale a deficit, misura necessaria per far ripartire l’economia in tempo di crisi;
  • La Ue soffre di un evidente deficit di democrazia, poiché l’unico organo eletto dai cittadini, il Parlamento, è anche quello meno influente, mentre l’organo che legifera in modo principale, la Commissione, non è eletto dai cittadini, bensì dai capi di Stato e di governo. Lo spazio quindi per l’inserimento di lobby e decisioni di vertice nel processo politico è molto ampio;
  •  La Ue ha più volte, come detto, mostrato di non apprezzare le dinamiche democratiche. Ora vediamo questa tendenza in atto non solo dopo la Brexit, ma anche con l’approvazione dei due trattati internazionali di libero scambio, il TTIP e il CETA, che si cerca di far passare senza la ratifica dei Parlamenti nazionali;
  • Questa Ue è egemonizzata dal suo principale azionista, la Germania, che assieme alla Francia possiede le quote più rilevanti della Bce e ha un peso specifico sulle decisioni Ue decisamente maggiore rispetto agli altri Paesi;
  • La Bce ha come scopo principale la stabilità dei prezzi, che per i trattati viene prima di pace, giustizia sociale e bene comune;
  • La Troika (Ue, Bce e Fmi) ha fatto dell’austerità ad oltranza la sua bandiera, spingendo senza ritegno per le fallimentari politiche neoliberiste di tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni, che hanno portato al disastro sociale in atto in Grecia e negli altri Paesi del sud, Italia inclusa;
  • La Ue è una creazione artificiale che necessita, come ammesso da Mario Monti, di crisi per andare avanti, e di nuove cessioni di sovranità, fino alla scomparsa degli Stati nazionali e della democrazia come ora la conosciamo. E contrasta in modo evidente anche con le Costituzioni nazionali, come si può apprezzare in questo video;
  • L’Euro, la moneta unica, è responsabile della svalutazione del lavoro e dei salari nell’Eurozona, e della loro progressiva flessibilità, perché in caso di shock sistemici, quando non si può svalutare la moneta, si svaluta il lavoro, come chiariscono da tempo economisti quali Alberto Bagnai.
    Lo stesso Bagnai è arrivato a dire, in un’intervista per Barricate: “Un sistema di cambi fissi come l’Euro è incompatibile con una democrazia a suffragio universale, perché determina costi sociali incompatibili con l’esercizio del diritto di voto dei cittadini, che dopo un po’ ne avranno le tasche piene”.
  • La Ue è una delle principali artefici di quella che Chomsky ha definito una “lotta di classe anomala”, diretta dall’1% più ricco della popolazione contro il restante 99. Sta a quel 99 unirsi, come sta accadendo in Francia, per evitare di farsi portare via i diritti che gli rimangono.

Se queste motivazioni, pure molto sintetizzate, non fossero sufficienti, consiglio la visione di questo video del sempre ottimo Paolo Barnard, che parla di questi argomenti da anni.
Scopo della Unione Europea è evolversi negli Stati Uniti d’Europa, secondo un progetto accentratore e neoaristocratico accarezzato dalle elite bancarie-industriali-massoniche da anni, e sempre rifiutato dai popoli europei.
Per questi e altri motivi con la Ue non si tratta: si rompe e basta, per ridare ai cittadini e allo Stato nazionale ogni sovranità, prima di tutte quella monetaria.
Si penserà in seguito se sia il caso di rifondarla, su basi molto più ragionevoli e democratiche.

Voto arma(Articolo pubblicato sul sito Oltre le Barricate il 17 giugno 2016)

Questi ballottaggi sono una grande occasione per porre fine al renzismo. Dopo il referendum sulle trivelle e prima di quello costituzionale, gli italiani hanno l’opportunità di far sentire forte e chiaro cosa pensano del governo e del Pd. E con lo strumento che più può far loro male: il voto.

Se il Pd subirà una debacle in tutte le città più importanti (soprattutto a Roma, Milano e  Torino) l’effetto che ne verrà fuori sarà quello di una bomba atomica su Renzi e i suoi fascistelli col Mac, con una ricaduta immensamente salutare per la democrazia di questo Paese.
Dopo che Napoli si è sanamente derenzizzata, ora lo stesso devono fare le altre città al ballottaggio. A Roma Giachetti ha il pieno sostegno dei Casamonica, come prevedibile. A Torino la Appendino è temuta dai migliori amici del Pd: i banchieri.
Quanto a Milano, Sala è l’uomo di fiducia di Renzi, e questo basta per far convergere il voto verso il candidato opposto, cioè Parisi. Per non parlare delle minacce degli ultimi giorni da parte della Boschi sui finanziamenti che non arriverebbero a Torino in caso di vittoria dei 5 Stelle.

Dopo il Jobs Act (passato senza proteste, per l’immane vergogna di tutti coloro che avrebbero dovuto proteggere i diritti dei lavoratori), l’Italicum (che con il suo premio di maggioranza del 54% per la lista vincente apre la strada a una vera dittatura della maggioranza) e con lo spettro della riforma costituzionale made in JpMorgan, anche chi di solito non vota dovrebbe recarsi alle urne, per votare CONTRO questi distruttori di democrazia.

Servono ulteriori motivazioni? Banca Etruria; Mafia capitale; Trivellopoli e il “quartierino” che controlla mezzo governo secondo le intercettazioni della Guidi; Napolitano che continua a dettare cosa fare agli italiani per conto dei grandi gruppi di potere; il ministro Calenda che difende a spada tratta il TTIP e il CETA, chiedendo all’Europa di esautorare il Parlamento italiano dalla ratifica; i verdiniani e cosentiniani a supporto del Pd; lo sterminato numero di indagati, imputati e condannati nelle file “dem”; la presenza dei poteri fortissimi tra gli influencer del governo (come la Commissione Trilaterale, la superbanca JpMorgan, le multinazionali del petrolio); i legami dei genitori di Renzi e Boschi con piduisti bancarottieri come Flavio Carboni; la riprivatizzazione dell’acqua nonostante il referendum del 2011; lo spettro di una svolta autoritaria in Italia gradita alla finanza internazionale (mascherata col termine “governabilità”); il totale asservimento ai dogmi sacri del neoliberismo, dell’Euro e dei trattati Ue; l’immensa arroganza cafona di Renzi e dei suoi sodali; le uscite della Boschi sui “partigiani veri” e quelli finti, e sui votanti No al referendum equiparati a Casapound; l’aver usato una maggioranza dichiarata illegittima dalla Consulta per cambiare la Carta fondamentale (operazione duramente criticata anche dai presidenti emeriti della Corte Costituzionale); l’occupazione militare della Rai e degli altri media, con relative epurazioni; gli 80 euro promessi e poi tolti ai poveracci, e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.

Sono da considerare motivi sufficienti per votare contro questa gente? O serve che i piddini compiano stragi di primogeniti?

Gli italiani hanno un’ottima occasione per prendere a calci questa feccia in modo assolutamente democratico.
Ne facciano buon uso.

(Articolo pubblicato sul sito Oltre le Barricate il 7/6/2016)

La religione è uno dei maggiori fattori di influenza, conscia e inconscia, nella vita delle persone. Buona parte del pensiero occidentale è modellata su credenze che ci derivano dal cosiddetto libro dei libri: la Bibbia.
Ma cosa succederebbe se le informazioni presenti nell’Antico e nel Nuovo Testamento fossero state manipolate a scopi di potere, e se questi testi raccontassero in realtà una storia ben diversa sia del popolo ebraico che di Gesù Cristo?
Ne abbiamo parlato con Mauro Biglino, scrittore e in passato traduttore della Bibbia dall’ebraico e dal greco per le Edizioni San Paolo.

L’intervista a Mauro Biglino. Sono disponibili i sottotitoli.

Voto arma(Articolo pubblicato sul sito Oltre le Barricate il 3 giugno 2016)

Queste elezioni amministrative sono una grande occasione. Dopo il referendum sulle trivelle e prima di quello costituzionale, gli italiani hanno l’opportunità di far sentire forte e chiaro cosa pensano del governo e del Pd. E non tramite sondaggi che lasciano il tempo che trovano, ma con lo strumento che più può far loro male: il voto.

Se il Pd subirà una debacle in tutte le città più importanti (e sono tante: Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna…) l’effetto che ne verrà fuori sarà quello di uno schiaffone a Renzi e ai suoi fascistelli col Mac, con una ricaduta immensamente salutare per la democrazia di questo Paese.

Dopo il Jobs Act (passato senza proteste, per l’immane vergogna di tutti coloro che avrebbero dovuto proteggere i diritti dei lavoratori), l’Italicum (che con il suo premio di maggioranza del 54% per la lista vincente apre la strada a una vera dittatura della maggioranza) e con lo spettro della riforma costituzionale made in JpMorgan, anche chi di solito non vota dovrebbe recarsi alle urne, per votare CONTRO questi distruttori di democrazia. Fosse pure per mettere una X sul partito delle casalinghe.

Servono motivazioni? Banca Etruria, Trivellopoli e il “quartierino” che controlla mezzo governo secondo le intercettazioni della Guidi, Napolitano che continua a dettare cosa fare agli italiani per conto dei grandi gruppi di potere, Calenda che difende a spada tratta il TTIP, i verdiniani e cosentiniani a supporto del Pd, lo sterminato numero di indagati, imputati e condannati nelle file “dem”, la presenza dei poteri fortissimi tra gli influencer del governo (come la Commissione Trilaterale, la superbanca JpMorgan, le multinazionali del petrolio), i legami dei genitori di Renzi e Boschi con piduisti bancarottieri come Flavio Carboni, la riprivatizzazione dell’acqua nonostante il referendum del 2011, lo spettro di una svolta autoritaria in Italia gradita alla finanza internazionale (mascherata col termine “governabilità”), il totale asservimento ai dogmi sacri del neoliberismo, dell’Euro e dei trattati Ue, l’immensa arroganza cafona di Renzi e dei suoi sodali, le uscite della Boschi sui “partigiani veri” e quelli finti, e sui votanti No al referendum equiparati a Casapound, l’aver usato una maggioranza dichiarata illegittima dalla Consulta per cambiare la Carta fondamentale, l’occupazione militare della Rai e degli altri media, con relative epurazioni, e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.

Sono da considerare motivi sufficienti per votare contro questa gente? O serve che i piddini compiano stragi di primogeniti?

Gli italiani hanno un’ottima occasione per prendere a calci questa feccia in modo assolutamente democratico.
Ne facciano buon uso.

stop-ttip-generic-fb(Articolo pubblicato sul sito Oltre le Barricate il 31 maggio 2016)

Negli ultimi tempi si è finalmente iniziato a parlare, in trasmissioni televisive e sui giornali, del TTIP, il trattato che si propone di liberalizzare la circolazione di beni e servizi tra Usa e Unione Europea.
In realtà il dibattito è stato aperto solo grazie a dei “leaks” di Greenpeace Olanda, che qualche settimana fa ha fatto trapelare alcuni dei contenuti di questo accordo , finora tenuto supersegreto. Talmente segreto che persino gli stessi membri dell’Europarlamento non hanno potuto finora liberamente accedere al testo in corso di negoziato, se non in condizioni assolutamente restrittive.

Ieri è arrivato l’ennesimo appoggio del nuovo ministro dello Sviluppo Economico che, per mostrarsi degno successore della Trilaterale Guidi, ha esordito difendendo il trattato contro tutto e tutti. “Falso che favorisca le multinazionali” ha detto Calenda, ponendosi sulla scia delle dichiarazioni entusiastiche rilasciate in passato da Renzi, che ha parlato di appoggio “totale e incondizionato“.
Che un governo scandalosamente al servizio di banche e multinazionali difenda il TTIP non desta particolare stupore (ormai hanno dimostrato da tempo di essere dei traditori dello stesso popolo italiano di cui dovrebbero fare gli interessi). Ne desta invece che tra gli sponsor del trattato ci siano anche giornali apparentemente “anticasta” come il Fatto Quotidiano, che da giorni cerca di sopire le polemiche e le preoccupazioni sul TTIP tramite il suo vicedirettore. Anticasta in politica interna, al totale servizio dei poteri forti in politica economica e internazionale, come vedremo.

Ma andiamo per ordine.

Obiettivo del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), come ormai è noto, è quello di creare un’area di libero scambio che coinvolga Unione Europea e Usa. Se l’operazione andasse in porto, sarebbero uniformate le regole che riguardano la commercializzazione di beni e servizi nei due continenti, e ciò andrebbe quasi certamente a danno degli standard qualitativi più alti, cioè quelli europei, nel nome di presunti vantaggi economici non si sa bene per chi. Paolo Barnard ha significativamente definito il TTIP “l’Hiroshima delle piccole e medie imprese“.
Da qui il timore per l’ingresso massiccio di prodotti Ogm, di carne piena di ormoni, medicinali e sbiancata al cloro, di frutta o verdura trattate con pesticidi da noi vietati, come sottolineato da Greenpeace. Secondo l’associazione ambientalista, sarebbe in corso una strategia aggressiva (anche a base di ricatti) da parte degli Usa per demolire le tutele sanitarie, ambientali e di sicurezza presenti nel Vecchio Continente. Inoltre, nelle pagine rese pubbliche (248) “non c’è alcun riferimento alla protezione del clima”.
Perché il trattato passi occorre l’accordo delle controparti – Stati Uniti e Unione Europea – con la ratifica del Parlamento Europeo e dei Parlamenti nazionali.
Tuttavia, sempre l’ottimo Calenda si è detto contrario alla ratifica dei Parlamenti nazionali. Tanto servilismo nei confronti degli Usa è commovente.

L’operazione è espressamente sponsorizzata dalle più grandi corporations (Barnard ne cita alcune: JpMorgan, Chevron, BpParibas, Microsoft, Philip Morris, Monsanto,  Ford, Shell, Goldman Sachs, Google) che vedono in un grande mercato libero atlantico l’ennesima occasione per piazzare i loro prodotti (spesso pessimi rispetto agli standard nostrani) e per aiutare ulteriormente l’economia del Grande Fratello americano, tanto che da più parti la si definisce una “Nato economica”.
Questo desta molte preoccupazioni in Europa, ed è per questo (ma non solo) che Paesi come Germania e Francia mostrano sempre maggiori resistenze verso l’accordo.

Altro grande motivo di preoccupazione è dato dalla segretezza delle trattative: finora né i comuni cittadini, né gli stessi parlamentari ed europarlamentari hanno potuto accedere al testo in corso di negoziazione, se non in condizioni fortemente limitative, tanto da far parlare alcuni commentatori di “democrazia ridotta a zerbino“.
Le negoziazioni per la Commissione Europea vengono condotte dal commissario europeo al Commercio Cecilia Malmstrom, che si dice “favorevole al trattato” (ci saremmo stupiti del contrario, conoscendo l’UE), la stessa che ha affermato che “il suo mandato non deriva dai cittadini europei“.
Un europarlamentare spagnolo ha denunciato di aver visionato il documento, ma senza  poter portare cellulare, né carta e matita, e di avere avuto solo due ore per visionare il testo, per giunta sorvegliato.
Stesse condizioni sono state ora imposte ai parlamentari italiani che vogliono visionare il testo presso il ministero dello Sviluppo Economico. Scrive il sito web dell’organizzazione Stop TTIP: “4 parlamentari alla volta potranno entrare nella stanza scortati dai carabinieri ed esaminare i testi sotto il controllo costante di un responsabile di sala. L’accesso avverrà soltanto dopo aver deposto qualsiasi oggetto tramite il quale sia possibile diffondere le informazioni. Niente smartphone, tablet, fotocamere o personal computer: solo un dizionario di inglese, una penna e un foglio per gli appunti, a patto che non venga riportato su carta il contenuto esatto dei documenti. In ogni caso, è fatto divieto di divulgare qualsiasi informazione a terzi.
La sala lettura sarà aperta dal lunedì al giovedì e si prevedono due turni al mattino e due al pomeriggio. Il tempo a disposizione è breve: un’ora a persona. Dato il contenuto altamente tecnico dei documenti, non è facile per chi non è addentro alla materia comprendere nel merito il contenuto dei testi del TTIP. Senza contare che secondo le ultime notizie, agli Stati membri non verranno trasmessi tutti i documenti negoziali. Con il pretesto di nuove fughe di notizie, dopo quella orchestrata da Greenpeace Olanda il 2 maggio scorso, la Commissaria al Commercio, Cecilia Malmström, ha deciso che le informazioni sensibili resteranno chiuse a Bruxelles.”.  Evviva la democraticità, verrebbe da dire.

Il servizio di Nessuno sul TTIP per la Gabbia di Gianluigi Paragone

Oltre a distruggere il mercato alimentare europeo, abbattendo gli standard qualitativi e permettendo l’ingresso di tonnellate di merci di qualità dubbia sulle nostre tavole, il TTIP permetterebbe anche alle grandi banche di evitare importanti processi  come quello in corso a Trani in cui è coinvolta Deutsche Bank per il “colpo di Stato” del 2011 contro il governo Berlusconi, e la possibilità per le multinazionali di citare in giudizio gli Stati (prima si erano proposti dei tribunali privati creati ad hoc, ora si pensa a tribunali internazionali di quindici giudici, i cosiddetti Ics) qualora i loro interessi fossero messi in difficoltà da politiche “protezionistiche” contrarie al trattato, fosse anche per tutelare standard ragionevoli dal punto di vista ambientale e sanitario.
Il famoso principio di precauzione, infatti, negli Usa non opera, e si può immettere di tutto sul mercato “a meno che i consumatori siano in grado di provare che fa male”.
Nei documenti svelati da Greenpeace, il principio di precauzione non viene mai citato. Ergo non è contemplato, a meno di miracolosi inserimenti successivi.
Il TTIP favorirebbe anche il commercio dei dati personali, permettendo a lobby e governo Usa di gestire i dati di milioni di utenti europei con grande facilità.

Tra i maggiori contestatori del TTIP abbiamo il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, che ha raccomandato al Parlamento italiano di non firmare il trattato, perché “non è un accordo di libero scambio, ma un patto di gestione del commercio per gli interessi particolari degli Usa” . Per Stiglitz, il trattato ha come scopo modificare la regole in ambito ambientale, sanitario, di sicurezza, per favorire i grandi gruppi economici nei loro rapporti con gli Stati, sempre meno sovrani, riducendo così la loro capacità di proteggere i loro stessi cittadini.
Un altro premio nobel per l’economia, Paul Krugman, si è apertamente espresso contro il trattato gemello del TTIP, il TPP (che riguarda Usa e Asia).
Critico anche il grande intellettuale Noam Chomsky, che afferma: “I cosiddetti accordi di libero scambio sono in realtà trattati conservatori, per gli interessi di poteri privati. E’ per questo che sono tenuti segreti”
Sul versante italiano della denuncia ci sono i giornalisti Paolo Barnard e Giulietto Chiesa, l’economista Alberto Bagnai, il professore di politica economica  Roberto De Vogli, il blogger Claudio Messora e tanti altri.

Perché allora giornalisti come il vicedirettore del Fatto insistono (con ben 5 articoli di seguito) a propinarcelo come una buona cosa, dando dei bugiardi e propagandisti a chiunque sollevi giuste e preoccupate obiezioni, “irriducibili delle piazze di sinistra” ai manifestanti del Stop TTIP, chiamando “assurdi” i referendum consultivi richiesti dai popoli, e ponendosi sostanzialmente sulle stesse posizioni del vergognoso governo Renzi?
Perché il TTIP, come il TPP in Asia, è evidentemente espressione della volontà di grandi banche, corporations, superlogge massoniche e  governo Usa (da loro controllato) per estendere il loro potere e i loro profitti, ponendosi in una posizione di ulteriore supremazia rispetto ai poveri Stati nazionali. E giornali che sono pesantemente infiltrati dai poteri forti, non possono che fare da megafono ai loro desiderata.
Il sig. Feltri, nella fattispecie, fa vanto di essere un bocconiano (e montiano, secondo l’Antidiplomatico).
La Bocconi è l’università di cui è presidente Mario Monti, ex presidente europeo della Commissione Trilaterale, l’istituzione oligarchica e ultraliberista creata da David Rockefeller e Henry Kissinger per favorire gli interessi di pochi ultraricchi (e degli Usa) in tutto il mondo. La stessa organizzazione paramassonica che ha messo i suoi uomini – o partecipanti ai suoi meeting – negli ultimi tre governi italiani: Monti, Letta, Guidi, Gentiloni, Boschi, Gutgeld. Non è un caso se Feltri, in un altro articolo, difenda anche la Trilaterale e la sua emanazione italiana, l’Ispi, affermando di aver partecipato ai suoi corsi.

E’ evidente, quindi, che i giornalisti che fuoriescono da queste università e think tanks siano programmati al solo scopo di portare avanti l’agenda dei loro mentori. Che non a caso, sono in grado di piazzarli a vicedirigere fin da giovani anche importanti giornali che si dicono “contro i poteri forti”, salvo rivelarsi poi la loro piena espressione.

Francia vs Italia

(Articolo pubblicato il 28 maggio 2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Inizio a pensare che per svegliare gli italiani li si debba prendere a ceffoni uno per uno. Allora forse reagiscono. Non si spiega diversamente l’inedia di un popolo che sembra pronto a subire tutto e da tutti.
Sarà forse la millenaria influenza della Chiesa, col suo costante invito a stare zitti, buoni e non alzare mai la voce verso “l’autorità” (magari legittimata da Dio).
Per carità, qualche contestazione al duo sciagura Renzi & Boschi c’è stata, ma niente di serio in paragone alle porcate fatte. Nel frattempo va avanti la terrificante agenda di distruzione dei diritti – qui come altrove – per il piacere di superbanche, industriali, Troika. Come abbiamo detto, secondo un’agenda globale.

In Francia la protesta contro il Jobs Act locale, la Loi Travail, prosegue ormai da quasi tre mesi. Tre mesi di manifestazioni ininterrotte, con tutti i mezzi a disposizione.
Negli ultimi giorni i francesi sono arrivati a bloccare le raffinerie e le centrali nucleari, soprattutto grazie alla mobilitazione del sindacato Cgt. E la lotta continua, finché la contestata riforma del lavoro non sarà ritirata.

In Italia lo stesso Jobs Act e l’Italicum (una legge evidentemente antidemocratica, specie per il premio di maggioranza spropositato, contestata persino da parlamentari del Pd come Bersani) hanno prodotto si e no un belato. Le sparute proteste sono state lasciate ai cosiddetti “antagonisti” dei centri sociali (manganellati sistematicamente dalla democratica polizia renziana), a studenti e a qualche intellettuale.

Intendiamoci: dopo il progetto di riforme autoritarie, il Jobs Act, e i casi del Salva Banche e Trivellopoli, l’Italia ora dovrebbe trovarsi in uno stato di guerra civile permanente, per costringere un premier non eletto, un governo indegno  e un Parlamento illegittimo a ritirare i provvedimenti liberticidi e andare a casa.
Invece niente, si aspettano gli europei e magari si spera che ad ottobre vinca il No, per liberarsi di questa manica di traditori e venduti. Come se nel frattempo non possano fare valanghe di altri disastri.

A sottolineare la natura “padronale” delle riforme, ci hanno pensato l’Unione Europea, che tramite il commissario agli affari economici, Pierre Moscovici, ha definito la riforma francese come “indispensabile” (tanto per ribadire da che parte sta), e la Confindustria italiana che, con il Fmi, ha applaudito a quelle renziane (già commissionate dalla JpMorgan e dalla Bce, con la famosa lettera del 2011).
Insomma: banchieri, industriali e Troika appassionatamente e massonicamente uniti nella distruzione dei diritti dei lavoratori (e di quelli dei comuni cittadini) nel nome dei propri profitti e della propria insaziabile sete di potere. E su tutto questo processo aleggia l’ombra del TTIP, il trattato commerciale Usa-Europa visto da molti commentatori come un pericolo per la salute e la democrazia, e come sempre sponsorizzato dalle grandi corporations.

I francesi hanno ragione a dire che “non vogliono farsi fregare come gli italiani“. I nostri cari concittadini, finora, si sono fatti turlupinare come allocchi, anche grazie ad una stampa asservita in modo stomachevole e a dei sindacati sonnecchianti.
Lo faranno anche a ottobre? Nel frattempo, qualche segnale di vita sarebbe gradito.

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(Articolo pubblicato il 21 maggio 2016 sul sito “Oltre le Barricate“)

Mentre la premiata ditta Renzi & Boschi – un duo che neanche Stanlio e Ollio – gioca a chi colleziona più insulti ad ogni uscita pubblica (oggi Renzi ha cominciato il tour per promuovere il sì, tra i soliti fischi e manganellate a chi protesta), tutto nel nome delle Sacre Riforme volute da JpMorgan e scritte con Verdini, il Paese scopre a poco a poco che anche la cosiddetta opposizione è in realtà farlocca.

Mi spiego meglio: come già scritto nel primo post di questa mini saga, Di Maio qualche settimana fa ha pranzato con i membri italiani della Commissione Trilaterale, è stato coperto da Fico che non ha neanche voluto sollevare il problema della presenza della presidente Rai Monica Maggioni al meeting Trilaterale di Roma, ed è stato pure applaudito dal vicedirettore del Fatto, tale Stefano Feltri, il quale ha detto che Di Maio “ha fatto benissimo a incontrare i membri della Trilaterale”.

Ora, non ci vogliamo soffermare di nuovo su cosa sia la Commissione Trilaterale e quali i suoi scopi, perché è già stato scritto nei post precedenti e c’è abbondante letteratura disponibile su questi pazzi oligarchi, fanatici dell’austerità per i popoli e del’arricchimento indebito per se stessi.
Spostiamo l’attenzione, invece, sulla posizione ambigua dei 5 Stelle su Euro e Ue, e su quella del Fatto sul TTIP.

Di recente, Di Maio è stato interrogato numerose volte sulla questione Euro, e ha sempre detto che i 5 Stelle “non vogliono uscire dall’Ue” e che “se l’Europa non dà all’Italia ciò che chiede, loro sono disposti ad indire un referendum per uscire dall’Euro”.

Adesso, qui si pone più di un problema. Se i 5 Stelle non vogliono uscire dall’Ue, significa che vogliono rimanere all’interno dei parametri di Maastricht e delle regole del Trattato di Lisbona, che sono quelle che ci stanno condannando a una fine stile Grecia, in presenza di una crisi che sappiamo non si risolverà a breve.

I 5 Stelle affermano che vogliono eliminare il Fiscal Compact e rinegoziare tutto. Bene, ma se quello che viene chiesto non viene dato dai tecnocrati europei, come già accaduto per la Grecia? Allora l’idea è di organizzare il famoso referendum.

euro-fuoridalleuro-rinaldi-m5s-bce-thumb-660x371-51105Di referendum però ne esistono solo due tipi per le questioni nazionali: uno abrogativo, che però non si può effettuare per i trattati internazionali (e quindi per abrogare l’utilizzo dell’Euro, ex art. 75 Cost.), e l’altro confermativo, in caso di modifica costituzionale.
Quindi, o i 5 Stelle inseriscono in Costituzione il referendum consultivo (cosa che prenderebbe anni, e con esiti incerti, anche se dovessero andare al governo) oppure al posto del referendum, al limite, possono organizzare un sondaggione senza valore legale.
Insomma, ci spieghino qual’è la loro idea di referendum, perché allo stato attuale uno non si può fare e l’altro prevede (bene che vada) tempi biblici.
In entrambi i casi si sprecherebbe tempo inutilmente, mentre agli italiani serve liberarsi del cappio composto da Euro-Fiscal Compact-parametri capestro di Maastricht il prima possibile. Sarebbe molto preferibile, quindi, che i 5 Stelle si decidessero ad avere una linea di aperta rottura con i potentati oligarchici europei, per ridare agli italiani tutta la sovranità qualora andassero al governo. La proposta di una Banca d’Italia in mano pubblica è buona, ma da sola non è sufficiente.
Tralasciamo poi i vari viaggi di “accreditamento” fatti da Di Maio di recente, per rendersi gradito alla cancellerie di mezza Europa.

E torniamo così al Fatto Quotidiano, che ci regala un’altra perla grazie al suo vicedirettore, bocconiano e “montiano di ferro” secondo l’Antidiplomatico.
Il prode Feltri, dopo essersi scagliato lancia in resta in difesa dei suoi padrini dell’Ispi e della Trilaterale (notare lo stretto legame di Monti con Trilaterale, Ispi e Bocconi) ha deciso di completare l’opera difendendo il TTIP e la “democraticità” dell’Ue.
Nei prossimi articoli, il Feltri andrà ad analizzare gli enormi vantaggi dell’austerity, la Grecia come “grande successo dell’Euro”, perché il neoliberismo salverà il mondo e di come ai poveri che protestano puzzi l’alito e non abbiano neanche un capo firmato addosso.

Faccio presente che questo individuo non è un pellegrino che passa di lì, scrive qualche minchiata e va via, bensì quello che dirige la truppa quando Travaglio è in giro a presentare i suoi libri.

Si può allora stare ben sereni che il Fatto, come il M5S, non è che scalpiti dalla voglia di colpire i poteri forti (tra cui: Usa, Nato, grandi banche, corporations, Ue ed Euro, massoneria internazionale), ma sembra piuttosto molto condiscendente nei loro confronti. E’ sempre più comodo concentrarsi su “casta, corruzione, sprechi, finanziamenti pubblici ecc. ecc.” lasciando perdere i veri manovratori.